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19 giugno 2020

Il dolce Stilnox

(tempo di lettura: 4 minuti)

Ricevo una email da un medico.
In allegato, la ricetta per un farmaco.
C'è il nome nell'intestazione, ma non sono io. L'anno di nascita è diverso, la residenza, insomma una mia povera omonima sta aspettando la ricetta di questo farmaco ma non l'avrà mai.
In calce un avviso scritto in maiuscolo: QUESTO MESSAGGIO E' INTESO PER I SOLI INTERESSATI E CONTIENE INFORMAZIONI CONFIDENZIALI E SENSIBILI; SE RICEVUTO PER ERRORE, SI PREGA DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE IL MITTENTE E CANCELLARE IL MESSAGGIO SENZA TRATTENERNE COPIA. GRAZIE.

Rispondo: Buongiorno, si tratta di un errore di omonimia. Il mio codice fiscale è diverso e non uso il farmaco della ricetta

Buona giornata


Qualche ora dopo mi viene inoltrata nuovamente la stessa ricetta.
Rispondo: Buonasera. Sono sempre la Colombo Carla sbagliata. Si faccia dare l'indirizzo email corretto, probabilmente nome e cognome sono invertiti o c'è qualche numero in fondo alla user

Buona giornata 


Passano due settimane tranquille, ricevuto due email dallo stesso medico con ricette per due farmaci diversi.
Lo chiamo. Non risponde.
Lo chiamo il giorno dopo. Risponde la segreteria telefonica in cui mi comunicano che sono chiusi e di chiamare negli orari indicati.
Chiamo negli orari indicati. Non risponde.

Mentre decido il da farsi per la mia omonima che sta aspettando questi farmaci importanti devo affrontare un nuovo piccolo trauma: il mio medico è cambiato.

Lo aggiungo ai piccoli microtraumi già affrontati e mal superati in passato, e racconto un breve sunto di questa piccola avventura.

Ho 16 anni e il mio tumore è tornato, che sfiga. Ma ho la fortuna di essere ancora seguita dall'ospedale pediatrico. Le pareti azzurre, il personale gentile, nessun vecchio che scatarra in giro. Nella sfiga sono relativamente fortunata.
Quando ho qualsiasi problema di qualsiasi tipo chiedo ai miei medici, mi trovano sempre uno specialista pronto a torturarmi per capire cosa c'è che non va.

Pochi mesi prima della mia ricaduta un mio caro amico si ammala di una roba simile alla mia, un po' più merdosa però. Lui finisce dritto all'ospedale dei vecchi.
Lo vado a trovare, pieno di vecchi, per l'appunto, pareti gialle (non si capisce se ingiallite o dipinte in quel modo), medici e infermieri che se hai culo becchi quello gentile.

A seguito del mio rientro in ospedale ce la meniamo.
"Nel mio ci sono le pareti azzurre e ci vengono i clown (bhe io i clown li odio, proprio per questa ragione ma se ne parlerà in un altro momento)"
"Nel mio ci sono specialisti affermati"
"Bhe io ho una stanza tutta mia e tv con videoregistratore"
"Dai, solo perché stanno ristrutturando oncologia e dato che sei una delle pazienti più grandi ti hanno spedito al reparto isolamento"
E via così.

Accadono cose che mi fanno vincere a tavolino.
Prima dell'intervento per errore, al mattino, gli danno la colazione. Non potendo fargli l'anestesia totale, decidono di procedere per la locale, anestetizzando strato dopo strato mentre procedono. Una brutta cicatrice, a quanto pare.
Vero, anche io sono stata aperta dove non dovevo, ma avevo già una cicatrice sotto, fatta 3 anni prima, per cui non lo considero un grave danno.

In più mentre gli mettono una flebo, il tubicino cade, e senza disinfettare il gommino dentro cui avrebbero inserito il farmaco con la siringa, procedono lo stesso.

Lo sfanculizzo "Vedi in che ospedale di merda sei finito?".
Ride.

Arrivano i 18 anni, cominciano a vedere che la mia tiroide da' di matto, mi programmano altre analisi, comincia la mia neverending story con l'Eutirox, mi stringono la mano e annunciano "È ora di passarti al nomeospedalepervecchi". È così ingiusto crescere.
Primo trauma.

L'endocrinologo da cui vengo spedita è guardato con sospetto per i primi 3 anni. In verità fa un lavoro figo, segue le persone che hanno avuto un tumore in età pediatrica per tutta la vita. Mi sento quasi importante, i miei dati potranno servire per risistemare terapie e tossicità ai piccoli pazienti del futuro, dimenticandomi che già in quegli anni le terapie sono migliorate, la famigerata radioterapia a mantellina è un brutto ricordo dell'era di Chernobyl e molti protocolli sono già cambiati.

Facendo un rapido calcolo ad oggi sono 21 anni che mi segue. Ci vediamo una volta l'anno e ormai mi sono abituata al suo modo di reagire agli eventi "Non vorrei esagerare e farla preoccupare, ma nemmeno che prendesse questa cosa sottogamba".

E penso che lui si sia abituato alle mie dimenticanze di visite, esami vari ("ma la visita dalla senologa non l'ha fatta? E la visita dermatologica? Gli esami del sangue me li invia la settimana prossima?"), ai miei ritardi, ai miei cambiamenti di città ("Dove vive ora?").

