Visualizzazione post con etichetta disagio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disagio. Mostra tutti i post

26 maggio 2024

I biscotti della discordia

 Dopo il fantomatico digiuno ho deciso di proseguire con la dieta chetogenica, più comunemente chiamata keto. Questo mi ha permesso di mangiare e sentirmi sazia senza prendere un grammo. Sono entrata in vestitini e gonne che non mettevo da secoli. 

L'unica rottura è evitare i carboidrati: #sapevatelo, sono ovunque. Si nascondono in tantissimi piatti e quando si va a mangiare fuori navigano in vari composti incogniti dai nomi più variegati, come salsa dello Chef, sughetto ai mirinzetti spaiati, contorno di pura fantasia primaverile. Lo zucchero, nemico numero uno, è in quasi tutte le salse (senza le quali i piatti cotti della cucina fusion dei finti ristoranti giapponesi non avrebbero più sapore). 

NON SI DOVREBBE FARE UNA KETO FAIDATE, i vari gruppi di fissati impongono.

Esattamente quello che ho fatto, seguendo il mio diktat Sii ribelle - ma solo sulle cose inutili, of course.

Dopo il digiuno e cominciata la keto, il buon Cliff deve aver notato il cambiamento e, conoscendo la mia sensibilità sulla forma fisica, non lo ha esplicitato. Ma ha inziato anche lui la sua guerra silenziosa contro i carboidrati (perdendo svariati kg).

Questo lungo preambolo era necessario per raccontare l'assurda serata di ieri in cui ho lasciato Cliff ai fornelli per fargli preparare una luganica alla piastra con contorno di friarielli mentre io mi dedicavo alla preparazione dei biscotti per fare un tiramisù.

Ricordate la guerra ai carboidrati?

Non potevo usare i classici savoiardi, ma nella keto sono permesse farina di mandorle e farina di cocco, nonché dolcificanti (con parsimonia, il famoso eritritolo che Cliff chiama sempre tritolo). E mentre lui armeggia ai fornelli, io accendo il forno e comincio a mescolare gli ingredienti.

Se c'è una cosa che non faccio mai, è pulire il forno. È un compito che lascio volentieri ad altri (ma vivendo da sola non serve continuare per spiegarvi le sue condizioni). Purtroppo il mio forno contiene vari caduti in battaglia di mozzarelle sciolte e precipitate sul fondo da pizze precotte, formaggi colati, impasti spalmati e ormai carbonizzati in una sorta di crosta nera e dura che non saprei neanche come levare. Ed è per questo che quando lo accendo lui mi ricorda di pulirlo sbuffando un fumo grigio e denso che mi costringe ad aprire la finestra e chiudere la porta che dà verso la camera da letto.

Avendo una sola aria succede a volte che mi capiti di aprire l'unica finestra opposta a quella che dà sulla strada, che però è sulle scale. Tutto abbastanza bene, finché con la coda dell'occhio non vedo un lampeggiante blu dalla finestra della cucina, sulla strada.

Vivo in una zona molto trafficata e le ambulanze sono non all'ordine del giorno, ma all'ordine del minuto. Così confesso di non aver prestato attenzione alla sirena che si era fermata poco prima appena sotto casa. Pensavo che qualcuno si fosse sentito male nel palazzo, così mi sono affacciata e ho visto questo:


Un secondo per fare due più due.

Forno con residui e fumo, molto fumo. Finestra aperta sulle scale. Fumo per le scale. Pompieri che arrivano con sirena accesa.

Il tempo di comprendere questo e sento bussare fortissimo alla porta, come se qualcuno stesse colpendo con il palmo della mano e non con le nocche.

Vi lascio il tempo di immaginare la scena, il rumore di gente che parlotta sulle scale, io in ciabatte e minigonna che intanto avevo fatto in tempo a chiudere la finestra che affaccia sulle scale e che vado ad aprire con aria innocente mentre un vigile del fuoco mi incalza "SIGNORA TUTTO BENE A CASA?".

Con aria innocente replico "Probabilmente siete accorsi per colpa mia, stavo facendo dei biscotti ma il forno fa un po' di fumo perché ci sono dei residui".

