Le cose più belle sono spessissimo nascoste alla vista degli occhi di tutti. Il che le rende ancora più belle, perché al loro fascino si aggiunge quell'alone di mistero che le rende più preziose.
Cosa consigliare alle persone che vengono in visita a Torino? Finora i miei consigli sono sempre stati i soliti: la passeggiata sotto i lunghi portici fino al Po, la scalinata di Palazzo Madama, il museo egizio che vanta il primato di essere il secondo al mondo dopo quello de Il Cairo, la Mole Antonelliana col suo museo del cinema e il suo ascensore trasparente, il santuario de La Consolata, di fronte al quale potrete assaggiare il vero Bicerin, se ancora vi avanza tempo la Gran Madre di Dio, chiesa a pianta circolare, e il bellissimo Parco del Valentino col suo Borgo Medioevale (ricostruito ma pur sempre caratteristico).
Ovviamente a questo si possono aggiungere altri musei famosi, come la GAM (galleria d'arte moderna), Il MAO (museo di arte orientale, ancora mai visitato) e se avete i mezzi la Palazzina di Caccia di Stupinigi e la Reggia di Venaria Reale.
Torino ha tante cose da offrire ma nessuno lo sa perché molti hanno in mente l'idea di una città triste e grigia, un'accozzaglia di fabbriche che poco ha da mostrare al turista curioso.
Torino ha però un museo che vale la pena vedere se avete tre ore del vostro preziosissimo tempo, e vi assicuro è una cosa che non vi deluderà.
Giovedì mattina siamo partiti alla volta di Torino e siamo tornati a casa solo oggi... Mi piace quando posso fare la turista a Torino, mi godo le cose che da lavoratrice non mi sono mai goduta e riesco a non dare per scontato nulla. Così pian pianino mi sono salvata tra i preferiti del browser i siti dei luoghi che mi piacerebbe visitare a Torino. Nella sera tra giovedì e venerdì sono andata a riguardarmeli e ho trovato questo sito. Ma, cosa ancor più interessante, ho trovato questo.
Date le mie attuali letture sulle istituzioni totali, l'idea di visitare un ex-carcere era un'idea troppo allettante. Così l'ho proposto a Fry che non sembrava molto entusiasta, ho poi scoperto perché: era convinto che nulla potesse essere più interessante delle prigioni delle Stasi, visitate a Berlino, ma si è presto dovuto ricredere.
Due parole sul museo "Le Nuove".
Il carcere (appunto "Le nuove") si trova a poco più di un chilometro di distanza dalla stazione di Torino Porta Nuova, ed è praticamente di fronte al palazzo di giustizia: quindi facilissimo da raggiungere per eventuali turisti. Per altre informazioni dettagliate vi consiglio di dare un occhio al loro sito, ma intanto vi posso dire che nel museo ci sono due percorsi. Quello relativo al carcere vero e proprio e quello relativo al ricovero antiaereo. I percorsi costano 6 euro l'uno e non c'è possibilità di un biglietto cumulativo. Esiste una sola visita guidata, al giorno, per il carcere da lunedì a sabato alle 15, mentre la domenica si aggiunge anche una visita alle 17. Per il ricovero antiaereo ci sono visite guidate solo sabato e domenica alle 17.15 ed è necessario prenotare (dato che il numero massimo di partecipanti, per motivi di sicurezza, è di 15 persone). La visita al carcere dura circa due ore, quindi sabato è possibile (come abbiamo fatto noi) combinare entrambe le visite.
Il museo è gestito da volontari ed è quasi sconosciuto. La cosa stupefacente è che la struttura, anche se dedicata ad essere museo, è fatiscente e assolutamente genuina. A differenza di altre strutture di internamento (ad esempio i campi di concentramento, ormai divenuti dei musei con installazioni artistiche e vetrinette contenenti oggetti vari) le celle sono celle, le gabbie sono gabbie, i portelloni di metallo sono portelloni di metallo. La guida è eccellente e saprà spiegarvi la storia del carcere senza mai annoiarvi, arricchendo il tutto con aneddoti (anche ascoltati in prima persona da visitatori anziani che un tempo erano stati internati nella struttura).
Poche cose al riguardo:
purtroppo non si possono fare foto, ed è un peccato perché per me raccontare emozioni senza le foto è difficile. Sappiate che in più di un'occasione vi si stringerà il cuore e vi verrà voglia di piangere a dirotto.
Il carcere è stato costruito intorno al 1860 ed è diventato operativo nel 1867-69. E' rimasto attivo fino al 2003: ha passato due guerre mondiali e periodi di terrorismo.
Uno dei bracci era sotto gestione dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Occhio, partigiani, ebrei e "nemici politici" sono partiti da qui per luoghi meno simpatici (campi di concentamento, i treni partivano dal binario 17 della stazione Torino Porta Nuova) o per una sofferenza più breve, verso il Martinetto, per essere fucilati.
Molti dei partigiani fucilati avevano 20-22-24 anni. Ragazzi. Fucilati. Per la libertà, per il futuro.
E noi?
Stiamo a guardare.
Non dobbiamo dimenticare che durante la seconda guerra mondiale noi ci siamo sporcati le mani di sangue esattamente come i tedeschi.
Mi piacerebbe andare a visitare i campi di concentramento italiani, primo fra tutti la risiera di san sabba.
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22 giugno 2014
Il museo più bello a Torino
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05 dicembre 2011
20 luglio 2011
Libera.
Fruscc, fruscc.
Che rumore fa il vento? Secondo me questo. Fruscc fruscc. C'è pace e quiete e un po' ti invidio. In fondo te non ci volevi rimanere su questo pianeta. Non hai mai dato l'impressione di combattere per rimanere tra noi. Ti sono sempre piaciuti gli eccessi e ora eccoci.
Mi sento un po' in colpa perché è tanto tempo che non passo a salutarti. Potrei addurre mille scuse, ma la verità è che non me la sentivo. Non credo nella vita dopo la morte e mi sono chiesta: cosa vado a fare? A pulire i tuoi fiori finti?
Sì lo so che alla fine l'ho fatto. E ti ho rimesso a posto anche la rosa bianca secca che pare abbia messo Chicco. Te lo ricordi Chicco? Sì lui sta bene, si è sposato e ora vive a Pescara. Ho saputo che è passato a trovarti.
Ci sono un sacco di cose che vorrei dirti.
Più che altro è passato tanto tempo. Sei andato via che mi dovevo ancora diplomare. Bhe sappi che non me la sono cavata male. Dopo il tuo "E' passata appena con la sufficienza" detto a mia sorella quando ti aveva riferito che ero passata per la qualifica professionale con 67, alla maturità sono passata con un bel 91.
Tanto lo so che cosa avresti detto. Quello che dicevi sempre quando prendevo un bel voto, ovvero che da un albero di mele non può uscire una pera. Però mi avrebbe tanto fatto piacere un minimo di sostegno. Una volta ogni tanto, così. Comunque se ti può consolare nemmeno la mamma da' tante soddisfazioni. Dev'essere una cosa del sud quella di non esprimere affetto ai figli, altrimenti ci si sente deboli e vulnerabili. Chissà.
E' passato tanto di quel tempo papà.
Io dopo il diploma ho pensato bene di fare l'università ma è durata poco. Il primo anno, anzi i primi due ho avuto bei voti, ho ottenuto la borsa di studio, ma poi ho lasciato perdere, ho cominciato a lavorare. Io e Chicco ci siamo lasciati lì, credo, al primo anno di università, o al secondo, non ricordo.
Ma cosa ci sto a fare qui, sei lì mangiato dai vermi, non mi starai certo a sentire.
Che pace che c'è qui. Mi piacciono molto i cimiteri, ogni tanto entro in qualche cimitero a caso. E' il luogo dove davvero si pensa "mammamia come riposano in pace".
Ogni tanto penso che mi manchi. Ma solo ogni tanto. Avevi un caratteraccio terribile, sappilo. Vivere con te non è stato facile.
Ma dopo tanti anni ho capito. Non è stato facile nemmeno te vivere così. Fare la vita che non volevi fare, con due figli che probabilmente non volevi avere. E poi la responsabilità di mantenere una famiglia, gli straordinari al lavoro, la salute che insomma. Io lo capisco.
Però mi ci è voluto tempo e non sei in vita perché io possa dimostrartelo.
Che fatica stare qui, coi lucciconi agli occhi, io detesto piangere. Ma qui non c'è nessuno.
Dopo l'università ho lavorato, ho viaggiato, ho amato.
Ho vissuto in altre città.
Questo non mi sarebbe stato possibile se tu fossi stato qui. Me l'avresti impedito, e io mi sarei sentita in colpa perché lo avresti fatto pesare a mamma. O forse lo avrei fatto comunque, chissà. Ora sono a Bologna, sono qui a Torino in questi giorni perché sto dando degli esami per il corso Java che ho seguito in questi mesi. Sta andando anche inaspettatamente bene.
Forse saresti stata orgogliosa di me, forse no.
Qualche anno fa presi anche lezioni di violino. Sai quanto mi piaceva.
Poi smisi, arrivo a un punto quando, bhe sai. Poi smetto.
Il mio insegnante diceva che era un peccato, perché sono portata. Mi dava pezzi più difficili di queli che dava ai miei compagni. E' anche un violinista famoso. Ma smisi.
Era solo per dirti, magari la bravura nella musica me l'hai passata te. Chissà se nel DNA ci sono queste cose. Ora però devo dirti una cosa importante.
Per tutti questi anni mi sono sentita enormemente in colpa nei tuoi confronti. Non sono stata una buona figlia. Non ho dato grandi soddisfazioni. Però ora lo so, non ero io. Non è stata tutta colpa mia. E' vero io non ci sono stata quando sei stato male. Ma durante le mie chemio non sei venuto in ospedale. Forse una volta, forse due. Ma ero sempre io, con mamma e Vi.
Per questo un po' ti devo ringraziare, ho imparato a cavarmela da sola, a non aspettarmi favori. Nemmeno quando ho incidentato: solo due persone si sono seriamente offerte, ma ho rifiutato perché potevamo fare da sole io e RagnoB.
Però volevo dirti, la colpa non è stata tutta mia.
E poi che insomma. Ti perdono.
Ora sei libero, ora sono libera.
Canzone del giorno: Here With Me Dido
Favola del giorno: L'Inverno e la Primavera di Esopo
Che rumore fa il vento? Secondo me questo. Fruscc fruscc. C'è pace e quiete e un po' ti invidio. In fondo te non ci volevi rimanere su questo pianeta. Non hai mai dato l'impressione di combattere per rimanere tra noi. Ti sono sempre piaciuti gli eccessi e ora eccoci.
Mi sento un po' in colpa perché è tanto tempo che non passo a salutarti. Potrei addurre mille scuse, ma la verità è che non me la sentivo. Non credo nella vita dopo la morte e mi sono chiesta: cosa vado a fare? A pulire i tuoi fiori finti?
Sì lo so che alla fine l'ho fatto. E ti ho rimesso a posto anche la rosa bianca secca che pare abbia messo Chicco. Te lo ricordi Chicco? Sì lui sta bene, si è sposato e ora vive a Pescara. Ho saputo che è passato a trovarti.
Ci sono un sacco di cose che vorrei dirti.
Più che altro è passato tanto tempo. Sei andato via che mi dovevo ancora diplomare. Bhe sappi che non me la sono cavata male. Dopo il tuo "E' passata appena con la sufficienza" detto a mia sorella quando ti aveva riferito che ero passata per la qualifica professionale con 67, alla maturità sono passata con un bel 91.
Tanto lo so che cosa avresti detto. Quello che dicevi sempre quando prendevo un bel voto, ovvero che da un albero di mele non può uscire una pera. Però mi avrebbe tanto fatto piacere un minimo di sostegno. Una volta ogni tanto, così. Comunque se ti può consolare nemmeno la mamma da' tante soddisfazioni. Dev'essere una cosa del sud quella di non esprimere affetto ai figli, altrimenti ci si sente deboli e vulnerabili. Chissà.
E' passato tanto di quel tempo papà.
Io dopo il diploma ho pensato bene di fare l'università ma è durata poco. Il primo anno, anzi i primi due ho avuto bei voti, ho ottenuto la borsa di studio, ma poi ho lasciato perdere, ho cominciato a lavorare. Io e Chicco ci siamo lasciati lì, credo, al primo anno di università, o al secondo, non ricordo.
Ma cosa ci sto a fare qui, sei lì mangiato dai vermi, non mi starai certo a sentire.
Che pace che c'è qui. Mi piacciono molto i cimiteri, ogni tanto entro in qualche cimitero a caso. E' il luogo dove davvero si pensa "mammamia come riposano in pace".
Ogni tanto penso che mi manchi. Ma solo ogni tanto. Avevi un caratteraccio terribile, sappilo. Vivere con te non è stato facile.
Ma dopo tanti anni ho capito. Non è stato facile nemmeno te vivere così. Fare la vita che non volevi fare, con due figli che probabilmente non volevi avere. E poi la responsabilità di mantenere una famiglia, gli straordinari al lavoro, la salute che insomma. Io lo capisco.
Però mi ci è voluto tempo e non sei in vita perché io possa dimostrartelo.
Che fatica stare qui, coi lucciconi agli occhi, io detesto piangere. Ma qui non c'è nessuno.
Dopo l'università ho lavorato, ho viaggiato, ho amato.
Ho vissuto in altre città.
Questo non mi sarebbe stato possibile se tu fossi stato qui. Me l'avresti impedito, e io mi sarei sentita in colpa perché lo avresti fatto pesare a mamma. O forse lo avrei fatto comunque, chissà. Ora sono a Bologna, sono qui a Torino in questi giorni perché sto dando degli esami per il corso Java che ho seguito in questi mesi. Sta andando anche inaspettatamente bene.
Forse saresti stata orgogliosa di me, forse no.
Qualche anno fa presi anche lezioni di violino. Sai quanto mi piaceva.
Poi smisi, arrivo a un punto quando, bhe sai. Poi smetto.
Il mio insegnante diceva che era un peccato, perché sono portata. Mi dava pezzi più difficili di queli che dava ai miei compagni. E' anche un violinista famoso. Ma smisi.
Era solo per dirti, magari la bravura nella musica me l'hai passata te. Chissà se nel DNA ci sono queste cose. Ora però devo dirti una cosa importante.
Per tutti questi anni mi sono sentita enormemente in colpa nei tuoi confronti. Non sono stata una buona figlia. Non ho dato grandi soddisfazioni. Però ora lo so, non ero io. Non è stata tutta colpa mia. E' vero io non ci sono stata quando sei stato male. Ma durante le mie chemio non sei venuto in ospedale. Forse una volta, forse due. Ma ero sempre io, con mamma e Vi.