Da circa 3 anni mi visita costantemente insieme a un dottorino più giovane (di cui ho forse già parlato). Quando gli mando le email lo inserisce sempre in copia conoscenza e ben presto ha cominciato a rispondere direttamente il dottorino ai miei quesiti.

Ricevo una email qualche giorno fa dal dottorino. Il mio endocrinologo non è in copia. Cattivo segnale.

Sarà andato in pensione senza salutare i suoi pazienti?

È come una separazione non consensuale, dove uno prende armi e bagagli e se ne va e l'altro rimane pensando che 21 anni non sono pochi. Che ora dovrà affrontare questo viaggio merdoso con uno sconosciuto, chi lo dirà ai bambini?
Nessuno pensa mai ai bambini.

Canzone del giorno: Janis Joplin Piece Of My Heart


10 maggio 2020

More than a feeling

Non riesco a concentrarmi.
Il mio Poldo non sta bene, era inevitabile. 17 anni e non sentirli, e tutt'a un tratto, sentirli tutti.
I reni che peggiorano, il ricovero giovedì sera con la chiamata della veterinaria che, da quando il nostro veterinario di fiducia ha aperto il suo studio più vicino a casa, segue i nostri cani, ormai il nostro cane. Perché tutti sono passati a miglior vita.
Forse capisco un po' Madre quando dice che non vuole più animali. Sono una delle gioie più grandi ma anche una delle tragedie peggiori quando decidono di abbandonarci. Riceviamo aggiornamenti quotidiani dalla clinica, sta bene, è coccolato, vuole la sua copertina, non mangia se non imboccato.
Poldo, che ho visto nascere. Poldo che ho portato in braccio dal veterinario quando trascinava una delle zampette posteriori e sospettavo (cosa poi confermata) un'ernia del disco. Poldo che ora con la cataratta mi abbaia sempre ma non appena mi avvicino e sente l'odore mi lecca le mani.
Per poterlo salutare, credetemi, ho attraversato un confine e due regioni italiane: in mezzo all'inferno rischiando di non poter né andare da lui, né tornare indietro. E rischiando di non poter più rientrare.
Ma comunque si mettano le cose non potevo permettermi di non salutarlo, so che a lui fottesega, gli animali vivono il presente e probabilmente da bravo cagnolino vorrà andarsene, un giorno, spero ancora più in là di quanto pensi, vorrebbe una situazione tranquilla, in solitudine, senza l'ospedale di mezzo, senza flebo e dottori e senza la nostra presenza.
In un altro post, forse più avanti quando tutto sarà più calmo, racconterò questo incredibile viaggio durato 6 ore, tra esercito, controlli, autocertificazione, mascherina ffp2, guanti, bus, treni (che per pulirli dovrebbero usare il napalm) e una pandemia che non si arresta, non si ferma, e il terrore di non riuscire a tornare, e il terrore di non arrivare.

Ora che sono qui, anche per una visita medica aziendale (nel bel mezzo di una pandemia, oserei dire), penso a come sarebbe bello essere su, in quella casa che sento anche un po' mia, anche con Poldo. Però il Poldo di 10 anni fa aveva quando ancora tutto il pelo fulvo, senza incanutimenti, con quella codina sempre rotta da quando è nato, magari a scarpinare in montagna mentre lui abbaiava a ogni cosa e cercava di catturare le lucertole che puntualmente tentavo di strappargli di bocca. Quelle nanne insieme con lui sempre attaccato. Sul balcone mentre prende il sole fino quasi a cuocersi il cervello.

Quello sguardo sempre felice di vedermi, nessun giudizio, solo affinità.



22 marzo 2020

Cronache dalla zona rossa

Mi sarei immaginata qualsiasi scenario in questa vita, ma mai di vivere nel bel mezzo di una pandemia.
Non immaginate scene alla Sliding doors?
Io sì, cosa sarebbe capitato se, ad esempio, al momento della chiusura della Lombardia io mi fossi trovata a Torino?

Torno un attimo indietro: dato che ho usato spesso questo spazio come diario personale in cui ho scritto davvero di tutto, visite mediche, cose buffe capitate, colloqui di lavoro, racconti, sfoghi, ecc, non posso evitare di scrivere un piccolo appunto su una pandemia.
Sì, una pandemia.

È cominciato tutto verso fine dicembre 2019, credo. Lo spillover, il salto di specie del virus, ora identificato come SARS-CoV-2 (ma più comunemente conosciuto come Coronavirus - termine generico che indica un gruppo di virus a cui appartengono anche il virus del raffreddore e dell'influenza) è partito, pare, dalla città cinese di Wuhan. Molto spesso cominciano così, nei mercati in cui viene venduta e/o consumata carne di animali selvatici. Saranno stati i soliti pipistrelli? I serpenti? Chissà.
Fatto sta che i primi sintomi di un certo tipo di polmonite virale sono stati rinvenuti tra le persone che lavoravano in questi mercati che vendevano carne fresca di bestie selvatiche.