Entrano in due, confermano il fatto. Cominciano a spalancare lo spalancabile (in tutto questo Cliff chiuso in bagno perché non stava bene). Spostano il portascarpe per aprire la seconda anta del portone, mi chiedono le chiavi per aprire il balconcino per le scale. Mi chiedono i documenti e compilano un verbale "Mi farete una multa?"

"Certo le arriva poi il conto a casa." risponde quello.

Il secondo pompiere mi fa cenno di no e sorride, io continuo a chiedere scusa imbarazzatissima e non sapendo che fare chiedo se vogliono un caffè. Sono realmente mortificata ma la situazione è così assurda che ho uno strano sorriso stampato sul volto.

Il secondo intanto fa "Non vogliamo usare il sistema di ventilazione elettronica per areare?"

"No, lasciamo tutto aperto. Signora lasci aperto per almeno un'ora, poi però pulisca il forno che qui la gente non sapendo cosa era successo si è preoccupata" - sorride - "Vede cosa succede a fare i biscotti?".

La gente intanto ammassata per le scale chiede "Ma cosa è successo?".

Il pompiere esce: "Tutto a posto, la signorina ha bruciato la cena"

Chiacchiericcio "Oh che peccato". Continuo a scusarmi, se già potevo non stare simpatica per la mia tendenza a non socializzare e il mio aspetto da punkabbestia integrata in società, ora è definitiva la mia esclusione anche dai saluti imbarazzati in ascensore.

I pompieri vanno via e mi lasciano sola a riflettere sull'accaduto e sento per le scale residui di vociare:

"Ma chi è? Son giovani?"

"Sì son giovani (grazie), quella con i capelli viola, no blu, ha i capelli blu"

"Eh succede".

Fine della cena: io e Cliff (finalmente uscito dal bagno) che non riusciamo a smettere di ridere, con finestra e porta d'ingresso spalancate.

Oggi però mi sono sentita un po' una cacca pensando a quanto gli altri inquilini possano essersi preoccupati, così ho finalmente deciso di pulire il forno (nei prossimi giorni) acquistando un prodotto apposito:


Sempre che, prossimamente, abbia ancora una casa.

26 gennaio 2022

Il mio piccolo miracolo tardivo di Natale

(L'assistenza di) Trenitalia c'è. 

Sarò breve in questo piccolo post prima di tentare di riprendere in mano questo mio blog.

Sto preparando molte cose, alcune in bozza da secoli (almeno un anno), altre invece nuove.

Non che abbia questo gran pubblico, ma mi sarebbe spiaciuto perdere la mano, nella scrittura, sulla tastiera, davanti a questo schermo che c'è (ed è forse l'unica cosa fissa della mia vita) dal 2006 ad oggi.

Questa, in realtà, voleva essere una piccola recensione positiva per (rullo di tamburi) l'assistenza di Trenitalia. Eh sì, se ne dicono peste e corna, i treni sono sempre in ritardo ma che volete, questa volta hanno tirato fuori il jolly e non potevo far finta di niente.

Voglio dire, dopo tutte le imprecazioni di una vita passata sui treni in ritardo, e via di coincidenze perse, addio a ore di sonno, ci stava una nota positiva.

Long story short.

Prendo un treno il 30 dicembre sera per una imprecisata località del centro Italia che tornerà nei prossimi post. In genere prendo un treno notturno. Se posso, con la cuccetta (sì, esistono ancora, e a causa del Covid ora non si possono condividere, quindi nonostante i letti scomodi come panchine di cemento, posso estendere i miei confini spargendo ovunque le mie cose).

Ma ho scoperto questo treno che parte alle 19 e mi permette di arrivare a un orario che se avessi 20 anni meno potrei definire presto. Nel mio caso dirò soltanto che resto sveglia e non perdo la fermata per miracolo, ma va bene.

Ha un unico difetto: uno scarto di 15 minuti per il cambio treno a Roma Tiburtina.

Sì lo so. Pur essendo fedele allo spaghetto volante a volte spero nei miracoli, quelli che ti fanno gridare "Ah ma allora Dio c'è".

E invece.

Appena superate un paio di città mi rendo conto che il ritardo è irrecuperabile, il treno che avrei dovuto prendere a Roma è l'ultimo per la mia destinazione finale e già mi vedevo rubare spazio ai senzatetto romani, sdraiata sopra lo zaino e ricoperta di disinfettante.