Per questo un po' ti devo ringraziare, ho imparato a cavarmela da sola, a non aspettarmi favori. Nemmeno quando ho incidentato: solo due persone si sono seriamente offerte, ma ho rifiutato perché potevamo fare da sole io e RagnoB.
Però volevo dirti, la colpa non è stata tutta mia.
E poi che insomma. Ti perdono.
Ora sei libero, ora sono libera.
Canzone del giorno: Here With Me Dido
Favola del giorno: L'Inverno e la Primavera di Esopo
La Primavera e l'Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite a trovare la corretta armonia per andare d'accordo. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando compare una deve umilmente ritirarsi l'altro.
Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la giovane signorina Primavera. L'anziana stagione, con quella sua aria sapiente prese a dire: "Mia cara amica, tu non sai essere decisa e determinata. Quando giunge il tuo periodo annuale, le persone e gli animali ne approfittano per precipitarsi fuori dalle loro case o dalle loro tane e si riversano in quei prati che tu, con tanta premura, hai provveduto a far fiorire. Essi strappano i giovani arbusti, calpestano senza pietà l'erba e assorbono ogni sorso di quel sole splendente che, col tuo arrivo diventa più caldo. I tuoi frutti vengono ignobilmente raccolti e divorati e infine, con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace. Invece io incuto timore e rispetto con le mie nebbie, il freddo e il gelo. La gente si rintana in casa e non esce quasi mai per paura del brutto tempo e così mi lascia riposare tranquillo".
La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose: "Il mio arrivo è desiderato da tutti e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare cosa significhi essere tanto apprezzati. E' una sensazione bellissima che non potrai mai provare perché con il freddo che porti al tuo arrivo anche i cuori più caldi si raggelano". L'inverno non disse più niente e si fermò a riflettere. Forse, essere ammirati ed amati dagli altri, poteva anche essere una bella sensazione.
Per ottenere rispetto ed amore non serve utilizzare la forza ed incutere paura invece i migliori risultati si ottengono con la bontà a la sensibilità.
11 luglio 2011
R'acconti
Come forse avevo già accennato, io e BadGuy ci siamo divertiti a scrivere dei racconti su un tema scelto da noi. In questo caso il tema, l'ho scelto io, era la monnezza.
Ed eccovi i racconti:
Carla
Una questione di cestino
E’ difficile spiegare come sono arrivata a questo punto, come sono arrivata qui, in questo ospedale, e perché io mi senta così intorpidita dalla luce che mi viene sparata sugli occhi per verificare cosa poi? Forse il fatto che io sia viva.
I ricordi si intrecciano nella mia mente, come fotografie sfuocate mescolate in un cassetto. E’ troppo difficile riordinare. E’ troppo complicato ricordare. Ma devo provarci.
1° giorno.
E’ il mio primo giorno di lavoro e sono entusiasta. Ci sono immagini non definite ma so per certo che ho cercato di socializzare. E mi ricordo il caffè del bar. Non era buonissimo ma per me i caffè sono tutti uguali. E poi ovviamente la mia scrivania, un po’ isolata dagli altri ma meglio. Nessuno mi romperà le scatole se scarico la posta ogni tanto, se mi infilo le dita nel naso, se scrivo sul blog.
Così mi viene un attimo fame e tiro fuori dalla borsa la mia merendina. Noto però che sotto la mia scrivania non c’è il bidoncino della spazzatura. Cosa buffa, perché nemmeno sotto la scrivania accanto alla mia. Penso che sia normale, in fondo queste due scrivanie prima del mio arrivo erano vuote, così mi alzo alla ricerca di un cestino e lo trovo sotto alla scrivania di M.
M. è l’unico autoctono tra i miei nuovi colleghi, gli altri arrivano tutti da fuori: fa un po’ il boss ma sembra simpatico. Mi chino a lanciare l’involucro del mio pasto all’interno del sacchetto scuro ma ecco che nell’aria avverto qualcosa.
Vi è mai capitato, nel silenzio più totale, di accorgervi di sentire qualcosa, una presenza? E di girarvi e accorgervi che, nonostante il silenzio e la mancanza di altri indizi, quella presenza è davvero lì. E quanta inquietudine quando invece vi voltate e non vedete nessuno alle vostre spalle? Fermate quella inquietudine, fissatela. E’ quella che provo ora. Il silenzio è totale e quando mi volto tutti mi stanno guardando. La mia risatina isterica li scuote un attimo: mi sento in estremo imbarazzo, ma la cosa finisce così. Nessuno ne parla più e ognuno torna alle sue mansioni.
2° giorno.
Non è che ci sia tanto da fare. Quando mi hanno assunta non avevano previsto che ci sarebbe dovuto essere qualcuno ad affiancarmi. Ma non può nessuno perché sono tutti molto impegnati. E io non so cosa chiedere e a chi chiedere. E’ una questione di timidezza penso. Non voglio disturbare, non voglio passare per ignorante, non voglio che uscita da quella porta qualcuno possa pensare male di me. E’ che quando sono nervosa mangio, e non so ancora dove posso buttare la mia spazzatura, dato che continuo a non avere un cestino.
Mi ricordo la strana sensazione provata il giorno prima ma mi convinco che si trattasse solo di una mia impressione, quindi mi alzo e cerco. M. mi guarda malissimo ma non capisco proprio come mai, così mentre passeggio con lo sguardo basso, cercando il famoso unico cestino di tutto l’ufficio, mi sistemo i capelli, eterna fonte di preoccupazione femminili - è il primo pensiero quello dei capelli, quando qualcuno ti fissa.. Peccato che il cestino non sia più sotto alla scrivania di M. “Scusate ma qui c’era un cestino, dov’è finito?”.
Nessuna risposta. Metto in tasca l’involucro della mia merendina e lascio passare quella stana sensazione.
3° giorno.
I miei colleghi sono proprio simpatici, in uno scherzo mattutino mi hanno staccato e scotchato tutti i cavi del pc facendomi perdere un’allegra mezz’ora. Sono qui da molto poco ma mi trovo davvero benissimo. Lo faccio presente anche a loro che mi massacrano di battute e devo dirlo: sono stata davvero fortunata. Appallottolo tutto lo scotch e mi metto nuovamente a cercare il cestino che, oggi, è in un angolino dietro l’attaccapanni, parzialmente coperto dai vestiti. Solo che quando mi ci avvicino succede qualcosa. Qualcuno, che in quel momento si trova dietro di me, mi da’ una lieve spintarella in avanti e per poco non cado. Ma quando mi giro non c’è nessuno. Mi chiedo davvero cosa ci sia legato a questo stupido cestino. Forse una questione di leadership. Per allentare la tensione sorrido a come possa essere possibile collegare questa parola a un semplice sacchetto della spazzatura. Ma ho un piano B.
4° giorno.
Appena arrivata poso la mia borsa sulla scrivania, saluto e vado ai piani alti. Infatti il mio ufficio, o meglio open space, è al primo piano ma al terzo ci sono i supercapocci. C. mi accoglie nel suo enorme ufficio semivuoto. Gli spiego la situazione, del cestino, della strana sensazione, e in un attimo mi sento stupida, si metterà a ridere, penso. Invece mi guarda con aria grave, appoggia la schiena sullo schienale in pelle nera della sua poltrona e unisce la punta delle dita delle due mani in un gesto pensieroso. Poi cambia atteggiamento: “Suvvia, che sarà mai? Si tratta solo di spazzatura. La getti fuori”.
Non conosce la frase “è una questione di principio”, ma che principio può legare spazzatura, ufficio e astio?
Lo saluto e decido di passare a un’altra strategia. In pausa pranzo vado al supermercato qui sotto e compro un bel cestino. Entro trionfante in ufficio portando tra le mani il cestino già corredato di sacchetto. Silenzio.
Lo poso sotto la mia scrivania ed esco a mangiare.
Peccato che, una volta tornata, trovo il mio cestino completamente distrutto. E’ in mille pezzi, e non ho nemmeno idea di come possano essere riusciti a ridurlo così. Non so come mai ma mi sento così frustrata, così impotente. E tutto per uno stupido cestino. Non so cosa mi è preso, ho cominciato a girare per l’ufficio, quasi correndo, nervosa, per cercare quello stupido oggetto di contesa. M. fa come per alzarsi mentre io sollevo il cestino e comincio a urlare “E’ per questo vero? E’ solo per questo? E’ solo un cazzo di cestino” e, sollevatolo sopra la testa comincio a vuotarlo per terra mentre M. mi corre incontro e F. lo segue a ruota. In poco tempo ho due persone a tenermi ferma. E davvero non so cosa sia successo, comincio a sbattere qua e là il cestino per romperlo ma non riesco, M. e F. sono due uomini, grandi e grossi, eppure fanno fatica a bloccarmi così, anche se poco, mi rimane un po’ di movimento.
In un impeto di rabbia, o follia, o non so cosa, prendo le forbici che trovo sulla scrivania di I. e le pianto in pancia a M. che finalmente molla la presa. Ora tocca al taglierino, che uso per sgozzare F. Non capisco più quale sangue mi scorre addosso mentre loro scivolano via da me e cadono a terra, in una pozza rossa. Con la forbice ripresa dal ventre di M. comincio ad “accoltellare” il cestino e giuro, mi pare di aver sentito uno strano suono provenire da lì.
E mi sembra di aver visto qualcosa fuoriuscire dalla plastica, un liquido, come se quel cestino non fosse solo un pezzo di plastica, ma come se avesse dei fluidi vitali dentro di sè.
Questo è quello che ho detto, quando l’ambulanza mi ha portata via.
Questo, ma loro non mi hanno creduta. E ora qui, tra morbide pareti bianche, non ho più bisogno di un cestino. Non più.
BadGuy
Monnezza
Il vestito di seta bianco era sul letto, un semplice velo, quasi trasparente, dell’eleganza che solo i disegni più
semplici possono avere. Quasi galleggiando nella luce soffusa, si avvicinò al letto e indossò l’abito sulla pelle
nuda in modo che cadesse perfettamente a disegnare le sue forme. Acceso lo specchio olografico, Karima
spostò con una mano i capelli corvini e sorrise maliziosa alla sua immagine 3D, poi, con un gentile gesto
delle dita, fece ruotare la figura olografica ed osservò compiaciuta il tessuto che le incorniciava la schiena
e le accarezzava le gambe. Tutte le sue insicurezze sparirono per un attimo in quel sensuale vestito che la
faceva sentire finalmente donna e ripeté a se stessa che, davvero, davvero era stata fortunata .
Seguita dalla microcamera dello specchio olografico andò a spostare le lunghe tende di morbido nylon
lasciando che un fascio di luce accendesse la polvere sospesa nell’aria, avvolgendo l’ologramma di una
superficie brillante e illuminando il suo primo incredibile regalo di nozze.
Era un one-way magic- hole costruito in un prezioso mobiletto di mogano sovrastato da un piccolo vassoio
dorato. Si trattava, anche tecnicamente, di un modello del tutto particolare, che, invece di usare il sistema
standard di distribuzione, quello giù al porto, lasciava passare direttamente gli oggetti dalla terra!
In quel vassoio, una settimana fa, era comparso il secondo regalo: un anello d’oro con un rubino: due
materiali rarissimi che, se mai qualcuno gli avesse dato un prezzo, sarebbero probabilmente costati più del
castello stesso.
Dietro al mobiletto stava appeso un modesto calendario di carta riciclata con un cuore disegnato a
pennarello rosso sul 3 di dicembre: era il suo diciassettesimo compleanno; come diceva spesso a suo padre,
il pretore Hosnisayiddi Ibrahim, troppo tardi per sposarsi.
Scalza, come voleva la tradizione, uscì sulla scalinata esterna, si fermò e, lasciandosi accarezzare dal fresco
vento invernale inspirò percependo il familiare odore dei cantieri. Oltre le mura osservò il suggestivo
paesaggio di cangianti polveri cristallizzate, vivide come una distesa di ghiaccio al sole. Quello sarebbe stato
il suo regno. Per qualche istante lasciò i grandi occhi grigi liberi di inseguire i corvi che disegnavano neri
cerchi attorno alle torri maestose riflettendo su quanto stava per succedere.
Mancava poco più di mezz’ora, molti degli operai dei cantieri avevano avuto giornata libera, al piano di
sotto il castello sarebbe stato già in fermento e suo padre, ne era certa, era già lì a controllare che ogni
ingranaggio del meccanismo organizzativo facesse esattamente il suo dovere.
___________________________________________________________________________________
La sala riunioni, all’ultimo piano del grattacielo Mediahole, non spiccava certo per originalità ed avrebbe
avuto probabilmente bisogno di una rimodernata. Era di forma ellittica ed un vecchio DVI, dispositivo di
visualizzazione interattiva, ora in gran parte spento, ne costituiva di fatto l’unica parete. Lo schermo era
interrotto solo dalla porta a scomparsa con il grosso pulsante rosso e dalla grande vetrata sull’immacolata
distesa di neve. Lo spoglio arredamento contemplava il grande tavolo centrale, le sedie, un one-way magic-
hole a forma di cestino e un appendiabiti con due pesanti cappotti.
Silvius sedeva semisdraiato su una delle sedie, con la cravatta slacciata, ma si trovava, visibilmente, in uno
stato d’animo tutt’altro che rilassato:
-Sono stanco Giulius, questo è un impegno gravoso per me, non ho più l’età per fare queste cose.
Giulius, nel raffinato smoking verde si levò gli occhiali sporgendosi su Silvius ed indicò la zona del DVI
accesa:
-Troppo vecchio per quella pollastrella là eh? E’ Sicuro? Guardi che vestitino!
- Dai non scherzare sempre, dovremmo davvero trovare qualcun altro..
-Ma no, è solo nervoso, è il giorno delle sue nozze, è normale!
-Non è questo, non è la prima volta, sii serio, lo sai.
-E’ questo che vuole? Sarò serio allora. Quest’impero ha della necessità diplomatiche ed economiche: ci
sono venti regioni su Monnezza. Venti. Molte sono allo stremo e alcune hanno tentato una rivolta. Grazie
al portale, la loro regione ha assunto un evidente ruolo di leadership e deve rimanere sotto il più stretto
controllo. Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia: qui da noi la produzione è proporzionale ai suoi
scarti e se non si dà la possibilità di eliminare ciò che viene prodotto il mercato si saturerà di nuovo e noi
finiremo col culo per terra!
Silvius appallottolò la brutta del suo discorso e la gettò nel one-way magic- hole. Solo una sottile vibrazione
rese percepibile lo smaltimento.