Il virus in breve ha fatto il giro del mondo. La malattia provocata dal virus (Covid-19) è stata presto riscontrata in altre zone del mondo e l'Italia è stata duramente colpita.
La cosa buffa è che ci sentiamo sempre estranei a queste cose, soprattutto perché spesso capitano dall'altra parte del mondo. Penso alla reazione che potrebbe aver avuto un italiano medio di fronte all'epidemia di Ebola avvenuta in Africa credo nel 2014-2015 (Tanto qui non arriverà mai).

La reazione iniziale al Covid-19 è stata più o meno questa: è un influenza, che me frega? Abbiamo continuato tutti a uscire, io stessa, a fare aperitivi con gli amici, a ironizzare e scherzarci su, a bere Corona, a pensare di preparare cartelli con su scritto #guariremotutti.

Presto hanno messo in quarantena piccole realtà in cui nuovi focolai stavano esplodendo. A Codogno (che manco sapevo dove cazzo stava) ad esempio, le strade erano bloccate. Non si entrava né si usciva.

Da qui arriviamo al weekend del 7 marzo. Sarei dovuta tornare a Torino l'8 marzo, domenica, quando sabato sera nella chat di lavoro mi scrivono che la Lombardia verrà chiusa.
Ero (e sono) in Lombardia.

In qualche modo alcuni giornali erano venuti in possesso della bozza del decreto che sarebbe uscito il giorno dopo e, a quanto pare, avevano intenzione di bloccare i movimenti da e verso la Lombardia a meno che non si fosse trattato di rientro al domicilio, di situazioni di lavoro oppure di salute.
Ero stata invitata a partire quella sera stessa ma ho fatto bene a non farlo. In stazione, presi dal panico, si sono riversate migliaia di persone che sono andate ad affollare i treni spargendo l'epidemia un po' ovunque (anche al Sud che fino ad allora era relativamente tranquillo).
Il giorno dopo, a decreto ufficializzato, ho deciso di non rientrare a Torino. Scelta un po' forzata dal fatto che Madre ha più di 70 anni e tornando l'avrei messa a rischio.

Quindi, scuole chiuse fino al 3 aprile e la follia della gente corsa al supermercato a fare incetta di generi alimentari. Seguono a ruota sui vari social le foto degli scaffali vuoti ai supermercati (tranne per le penne lisce, quelle non se l'è inculate nessuno, che cazzo a me piacciono un sacco le penne lisce). Il giorno successivo tutta l'Italia viene chiusa. Nessuno spostamento da e per nessuna località, necessità di autocertificazione per eventuali spostamenti (concessi solo per spesa, emergenze, lavoro e rientro a domicilio). Spesa uno per volta e a distanza di sicurezza di un metro (con code immense fuori dai supermercati per le grandi città). Niente assembramenti. Niente vicinanza. No in macchina in due. Le mascherine sono finite. Controlli a gogò sulle persone in giro. Sanzioni per chi fosse risultato con autocertificazione falsa.

L'apocalisse.

D'improvviso tutti in giro con la mascherina chirurgica (but, i virus hanno bisogno di filtri migliori e quindi non serve a un cazzo. La mascherina protegge dai batteri ma ai virus gli fa un baffo). Qualcuno con i guanti in nitrile.
Un buon romanzo distopico lo avrebbe già predetto (peccato non aver terminato e pubblicato il mio racconto cominciato più di un anno fa in cui parlo di un futuro - immaginario? - in cui non si può uscire di casa se non con la maschera antigas). Il contenimento è attuato, ogni giorno ci viene tolta un po' di libertà individuale (sì, è vero, ma concordo sul fatto che sia necessario). Ovviamente non si può più viaggiare.

Del va e vieni delle sbarre è stanco
L'occhio, tanto che nulla più trattiene.
Mille sbarre soltanto ovunque vede
E nessun mondo dietro mille sbarre.

Molle ritmo di passi che flessuosi e forti
Girano in minima circonferenza,
è una danza di forze intorno a un centro
ove stordito un gran volere dorme.

Solo dalle pupille il velo a volte
S'alza muto - . Un'immagine vi pènetra,
scorre la quiete tesa delle membra -
e nel cuore si smorza.

Noi siamo fortunati: oltre a essere in due abbiamo mille cose da fare e mille passioni. Proprio ieri abbiamo scattato delle foto a pellicola in casa e le abbiamo sviluppate, scansionate, catalogate. Sto leggendo tantissimo, sto seguendo un corso di javascript, suono (e a tratti scrivo).
Ma leggo notizie raccapriccianti sull'aumento delle violenze domestiche, di depressione, e anche nelle varie chat di Whatsapp la situazione non è delle migliori.
Ogni tanto videochattiamo tra amici, ci raccontiamo cosa cuciniamo (perché sì, ormai cucinare è uno dei pochi piaceri concessi e ci si impegna parecchio in questo senso).