Fermo il capotreno.

"Mi scusi, devo prendere il treno per **** a Roma Tiburtina e ormai l'ho perso, sarebbe l'ultimo treno e non so come arrivare a destinazione".

La mia soluzione è semplice. Fermate il treno, farà un po' di ritardo ma che sarà mai.

Questo pensavo, mentre il solerte capotreno in divisa mi avvertiva che sarebbe tornato a breve per farmi sapere.

Già lo immaginavo svanire come neve al sole, un ritorno improvviso di primavera e invece no, torna. Mi chiede i dati, il numero di telefono e il nome, si accerta che io abbia già il biglietto per il treno da Roma a ****, "Ne è sicura?", oddio certo ma ora mi fa venire il dubbio, mi faccia controllare.

"Allora faccia così, scenda a Roma Termini, la chiameranno e le diranno cosa fare"

Cioè in che senso cosa fare, e se non mi chiamano che faccio?

"No no la chiamano, c'è l'assistenza a Termini, le diranno come proseguire il viaggio"

Io, sola a Termini, abbracciata a uno zaino e ricoperta di disinfettante.

 - Ma no vengo a Roma a prenderti - 

 - Diamogli fiducia e vediamo che succede - 

 - Ma che scherzi? A Termini da sola? No no io vengo a Roma - 

In che senso 'come proseguire il viaggio'

"Eh le chiameranno un taxi"

Un taxi? Non mi fido molto di questa soluzione. Non potete chiedere di far aspettare l'altro treno?

"No signora, i treni non aspettano"

Mentre pensavo alla solennità di questa frase e a come starebbe bene come epigrafe sulla mia tomba dopo una notte passata a Termini, squilla il telefono.

"Buongiorno, parlo con *****? È l'assistenza Trenitalia di Termini, ho bisogno del codice prenotazione del biglietto da Roma a *****, quando arriva a Termini viene al nostro sportello e le chiamiamo il taxi"

Ma quindi non devo pagare niente?

"No no le diamo il voucher"

Quando arrivo a Termini ci metto un po' a trovare il gabbiotto ma eccolo, povere, due ragazze che avrebbero dovuto smettere di lavorare a mezzanotte e invece mi hanno dovuta aspettare. Mi chiamano il taxi, mi dicono dove aspettarlo (via Marsala, davanti al caffè Trombetta) e non faccio in tempo a uscire dalla stazione che bhe, eccolo, è già lì.

Mi piazzo seduta dietro (è deciso, anche se non parte io resto qui) e vedo che il tassista ha un po' di difficoltà a inserire il codice del voucher nel loro sistema. Chiama la centrale e dopo un'attesa infinita (e io già mi ero quasi pentita di non essermi fatta venire a prendere) gli dicono che non serve inserire il codice, che dovrà chiamarli a corsa terminata per comunicare l'importo e sarà rimborsato.

Si parte.

Il viaggio dura più di un'ora, per di più il tassista riceve anche la chiamata di un amico che chiede di andarlo a prendere (non ce lo chiediamo mai, ma com'è la vita del tassista? Quando è di turno gli amici lo chiamano? Si fan venire a prendere? Si sbronzano perché sanno che c'è chi li riporta a casa? Eh? Eh?) e più di una volta, con lievissimo accento romano, gli fa presente che non può, che sta portando una cliente fuori Roma, "ma ti aspetto" (immagino gli dica) - "Ma guarda che ci metto un sacco, fai prima a chiamare un altro taxi".

Quando arrivo guardo il tassametro, 150 euro.

Saluto il tassista e mi scuso, del resto a causa mia ha guidato un sacco e lui "MACCHÉ IO ME SO' FATTO LA GGIORNATA CO 'SSTA CORSA".

E mentre corro svelta verso il futuro, abbracciando quasi il nuovo anno, penso che sì, Dio magari non c'è ma l'assistenza di Trenitalia per una volta c'è

02 luglio 2019

La svolta a sinistra

Sottotitolo:
Come perdere la pazienza cercando di non far perdere una signora.