- No, finiamo lì dentro, non per terra: abbiamo venduto l’anima al diavolo per averlo ed è finito tutto, tutto
lì dentro, da questo foglio ai miei processi, dalla spazzatura nelle discariche alle scorie radioattive, dalle
persone in eccesso alle bottiglie di plastica.
- Il one-way magic- hole ha salvato il nostro impero, non c’erano alternative, lo sa: avevamo esigenze
immediate e abbiamo ancora bisogno di denaro.
-Sì, il problema è che non c’è niente di magico, la materia non si crea e non si distrugge… al limite puoi
spedirla in un altro posto..
-O in un altro tempo… Ma non è questo il problema, il problema è che al di là del tunnel è nato un altro
mondo complementare al nostro. Monnezza lo chiamano i giornalisti, ma deve essere gestito, con la sua
religione magic-hole centrica, con il suo governo ombra…
- … e con le sue cazzo di principesse. lo so, ne abbiamo bisogno Giulius, ma questo non vuol dire che debba
anch’io passare i miei giorni in quella pattumiera!
-Si tratterà solo di qualche giorno ogni tanto, anche su Monnezza, tutti sanno che sei un uomo importante e
che hai mille impegni..
-Già troppi impegni, ma adesso è ora di andare, o faremo aspettare la sposa.
Ad un leggero tocco del pulsante una scritta verde “TWO-WAY” sembrò sollevarsi dalla superficie del DVI
mentre Giulius prendeva i cappotti dall’appendiabiti.
_______________________________________________________________________________________
Ḥosnisayyiddi era in cucina, con la tunica ufficiale e lo sguardo severo da pretore a tempo pieno, ma
Karima riconobbe subito la malinconia nascosta dietro l’abituale maschera paterna e corse ad abbracciarlo.
- Allora tesoro, come stai?
Karima sembrò formare un pensiero alternativo per un secondo, ma poi :
-E’ un uomo saggio e affascinante papà, è così simpatico quando racconta le sue storielle col suo buffo
accento terrestre, guarda, ho messo l’anello che mi ha mandato!
- Avrai grandi responsabilità, Karima, e dovrai saper usare al meglio le abbondanti risorse che ci giungono
dalla Terra.
- Già, ora però sto solo morendo di fame: ieri non sono riuscita a mangiare niente e sono a dieta da due
settimane!
Ḥosnisayyiddi, prendendo un vassoietto incelofanato dalla dispensa:
- Vuoi una pera?
- Me la sbucci tu papà?
Il pretore, aperto il pacchetto, pulì due pere mature con un panno e dopo averle divise in quattro spicchi
iniziò a sbucciarle per lei come aveva sempre fatto da quando era bambina, poi porgendole una fetta
matura e zuccherina:
- Assaggia questa principessa, scade tra due giorni. Quest’altra oggi. Non solo si possono mangiare
benissimo, sono squisite… Ma adesso andiamo o ti farò fare tardi!”
Karima entrò nella cappella stringendo la mano del padre, era la sala più ampia e importante del
castello, da bambina ne aveva sempre avuto un misto di paura e rispetto: ogni volta che accadevano
avvenimenti eccezionali c’era sempre qualcuno che usciva di li per dirgli cosa dovevano fare, ma la cosa più
impressionante era decisamente vederli tornare indietro sulla Terra.
Visto il suo ruolo a corte era abituata a vedere oggetti di ogni tipo comparire dai normali one-way magic-
hole: addirittura una volta, ai grandi cantieri Mediahole giù al porto, aveva visto la carcassa di una nave
uscire da uno degli enormi distributori principali, ma solo in quella cappella aveva visto persone ed oggetti
risalire magicamente la corrente del tempo verso la Terra.
L’ambiente, silenzioso, era debolmente illuminato da alte feritoie e dal fascio di raggi laser ad alta potenza
che chiudevano il portale. Due file di panche erano già gremite di invitati e, nel corridoio centrale, grosse
riproduzioni di animali terrestri, ormai da tempo estinti, digrignavano i denti ricordando ai fedeli quanto
poteva essere spietata la natura. Il grande pavimento di plexiglass nero piegava in leggera discesa verso il
portale temporale, dando a tutti la possibilità di assistere indisturbati all’avvenimento.
Quando dalla Terra fu abbassato il fascio di laser l’imponente portale parve fluttuare leggermente sul suo
altare in un sommesso ronzio, quasi che tutto quel legno tempestato di gemme potesse balzare in piedi da
un momento all’altro ed inghiottire l’intero castello.
Entrò prima Giulius, avanzando spedito verso l’officiante, con la ventiquattrore in mano e i due soprabiti
sull’altro braccio. A Silvius, invece, appena uscito dal portale, quasi si piegarono le gambe. L’odore dell’aria,
aspro da togliere il fiato, e il caldo asfissiante lo avevano colpito come un pugno allo stomaco. Cercando di
riacquistare lucidità focalizzò Ḥosnisayyiddi nell’istante in cui lasciava la mano della principessa.
Karima era esattamente quello che sperava: gli occhi di un cerbiatto impaurito e il corpo giovane e perfetto
che aveva visto dal DVI, sorrise compiaciuto e – Mi ci abituerò, anche stavolta – si disse semplicemente.
Lei lo vide entrare ed improvvisamente era vecchio. Non anziano, non saggio, come aveva creduto, ma
semplicemente, umilmente, vecchio. Altrettanto improvvisamente il suo regno e le sue responsabilità
furono avvolte da una densa nebbia, mentre la mente vacillava al pensiero che forse sarebbe dovuta
fuggire e che anzi nemmeno avrebbe dovuto essere li…
Ma…
O era forse era solo quello che passava per la testa di ogni ragazza al momento di salire sull’altare. E poi
tutti sapevano che entrare nel portale sarebbe stato fatale, che solo chi veniva dalla Terra sarebbe potuto
tornarci, eppure chi usciva da quel portale lo chiamava semplicemente two-way magic-hole! Avrebbe solo
voluto essere sola, che tutto si fermasse…
E agì senza pensare, si piegò sulle gambe agili e saltò, sotto lo sguardo attonito degli invitati, verso
l’ingresso del portale, mentre lui, ancora a disagio per il caldo, fissava stordito la figura che spariva.
Fuori dal grattacielo la neve continuava a cadere silenziosa. Karima nemmeno si era accorta del passaggio
e, solo per un istinto di sbattere la porta alle sue spalle, aveva premuto quel grande pulsante rosso
negando il ritorno ai possibili inseguitori. Ma adesso, in ginocchio davanti alla vetrata, con gli occhi grigi
colmi di lacrime e stupore, non sapeva far altro che guardare la neve.
Ed eccovi i racconti:
Carla
Una questione di cestino
E’ difficile spiegare come sono arrivata a questo punto, come sono arrivata qui, in questo ospedale, e perché io mi senta così intorpidita dalla luce che mi viene sparata sugli occhi per verificare cosa poi? Forse il fatto che io sia viva.
I ricordi si intrecciano nella mia mente, come fotografie sfuocate mescolate in un cassetto. E’ troppo difficile riordinare. E’ troppo complicato ricordare. Ma devo provarci.
1° giorno.
E’ il mio primo giorno di lavoro e sono entusiasta. Ci sono immagini non definite ma so per certo che ho cercato di socializzare. E mi ricordo il caffè del bar. Non era buonissimo ma per me i caffè sono tutti uguali. E poi ovviamente la mia scrivania, un po’ isolata dagli altri ma meglio. Nessuno mi romperà le scatole se scarico la posta ogni tanto, se mi infilo le dita nel naso, se scrivo sul blog.
Così mi viene un attimo fame e tiro fuori dalla borsa la mia merendina. Noto però che sotto la mia scrivania non c’è il bidoncino della spazzatura. Cosa buffa, perché nemmeno sotto la scrivania accanto alla mia. Penso che sia normale, in fondo queste due scrivanie prima del mio arrivo erano vuote, così mi alzo alla ricerca di un cestino e lo trovo sotto alla scrivania di M.
M. è l’unico autoctono tra i miei nuovi colleghi, gli altri arrivano tutti da fuori: fa un po’ il boss ma sembra simpatico. Mi chino a lanciare l’involucro del mio pasto all’interno del sacchetto scuro ma ecco che nell’aria avverto qualcosa.
Vi è mai capitato, nel silenzio più totale, di accorgervi di sentire qualcosa, una presenza? E di girarvi e accorgervi che, nonostante il silenzio e la mancanza di altri indizi, quella presenza è davvero lì. E quanta inquietudine quando invece vi voltate e non vedete nessuno alle vostre spalle? Fermate quella inquietudine, fissatela. E’ quella che provo ora. Il silenzio è totale e quando mi volto tutti mi stanno guardando. La mia risatina isterica li scuote un attimo: mi sento in estremo imbarazzo, ma la cosa finisce così. Nessuno ne parla più e ognuno torna alle sue mansioni.
2° giorno.
Non è che ci sia tanto da fare. Quando mi hanno assunta non avevano previsto che ci sarebbe dovuto essere qualcuno ad affiancarmi. Ma non può nessuno perché sono tutti molto impegnati. E io non so cosa chiedere e a chi chiedere. E’ una questione di timidezza penso. Non voglio disturbare, non voglio passare per ignorante, non voglio che uscita da quella porta qualcuno possa pensare male di me. E’ che quando sono nervosa mangio, e non so ancora dove posso buttare la mia spazzatura, dato che continuo a non avere un cestino.
Mi ricordo la strana sensazione provata il giorno prima ma mi convinco che si trattasse solo di una mia impressione, quindi mi alzo e cerco. M. mi guarda malissimo ma non capisco proprio come mai, così mentre passeggio con lo sguardo basso, cercando il famoso unico cestino di tutto l’ufficio, mi sistemo i capelli, eterna fonte di preoccupazione femminili - è il primo pensiero quello dei capelli, quando qualcuno ti fissa.. Peccato che il cestino non sia più sotto alla scrivania di M. “Scusate ma qui c’era un cestino, dov’è finito?”.
Nessuna risposta. Metto in tasca l’involucro della mia merendina e lascio passare quella stana sensazione.
3° giorno.
I miei colleghi sono proprio simpatici, in uno scherzo mattutino mi hanno staccato e scotchato tutti i cavi del pc facendomi perdere un’allegra mezz’ora. Sono qui da molto poco ma mi trovo davvero benissimo. Lo faccio presente anche a loro che mi massacrano di battute e devo dirlo: sono stata davvero fortunata. Appallottolo tutto lo scotch e mi metto nuovamente a cercare il cestino che, oggi, è in un angolino dietro l’attaccapanni, parzialmente coperto dai vestiti. Solo che quando mi ci avvicino succede qualcosa. Qualcuno, che in quel momento si trova dietro di me, mi da’ una lieve spintarella in avanti e per poco non cado. Ma quando mi giro non c’è nessuno. Mi chiedo davvero cosa ci sia legato a questo stupido cestino. Forse una questione di leadership. Per allentare la tensione sorrido a come possa essere possibile collegare questa parola a un semplice sacchetto della spazzatura. Ma ho un piano B.
4° giorno.
Appena arrivata poso la mia borsa sulla scrivania, saluto e vado ai piani alti. Infatti il mio ufficio, o meglio open space, è al primo piano ma al terzo ci sono i supercapocci. C. mi accoglie nel suo enorme ufficio semivuoto. Gli spiego la situazione, del cestino, della strana sensazione, e in un attimo mi sento stupida, si metterà a ridere, penso. Invece mi guarda con aria grave, appoggia la schiena sullo schienale in pelle nera della sua poltrona e unisce la punta delle dita delle due mani in un gesto pensieroso. Poi cambia atteggiamento: “Suvvia, che sarà mai? Si tratta solo di spazzatura. La getti fuori”.
Non conosce la frase “è una questione di principio”, ma che principio può legare spazzatura, ufficio e astio?
Lo saluto e decido di passare a un’altra strategia. In pausa pranzo vado al supermercato qui sotto e compro un bel cestino. Entro trionfante in ufficio portando tra le mani il cestino già corredato di sacchetto. Silenzio.
Lo poso sotto la mia scrivania ed esco a mangiare.
Peccato che, una volta tornata, trovo il mio cestino completamente distrutto. E’ in mille pezzi, e non ho nemmeno idea di come possano essere riusciti a ridurlo così. Non so come mai ma mi sento così frustrata, così impotente. E tutto per uno stupido cestino. Non so cosa mi è preso, ho cominciato a girare per l’ufficio, quasi correndo, nervosa, per cercare quello stupido oggetto di contesa. M. fa come per alzarsi mentre io sollevo il cestino e comincio a urlare “E’ per questo vero? E’ solo per questo? E’ solo un cazzo di cestino” e, sollevatolo sopra la testa comincio a vuotarlo per terra mentre M. mi corre incontro e F. lo segue a ruota. In poco tempo ho due persone a tenermi ferma. E davvero non so cosa sia successo, comincio a sbattere qua e là il cestino per romperlo ma non riesco, M. e F. sono due uomini, grandi e grossi, eppure fanno fatica a bloccarmi così, anche se poco, mi rimane un po’ di movimento.
In un impeto di rabbia, o follia, o non so cosa, prendo le forbici che trovo sulla scrivania di I. e le pianto in pancia a M. che finalmente molla la presa. Ora tocca al taglierino, che uso per sgozzare F. Non capisco più quale sangue mi scorre addosso mentre loro scivolano via da me e cadono a terra, in una pozza rossa. Con la forbice ripresa dal ventre di M. comincio ad “accoltellare” il cestino e giuro, mi pare di aver sentito uno strano suono provenire da lì.
E mi sembra di aver visto qualcosa fuoriuscire dalla plastica, un liquido, come se quel cestino non fosse solo un pezzo di plastica, ma come se avesse dei fluidi vitali dentro di sè.
Questo è quello che ho detto, quando l’ambulanza mi ha portata via.
Questo, ma loro non mi hanno creduta. E ora qui, tra morbide pareti bianche, non ho più bisogno di un cestino. Non più.
BadGuy
Monnezza
Il vestito di seta bianco era sul letto, un semplice velo, quasi trasparente, dell’eleganza che solo i disegni più
semplici possono avere. Quasi galleggiando nella luce soffusa, si avvicinò al letto e indossò l’abito sulla pelle
nuda in modo che cadesse perfettamente a disegnare le sue forme. Acceso lo specchio olografico, Karima
spostò con una mano i capelli corvini e sorrise maliziosa alla sua immagine 3D, poi, con un gentile gesto
delle dita, fece ruotare la figura olografica ed osservò compiaciuta il tessuto che le incorniciava la schiena
e le accarezzava le gambe. Tutte le sue insicurezze sparirono per un attimo in quel sensuale vestito che la
faceva sentire finalmente donna e ripeté a se stessa che, davvero, davvero era stata fortunata .