Ma chi è il virus della SARS-Cov-2? Non se ne sa molto se non cose che tutti possono apprendere facendo una piccola ricerca. Intanto fa parte della famiglia dei retrovirus e del gruppo dei Coronavirus che come scrivevo poco più su provoca problemi respiratori. Dei coronavirus fanno parte le varie influenze stagionali, il raffreddore, e anche sindromi simili già vissute come la SARS-CoV.
Cosa sono i Coronavirus? Virus a RNA. I virus a RNA rispetto a quelli a DNA non hanno un enzima, la DNA polimerasi, che aggiusta le coppie di basi azotate in caso di errori (anche perché sono a catena singola e non a doppia catena, anche se esistono virus a RNA a doppia catena). Quindi i virus a DNA mutano di meno, perché si autocorreggono. I virus a RNA sono a singola catena, non hanno un enzima che li corregga perché non hanno "coppie" sbagliate quindi mutano più spesso. Ecco perché l'influenza stagionale è sempre diversa, muta ogni anno e ogni anno deve essere creato un vaccino ad hoc. Quanto in fretta muta il virus? Una volta preso ci si immunizza oppure muta così in fretta che ci si può di nuovo ammalare? Quando sarà pronto un vaccino?

Pronostici pessimisti parlano di normalità tra circa un anno, qualcuno spera ancora di farsi una pasquetta da qualche parte.

Intanto per divagare e tenermi impegnata scrivo questi appunti, per ricordarmi come è ora quando tutto sarà passato.
E se fossi rimasta a Torino?
Sicuramente non avrei visto C per tanto tempo, avrei continuato a lavorare (il fronte lavoro merita un capitolo a parte, lunghissimo e non ancora terminato). Per andare al lavoro avrei preso almeno 4 bus al giorno con il rischio di infettarmi e di infettare Madre e Nipote che ora sono nella stessa casa. Di certo non mi sarei bruciata tutte le ferie. Non sarei riuscita a leggere/scrivere/suonare. Forse finora sarebbe cambiato poco. Avrei passato molto meno tempo al telefono. Forse mi sarei imbruttita (cerco di sistemarmi ogni giorno, truccarmi e vestirmi, anche se spesso è dura). Avrei cercato di imparare ad andare in bici nel cortile di casa. Avrei dovuto recuperare probabilmente una mascherina.
Sarei stata costretta a sentire questi stupidi concerti dal balcone (vi piacciono? Anche no. Essere obbligati ad ascoltare musica per me è una forma di violenza).
La verità è che la vita è cambiata radicalmente. Non si tratta solo di "abitudini" ma proprio del modo che abbiamo di portare avanti le cose, dei nostri schemi mentali.
La frustrazione ci porta a odiare chi può uscire o chi finora era autorizzato a farlo (i runners ad esempio). La camionetta della protezione civile passa sotto casa ricordando a tutti di non uscire se non per estrema urgenza.
Ci si ritrova in chat con gli amici a chiedersi quale mascherina sia meglio, se la fpp2 o la fpp3 (la prima è più che sufficiente, la seconda se stai in laboratorio, ecco). Scopri nuovi complottisti tra le conoscenze di Facebook e sei indeciso se bloccarle o meno, ma poi bestemmi tra te e te perché alla fine queste minchiate complottiste ti fanno ridere e magari fai pure un like così si convincono di avere ragione e continueranno a scrivere cose che poi screenshotterai per condividerle con amici più solidi che rideranno insieme a te. Improvvisamente ti viene voglia di uscire quando nella vita i tuoi weekend avresti voluto passarli morendo sul divano con una tisana e Netflix, o una birra e Netflix, o patatine e Netflix. Di sicuro vorremmo più abbracci quando li abbiamo snobbati finora da bravi asociali.
Ecco forse io soffro meno in questo momento perché siamo in due e non vivo personalmente situazioni a rischio nemmeno dei miei cari. Conosco poche persone a Bergamo o dintorni (che sono al sicuro perché sento), i sani di mente a Milano non escono, la mia famiglia a Torino la sento tutti i giorni e sono relativamente al sicuro anche se poco tranquilli.

Fuori dalla finestra un paio di laghi, montagne che creano vallate, gazze che si rincorrono in cielo.
A Venezia i delfini si affacciano in laguna che, finalmente, ha l'acqua trasparente.
Certe cose accadono per una ragione, direbbe il mio collega meditativo, e oggi più che mai mi sembra che abbiamo perso davvero di vista le cose importanti, che dobbiamo ristabilire delle priorità ed è davvero un peccato che cia voluta quasi una zombie apocalypse a ricordarcelo.

Canzone del giorno:
One Metallica

27 ottobre 2019

Dove vanno a morire i cigni?