Ho le cuffie, sto bene. Sono appena stata dal parrucchiere. I miei capelli erano un disastro, dovevo decolorare solo la radice ma la decolorazione ha fatto un po' quel cazzo che gli pareva, decidendo di colare anche sulle punte e lasciandomi un paglierino che non ha più nulla a che vedere con l'allegro crine.
I Rammstein mi tengono compagnia.

Arriva il 49.
Du hast.

Trovo finalmente posto.
Sonne.

Una signora chiede a un vecchietto dove si trova corso Novara. La signora sembra totalmente sperduta, siamo quasi in Barriera di Milano e quando lei afferma di non essere mai stata da queste parti, il vecchietto con fare da cowboy sentenzia Qui è il Bronx.
Chi ci abita afferma la comodità di non dover cercare spacciatori per nessun tipo di sostanze, a volte basta fermarsi sul portone di casa o se sei più fortunato, scendere un piano.

Mi tolgo le cuffie.
Ci troviamo di fronte a un impasse. La signora vuole andare in corso Novara, e vuole scendere alla prima fermata di corso Novara ma ciò che non sa, e che il cowboy non riesce a spiegarle, è che il 49 percorre Corso Novara - quindi scendere in corso Novara diventa un po' vago.
Signora dove deve andare?
In corso Novara.
Sì ho capito, ma il 49 è già su corso Novara.
Devo andare in via Candelo, mi hanno detto di scendere alla fermata Corso Novara.
Sì, signora ma corso Novara è lunga. Mi faccia controllare. 
(estraggo lo smartphone, imposto Google maps, mi oriento col cielo, sgozzo un gallo nero e faccio un cerchio di sale).
Allora signora, il bus va sempre dritto. Quando girerà a sinistra deve scendere. È la prima fermata dopo aver svoltato a sinistra.
Oh grazie grazie.

Il bus procede dritto.
Devo scendere?
No signora. Quando gira.
Le strade a Torino sono parallele e perpendicolari. Puoi raggiungere quasi ogni punto andando sempre dritto e girando a sinistra o a destra. Impossibile perdersi.
Devo scendere?
No signora, quando gira.

Il bus continua le sue fermate.
Devo scendere?
Signora glielo dico io quando scendere (già trema la palpebra). A un certo punto il bus si immetterà sul controviale a destra e poi girerà in via Bologna, e lì deve scendere.

Altre due fermate.

Scendo?
Mi sento un po' austroungarica e mi guardo attorno per capire se sbaglio qualcosa nel mio modello comunicativo. Dovrei sembrare una cazzo di punkabbestia ma evidentemente ho un aspetto rassicurante. Forse dovrei scollegare le mie eleganti cuffie bluetooth Marshall, scostare i capelli colorati freschi di taglio e piega dal parrucchiere [con trattamento idratante, please] e guardarla dall'alto dei miei costosissimi tatuaggi per farla a sentire a disagio.
No.
Sospiro.
No signora, guardi, ecco è la prossima.
Sorrido felice.
E quindi scendo?
Sì.
Sorrido.
Grazie eh? Grazie tante.

Mi rimetto le cuffie, posso tornare a isolarmi dal mondo.

Diamant.
Poesie.

09 novembre 2018

Ich Will

Oggi mi hanno commissionato un post. Ed è buffo perché chi me l'ha commissionato non potrà leggerlo, perché non ha il link a questo blog.
I miei colleghi si divertono parecchio con le mie storie, composte da stalker, maniaci, (dis)avventure.
Stavo appunto ricordando loro del vecchio che ha toccato, sul bus, l'unico rettangolino di pelle nuda del mio corpo, ovvero il ginocchio che spunta fuori dai jeans strappati.
Il che ha causato ilarità perché non è l'unica cosa che mi è capitata. Ogni giorno porto in scena le mie avventure e oggi mi è stato detto "Dovresti scrivere un libro".
Me lo dicono spesso, ma in realtà anche se per qualcuno scrivo bene, io mi sento un po' caghereccia.
Sicuramente Moccia scrive meglio di me.
E ci fa i soldi, mortacci.

"Bhe io ho un blog, da 12 anni"
"Davvero? Vogliamo il link"

Certo che no, perché parlo anche del lavoro, di alcuni colleghi, dei fatti miei, e non si sa mai in che mano a chi potrebbe capitare il link.