Seguita dalla microcamera dello specchio olografico andò a spostare le lunghe tende di morbido nylon
lasciando che un fascio di luce accendesse la polvere sospesa nell’aria, avvolgendo l’ologramma di una
superficie brillante e illuminando il suo primo incredibile regalo di nozze.
Era un one-way magic- hole costruito in un prezioso mobiletto di mogano sovrastato da un piccolo vassoio
dorato. Si trattava, anche tecnicamente, di un modello del tutto particolare, che, invece di usare il sistema
standard di distribuzione, quello giù al porto, lasciava passare direttamente gli oggetti dalla terra!
In quel vassoio, una settimana fa, era comparso il secondo regalo: un anello d’oro con un rubino: due
materiali rarissimi che, se mai qualcuno gli avesse dato un prezzo, sarebbero probabilmente costati più del
castello stesso.
Dietro al mobiletto stava appeso un modesto calendario di carta riciclata con un cuore disegnato a
pennarello rosso sul 3 di dicembre: era il suo diciassettesimo compleanno; come diceva spesso a suo padre,
il pretore Hosnisayiddi Ibrahim, troppo tardi per sposarsi.
Scalza, come voleva la tradizione, uscì sulla scalinata esterna, si fermò e, lasciandosi accarezzare dal fresco
vento invernale inspirò percependo il familiare odore dei cantieri. Oltre le mura osservò il suggestivo
paesaggio di cangianti polveri cristallizzate, vivide come una distesa di ghiaccio al sole. Quello sarebbe stato
il suo regno. Per qualche istante lasciò i grandi occhi grigi liberi di inseguire i corvi che disegnavano neri
cerchi attorno alle torri maestose riflettendo su quanto stava per succedere.
Mancava poco più di mezz’ora, molti degli operai dei cantieri avevano avuto giornata libera, al piano di
sotto il castello sarebbe stato già in fermento e suo padre, ne era certa, era già lì a controllare che ogni
ingranaggio del meccanismo organizzativo facesse esattamente il suo dovere.
___________________________________________________________________________________
La sala riunioni, all’ultimo piano del grattacielo Mediahole, non spiccava certo per originalità ed avrebbe
avuto probabilmente bisogno di una rimodernata. Era di forma ellittica ed un vecchio DVI, dispositivo di
visualizzazione interattiva, ora in gran parte spento, ne costituiva di fatto l’unica parete. Lo schermo era
interrotto solo dalla porta a scomparsa con il grosso pulsante rosso e dalla grande vetrata sull’immacolata
distesa di neve. Lo spoglio arredamento contemplava il grande tavolo centrale, le sedie, un one-way magic-
hole a forma di cestino e un appendiabiti con due pesanti cappotti.
Silvius sedeva semisdraiato su una delle sedie, con la cravatta slacciata, ma si trovava, visibilmente, in uno
stato d’animo tutt’altro che rilassato:
-Sono stanco Giulius, questo è un impegno gravoso per me, non ho più l’età per fare queste cose.
Giulius, nel raffinato smoking verde si levò gli occhiali sporgendosi su Silvius ed indicò la zona del DVI
accesa:
-Troppo vecchio per quella pollastrella là eh? E’ Sicuro? Guardi che vestitino!
- Dai non scherzare sempre, dovremmo davvero trovare qualcun altro..
-Ma no, è solo nervoso, è il giorno delle sue nozze, è normale!
-Non è questo, non è la prima volta, sii serio, lo sai.
-E’ questo che vuole? Sarò serio allora. Quest’impero ha della necessità diplomatiche ed economiche: ci
sono venti regioni su Monnezza. Venti. Molte sono allo stremo e alcune hanno tentato una rivolta. Grazie
al portale, la loro regione ha assunto un evidente ruolo di leadership e deve rimanere sotto il più stretto
controllo. Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia: qui da noi la produzione è proporzionale ai suoi
scarti e se non si dà la possibilità di eliminare ciò che viene prodotto il mercato si saturerà di nuovo e noi
finiremo col culo per terra!
Silvius appallottolò la brutta del suo discorso e la gettò nel one-way magic- hole. Solo una sottile vibrazione
rese percepibile lo smaltimento.
- No, finiamo lì dentro, non per terra: abbiamo venduto l’anima al diavolo per averlo ed è finito tutto, tutto
lì dentro, da questo foglio ai miei processi, dalla spazzatura nelle discariche alle scorie radioattive, dalle
persone in eccesso alle bottiglie di plastica.
- Il one-way magic- hole ha salvato il nostro impero, non c’erano alternative, lo sa: avevamo esigenze
immediate e abbiamo ancora bisogno di denaro.
-Sì, il problema è che non c’è niente di magico, la materia non si crea e non si distrugge… al limite puoi
spedirla in un altro posto..
-O in un altro tempo… Ma non è questo il problema, il problema è che al di là del tunnel è nato un altro
mondo complementare al nostro. Monnezza lo chiamano i giornalisti, ma deve essere gestito, con la sua
religione magic-hole centrica, con il suo governo ombra…
- … e con le sue cazzo di principesse. lo so, ne abbiamo bisogno Giulius, ma questo non vuol dire che debba
anch’io passare i miei giorni in quella pattumiera!
-Si tratterà solo di qualche giorno ogni tanto, anche su Monnezza, tutti sanno che sei un uomo importante e
che hai mille impegni..
-Già troppi impegni, ma adesso è ora di andare, o faremo aspettare la sposa.
Ad un leggero tocco del pulsante una scritta verde “TWO-WAY” sembrò sollevarsi dalla superficie del DVI
mentre Giulius prendeva i cappotti dall’appendiabiti.
_______________________________________________________________________________________
Ḥosnisayyiddi era in cucina, con la tunica ufficiale e lo sguardo severo da pretore a tempo pieno, ma
Karima riconobbe subito la malinconia nascosta dietro l’abituale maschera paterna e corse ad abbracciarlo.
- Allora tesoro, come stai?
Karima sembrò formare un pensiero alternativo per un secondo, ma poi :
-E’ un uomo saggio e affascinante papà, è così simpatico quando racconta le sue storielle col suo buffo
accento terrestre, guarda, ho messo l’anello che mi ha mandato!
- Avrai grandi responsabilità, Karima, e dovrai saper usare al meglio le abbondanti risorse che ci giungono
dalla Terra.
- Già, ora però sto solo morendo di fame: ieri non sono riuscita a mangiare niente e sono a dieta da due
settimane!
Ḥosnisayyiddi, prendendo un vassoietto incelofanato dalla dispensa:
- Vuoi una pera?
- Me la sbucci tu papà?
Il pretore, aperto il pacchetto, pulì due pere mature con un panno e dopo averle divise in quattro spicchi
iniziò a sbucciarle per lei come aveva sempre fatto da quando era bambina, poi porgendole una fetta
matura e zuccherina:
- Assaggia questa principessa, scade tra due giorni. Quest’altra oggi. Non solo si possono mangiare
benissimo, sono squisite… Ma adesso andiamo o ti farò fare tardi!”
Karima entrò nella cappella stringendo la mano del padre, era la sala più ampia e importante del
castello, da bambina ne aveva sempre avuto un misto di paura e rispetto: ogni volta che accadevano
avvenimenti eccezionali c’era sempre qualcuno che usciva di li per dirgli cosa dovevano fare, ma la cosa più
impressionante era decisamente vederli tornare indietro sulla Terra.
Visto il suo ruolo a corte era abituata a vedere oggetti di ogni tipo comparire dai normali one-way magic-
hole: addirittura una volta, ai grandi cantieri Mediahole giù al porto, aveva visto la carcassa di una nave
uscire da uno degli enormi distributori principali, ma solo in quella cappella aveva visto persone ed oggetti
risalire magicamente la corrente del tempo verso la Terra.
L’ambiente, silenzioso, era debolmente illuminato da alte feritoie e dal fascio di raggi laser ad alta potenza
che chiudevano il portale. Due file di panche erano già gremite di invitati e, nel corridoio centrale, grosse
riproduzioni di animali terrestri, ormai da tempo estinti, digrignavano i denti ricordando ai fedeli quanto
poteva essere spietata la natura. Il grande pavimento di plexiglass nero piegava in leggera discesa verso il
portale temporale, dando a tutti la possibilità di assistere indisturbati all’avvenimento.
Quando dalla Terra fu abbassato il fascio di laser l’imponente portale parve fluttuare leggermente sul suo
altare in un sommesso ronzio, quasi che tutto quel legno tempestato di gemme potesse balzare in piedi da
un momento all’altro ed inghiottire l’intero castello.
Entrò prima Giulius, avanzando spedito verso l’officiante, con la ventiquattrore in mano e i due soprabiti
sull’altro braccio. A Silvius, invece, appena uscito dal portale, quasi si piegarono le gambe. L’odore dell’aria,
aspro da togliere il fiato, e il caldo asfissiante lo avevano colpito come un pugno allo stomaco. Cercando di
riacquistare lucidità focalizzò Ḥosnisayyiddi nell’istante in cui lasciava la mano della principessa.
Karima era esattamente quello che sperava: gli occhi di un cerbiatto impaurito e il corpo giovane e perfetto
che aveva visto dal DVI, sorrise compiaciuto e – Mi ci abituerò, anche stavolta – si disse semplicemente.
Lei lo vide entrare ed improvvisamente era vecchio. Non anziano, non saggio, come aveva creduto, ma
semplicemente, umilmente, vecchio. Altrettanto improvvisamente il suo regno e le sue responsabilità
furono avvolte da una densa nebbia, mentre la mente vacillava al pensiero che forse sarebbe dovuta
fuggire e che anzi nemmeno avrebbe dovuto essere li…
Ma…
O era forse era solo quello che passava per la testa di ogni ragazza al momento di salire sull’altare. E poi
tutti sapevano che entrare nel portale sarebbe stato fatale, che solo chi veniva dalla Terra sarebbe potuto
tornarci, eppure chi usciva da quel portale lo chiamava semplicemente two-way magic-hole! Avrebbe solo
voluto essere sola, che tutto si fermasse…
E agì senza pensare, si piegò sulle gambe agili e saltò, sotto lo sguardo attonito degli invitati, verso
l’ingresso del portale, mentre lui, ancora a disagio per il caldo, fissava stordito la figura che spariva.
Fuori dal grattacielo la neve continuava a cadere silenziosa. Karima nemmeno si era accorta del passaggio
e, solo per un istinto di sbattere la porta alle sue spalle, aveva premuto quel grande pulsante rosso
negando il ritorno ai possibili inseguitori. Ma adesso, in ginocchio davanti alla vetrata, con gli occhi grigi
colmi di lacrime e stupore, non sapeva far altro che guardare la neve.
23 giugno 2011
#44
Domanda numero 44: Hai mai rotto o perduto qualcosa che apparteneva ad altri?
Faccio un salto indietro. Questo è in parte il mio solito periodo olocausto (in cui leggo tutto ciò che mi capita sotto mano che abbia a che fare col nazismo, l'olocausto, ecc) e in parte periodo psicologico, dovuto anche alla lettura del solito libro di cui vi ho già parlato.
Così succede che ieri controllavo vari esperimenti sociologici, psicologici ecc e mi chiedo "Mha, fami vedere se attuano sperimentazioni psicologiche da qualche parte", così rispondo a un annuncio che mi chiede "Ti piacerebbe partecipare allo studio “Come reagisci agli stimoli emozionali?”". Cavoli, certo che sì. Oggi rispondo a tre superquestionari e, a parte l'incoerenza delle mie risposte (me ne rendo conto perché a domande simili rispondo in modo diverso), mi rendo conto di essere assolutamente antisociale.
E arriviamo alla domanda di cui sopra. Ma ve ne ho già parlato?
Forse sì non ricordo.
Comunque ero piccola, facevo le elementari o le medie, più probabilmente le elementari. Ero a casa della mia amichetta del cuore (l'unica che io abbia mai baciato a fior di labbra - non ve l'ho raccontato? ci siamo frequentate fino alle superiori) e giocavamo a nascondino. Per me che abitavo in un bilocale la sua casa (con bagno, antibagno, sala e cucina separate, camera da letto e cameretta) era una cosa gigantissima. Da lei si poteva assolutamente giocare a nascondino senza problemi, così quando tocca a me nascondermi mi infilo nello spazio tra un armadio e il muro, proprio attaccata al termosifone, e mi rannicchio a terra.
Quando devo uscire mi tiro su e con la schiena sollevo anche l'umidificatore in porcellana attaccato al termosifone che casca a terra rompendosi.
Passiamo il resto del pomeriggio a cercare di incollarlo, ma i segni si vedono. Così quando torna a casa sua mamma ci rimane molto male e vengo a sapere che era una cosa di sua mamma, ovvero la nonna materna della mia amica, che era mancata.
Canzone del momento: Antisocial Anthrax
Faccio un salto indietro. Questo è in parte il mio solito periodo olocausto (in cui leggo tutto ciò che mi capita sotto mano che abbia a che fare col nazismo, l'olocausto, ecc) e in parte periodo psicologico, dovuto anche alla lettura del solito libro di cui vi ho già parlato.
Così succede che ieri controllavo vari esperimenti sociologici, psicologici ecc e mi chiedo "Mha, fami vedere se attuano sperimentazioni psicologiche da qualche parte", così rispondo a un annuncio che mi chiede "Ti piacerebbe partecipare allo studio “Come reagisci agli stimoli emozionali?”". Cavoli, certo che sì. Oggi rispondo a tre superquestionari e, a parte l'incoerenza delle mie risposte (me ne rendo conto perché a domande simili rispondo in modo diverso), mi rendo conto di essere assolutamente antisociale.
E arriviamo alla domanda di cui sopra. Ma ve ne ho già parlato?
Forse sì non ricordo.
Comunque ero piccola, facevo le elementari o le medie, più probabilmente le elementari. Ero a casa della mia amichetta del cuore (l'unica che io abbia mai baciato a fior di labbra - non ve l'ho raccontato? ci siamo frequentate fino alle superiori) e giocavamo a nascondino. Per me che abitavo in un bilocale la sua casa (con bagno, antibagno, sala e cucina separate, camera da letto e cameretta) era una cosa gigantissima. Da lei si poteva assolutamente giocare a nascondino senza problemi, così quando tocca a me nascondermi mi infilo nello spazio tra un armadio e il muro, proprio attaccata al termosifone, e mi rannicchio a terra.
Quando devo uscire mi tiro su e con la schiena sollevo anche l'umidificatore in porcellana attaccato al termosifone che casca a terra rompendosi.