Cristiano mi sta insegnando a prendermi cura delle cose.
Pensavo di essere abbastanza brava in questo, ma vedendo la cura che ci mette quotidianamente a non lasciare segni fisici del suo passaggio sugli oggetti, mi rendo conto di non essere mai stata così accorta.
Ogni sera, quando lo zaino fotografico si svuota, c'è il rito della pulizia delle macchine fotografiche e delle loro ottiche che poi vengono riposte in maniera ordinata nella libreria.
Penso alla mia macchina fotografica, poggiata sul divano, con scheda e batteria sempre all'interno che sì, ha la custodia, ma non ha mai visto un panno umido. E le ottiche vengono pulite solo se sono sporche.
In compenso io sto aiutando Cristiano a prendersi cura di me. E "me" è una persona piuttosto esigente.
Ho sempre fame, esigo continuamente attenzioni, soprattutto fisiche, non sopporto l'abbraccio brevettato da lui "a un braccio solo" e molte volte glielo deve ricordare: "a due braccia".
E, in ogni caso, anche l'abbraccio "a due braccia" non dura mai più di due Mississipi, a meno che non ci si trovi a letto o sul divano. A quel punto i Mississipi non si contano perché sono tantissimi.
Contare i Mississippi, allora, può essere propedeutico al sonno, meglio che contare le pecore.
Cristiano mi sta insegnando ad avere pazienza, a capire che non tutte le persone sono come me e reagiscono come me. Questo mi aiuta relativamente quando le relazioni interpersonali non vanno come spero.
Io gli sto insegnando un altro tipo di pazienza, quello più pratico, qualcosa come "conta fino a 10" o "non vale la pena arrabbiarsi per questo".
Lui mi sta insegnando a presentarmi al mondo, io a essere rilassato nei peggiori panni.
Dall'esterno sembriamo una coppia disfunzionale, l'Alpha e l'Omega ma in qualche modo funzioniamo.
Quando penso a noi penso a un impegno maggiore di quello che ho avuto di solito.
Quando penso a noi penso alle lentiggini sulle sue spalle che vedo ogni sera quando lo abbraccio e mi dà la schiena.
C'è una lentiggine più scura e più grande, quasi a metà di quel percorso un po' sinuoso che dalla spalla arriva al collo a cui mi sono particolarmente affezionata.
Se la sera non riesco a dormire la guardo, mentre le mie lunghe ciglia sfiorano la sua pelle.
È un piccolo percorso di cura e attenzione, pieno di buche e scivoloni annessi, ciò che quella lentiggine mi dice.
È una lingua antica come il mondo, la cura che si ha verso un altro essere umano.
E lui? A quale angolo di pelle parlerà quando vede le mie spalle? Al piccione tatuato? Alla mia cicatrice a metà schiena? Al mio esile collo?
A quale lembo di me si rivolge nel ricordo delle notti passate insieme?
Sono domande che non esigono una risposta ma che lasciano porte aperte a infinite possibilità.
Come le cellule epiteliali che rivestono la cute nascono, muoiono e si rinnovano, ogni giorno ha in sé una promessa non dichiarata ma comunque importante.
È forse questo l'amore. L'attesa di una risposta a una domanda mai fatta, una promessa non formulata ma sottintesa, la costruzione di un desiderio più profondo.
E ora, una lentiggine con un nome.


03 giugno 2019

Storia di un tatuaggio

La formica di fuoco.


Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.

Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.

Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.

Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?

A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.

Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.



Io sono Carla invicta.

Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love

29 novembre 2018

La mia (s)quadra

Oggi ho lavorato 9 ore e mi sono ricordata il significato di squadra.
A parte che in questi giorni ho ricevuto messaggi vocali molto carini dai miei colleghi "Carla, ci manchi, quando torni?" (sono stata impupata 3 giorni) e oggi avevamo un obiettivo record che a detta di tutti non avremmo mai raggiunto.
Eppure quando la responsabile ha chiesto chi fosse disponibile a restare un'ora in più oltre le 4 ore di straordinario già concordate, pochi sono andati via. Più che altro per i figlioli, penso, ma anche tra chi li aveva qualcuno è riuscito a smollarli al familiare libero di turno. E alla fine, indovinate, ce l'abbiamo fatta.

Io non ho avuto la fortuna di fare sport. Ma nella sfortuna sono stata comunque fortunata.
Leggi pure "fottesega dello sport, io". I miei compagni sfoggiavano belle medaglie per le gare di nuoto, coppe per le partite di pallavolo e/o calcio e/o basket.
Per fare sport servivano soldi e qualcuno che ti venisse a riprendere la sera.
Io non avevo né l'una né l'altra cosa.

Così quelle poche volte che a scuola organizzavano partite di pallavolo o altro ero scoglionata due volte. Non sono mai stata competitiva, e sono sempre stata l'ultima a essere scelta per formare una squadra di qualsivoglia sport.

Non so se siete stati i classici sfigatelli come me, ma in quei frangenti io penso che i ragazzini non riescano a fare gioco di squadra. Pur di vincere gli sfigati vengono lasciati in fondo, senza dar loro nessuna possibilità di miglioramento. E in questo probabilmente gli allenatori fanno la loro parte. Dico male? Chissà.

Dai, siate sinceri, avete passato la palla al compagno che è stato scelto per ultimo, pur sapendo che magari non avrebbe azzeccato un tiro? Pur sapendo che vi avrebbe tolto il punto che vi avrebbe portato alla vittoria?
Io ero quel compagno. E avrei avuto anche gli occhiali se non mi fossi categoricamente rifiutata di portarli fino a che non mi sono resa conto di salutare (o no) la gente a caso per la strada (quindi parecchi anni dopo).

Una delle mie amiche era la persona più competitiva che conoscevo. Anche a basket, dove il passaggio della palla è essenziale, lei era capace di correre da una parte all'altra del campo da sola, senza fare alcun passaggio e fare canestro.
Era snervante.

In genere, quando accadeva, io mi sedevo annoiata in fondo al campo attendendo la fine della partita, con l'insegnante di educazione fisica che diceva "Dai Colombo, almeno sta' in piedi".