"Eddai"
"Non se ne parla"

Qualche settimana fa sono andata a vedere una partita di volley con un mio collega. Purtroppo a entrambi piacciono i maschietti, quindi nemmeno da dire "Oh Carla finalmente sei uscita con qualcuno". Nein, nada, nisba. Ma mi sta simpatico e condividiamo l'odio per il Natale e per il mondo in generale. E ci piacciono i maschietti, appunto come dicevo.
Non condividiamo affatto la sua smodata passione per la pallavolo.
"Carla, ti sei iscritta al fantavolley?"
"Avevo da fare"
"Cosa c'è di più importante del fantavolley"
"Mi dovevo tagliare le unghie dei piedi"

Però una volta siamo andati a vedere insieme una partita: un altro mio collega, che ho scoperto essere il direttore sportivo della squadra, ci ha dato i biglietti scontati a un euro.
"Uh che bella cosa, e come mai la pallavolo come sport per fare il direttore sportivo?"
"Bhe a me non interessa, volevo solo vedere culi"
(è stata la prima frase che ci siamo scambiati, potete immaginare la mia reazione a riccio immediatamente successiva).

"Sì ma Carla devi fare il tifo se vieni"
"Guarda se c'è una cosa che so fare, è fare casino"

Ed è vero, sono andata a vedere diversi eventi sportivi di cui mi importava marginalmente (leggi: "me ne battevo altamente la ciolla") eppure sono stata l'unica udita a chilometri di distanza.
Ho rotto il clacson della mia vecchia Y10 Fila facendo carosello non ricordo nemmeno più per quale squadra di calcio (e io detesto il calcio).

Così andiamo a vedere questa partita e resto subito sconcertata, non esiste più il cambiopalla.
"Eh Carla, sono 20 anni che non c'è più il cambiopalla"
Nel frattempo ho già scordato le due regole che mi ha insegnato.

Così ecco, lui, proprio lui, mi dice "Dai, perché non parli di ToroFurioso?"
Esiste un nuovo sex symbol in azienda. E' eterosessuale, ha un bel viso, una bella voce, ma troppo grossino per me.
A lui invece piace un sacco.

Sarà forse per l'aspetto da ispanico, o per quello sguardo profondo, lo ha ribattezzato ToroFurioso. Ogni volta che passa, sbuffa dalle narici e accompagna questo suono con la frase "Senti come sbuffa il nostro Toro".
Così finisce che lo guardo più io di lui, e sicuramente penserà male, e potrebbe essere uno dei miei racconti fatti alle colleghe nel breve-medio termine.

"Però lo vedo sempre con una sciacquetta al bar" mi aggiorna.
"Uh no mi sa che ha una relazione a distanza" replica la collega alla sinistra "perché lo becco sul bus ed è sempre al telefono che parla".
Io sto nel mezzo e confermo il completo disinteresse per il soggetto. Solo quando ci passa davanti sgomito verso il collega "Guarda, c'è il tuo Toro"
E lui sbuffa. Sempre.

Anche io sbuffo oggi, perché sono anni che vorrei andare a vedere i Rammstein a Berlino e da ieri a oggi i biglietti sono soldout e ho addosso una frustrazione che non si spiega.
Ci volevo andare, ma andare da sola ai concerti è una cosa che mi mette tristezza e dato che faccio già una marea di cose da sola... ecco.

Ich Will.

05 novembre 2018

Il mio fiume in piena

Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.

Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.

È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.

Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.

Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".

Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.

Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.

Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.

Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.

Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.

È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"

Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare.
STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."

Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.

Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.

Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.

Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre

Serracapriola (FG)

A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)



Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)





Canzone del giorno: Daniele Silvestri Ma che discorsi

30 ottobre 2018

Il mio anno sabbatico

E comunque ogni tanto ci perdiamo un po', ma tu non devi mai mai dimenticare:
- che ti voglio bene
- che mi devi ancora presentare il tuo amico entomologo!
Leggo questo messaggio col sorriso sulle labbra. Me l'ha scritto l'amico libraio, complice di una chemio condivisa, segno di un'amicizia profonda che nulla può scalfire. La condivisione di un trauma così grande porta a un legame indescrivibile. Come le ife fungine che collegano gli alberi di una foresta, possiamo restare distanti e comunque sempre uniti.