Passiamo il resto del pomeriggio a cercare di incollarlo, ma i segni si vedono. Così quando torna a casa sua mamma ci rimane molto male e vengo a sapere che era una cosa di sua mamma, ovvero la nonna materna della mia amica, che era mancata.
Canzone del momento: Antisocial Anthrax
04 giugno 2011
Il mio blog
Mi scordo sempre che il mio è un blog pubblico. Mi scordo sempre che ci si arriva da Google. Mi scordo sempre.
Oggi mi chiama Ciava. Se cercate in questo blog l'ho nominato almeno un paio di volte. Era uno dei miei più cari amici quando pattinavo. Mi ha tenuto compagnia durante la notte di un lontano capodanno quando tutti festeggiavano ed io ero a fare la chemioterapia in ospedale. Insomma, è stato un vero amico.
Ciava qualche mese fa lo ribecco su facebook. Ci scambiamo i numeri con la promessa di rivederci. Oggi mi chiama, per chiedermi quando davvero ci rivedremo ma io sono a Bologna. Per cui, ci vedremo a metà luglio, quando torno a Torino per l'esame. A lui sta bene ma mi dice che ha letto "il mio foglio su Google". Rimango interdetta perché non so cosa voglia dire. Mi ripete che ha letto il mio foglio su Google dove parlo del Ruffini. Non capisco.
Poi faccio duepiùdue. Avrà trovato il mio blog, e c'era sicuramente un post dove parlo di lui. Dice che si è commosso a rileggere di quel periodo (che in effetti era un bel periodo spensierato, io avevo tipo 15 anni), che gli sono venuti i lacrimoni aggiungendo che scrivo davvero bene e dovrei scrivere un libro. Mi fa piacere ma non so se è il caso. Un conto è raccontare a sprazzi la propria vita, un conto è trovare una storia di fantasia che riesca minimamente a interessare la gente.
In ogni caso mi ha fatto piacere perché queste cose che scrivo non sono inutili, a volte mi fanno riflettere, ma a volte fanno anche sorridere e commuovere terze parti.
Sono contenta e ho pensato parecchio.
Ho pensato che ogni nuova casa va costruita su nuove fondamenta. Non si possono costruire case nuova su vecchie fondamenta perché possono avere falle o crepe. Devo buttare giù ogni cosa e pensare a questo momento. E smetterla di piangermi addosso. Sono solo una donna fortunata. Nessuno, e dico davvero, nessuno ha ciò che ho io.
E combatterò, schiena contro schiena, per la nostra felicità.
E stasera ho portato mia mamma a cena fuori. Il più delle volte mia mamma mi fa imbestialire, come tutte le mamme. Stasera mi ha fatto una gran tenerezza. Non va mai a cena fuori, o quasi mai, e si era messa tutta in tiro, col trucco e tutto il resto, persino una maglietta tutta scollatella. Queste cose mi fanno un bel po' tenerezza, il segno del tempo che non vuole passare e di un orgoglio femminile duro a morire. E' giusto. Bisogna sentirsi sempre belle. Bisogna diventare belle. Non c'è limite d'età per questo.
E ovviamente: andate a votare per il referendum. Siamo tutti indispensabili.
Oggi mi chiama Ciava. Se cercate in questo blog l'ho nominato almeno un paio di volte. Era uno dei miei più cari amici quando pattinavo. Mi ha tenuto compagnia durante la notte di un lontano capodanno quando tutti festeggiavano ed io ero a fare la chemioterapia in ospedale. Insomma, è stato un vero amico.
Ciava qualche mese fa lo ribecco su facebook. Ci scambiamo i numeri con la promessa di rivederci. Oggi mi chiama, per chiedermi quando davvero ci rivedremo ma io sono a Bologna. Per cui, ci vedremo a metà luglio, quando torno a Torino per l'esame. A lui sta bene ma mi dice che ha letto "il mio foglio su Google". Rimango interdetta perché non so cosa voglia dire. Mi ripete che ha letto il mio foglio su Google dove parlo del Ruffini. Non capisco.
Poi faccio duepiùdue. Avrà trovato il mio blog, e c'era sicuramente un post dove parlo di lui. Dice che si è commosso a rileggere di quel periodo (che in effetti era un bel periodo spensierato, io avevo tipo 15 anni), che gli sono venuti i lacrimoni aggiungendo che scrivo davvero bene e dovrei scrivere un libro. Mi fa piacere ma non so se è il caso. Un conto è raccontare a sprazzi la propria vita, un conto è trovare una storia di fantasia che riesca minimamente a interessare la gente.
In ogni caso mi ha fatto piacere perché queste cose che scrivo non sono inutili, a volte mi fanno riflettere, ma a volte fanno anche sorridere e commuovere terze parti.
Sono contenta e ho pensato parecchio.
Ho pensato che ogni nuova casa va costruita su nuove fondamenta. Non si possono costruire case nuova su vecchie fondamenta perché possono avere falle o crepe. Devo buttare giù ogni cosa e pensare a questo momento. E smetterla di piangermi addosso. Sono solo una donna fortunata. Nessuno, e dico davvero, nessuno ha ciò che ho io.
E combatterò, schiena contro schiena, per la nostra felicità.
E stasera ho portato mia mamma a cena fuori. Il più delle volte mia mamma mi fa imbestialire, come tutte le mamme. Stasera mi ha fatto una gran tenerezza. Non va mai a cena fuori, o quasi mai, e si era messa tutta in tiro, col trucco e tutto il resto, persino una maglietta tutta scollatella. Queste cose mi fanno un bel po' tenerezza, il segno del tempo che non vuole passare e di un orgoglio femminile duro a morire. E' giusto. Bisogna sentirsi sempre belle. Bisogna diventare belle. Non c'è limite d'età per questo.
E ovviamente: andate a votare per il referendum. Siamo tutti indispensabili.
30 maggio 2011
La lumachina
Levatevi dalle balle - urlò la lumachina al resto degli animali.
Gli animali tesero le orecchie in religioso silenzio.
Un brusìo gli era parso di sentire, ma forse era stata solo un'illusione. E ben presto tornarono alle loro mansioni. Spostatevi ho detto - ripetè la lumachina.
Uno scoiattolo forse vide una piccola scia luminosa sul prato verde smeraldo, appena inumidito dalla rugiada mattutina: annusò l'aria tenendo la tre zampette una piccola ghianda, ma presto non ci badò più.
Vi prego - si disperò la lumachina.
Era tanto disperata e triste perché non voleva portarsi dietro la sua casa. Non voleva quel peso addosso. Eppure non aveva alcun modo per liberarsene. E la fatica, e il dolore, e lo sforzo le facevano credere che non c'era altro modo che quello. Per andare avanti.
E voleva solo passare. Ma povera lumachina nessuno riusciva a sentirla, nessuno poteva capire che desiderava solo passare. Forse perché lei non poteva dirlo alle stesse frequenze degli altri.
Quanto pesa, lumachina, la tua casa?
Gli animali tesero le orecchie in religioso silenzio.
Un brusìo gli era parso di sentire, ma forse era stata solo un'illusione. E ben presto tornarono alle loro mansioni. Spostatevi ho detto - ripetè la lumachina.
Uno scoiattolo forse vide una piccola scia luminosa sul prato verde smeraldo, appena inumidito dalla rugiada mattutina: annusò l'aria tenendo la tre zampette una piccola ghianda, ma presto non ci badò più.
Vi prego - si disperò la lumachina.
Era tanto disperata e triste perché non voleva portarsi dietro la sua casa. Non voleva quel peso addosso. Eppure non aveva alcun modo per liberarsene. E la fatica, e il dolore, e lo sforzo le facevano credere che non c'era altro modo che quello. Per andare avanti.
E voleva solo passare. Ma povera lumachina nessuno riusciva a sentirla, nessuno poteva capire che desiderava solo passare. Forse perché lei non poteva dirlo alle stesse frequenze degli altri.
Quanto pesa, lumachina, la tua casa?
20 settembre 2010
Tecniche e Tarocchi
La nuova tecnica per le pastiglie fa schifo: ogni mattina sono sempre stanca perché un conto è posticipare la sveglia in fase REM, un conto è sedersi sul letto, aprire le scatoline, prendere la bottiglietta d'acqua, cercare di ingollare pasticchino (eutirox) e pasticcone (tamoxifene) facendo bene attenzione che nulla rimanga incastrato in gola. Poi in genere una volta seduta sul letto mi scappa fortissimo la pipì: allora che faccio? Mi rimetto a letto che tanto rimango a contorcermi? No, mi alzo e vado in bagno. Risultato: già prima delle 7 sono sveglia e in coma.
Lunedì bestiale stamane: una signora al telefono continuava a dire "La 'un mi convince" qualsiasi cosa le spiegassi. Però, risolvendo un piccolo problema, ho ricevuto una mail dalla responsabile la quale ha affermato che "sono un mito". Questo compensa largamente l'essere pignola di qualche giorno fa.
Comprerò (anzi mi farò regalare da Roccio, perché non si comprano) un mazzo di Tarocchi. Il gioco dei Tarocchi è molto antico e non si riesce a risalire alla sua origine. Col tempo, poi, tutti hanno rivendicato la paternità del Tarocchi: ebrei, egiziani, cinesi (sono uscite carte molto belle: egiziane, delle fate, delle streghe ma tutte assolutamente finte). I Tarocchi sono un pout pourri di tutto questo. Jodorowsky, fumettista appassionato di Tarocchi, ha sempre utilizzato i Tarocchi di Paul Marteau, considerati quelli classici (di Marsiglia, come il sapone). In realtà, trovando un antico mazzo di carte dipinte a mano, Jodorowsky ha scoperto che anche i Tarocchi di Paul Marteau sono dei... tarocchi. O meglio, sono quelli che più si avvicinano ai "veri" Tarocchi, per lo meno le figure sono pressoché identiche, ma alcuni colori e alcuni dettagli cambiano. Ed essendo carte interpretative in cui la simbologia, anche dei colori, è importantissima, si può immaginare come il rosso, nelle scarpe dell'Imperatore che fino ad oggi venivano dipinte di bianco, cambi totalmente il senso. Non è infatti il rosso, colore più passionale che spinge l'immaginazione verso una probabile conquista, mentre il bianco fa pensare a qualcosa di più puro e retto? Così, visto che il mio mazzo di Tarocchi è andato perduto (preso da mia sorella? sistemato da mia mamma? portato qui e nascosto da qualche parte?) ho deciso che il mio prossimo mazzo di Tarocchi sarà quello ridisegnato in toto da Jodorowsky.
Premetto, non considero più i Tarocchi o l'I Ching come un'arte divinatoria. Quando ero piccola leggevo spesso carte, fondi del caffè, mani, I Ching nella speranza di trovare la risposta a una domanda spesso inesistente (oddio facevo anche sedute spiritiche e disegnavo amuleti su pergamena).
Ora ho capito che i Tarocchi e l'I Ching sono un "gioco", così vengono definiti almeno i Tarocchi, ma soprattutto sono interpretativi. Non dicono mai cose chiare ma ti aiutano a scoprire dove sei e dove stai andando. Se il Carro è accanto alla Morte, io posso dire che si verificherà un evento che porterà sicuramente dei grandi cambiamenti o che la persona in questione farà una scelta che porterà a un grande cambiamento. Io non posso sapere (come non lo sanno le carte) che tipo di cambiamento sarà: ma la persona che mi interroga sicuramente sì. Chi non si trova mai di fronte a una scelta? Se la persona in questione sta da tempo aspettando che qualcuno glielo ricordi eccole lì. Nessuna magia dunque, mera psicologia. L'I Ching è ancora più spettacolare. Non è visivo, perché quelle linee e quei tratteggi non ti possono dire nulla, quindi o vai di manuale (come me) oppure impari a memoria gli 8 trigrammi possibili da combinare in esagrammi e poi interpreti. Il risultato sarà qualche verso assolutamente senza senso tipo "La calma si trova nell'acqua, può essere utile attraversare un grande fiume".
Oppure "Distruzione: cercate di non muovervi". Nulla di quello che ricaverete dall'I Ching avrà un senso compiuto ma, una volta avvenuto il fatto, io ho sempre esclamato "Ecco, lo sapevo, l'I Ching me lo aveva detto". La verità è che nulla di ciò che aveva predetto era stato minimamente comprensibile per me prima che l'evento accadesse. Dopo in effetti è facile dire "me lo aveva detto". Se mi dice di non muovermi e io non capisco a che si riferisce, non appena compio un passo falso e faccio la cazzata ecco che lo strumento divinatorio dell'I Ching arriva: totalmente inutile. Tuttavia mi diverte farlo, perché a volte qualche frase può illuminare e magari farti riflettere. E' come quando una persona ti racconta una storia, una fiaba, con una morale. E non tutta la morale è applicabile a te, ma c'è una frase, una piccolissima frase che ti fa riflettere e che magari ti aiuta a capire delle cose.
Esempio: se la mia collega mi racconta che deve svasare delle piante perché le radici sono troppo grandi ed escono dal vaso, io posso pensare che è ora di portare i problemi fuori dalla mia testa prima di esplodere.
Tutto questo per dire che se qualcuno è convinto che i Tarocchi possano predire il futuro, molto probabilmente si sbaglia. E forse spenderebbe meno ad andare da uno psicanalista.
Ah, un'altra cosa buffa. Una volta ci sono stata da una psicoterapeuta, era molto brava ma sono stata da lei solo un paio di volte. Mi piaceva il suo modo non freudiano di trattare con la gente. E sapete che mi disse? Che ero molto giovane, ed era normale che volessi tenermi molte porte aperte, ma una volta presa una decisione la strada sarebbe stata tutta in discesa. Perché quando hai deciso cosa fare è tutto più semplice. Fu la stessa cosa che mi disse, pochi anni prima, un ragazzo leggendomi i Tarocchi. Disse che avevo molte scelte a disposizione e qualunque strada avessi scelto, mi sarebbe andata bene.
E avevano ragione entrambi.
Canzone del giorno: Paparazzi Lady GaGa
Qui qualcosa in più sui Tarocchi che pare siano italiani (?).
Lunedì bestiale stamane: una signora al telefono continuava a dire "La 'un mi convince" qualsiasi cosa le spiegassi. Però, risolvendo un piccolo problema, ho ricevuto una mail dalla responsabile la quale ha affermato che "sono un mito". Questo compensa largamente l'essere pignola di qualche giorno fa.