Non avevo medaglie, avevo solo voglia di giocare a palla prigioniera scavalcando il recinto per entrare nel campetto della chiesa del "Fungo" (così veniva chiamato il parchetto di zona). O a nascondino. O a qualsiasi cosa dove ci si potesse divertire e muovere senza per forza dover vincere, o dove comunque la vittoria non era lo scopo.

Lei no. Riusciva a essere competitiva anche a nascondino.
Barava a visual game.
Si arrabbiava quando perdeva, stravolgendo le regole a suo favore.

Oggi eravamo lì e anche se sappiamo tutti che non è il lavoro della vita, è stato carino affrontare questa giornata devastante insieme. Mangiando come dei maiali, scherzando come se non ci fosse un domani, e lavorando per una vittoria comune.

Questo, per me, è un bel lavoro di squadra.

Canzone del giorno: Sick Tamburo Il fiore per te

08 settembre 2018

Come organizzare (male) un viaggio in breve tempo. A medio raggio. In maniera non troppo impulsiva. Ma un po' sì.

È da qualche anno che desideravo fare un viaggio da sola.
In verità desideravo una meta lontana e avventurosa, piena di natura e animali selvaggi. Piena di foto da fare.
Speravo di tornare in Madagascar, ma è troppo costoso. Allora pensavo al Laos ma non sapevo come organizzarmi in breve tempo.

La realtà delle cose è che mancavano pochi mesi, un paio, alla chiusura aziendale e io non avevo ancora deciso. E agosto è un periodo infido, non ho mai preso le ferie ad agosto per quello. Sono tutti, tutti, tutti in ferie. Costa tutto il triplo. Ovunque tu vada trovi una marea di gente, soprattutto italiani.

Per un po' sono rimasta fissa sull'Islanda ma costa quanto entrambi i miei reni (e mi servono, dicono i medici). Peccato ero già lì lì per convincermi. Pensavo di prendere il biglietto, noleggiare la macchina e dormire lì dentro digiunando per una settimana.
Poi sono rinsavita.

Solo che a poca distanza dalla eventuale partenza ero ancora indecisa. Io e le lingue viviamo su due pianeti diverse. L'inglese mi sta sul cazzo, è evidente dal fatto che 8 anni di scuola mi abbiano insegnato a dire, timidamente e a bassa voce, Ai dont andersten, chen iu ripiit? Spic slouli pliis.
Dove poter sfruttare questa mia innata incapacità?
Non per dire ma sono brava in tante altre cose. A rompere le palle, per esempio. Regina incontrastata della rottura di bocce.
Sono anche brava a non portare a termine i progetti, soprattutto quelli a lungo termine.
Un'altra cosa in cui sono brava è spaccare la minc... ah no l'ho già detto.
Poi mi sono ricordata: la Polacchia. Costa poco, nessuno parla inglese e quei pochi che lo parlano fanno rabbrividire il mio unico neurone preposto alle altre lingue (uno è più che sufficiente). Insomma, nelle difficoltà le persone si vengono incontro, o si scontrano.

Ok, cosa vedere in Polacchia? Sono stata già a Cracovia...
Nel frattempo i giorni passavano. Volevo partire a metà agosto circa, in modo da tornare prima del rientro al lavoro per riprendermi un po'.

Qual era la cosa che più mi interessava vedere? Bhe ovvio, manco a dirlo. La foresta di Białowieza. Come si va a vedere la foresta? Cerca sito. Cerca di capire perché nella traduzione inglese del sito pare manchi parecchia roba (ah già vero che non lo parlano).
Cerca di capire cosa scrivergli per vedere quello che vuoi vedere.

Il risultato è stato uno scambio di email abbastanza serrato (ben 21 email) la cui prima è stata inviata il 3 agosto. Io sono abituata a programmare i viaggi con largo anticipo, un po' per spendere meno, un po' perché voglio partire serena senza lo stress di dover pensare alle cose a ridosso della partenza o addirittura durante il viaggio. Dal 3 agosto alla data prevista di partenza (circa il 15) mancava davvero poco.

Alla fine ci siamo accordati per il 16 agosto, la guida (in italiano!) costa circa 60 euro (258 zł) ed è una conditio sine qua non per entrare nella foresta protetta. Si paga una prima parte con bonifico e il resto direttamente all'ingresso del parco.
Qua il sito a cui poter chiedere info: http://pttk.bialowieza.pl/
Esistono diversi tour da poter fare. Diciamo che le ore più suggestive per vedere la foresta sono quelle dell'alba e del tramonto, ma dato che ho organizzato un po' alla Carlona (in effetti a volte penso che il mio nome non sia un caso) la guida era disponibile il 16 agosto alle 12.30.

Mentre pagavo l'anticipo e ancora la guida non mi era stata confermata dovevo acquistare il biglietto aereo. Ed è stato il salto nel vuoto. Dove atterrare? Cracovia? E giù di mappa. Cracovia piuttosto lontana dalla foresta, così ho optato per Varsavia. Partire da dove? Torino o Milano? E quando?

Kayak e Skyscanner sono stati i miei migliori amici. Si possono confrontare diverse tariffe aeree e su Skyscanner addirittura guardare sul calendario quali sono le date di partenza più economiche.