La battuta dell'amico entomologo è presto spiegata. In realtà loro si sono conosciuti, un sabato, al Balôn. Ma chissà come mai, quell'oretta in cui siamo stati insieme io l'ho eliminata. Ricordo che Leonard, l'entomologo, ha conosciuto la mia collega, ricordo che l'amico libraio ha conosciuto la mia collega e un mio collega (che è andato via prima dell'arrivo di Leonard), ma la stretta di mano tra i due è stata dimenticata. Persa nei meandri della mia memoria, in uno dei buchi che è la groviera della mia mente.

Così un sabato ho detto a Leonard "Ti devo presentare il mio amico libraio"
"Ma guarda che l'ho conosciuto"
"E quando?"

Fosse stato solo questo.

Sempre sabato:
"Ti devo presentare il mio amico entomologo"
"Ah, ma conosci solo entomologi tu?"
"No, perché?"
"Dai quello che mi hai presentato al Balôn"
"Ah ma è lui, quindi l'hai conosciuto!"

E nonostante tutto, sempre quel sabato, con Leonard
"No, ti devo presentare il mio amico libraio, è una persona in gambissima"
Mi guarda come se stessi scherzando. "Ma sei seria?"

E via così.

Leonard è paziente con me, ma anche l'amico libraio. Anzi devo dire che tutti i miei amici sono molto pazienti con me, con i miei sbalzi di umore e di memoria. Non sono obbligati, semplicemente lo fanno perché mi vogliono bene e sanno che non sono emotivamente stabile, ma questa instabilità mi porta anche picchi in cui amo il mondo, amo loro, e glielo dimostro come meglio posso. Dopo quegli up possono sopportare i miei down che, devo dire, ormai non esterno nemmeno più troppo.
Perché non voglio pesare su nessuno.

Se c'è una cosa che ho imparato a fare, quando conosco qualcuno, è mettere le cose in chiaro: "Io sono impegnativa, ma do' anche molto". Fatta questa premessa le persone sono libere di scegliere se continuare a seguirmi su quell'ottovolante che è la mia vita emotiva oppure fermare la giostra e scendere.

***

I mesi passano, so che dovrei sentire l'ospedale per la mia visita annuale, ma non ho cuore. Sono stanca. E se solo per quest'anno saltassi? Solo un anno: un anno di pausa dalla mia malattia, poi l'anno prossimo ricomincio. Prelievi, mammografia, ecografia tiroide, ecocardiogramma, visita dei nei.
L'anno prossimo, giuro, mi faccio ribaltare come un calzino, faccio anche la visita proctologica nonostante non serva, giusto per aumentare il disagio. Ma quest'anno, vi prego, almeno quest'anno, facciamo finta che io non abbia mai avuto niente.

Ho già le mie cicatrici a ricordarmelo quotidianamente.

Canzone del giorno: NOFX I Wanna Be Your Baby

17 giugno 2018

La mia fiducia nel mondo

Estate.
Tempo di gambe scoperte e di furti di smartphone.
Era luglio l'anno scorso, un dopocena, esco di casa per andare da Gigi: forse per guardare un film, non ricordo.
Porto anche un pezzo di torta con la sua bella confezione di cartone.
Ti passo a prendere?
Ma figurati, prendo il bus.
Con le mie cuffione colorate di blu, il mio affezionatissimo Oneplus One in mano che proprio quel dicembre avrebbe compiuto 3 anni, l'unico telefono di cui io sia stata pienamente soddisfatta, le dita incastrate nelle apposite fessure del contenitore di cartone della torta nell'altra mano mi avvio.

Il 57 però è a corsa limitata, quindi dovrò fare un pezzo a piedi, tenuto conto che era un po' che stavo aspettando, decido di prenderlo comunque.

Scendo e attraverso una zona non proprio bella. Da quando sono qui sono stata sgridata diverse volte perché giro a piedi passando anche in zone particolari ma mi sono sempre sentita abbastanza tranquilla.