Comprerò (anzi mi farò regalare da Roccio, perché non si comprano) un mazzo di Tarocchi. Il gioco dei Tarocchi è molto antico e non si riesce a risalire alla sua origine. Col tempo, poi, tutti hanno rivendicato la paternità del Tarocchi: ebrei, egiziani, cinesi (sono uscite carte molto belle: egiziane, delle fate, delle streghe ma tutte assolutamente finte). I Tarocchi sono un pout pourri di tutto questo. Jodorowsky, fumettista appassionato di Tarocchi, ha sempre utilizzato i Tarocchi di Paul Marteau, considerati quelli classici (di Marsiglia, come il sapone). In realtà, trovando un antico mazzo di carte dipinte a mano, Jodorowsky ha scoperto che anche i Tarocchi di Paul Marteau sono dei... tarocchi. O meglio, sono quelli che più si avvicinano ai "veri" Tarocchi, per lo meno le figure sono pressoché identiche, ma alcuni colori e alcuni dettagli cambiano. Ed essendo carte interpretative in cui la simbologia, anche dei colori, è importantissima, si può immaginare come il rosso, nelle scarpe dell'Imperatore che fino ad oggi venivano dipinte di bianco, cambi totalmente il senso. Non è infatti il rosso, colore più passionale che spinge l'immaginazione verso una probabile conquista, mentre il bianco fa pensare a qualcosa di più puro e retto? Così, visto che il mio mazzo di Tarocchi è andato perduto (preso da mia sorella? sistemato da mia mamma? portato qui e nascosto da qualche parte?) ho deciso che il mio prossimo mazzo di Tarocchi sarà quello ridisegnato in toto da Jodorowsky.
Premetto, non considero più i Tarocchi o l'I Ching come un'arte divinatoria. Quando ero piccola leggevo spesso carte, fondi del caffè, mani, I Ching nella speranza di trovare la risposta a una domanda spesso inesistente (oddio facevo anche sedute spiritiche e disegnavo amuleti su pergamena).
Ora ho capito che i Tarocchi e l'I Ching sono un "gioco", così vengono definiti almeno i Tarocchi, ma soprattutto sono interpretativi. Non dicono mai cose chiare ma ti aiutano a scoprire dove sei e dove stai andando. Se il Carro è accanto alla Morte, io posso dire che si verificherà un evento che porterà sicuramente dei grandi cambiamenti o che la persona in questione farà una scelta che porterà a un grande cambiamento. Io non posso sapere (come non lo sanno le carte) che tipo di cambiamento sarà: ma la persona che mi interroga sicuramente sì. Chi non si trova mai di fronte a una scelta? Se la persona in questione sta da tempo aspettando che qualcuno glielo ricordi eccole lì. Nessuna magia dunque, mera psicologia. L'I Ching è ancora più spettacolare. Non è visivo, perché quelle linee e quei tratteggi non ti possono dire nulla, quindi o vai di manuale (come me) oppure impari a memoria gli 8 trigrammi possibili da combinare in esagrammi e poi interpreti. Il risultato sarà qualche verso assolutamente senza senso tipo "La calma si trova nell'acqua, può essere utile attraversare un grande fiume".
Oppure "Distruzione: cercate di non muovervi". Nulla di quello che ricaverete dall'I Ching avrà un senso compiuto ma, una volta avvenuto il fatto, io ho sempre esclamato "Ecco, lo sapevo, l'I Ching me lo aveva detto". La verità è che nulla di ciò che aveva predetto era stato minimamente comprensibile per me prima che l'evento accadesse. Dopo in effetti è facile dire "me lo aveva detto". Se mi dice di non muovermi e io non capisco a che si riferisce, non appena compio un passo falso e faccio la cazzata ecco che lo strumento divinatorio dell'I Ching arriva: totalmente inutile. Tuttavia mi diverte farlo, perché a volte qualche frase può illuminare e magari farti riflettere. E' come quando una persona ti racconta una storia, una fiaba, con una morale. E non tutta la morale è applicabile a te, ma c'è una frase, una piccolissima frase che ti fa riflettere e che magari ti aiuta a capire delle cose.
Esempio: se la mia collega mi racconta che deve svasare delle piante perché le radici sono troppo grandi ed escono dal vaso, io posso pensare che è ora di portare i problemi fuori dalla mia testa prima di esplodere.
Tutto questo per dire che se qualcuno è convinto che i Tarocchi possano predire il futuro, molto probabilmente si sbaglia. E forse spenderebbe meno ad andare da uno psicanalista.
Ah, un'altra cosa buffa. Una volta ci sono stata da una psicoterapeuta, era molto brava ma sono stata da lei solo un paio di volte. Mi piaceva il suo modo non freudiano di trattare con la gente. E sapete che mi disse? Che ero molto giovane, ed era normale che volessi tenermi molte porte aperte, ma una volta presa una decisione la strada sarebbe stata tutta in discesa. Perché quando hai deciso cosa fare è tutto più semplice. Fu la stessa cosa che mi disse, pochi anni prima, un ragazzo leggendomi i Tarocchi. Disse che avevo molte scelte a disposizione e qualunque strada avessi scelto, mi sarebbe andata bene.
E avevano ragione entrambi.
Canzone del giorno: Paparazzi Lady GaGa
Qui qualcosa in più sui Tarocchi che pare siano italiani (?).
18 febbraio 2010
Dr. Feelgood
Ultimamente ho perso le mie abitudini. Quando vivevo a Torino mi alzavo presto così potevo fare colazione, truccarmi con calma e leggere il giornale online, magari aggiornare il blog, preferibilmente non tutto insieme, altrimenti rischiavo di puciare il pennello del trucco nel latte passarmi i biscotti sulle labbra e addentare un ombretto. Ora mi sveglio, a volte, alle 8.05, mi lavo la faccia, metto la cremina, mi lavo i denti, prendo le mie pastiglie e mi catapulto in macchina. Arrivo stravolta in ufficio dove mangio un tocchettino di cioccolata fondente e bevo un mocaccino delle macchinette automatiche e in coma così come sono cerco di cominciare la mia giornata lavorativa.
In questi giorni sto cercando di svegliarmi a un orario decente per poter fare un minimo di colazione e truccarmi. Senza trucco sembra che un tir molto pesante mi abbia passeggiato sulla faccia e abbia fatto retromarcia per assicurarsi di avermi presa bene.
Sto leggendo un meraviglioso libro di Oliver Sacks, si intitola "Un antropologo su Marte", parla di 7 persone, 7 casi clinici ma dall'occhio di Sacks solo casi umani, storie di persone che hanno perso qualche capacità o ne hanno acquistate di nuove.
Finora ho letto tre storie ma l'ultima è buffa perché parla di un pittore mnemonista di Pontito, vicino Pescia in provincia di Pistoia. Ora è quasi un paesino abbandonato, con i suoi 70 abitanti e nessun tipo di turismo. Franco Magnani, il pittore mnemonista, nacque lì per poi trasferirsi, dopo aver girato mezzo mondo facendo il cuoco sulle navi da crociera, a San Francisco. Dopo una non meglio precisata malattia incomincia ad avere visioni incredibili e tridimensionali della sua città natia, quasi allucinazioni che lo portano a dipingere con dovizia di particolari i luoghi della sua infanzia, tanto che le fotografie degli stessi scorci da lui dipinti si dimostrano identici ai dipinti stessi. Che posso dire se non che sono curiosa di vedere Pontito?
Oliver Sacks è un medico grandioso e uno scrittore fantastico, è il lato umano della medicina, quella faccia di cui spesso scordiamo l'esistenza.
Dopo aver fatto la chemioterapia e per un po' di tempo, ricevevo a casa il giornalino dei volontari dell'ospedale: mi aveva colpito il racconto di un ragazzo che ammalatosi da ragazzino di un tumore alle ossa, aveva dovuto anche sentire le dure parole del medico: non avrebbe mai più camminato senza le grucce. Il ragazzo si fece forza fece molta fisioterapia e nuoto e le grucce non le usa. Ha una compagna e un bambino.
Mi ritengo fortunata perché i miei medici, invece, sono stati incredibilmente umani, passavano sempre a trovarmi alla fine del turno anche se mi trovavo in reparti diversi da quello di oncologia, rispondevano alle mie email quando gli scrivevo una volta finita la terapia, avevano sempre due minuti per me quando andavo a trovarli (una volta guarita fu difficile troncare quel cordone ombelicale che mi univa all'ospedale, ben felice di essere guarita, sentivo tuttavia di aver perso una specie di famiglia), accettavano con pazienza le mie domande e se avevo qualche problema di qualsiasi genere avevano sempre un medico da consigliarmi.
Nonostante fossi una discola (non volevo mai mettermi la mascherina chirurgica nemmeno quando avevo i globuli bianchi bassissimi, andavo a concerti, centri sociali, a scuola) non mi rimproveravano mai quando tornavo in ospedale con febbre altissima e la possessione di qualche batterio. Capivano che dietro i miei occhi grandi e sotto il mio cappellino che copriva la pelata e il mio fare anarchico si nascondeva una ragazzina che voleva solo sembrare normale e che una mascherina verde avrebbe ucciso.
Passare al nuovo ospedale per adulti mi mise ansia, ma il mio nuovo medico è un essere mitologico più uomo che medico. Sa come prendermi, è molto dolce, molto paziente e soprattutto molto competente. Dopo il tumore al seno non volevo prendere le pastiglie di tamoxifene prescrittemi. Temevo tutti gli effetti collaterali e nessuno riusciva a convincermi del contrario. Eppure mi bastò una sua email di risposta per tranquillizzarmi e capire che quella era la scelta giusta.
Credo che parte del mio ottimismo sia dovuto a loro, credo e sono convinta che il mondo sia più bello di come lo vede la gente, e che le persone siano sostanzialmente buone.
Io ci credo nelle persone.
Canzone del giorno: Dr. Feelgood Mötley Crüe
In questi giorni sto cercando di svegliarmi a un orario decente per poter fare un minimo di colazione e truccarmi. Senza trucco sembra che un tir molto pesante mi abbia passeggiato sulla faccia e abbia fatto retromarcia per assicurarsi di avermi presa bene.
Sto leggendo un meraviglioso libro di Oliver Sacks, si intitola "Un antropologo su Marte", parla di 7 persone, 7 casi clinici ma dall'occhio di Sacks solo casi umani, storie di persone che hanno perso qualche capacità o ne hanno acquistate di nuove.
Finora ho letto tre storie ma l'ultima è buffa perché parla di un pittore mnemonista di Pontito, vicino Pescia in provincia di Pistoia. Ora è quasi un paesino abbandonato, con i suoi 70 abitanti e nessun tipo di turismo. Franco Magnani, il pittore mnemonista, nacque lì per poi trasferirsi, dopo aver girato mezzo mondo facendo il cuoco sulle navi da crociera, a San Francisco. Dopo una non meglio precisata malattia incomincia ad avere visioni incredibili e tridimensionali della sua città natia, quasi allucinazioni che lo portano a dipingere con dovizia di particolari i luoghi della sua infanzia, tanto che le fotografie degli stessi scorci da lui dipinti si dimostrano identici ai dipinti stessi. Che posso dire se non che sono curiosa di vedere Pontito?
Oliver Sacks è un medico grandioso e uno scrittore fantastico, è il lato umano della medicina, quella faccia di cui spesso scordiamo l'esistenza.
Dopo aver fatto la chemioterapia e per un po' di tempo, ricevevo a casa il giornalino dei volontari dell'ospedale: mi aveva colpito il racconto di un ragazzo che ammalatosi da ragazzino di un tumore alle ossa, aveva dovuto anche sentire le dure parole del medico: non avrebbe mai più camminato senza le grucce. Il ragazzo si fece forza fece molta fisioterapia e nuoto e le grucce non le usa. Ha una compagna e un bambino.
Mi ritengo fortunata perché i miei medici, invece, sono stati incredibilmente umani, passavano sempre a trovarmi alla fine del turno anche se mi trovavo in reparti diversi da quello di oncologia, rispondevano alle mie email quando gli scrivevo una volta finita la terapia, avevano sempre due minuti per me quando andavo a trovarli (una volta guarita fu difficile troncare quel cordone ombelicale che mi univa all'ospedale, ben felice di essere guarita, sentivo tuttavia di aver perso una specie di famiglia), accettavano con pazienza le mie domande e se avevo qualche problema di qualsiasi genere avevano sempre un medico da consigliarmi.
Nonostante fossi una discola (non volevo mai mettermi la mascherina chirurgica nemmeno quando avevo i globuli bianchi bassissimi, andavo a concerti, centri sociali, a scuola) non mi rimproveravano mai quando tornavo in ospedale con febbre altissima e la possessione di qualche batterio. Capivano che dietro i miei occhi grandi e sotto il mio cappellino che copriva la pelata e il mio fare anarchico si nascondeva una ragazzina che voleva solo sembrare normale e che una mascherina verde avrebbe ucciso.
Passare al nuovo ospedale per adulti mi mise ansia, ma il mio nuovo medico è un essere mitologico più uomo che medico. Sa come prendermi, è molto dolce, molto paziente e soprattutto molto competente. Dopo il tumore al seno non volevo prendere le pastiglie di tamoxifene prescrittemi. Temevo tutti gli effetti collaterali e nessuno riusciva a convincermi del contrario. Eppure mi bastò una sua email di risposta per tranquillizzarmi e capire che quella era la scelta giusta.
Credo che parte del mio ottimismo sia dovuto a loro, credo e sono convinta che il mondo sia più bello di come lo vede la gente, e che le persone siano sostanzialmente buone.
Io ci credo nelle persone.
Canzone del giorno: Dr. Feelgood Mötley Crüe
05 ottobre 2009
Matrimonio celtico sotto le stelle
Forse non ne ho mai parlato in questo blog, ma S è stata la mia migliore amica per un sacco di anni durante quel periodo intricato che è l'adolescenza. Ci siamo poi perse di vista, capita, una volta entrambe seriamente fidanzate.
Io e lei eravamo inseparabili, una cosa mai vista per me che sono una specie di essere antisociale. Andavamo in vacanza insieme, i weekend insieme, in Molise insieme e non avevamo grosse gelosie. Se ci piaceva lo stesso ragazzo finiva che una delle due cedeva e dice "ok, questo è tuo". Ovviamente non con queste parole.
Io dopo cena passavo a trovarla, facevamo due passi e si parlava di tutto, abbiamo condiviso molte molte cose ma dopo tanti anni alla fine ci siamo perse. Ripeto, capita.
Per questo mi ha fatto ancora più piacere essere stata invitata al suo matrimonio.
Le sue parole al telefono sono state queste: mi sposo il 3 di ottobre in comune, lì se vuoi vieni ma ci tengo di più che tu venga il giorno successivo, mi sposerò con rito celtico.