Il 6 agosto ho acquistato i biglietti aerei, dal 14 al 21 agosto, da Milano Malpensa a Varsavia.
Questa è stata la parte più difficile. Sapevo che una volta acquistati sarei partita e a parte varie gite di qualche giorno fatte in Italia non ero mai partita da sola.

Ora dovevo fare quello che di solito faccio per principio. Controllare cosa vedere.
In genere io mi appunto le cose che voglio vedere (che sono sempre tantissime). Poi man mano mi organizzo le tappe, a quel punto cancello vari punti, cerco di capire dove dormire e solo allora prenoto l'aereo.

Le cose che avrei voluto vedere erano molte, al solito. Ma presto compresi che tanti dei posti che avrei voluto vedere erano difficoltosi da raggiungere (per esempio i campi di Treblinka e Sobibor, non ci sono mezzi che portano ma solo bus turistici costosi) o assolutamente fuori mano per un viaggio di una settimana. Alla fine ho visto poco o nulla di quello che mi ero appuntata perché ho capito che lo scopo non era quello di vedere freneticamente ogni cosa, lo scopo era in realtà quello di andare. Oltre la foresta di Białowieza e il campo di concentramento di Majdanek ho voluto sentirmi piuttosto libera. E così ho fatto.

Per gli spostamenti ho cercato sempre di tenermi larga. Ho pensato ai vari inconvenienti, e se non potevo calcolare il tempo impiegato a fare una determinata cosa (ad esempio la visita alla foresta, avrebbero dovuto essere 3 ore ma chissà) ho preferito passare la notte nel posto in cui mi trovavo piuttosto che correre come un'ossessa. Ma nonostante tutto, la fretta ha giocato a mio svantaggio (piccoli problemi che leggerete nei prossimi post e che ho risolto lì per lì).

Mia amica è stata la finta Midori.
Midori Traveller's Notebook è un'agendina, ed è sostanzialmente una copertina in pelle con dentro degli inserti intercambiabili fissati per mezzo di un elastico. Quella originale costa (senza inserti se non erro), una cinquantina d'ero. La mia, palesemente finta, sarà costata 10 euro (aliexpress forever) con inserti inclusi. È comoda perché alcuni inserti comprendono bustine di plastica richiudibili che sono stati il mio portafogli e il mio contenitore per la qualunque: biglietti bus, scheda memoria della macchina fotografica, scontrini, biglietti da visita, biglietti del treno, e via dicendo. Io ho esagerato portando tutti gli inserti (me ne sarebbe bastato solo uno più i vari scomparti plasticosi: non stavo scrivendo la Divina Commedia, ma solo tenendo qualche appunto).
Ho sempre tenuto diari di viaggio ma questa volta sono partita cercando di fare un diario video, ed è stato difficoltoso per varie ragioni. La sera avevo una faccia stravolta che non so se ho voglia di mostrare al mondo e mi dilungo come al solito su cose inutili. I pro sono che il video è più rapido della scrittura e se ti viene un pensiero al volo puoi, appunto, divagare.

La finta midori con i suoi vari inserti

prima idea islandese


idee di tappe per la Polonia
sì mi appunto tutto, lo so. 
Altro problema legato all'aereo. La compagnia aerea con la quale avrei viaggiato era la LOT, polacca. Pagare o non pagare per il bagaglio in stiva? Dopo mille pensieri mi sono detta "ehiii, io sono una donna da zainetto in spalla" e così ho optato per lo zaino Decathlon da 20 litri, dimensioni precise da bagaglio a mano. Tutto ciò che non sarebbe entrato, non sarebbe stato indispensabile. La LOT a differenza delle altre compagnie low cost permette di portare un altro piccolo bagaglio a mano con sé, quindi ho portato una microborsetta dentro cui ho messo alcune cose pesanti: guida della Polonia (che non ho usato praticamente per niente, stavolta), ebook reader, finta midori (l'agendina di cui sopra) e cellulare. Nonché documenti e varie ed eventuali.

Per lo zaino ci sarebbe stato tempo di fare le prove. Massimo 8 kg e io avrei portato la mia macchina fotografica e almeno un altro obiettivo oltre al 18-55. Più vestiario, più varie ed eventuali.

Una volta decise le microtappe (14/8 primo giorno a Varsavia, con notte passata lì, giorno seguente 15/8 treno per Białystok da cui poi prendere bus per Białowieza, 16/8 visita alla foresta, e notte passata lì, 17/8 viaggio a Lublino. Da lì in poi scialla a Lublino con ritorno il 20 a Varsavia. 21/8 ritorno), hoo prenotato i vari treni e alberghi.

Per gli spostamenti con il bus da Białystok a Białowieza ho usato questo sito: https://en.e-podroznik.pl/

Per i treni, il sito dei trasporti polacchi: http://rozklad-pkp.pl/en

Per gli alberghi, come d'obbligo, Booking.

Il biglietto del bus per andare da Torino Porta Susa a Milano Malpensa fatto sul sito della SADEM.

Una volta acquistati i biglietti del treno per i tragitti interni, il biglietto aereo, aver prenotato gli alberghi, eccetera, mi sono potuta rilassare. Pronti per la partenza?