Sono ormai in via A. e incrocio un ragazzotto sulla mia sinistra che in un istante mi strappa via di mano il cellulare e corre via.
Rimango interdetta.
Un ragazzo dal balcone mi urla di andare verso il parchetto. Ma poi? Lo raggiungo e poi?
Gli chiedo se per cortesia mi rida' il cellulare? Guarda fammi fare un backup delle foto e poi domani te lo rendo. Seriamente oh.
Arrivo a casa di Gigi, entro e tutta agitata esclamo
Mi hanno rubato il cellulare.
Ma dove?
Qui sotto.
Imbraccia il suo marsupio Andiamo
Ma andiamo dove? Ascolta fammi usare il pc che lo cerco e lo blocco.
Android ha la possibilità di trovare il telefono usando la geolocalizzazione (Ma perché la tieni attiva che consuma un sacco di batteria? Ma perché blocchi il telefono? Ecco perché) e in effetti il telefono si trova in un palazzo non troppo lontano.
Andiamo
Ma andiamo dove? Gigi stai calmo. Cosa facciamo? Citofoniamo a tutto il palazzo chiedendo dove tengono il telefono? Pace, è andata, calmati.
È paonazzo in viso. Gigi è molto protettivo nei miei confronti. Fa avanti e indietro in casa.
Non se ne capacita, forse si sente un po' in colpa. Cerco di tranquillizzarlo per quanto posso.

Sistemo il mio vecchio Nokia N70 e lo uso con gli SMS, adorabilmente vintage. Poi acquisto lo smartphone migliore con il budget che ho, il Huawei P9.

(Quasi) estate.
Tempo di gambe scoperte e furti di smartphone.
Era ieri, vado alla fermata del bus per avvicinarmi al centro e fare un po' di foto al Torino Pride ma del bus non c'è traccia. Molti sono stati deviati per l'evento e gli orari dei passaggi non sono propriamente aggiornati. Penso che c'è il sole, e non è male passeggiare fino in piazza Sofia per prendere il 18.
Cellulare in mano (per un periodo non lo tiravo nemmeno più fuori dalle tasche o dalla borsa ma ultimamente ho attraversato anche zone particolari e non è mai capitato niente. Vedo le altre persone tranquille e ho riacquistato la mia fiducia nel mondo), cuffie nelle orecchie e in compagnia dei Megadeth mi avvio per piazza Sofia. Prima di arrivare al ponte sulla Stura incrocio due persone, non le vedo bene in viso ma mi seguono con lo sguardo e dicono qualcosa, anche se non penso siano rivolte a me.
Non ti voltare Carla, non è niente. Non ce l'avevano con te.
A circa metà del ponte sento una mano estranea sulla mia mano destra. Mi volto e cerco di tenere il telefono anche con la mano sinistra. Lo guardo bene in volto. Occhi chiari, capelli rossicci e ricci, magro, alto, pelle rossastra. Mi strappa il telefono dalle mani e corre via, velocissimo.
Una gazzella. Lo perdo quasi istantaneamente di vista.
Potrebbe avere preso il sentiero dentro il parco Colletta o avere girato per lo stradone che porta al curvone delle cento lire. Non penso di avere perso di nuovo un telefono. Penso alla mia cartella con le foto dell'intervento, di quando ero in ospedale con C. Non ho sue foto e anche se lì non si vede perché è voltato mentre dorme sulla sedia, stanco, appoggiato al muro, è l'unica foto che ho. Penso alle foto del seno ferito che stavo seguendo medicazione dopo medicazione per vedere i progressi, tutte in una scheda esterna e facilmente accessibili. E in un istante mi prende lo sconforto. Non mi interessa dover spendere dei soldi (anche se scarseggiano sempre) per un nuovo telefono, ma ho smarrito tutto il resto.

Ho una rabbia, sto girando per casa come un pazzo.

La mia fiducia nel mondo, nelle persone, che sento sta venendo a mancare.
E quel silenzio, così pesante, come l'assenza delle immagini che non potrò più guardare.