Io e S avevamo sempre al collo un triskel da cui non ci separavamo mai (il mio purtroppo si ruppe e poi andò perduto. Ma forse perso no, so dove si trova ma non voglio recuperarlo per vari motivi che non sto a spiegare). Ce li portarono sua sorella e suo cognato di ritorno dalla Bretagna. Io e lei, piccole streghe, che ci mettevamo a compiere piccoli riti propiziatori alla luce della luna. Sempre con indosso il nostro inseparabile triskel.
Sapevo in un certo senso che se mai si fosse sposata l'avrebbe fatto così. E' una ragazza coraggiosa, S, non teme ciò che gli altri pensano di lei, va dritta per la sua strada ed è una delle persone più coerenti che conosca. Mi ricordo che da piccina litigò con suo padre perché non voleva cresimarsi.
Ci compravamo libri di magia bianca e stregoneria, quei pochi che le nostre poverissime finanze di allora potevano permetterci. Poi consacrammo dei talismani che ho ancora in un vecchio portafogli. Lei mi regalò un libro dulle divinità celtiche e da allora il mio nick (prima ancora di avere un computer avevo un nickname) passò da Cay a Cleena, la dea celtica che culla le persone che soffrono fino a farle addormentare.
Il rito civile è stato breve e indolore. Note curiose, lo sposo (che appunto conobbi quel giorno) invece di dire "Sì" alla fatidica domanda, rispose "Altroché", suscitando notevole ilarità.
Il giorno dopo, la cerimonia si è svolta in montagna, a mille metri, in una specie di ex convento di monaci. Non posto foto perché mi sembra di rovinare l'incanto di quella sera, di un matrimonio assolutamente non convenzionale ma spiritualmente il più incantevole che io abbia mai visto.
Scoprii solo lì che ero destinata ad essere una delle cinque ancelle (nel matrimonio tradizionale, damigelle) che avrebbe accompagnato la sposa all'interno del cerchio.
Così mentre lo sposo si avviava scalzo seguito dai suoi cinque testimoni e da tutti gli invitati in mezzo al prato, noi, insieme al padre, aspettavamo la sposa.
Intanto si faceva buio, era essenziale, c'era luna piena.
Lo sposo si piazzò al centro del prato e tutti gli invitati si disposero in cerchio, insieme ai cinque testimoni che in mano tenevano una torcia ciascuno.
Una volta arrivata la sposa noi abbiamo seguito lei e suo padre, ognuna di noi aveva in mano una piccola bottiglietta di vetro piena d'acqua e una spilla con fiori di lavanda.
Quando la sposa è arrivata al cerchio noi ancelle ci siamo posizionate tra un testimone e l'altro, ascoltando la loro cerimonia. Sotto la luna si sono scambiati le promesse e gli anelli e, a simbolo del loro amore, hanno piantato un piccolo faggio al centro del cerchio. Faggio che poi noi ancelle abbiamo bagnato con l'acqua delle nostre bottigliette.
S si è commossa leggendo le sue promesse allo sposo e un po' mi sono commossa anch'io.
Sotto la luce della luna tutto aveva un'aria così misteriosa e, nonostante le basse temperature, non sentivo più il freddo. Guardavo il faggio e pensavo che sarà bellissimo per loro tornare di anno in anno a guardare come sarebbe cresciuto. E che magari un giorno avranno un bambino e lo porteranno lì per raccontargli la loro storia. E gli diranno "Vedi quel faggio? Era piccolo una volta come sei piccolo tu, ma ora è grande e anche tu lo diventerai. Questo è stato il simbolo del nostro amore e ora lo sei tu". E mentre fantasticavo su queste romanticherie gli sposi si sono baciati e la sposa ha donato il suo bouquet, ricco di simbologie, allo sposo. Ci siamo riavvicinati al casolare e abbiamo preso posto ai tavoli per mangiare.
Io e Roccio siamo rimasti a dormire lì (erano due ore di tragitto per tornare a casa, di cui almeno 45 minuti su stradine di montagna, strette e a doppio senso di marcia), credendo che rimanesse molta più gente. In realtà alla fine siamo rimasti io e Roccio, sposa e sposo, Claudio, la sorella di S e suo marito. Questo ci ha permesso di fare quattro chiacchiere, ché era molto che non ci si vedeva. E fare quattro chiacchiere davanti ad una immensa scodella di zuppa inglese dentro cui pescavamo col nostro cucchiaio rende tutto più allegro e sincero. Dopo aver chiacchierato un po' siamo andati alle nostre stanze. Faceva abbastanza freddino e io ho dovuto usare anche il sacco a pelo oltre alla coperta per sentirmi a posto.
Quello che mi piace di questa ragazza è che mentre tutti guardano al passato, temendo il giudizio della propria famiglia e cercando in tutti i modi di fare ciò che essa desidera, S pensa al futuro e pensa al fatto che la vita va vissuta come nei propri sogni. Perché se si vivono i sogni degli altri si finisce per rimpiangere tutto.
Io e lei eravamo inseparabili, una cosa mai vista per me che sono una specie di essere antisociale. Andavamo in vacanza insieme, i weekend insieme, in Molise insieme e non avevamo grosse gelosie. Se ci piaceva lo stesso ragazzo finiva che una delle due cedeva e dice "ok, questo è tuo". Ovviamente non con queste parole.
Io dopo cena passavo a trovarla, facevamo due passi e si parlava di tutto, abbiamo condiviso molte molte cose ma dopo tanti anni alla fine ci siamo perse. Ripeto, capita.
Per questo mi ha fatto ancora più piacere essere stata invitata al suo matrimonio.
Le sue parole al telefono sono state queste: mi sposo il 3 di ottobre in comune, lì se vuoi vieni ma ci tengo di più che tu venga il giorno successivo, mi sposerò con rito celtico.
Io e S avevamo sempre al collo un triskel da cui non ci separavamo mai (il mio purtroppo si ruppe e poi andò perduto. Ma forse perso no, so dove si trova ma non voglio recuperarlo per vari motivi che non sto a spiegare). Ce li portarono sua sorella e suo cognato di ritorno dalla Bretagna. Io e lei, piccole streghe, che ci mettevamo a compiere piccoli riti propiziatori alla luce della luna. Sempre con indosso il nostro inseparabile triskel.
Sapevo in un certo senso che se mai si fosse sposata l'avrebbe fatto così. E' una ragazza coraggiosa, S, non teme ciò che gli altri pensano di lei, va dritta per la sua strada ed è una delle persone più coerenti che conosca. Mi ricordo che da piccina litigò con suo padre perché non voleva cresimarsi.
Ci compravamo libri di magia bianca e stregoneria, quei pochi che le nostre poverissime finanze di allora potevano permetterci. Poi consacrammo dei talismani che ho ancora in un vecchio portafogli. Lei mi regalò un libro dulle divinità celtiche e da allora il mio nick (prima ancora di avere un computer avevo un nickname) passò da Cay a Cleena, la dea celtica che culla le persone che soffrono fino a farle addormentare.
Il rito civile è stato breve e indolore. Note curiose, lo sposo (che appunto conobbi quel giorno) invece di dire "Sì" alla fatidica domanda, rispose "Altroché", suscitando notevole ilarità.
Il giorno dopo, la cerimonia si è svolta in montagna, a mille metri, in una specie di ex convento di monaci. Non posto foto perché mi sembra di rovinare l'incanto di quella sera, di un matrimonio assolutamente non convenzionale ma spiritualmente il più incantevole che io abbia mai visto.
Scoprii solo lì che ero destinata ad essere una delle cinque ancelle (nel matrimonio tradizionale, damigelle) che avrebbe accompagnato la sposa all'interno del cerchio.
Così mentre lo sposo si avviava scalzo seguito dai suoi cinque testimoni e da tutti gli invitati in mezzo al prato, noi, insieme al padre, aspettavamo la sposa.
Intanto si faceva buio, era essenziale, c'era luna piena.
Lo sposo si piazzò al centro del prato e tutti gli invitati si disposero in cerchio, insieme ai cinque testimoni che in mano tenevano una torcia ciascuno.
Una volta arrivata la sposa noi abbiamo seguito lei e suo padre, ognuna di noi aveva in mano una piccola bottiglietta di vetro piena d'acqua e una spilla con fiori di lavanda.
Quando la sposa è arrivata al cerchio noi ancelle ci siamo posizionate tra un testimone e l'altro, ascoltando la loro cerimonia. Sotto la luna si sono scambiati le promesse e gli anelli e, a simbolo del loro amore, hanno piantato un piccolo faggio al centro del cerchio. Faggio che poi noi ancelle abbiamo bagnato con l'acqua delle nostre bottigliette.
S si è commossa leggendo le sue promesse allo sposo e un po' mi sono commossa anch'io.
Sotto la luce della luna tutto aveva un'aria così misteriosa e, nonostante le basse temperature, non sentivo più il freddo. Guardavo il faggio e pensavo che sarà bellissimo per loro tornare di anno in anno a guardare come sarebbe cresciuto. E che magari un giorno avranno un bambino e lo porteranno lì per raccontargli la loro storia. E gli diranno "Vedi quel faggio? Era piccolo una volta come sei piccolo tu, ma ora è grande e anche tu lo diventerai. Questo è stato il simbolo del nostro amore e ora lo sei tu". E mentre fantasticavo su queste romanticherie gli sposi si sono baciati e la sposa ha donato il suo bouquet, ricco di simbologie, allo sposo. Ci siamo riavvicinati al casolare e abbiamo preso posto ai tavoli per mangiare.
Io e Roccio siamo rimasti a dormire lì (erano due ore di tragitto per tornare a casa, di cui almeno 45 minuti su stradine di montagna, strette e a doppio senso di marcia), credendo che rimanesse molta più gente. In realtà alla fine siamo rimasti io e Roccio, sposa e sposo, Claudio, la sorella di S e suo marito. Questo ci ha permesso di fare quattro chiacchiere, ché era molto che non ci si vedeva. E fare quattro chiacchiere davanti ad una immensa scodella di zuppa inglese dentro cui pescavamo col nostro cucchiaio rende tutto più allegro e sincero. Dopo aver chiacchierato un po' siamo andati alle nostre stanze. Faceva abbastanza freddino e io ho dovuto usare anche il sacco a pelo oltre alla coperta per sentirmi a posto.
Quello che mi piace di questa ragazza è che mentre tutti guardano al passato, temendo il giudizio della propria famiglia e cercando in tutti i modi di fare ciò che essa desidera, S pensa al futuro e pensa al fatto che la vita va vissuta come nei propri sogni. Perché se si vivono i sogni degli altri si finisce per rimpiangere tutto.
05 novembre 2008
Vince Obama, segno che qualcosa sta cambiando. E dato che si parla dell'america, si parla del mondo intero. Dai Obama sollevaci dallo schifo che ci circonda!
In questi giorni sto andando a mangiare con le mie colleghe e sono simpatiche. L'altro giorno si parlava delle cotte avute ai tempi delle superiori e, devo dirlo, non ho avuto ai tempi delle cotte come le hanno avute loro. Ma del tipo che seguivano i loro beniamini o li aspettavano all'uscita da scuola solo per sospirare al loro passaggio. Io cazzeggiavo alle superiori, e i miei fidanzatini, ai tempi, erano fuori dalle mura scolastiche.
Poi abbiamo cominciato a chiacchierare delle prime volte. Non quelle, intendetemi, ma i primi baci. Ho scoperto di essere stata abbastanza precoce in quanto le altre ragazze hanno dato il loro primo bacio alla francese dopo i 16 anni.
Il ragazzo a cui ho dato il primo bacio me lo ricordo. Aveva due sopracciglia enormi. Era un ragazzotto tutto sommato carino e io mi chiedevo come facessi a piacergli. Ero la sua compagna di banco: un giorno mi disse che una ragazza della classe gli piaceva particolarmente. Feci tutti i nomi, tranne il mio. Disse di no a ciascun nome.
Non capivo.
Questo mi capitò parecchie volte nell'arco della mia gioventù: non recepivo i segni di un chiaro interesse nei miei confronti. Questo perché un po' tutti, e alla fine ci ho creduto anch'io, mi consideravano una specie di scarafaggio con le gambe. Un ragazzotto con cui sono stata mi confessò che nella sua compagnia mi chiamavano lo "scarrafone". Un altro mi disse che con un naso più piccolo potevo quasi sembrare normale.
Certe cose ti segnano, come dice il comico.
Quindi spesso non capivo. Alla fine questo ragazzo me lo disse, ma era un pirla.
Era davvero un pirla. Uso il termine milanese perché nessun altro termine lo descrive meglio.
Lui era quello che diceva di avere già limonato, quindi tutti gli altri ragazzi lo guardavano con ammirazione e le ragazze si chiedevano cosa mai significasse limonare.
Si andava da lui a chiedere le cose più sporche per noi ai tempi così piccini: gli chiedevamo cosa fosse una sega, cosa fosse la sborra (ai tempi non si andava tanto per il sottile col linguaggio) e lui si armava di pazienza e ci spiegava.
Quindi a ripensarci oggi, era davvero un pirla.
Però io ero la più bruttina della classe e lui in fondo non era tanto male, aveva anche un mezzo accenno di pelo in viso che lo faceva sembrare quasi uomo. Un giorno mi invitò da lui per studiare e non studiammo.
Mi diede il mio primo bacio e io schifata scappai di corsa giù per le scale.
Il giorno successivo si era già sparsa voce nella classe e le ragazze ripetenti mi guardavano con una certa ammirazione.
In seguito questo ragazzotto si mise con ciascuna delle ragazze della classe, tranne una.
A quel che mi ricordo venne fuori una sorta di beautiful in cui lui era ridge e a turno stava una settimana con tutte. Io non ci cascai due volte, grazie a Dio. Anche perché venne l'epoca del secondo pirla. Ma lui poverino mi sembrava più una vittima del mondo.
Questo ragazzo era della classe accanto e, a differenza del pirla numero uno, sembrava che io gli piacessi davvero.
La classe accanto era composta da delinquentelli e lui sembrava davvero l'unico bravo ragazzo. Mi portava nel parco e facevamo lunghe passeggiate. L'unica cosa, mi diceva, la domenica non ci sono mai. La domenica è sacra. La domenica non posso.
Non che dicessi nulla. Anzi, un po' di respiro mi ci voleva proprio.
Questo ragazzo mi aspettava all'uscita da scuola, veniva a prendermi per uscire il pomeriggio, mi veniva a prendere a catechismo, e quando facevo il tempo prolungato a scuola era lì che mi aspettava.
Finchè un giorno se ne uscì con la confessione.
Mi disse "Sai devo dirti una cosa piuttosto importante, una cosa che potrebbe cambiare le cose, una cosa che faccio fatica a dirti".