Io non lo ero ancora, ma tutto sommato al 70% era tutto completo. Restava una lista delle cose da portare, la prova peso dello zaino e bhe. Andare. Stay tuned.

Canzone del giorno: Aretha Franklin Respect

04 settembre 2018

Man! I Feel Like A Woman

Perché non mi è venuto in mente prima?

Io ho un solo medico di cui mi fidi, che ormai mi segue da 20 anni. Per la ferita non volevo tornare al S.Anna perché temevo mi conciassero peggio, così domenica ho scritto direttamente al mio dottore.


Buongiorno dottore,
sono Colombo Carla, le scrivo per l'intervento al seno effettuato in data 26/2. Penso abbia saputo che l'esito della biopsia fosse negativo, quindi non c'è niente. Ho avuto però molti problemi con la ferita che ha fatto fatica a rimarginarsi. Inizialmente sembrava che si stesse chiudendo bene poi ha formato della fibrina e ha emesso molto essudato. Mi è stata tolta la fibrina e sono stata medicata. Per un paio di mesi dall'intervento mi sono fatta medicare al S. Anna poi il chirurgo che mi ha dato l'istologico ha detto che mi sarei potuta medicare a casa e che ormai ero quasi guarita. Era il 18 aprile. Da lì la ferita non si è più chiusa, nonostante sotto consiglio di un'amica che lavora in ospedale, io abbia usato anche medicazioni avanzate in argento e coperture per assorbire eventuali essudati.
Il 13 agosto la ferita si è finalmente chiusa, ho messo una medicazione per un'altra settimana, poi ho smesso di medicarla. L'altro giorno si è formata una crosta di circa 0,7 x 0,5 cm che, saltata via dopo una doccia, ha di nuovo riaperto una parte della ferita. Ho messo un normale cerottino ma dopo un po' di essudato ho pensato di scriverle chiedendo se magari fosse il caso di venire da lei a farmi vedere o da un dermatologo. La mia amica ipotizza che sia rimasto un punto interno e che la ferita resti aperta perché spinge da dentro in fuori cercando di espellerlo. Provo anche dei lievi dolori interni che potrebbero confermare questa ipotesi. Per ora lascio la ferita aperta sperando che formi nuovamente una crosta e che guarisca da sola. In caso contrario farò nuovamente medicazioni con garze che mi avevano dato in ospedale (farmactive non aderente). Intanto le chiedo se posso venire a farmi vedere da lei in modo da chiedere consiglio, preferirei non tornare al S.Anna dove sono stata mandata a casa dal chirurgo senza precise indicazioni su come medicare (anche se le infermiere sono state molto brave). Nel caso lo ritenesse necessario però torno da loro.
Le medicazioni fatte finora. A ferita aperta ho usato Acticoat Flex 7 con argento sulla ferita, poi coperture in mepilex xt e cerotto di copertura. Medicazione cambiata ogni settimana. Dal 13 e per una settimana ho usato il Farmactive non aderente. Sempre Mepilex XT come copertura e cerotto sopra. Reggiseno sportivo comprimente sempre tenuto addosso per evitare di muovere il meno possibile. Dal 21 in poi non ho più usato nulla.
Grazie

Inutile dirlo che già ieri, lunedì, mi ha chiamata.
"Io non sapevo nulla, non sapevo fosse successo tutto questo Ambaradàn. Le prenoto una visita per mercoledì mattina dai chirurghi del S. Lazzaro, c'è un'unità Breast Unit molto avanzata."

Quindi domani mattina lavorerò per un'ora e mezza e poi mi fionderò in ospedale. Sulla ferita si è nuovamente formata una crosta che cercherò di non bagnare, e probabilmente il resoconto sarà: "A me sembra vada tutto bene".
Ma continuo ad avere doloretti interni e poi, ormai, sono in ballo e balliamo.
Tornare dal medico per me è una sconfitta, lo avevo già scritto, ma almeno è il mio medico. Inoltre mi ha detto che farmi vedere sarà l'inizio della ricerca del mio oncologo qui a Torino. I miei spostamenti non hanno di certo aiutato nessuno. Né me, per quanto riguarda la continuità delle visite, né il mio medico che non capiva mai chi mi seguiva (in effetti non mi ha mai seguita davvero nessuno).

Parlando di cose piacevoli, oggi mi è arrivato il Huawei P20 Pro. Dopo aver tentato un riavvicinamento al OnePlus mi sono accorta che il nostro amore idilliaco si era ormai interrotto dopo il furto dell'ottimo OnePlus One. E che mi mancava la gestione dell'interfaccia di Huawei e la sua ottima fotocamera.
Oneplus ottimo telefono ma la fotocamera del Huawei è imbattibile.
I colori delle foto con Huawei sì, sembrano più slavati ma sono più veritieri. Oneplus li carica troppo, in più sbaglia spesso la messa a fuoco. Inoltre mi mancava terribilmente il bianco e nero Huawei. Fa delle foto contrastate come piacciono a me, e permette di fare ottime fotografie al volo.
Insomma ho speso dei soldi ma direi che è il minimo, e in questo periodaccio non voglio farmi mancare niente.


Torniamo con le canzoni del giorno, ed eccola.

Shania Twain Man! I Feel Like A Woman