28 maggio 2018

La presunta morte di un ragno

Nota: mi piace un sacco quando mi citi, accenni a me, mi sento davvero vicino :))) e orgoglioso :))
Sono curiosissimo del perché hai litigato con ****.
Anche se un sospetto ce l'ho...
Ha parlato male del Partito, vero compagna Colombaskjy?
Mi trucco da quando ho 14 anni, incitata da una mamma che da giovane era bellissima.
"Truccati che sembri una morta".
Il fondotinta ho cominciato a usarlo molto tardi, forse a 25 anni o dopo. In maniera continuativa dai 30 anni in poi.
Ma CapAtzei, di cui parlerò in altro post, mi ha consigliato di liberarmi. "Secondo me stai bene", disse lui, trentenne con occhiaie da cinquantenne, filosofo appassionato di entomologia, colui che mi vendette i ragni a EntoModena ma sta a Torino, il che mi poteva risparmiare (forse) un viaggio.
Così domenica comincio, "Ma stai bene!" incalza CapAtzei, e io invece mi sento nuda e vorrei sotterrarmi.
Ma il peggio è stato stamane.
Io smetto di truccarmi quando sto male. Divento trasandata.
Stamani il mio cervello è entrato in un loop pericoloso. Mio dio che brutta senza trucco. Se non mi trucco è perché sto male. Allora sto male davvero.
E quindi sono andata al lavoro tutta stonata.
Senza contare che la mia postazione, vicino al mio compagno di banco e collega già nel 2007 era occupata.
Nel cercarne un'altra mi sono sentita regredire a quella sensazione di non accettazione che mi accompagna un po' da sempre, dovuto al mio desiderio di essere diversa dalla massa e dalla reale resistenza che le persone provano per me. Una ragazza, vedendomi in difficoltà, mi dice "Dai siediti qui, tanto sembra occupato ma è un posto libero". Mi sgombra la postazione di fronte alla sua e comincio a lavorare.

Accanto a me si siede una ragazza che in teoria fa lo stesso mio secondo lavoro. Colleghe destinate a non vedersi come in Lady Hawk, perché abbiamo i turni invertiti. Ma non so se lei ha lasciato l'altro lavoro, perché non va più, e fa straordinari in questo lavoro (sì lo so, non so come gestire i nomi di questi due posti, quindi beccatevi questo post scritto malissimo)... Fatto sta che da quando ha capito che lavoro con lei anche in quest'altra parte di mondo mi tratta come un'appestata.

L'altro giorno si è avvicinata con fare un po' snob e ha incalzato "Non so se te l'hanno detto ma quando fai questa cosa devi chiedere la mail perché blablablabla e poi mi becco io questa tizia incazzata che era anziana e non ha capito che blablabla..."
E niente, io l'avevo accanto.
E mi ha salutata con un ciao strascicato, come se fosse in lotta col padre e la mamma l'avesse obbligata a salutarlo perché è così che fanno le brave bambine.

In tutto questo io continuavo ad avere la faccia come schiacciata da un tir.

Ricorderò questa giornata soprattutto per un fatto che boh, non capisco. Pare che uno dei due ragni sia morto.
Era avvolticciolato nella sua ragnatela e sembrava facesse la muta. Ma da quella muta sembra non essere mai uscito o avere avuto problemi. Così ecco, sono un po' triste. Mi chiedo se l'ho curato poco, se avesse avuto bisogno di più umidità, di più cibo vivo. Confido ancora nel fatto che esca da quella ragnatela così accuratamente preparata, anche se non si muove, anche se sono troppi giorni che sta lì. Intanto gli ho messo le Drosophile, l'ho umidificato spruzzando un po' d'acqua.

Ho tolto le uova di lumaca dal terrario per seppellirle nei prossimi giorni nel giardino dietro casa e impedirmi di avere la casa invasa da lumachine e ho cercato gli onischi nel terrario (reperiti 3 su 13, spero che gli altri siano belli arrotolati e nascosti).

Quindi sto male perché mi vedo trasandata, ma anche se potrei stare meglio con un semplice tocco di mascara, preferisco rompere gli schemi (ma soprattutto le palle) attraversando questo disagio.
E spero che il ragno sia vivo.

E ultimo ma non meno importante, anzi, forse finalmente la mia ferita sta guarendo. Grazie a RagnoB che ha chiesto consulto per me, e mi sta aiutando a medicare meglio la ferita.

E cerco di tirarmi su montando uno stupido video.