La scena era davvero seria e pareva davvero una soap opera però fatta da ragazzini. Eravamo al parco e faceva fresco e lui cercava di dirmi questa cosa tanto importante dopo aver criticato il mio abbigliamento "sciallo" (che cosa c'era di male nei miei anfibi e nei miei pantaloni rosa confetto? e nella mia camicia a quadri da boscaiolo?). Il vento soffiava ma faceva caldo. E io cominciavo a preoccuparmi perché la sua aria era davvero grave. Credevo fosse malato.
Dopo un po' cominciò a blaterare su che cose fosse per lui la donna, e una volta terminata questa lezione filosofica disse "Vedi, io sono un testimone di Geova".
Avrei voluto ucciderlo, mi aveva fatto prendere un colpo. Da lì le cose cambiarono un pochetto. Prima di tutto perché il loro punto di incontro era sotto casa mia e me lo trovavo sotto casa in giacca e cravatta la domenica (giorno fino ad allora tabù) che mi salutava quando ero sul balcone e io avrei voluto buttarmi di sotto.
E poi perché bene o male ti ci trovi dentro questa cosa. I testimoni di Geova sono una comunità vastissima e in un certo senso tengono sott'occhio quello che fanno i loro seguaci.
Così un giorno trovai una ragazza della scuola (che tutti chiamavano Natascia la bagascia, povera stella) che mi prese da parte e mi disse all'orecchio: "Dì ad A. che gli anziani sanno tutto, digli di fare attenzione". La cosa da un lato mi garbava, mi sembrava di essere in un film di spionaggio.
Ma poi lui era troppo appiccicoso e io lo mollai.
Ho scritto questo anche per arrivare a questo collegamento. Sono una persona essenzialmente curiosa, e dopo aver cercato (e non trovato) risposte nel cattolicesimo, per un breve periodo mi sono dedicata a buddha, un periodo durato più o meno cinque minuti di un namnio orenghe chiò detto una sera di fretta perché avevo sonno, sono andata anche a un incontro dei testimoni di Geova.
La loro comunità, ripeto, è davvero grande. Io ci andai vestita come al mio solito, ovvero male. Occhi bordati di nero e rossetto. Ma loro mi accolsero con grandi feste.
Mi strinsero la mano e ma che begli occhi, ma che bella ragazza, che sguardo dolce e così via.
Ai tempi avevo circa 18 anni, ero sempre stata curiosa di sapere cosa si celasse in quel luogo dove queste persone si incontravano. C'era un pappagallo di fronte casa mia che quando li sentiva parlare cominciava a dirgli parolacce. E ogni tot usciva una sposa da quel portone.
La messa è molto simile a quella cattolica, se non fosse per il fatto che lì tutti portano una copia della bibbia con sè. Io non l'avevo e un signore accanto a me la mise in mezzo affinché potessimo seguire le letture direttamente lì e insieme. La cerimonia della comunione è diversa. Viene fatto passare prima un piattino con l'ostia, si passa di mano in mano ma nessuno tocca nulla. Poi lo stesso con una brocchetta di vino rosso.
E poi saluti abbracci, e di nuovo ma che bella giacchina ma che begli occhioni verdi, ecc ecc.
Il signore seduto accanto a me mi regalò un libro, qualcosa come la supedizione de "La torre di guardia". Cercai di leggerlo un po' ma poi mi bloccai quando vidi in una pagina l'immagine di una ragazza seduta sul bordo del letto che piangeva. E il testo spiegava che toccarsi era un peccato grave, e che bisognava chiedere aiuto a Dio e perdono per quanto fatto.
Ho chiuso il libro (che da qualche parte a casa di mia mamma ho ancora) e ho deciso a cosa credere. Infatti sono atea.
In questi giorni sto andando a mangiare con le mie colleghe e sono simpatiche. L'altro giorno si parlava delle cotte avute ai tempi delle superiori e, devo dirlo, non ho avuto ai tempi delle cotte come le hanno avute loro. Ma del tipo che seguivano i loro beniamini o li aspettavano all'uscita da scuola solo per sospirare al loro passaggio. Io cazzeggiavo alle superiori, e i miei fidanzatini, ai tempi, erano fuori dalle mura scolastiche.
Poi abbiamo cominciato a chiacchierare delle prime volte. Non quelle, intendetemi, ma i primi baci. Ho scoperto di essere stata abbastanza precoce in quanto le altre ragazze hanno dato il loro primo bacio alla francese dopo i 16 anni.
Il ragazzo a cui ho dato il primo bacio me lo ricordo. Aveva due sopracciglia enormi. Era un ragazzotto tutto sommato carino e io mi chiedevo come facessi a piacergli. Ero la sua compagna di banco: un giorno mi disse che una ragazza della classe gli piaceva particolarmente. Feci tutti i nomi, tranne il mio. Disse di no a ciascun nome.
Non capivo.
Questo mi capitò parecchie volte nell'arco della mia gioventù: non recepivo i segni di un chiaro interesse nei miei confronti. Questo perché un po' tutti, e alla fine ci ho creduto anch'io, mi consideravano una specie di scarafaggio con le gambe. Un ragazzotto con cui sono stata mi confessò che nella sua compagnia mi chiamavano lo "scarrafone". Un altro mi disse che con un naso più piccolo potevo quasi sembrare normale.
Certe cose ti segnano, come dice il comico.
Quindi spesso non capivo. Alla fine questo ragazzo me lo disse, ma era un pirla.
Era davvero un pirla. Uso il termine milanese perché nessun altro termine lo descrive meglio.
Lui era quello che diceva di avere già limonato, quindi tutti gli altri ragazzi lo guardavano con ammirazione e le ragazze si chiedevano cosa mai significasse limonare.
Si andava da lui a chiedere le cose più sporche per noi ai tempi così piccini: gli chiedevamo cosa fosse una sega, cosa fosse la sborra (ai tempi non si andava tanto per il sottile col linguaggio) e lui si armava di pazienza e ci spiegava.
Quindi a ripensarci oggi, era davvero un pirla.
Però io ero la più bruttina della classe e lui in fondo non era tanto male, aveva anche un mezzo accenno di pelo in viso che lo faceva sembrare quasi uomo. Un giorno mi invitò da lui per studiare e non studiammo.
Mi diede il mio primo bacio e io schifata scappai di corsa giù per le scale.
Il giorno successivo si era già sparsa voce nella classe e le ragazze ripetenti mi guardavano con una certa ammirazione.
In seguito questo ragazzotto si mise con ciascuna delle ragazze della classe, tranne una.
A quel che mi ricordo venne fuori una sorta di beautiful in cui lui era ridge e a turno stava una settimana con tutte. Io non ci cascai due volte, grazie a Dio. Anche perché venne l'epoca del secondo pirla. Ma lui poverino mi sembrava più una vittima del mondo.
Questo ragazzo era della classe accanto e, a differenza del pirla numero uno, sembrava che io gli piacessi davvero.
La classe accanto era composta da delinquentelli e lui sembrava davvero l'unico bravo ragazzo. Mi portava nel parco e facevamo lunghe passeggiate. L'unica cosa, mi diceva, la domenica non ci sono mai. La domenica è sacra. La domenica non posso.
Non che dicessi nulla. Anzi, un po' di respiro mi ci voleva proprio.
Questo ragazzo mi aspettava all'uscita da scuola, veniva a prendermi per uscire il pomeriggio, mi veniva a prendere a catechismo, e quando facevo il tempo prolungato a scuola era lì che mi aspettava.
Finchè un giorno se ne uscì con la confessione.
Mi disse "Sai devo dirti una cosa piuttosto importante, una cosa che potrebbe cambiare le cose, una cosa che faccio fatica a dirti".
La scena era davvero seria e pareva davvero una soap opera però fatta da ragazzini. Eravamo al parco e faceva fresco e lui cercava di dirmi questa cosa tanto importante dopo aver criticato il mio abbigliamento "sciallo" (che cosa c'era di male nei miei anfibi e nei miei pantaloni rosa confetto? e nella mia camicia a quadri da boscaiolo?). Il vento soffiava ma faceva caldo. E io cominciavo a preoccuparmi perché la sua aria era davvero grave. Credevo fosse malato.
Dopo un po' cominciò a blaterare su che cose fosse per lui la donna, e una volta terminata questa lezione filosofica disse "Vedi, io sono un testimone di Geova".
Avrei voluto ucciderlo, mi aveva fatto prendere un colpo. Da lì le cose cambiarono un pochetto. Prima di tutto perché il loro punto di incontro era sotto casa mia e me lo trovavo sotto casa in giacca e cravatta la domenica (giorno fino ad allora tabù) che mi salutava quando ero sul balcone e io avrei voluto buttarmi di sotto.
E poi perché bene o male ti ci trovi dentro questa cosa. I testimoni di Geova sono una comunità vastissima e in un certo senso tengono sott'occhio quello che fanno i loro seguaci.
Così un giorno trovai una ragazza della scuola (che tutti chiamavano Natascia la bagascia, povera stella) che mi prese da parte e mi disse all'orecchio: "Dì ad A. che gli anziani sanno tutto, digli di fare attenzione". La cosa da un lato mi garbava, mi sembrava di essere in un film di spionaggio.
Ma poi lui era troppo appiccicoso e io lo mollai.
Ho scritto questo anche per arrivare a questo collegamento. Sono una persona essenzialmente curiosa, e dopo aver cercato (e non trovato) risposte nel cattolicesimo, per un breve periodo mi sono dedicata a buddha, un periodo durato più o meno cinque minuti di un namnio orenghe chiò detto una sera di fretta perché avevo sonno, sono andata anche a un incontro dei testimoni di Geova.
La loro comunità, ripeto, è davvero grande. Io ci andai vestita come al mio solito, ovvero male. Occhi bordati di nero e rossetto. Ma loro mi accolsero con grandi feste.
Mi strinsero la mano e ma che begli occhi, ma che bella ragazza, che sguardo dolce e così via.
Ai tempi avevo circa 18 anni, ero sempre stata curiosa di sapere cosa si celasse in quel luogo dove queste persone si incontravano. C'era un pappagallo di fronte casa mia che quando li sentiva parlare cominciava a dirgli parolacce. E ogni tot usciva una sposa da quel portone.
La messa è molto simile a quella cattolica, se non fosse per il fatto che lì tutti portano una copia della bibbia con sè. Io non l'avevo e un signore accanto a me la mise in mezzo affinché potessimo seguire le letture direttamente lì e insieme. La cerimonia della comunione è diversa. Viene fatto passare prima un piattino con l'ostia, si passa di mano in mano ma nessuno tocca nulla. Poi lo stesso con una brocchetta di vino rosso.
E poi saluti abbracci, e di nuovo ma che bella giacchina ma che begli occhioni verdi, ecc ecc.
Il signore seduto accanto a me mi regalò un libro, qualcosa come la supedizione de "La torre di guardia". Cercai di leggerlo un po' ma poi mi bloccai quando vidi in una pagina l'immagine di una ragazza seduta sul bordo del letto che piangeva. E il testo spiegava che toccarsi era un peccato grave, e che bisognava chiedere aiuto a Dio e perdono per quanto fatto.
Ho chiuso il libro (che da qualche parte a casa di mia mamma ho ancora) e ho deciso a cosa credere. Infatti sono atea.
22 ottobre 2008
Quando un amico se ne va
Avrei voluto cominciare questo post con questa frase: "Domenica abbiamo visitato Civita di Bagnoregio. La prima cosa che sorprende è che già le indicazioni la descrivono come la città che muore. Nessuna definizione potrebbe essere migliore. Sistemata su un picco di tufo che piano piano sta cedendo e con i suoi 8 abitanti è davvero un paese che lentamente sparisce".
Lunedì mattina mi chiama mia mamma, alle 4.30 Fiocco, il nostro cane, è morto.
Pare che domenica sera abbia avuto una crisi, come quella che ha avuto quando l'abbiamo portato a operarsi. E' svenuto e mia mamma ha chiamato mio cognato per farsi accompagnare all'ospedale degli animali. Lì lo hanno tenuto in osservazione però alle 4.30 in seguito a un attacco di cuore, ha ceduto. Lunedì mattina ho preso il primo treno che ho potutoe sono salita a Torino. Mia mamma era distrutta. Lei si affeziona agli animali come nessuna persona io abbia mai conosciuto. Anche io ero a pezzi. Fiocco lo avevo portato a casa dal canile. Aveva una storia tristissima, due abbandoni alle spalle, e con noi almeno aveva trovato un po' di affetto e coccole. E poi era già vecchietto. Al canile era un privilegiato e le ragazze che lavoravano lì non lo facevano stare in gabbia ma lo tenevano negli uffici. Le persone si avvicinavano, credevano fosse un cucciolo, ma quando veniva loro rivelata l'età andavano via. Non potevo lasciarlo lì.
Così un bel giorno è tornato a casa con me. Mia mamma si è affezionata subito, l'ultimo mese lo ha lasciato dormire nel letto con lei. Lui si acciambellava e le faceva compagnia.
Purtroppo anche gli amici più cari se ne vanno.
Lunedì mattina mi chiama mia mamma, alle 4.30 Fiocco, il nostro cane, è morto.
Pare che domenica sera abbia avuto una crisi, come quella che ha avuto quando l'abbiamo portato a operarsi. E' svenuto e mia mamma ha chiamato mio cognato per farsi accompagnare all'ospedale degli animali. Lì lo hanno tenuto in osservazione però alle 4.30 in seguito a un attacco di cuore, ha ceduto. Lunedì mattina ho preso il primo treno che ho potutoe sono salita a Torino. Mia mamma era distrutta. Lei si affeziona agli animali come nessuna persona io abbia mai conosciuto. Anche io ero a pezzi. Fiocco lo avevo portato a casa dal canile. Aveva una storia tristissima, due abbandoni alle spalle, e con noi almeno aveva trovato un po' di affetto e coccole. E poi era già vecchietto. Al canile era un privilegiato e le ragazze che lavoravano lì non lo facevano stare in gabbia ma lo tenevano negli uffici. Le persone si avvicinavano, credevano fosse un cucciolo, ma quando veniva loro rivelata l'età andavano via. Non potevo lasciarlo lì.
Così un bel giorno è tornato a casa con me. Mia mamma si è affezionata subito, l'ultimo mese lo ha lasciato dormire nel letto con lei. Lui si acciambellava e le faceva compagnia.
Purtroppo anche gli amici più cari se ne vanno.
07 agosto 2008
Pesci grossi attenzione! Pesci piccoli in marcia!
Stanotte ho fatto un sogno bizzarro. Ho sognato che gli alieni volevano invadere il mondo... forse per la terza o quarta volta. Già perché quando sono arrivati, nel sogno, ho esclamato "Ancora?".
Erano piuttosto stupidi ma avevano le armi. E non avevano grossi scrupoli.
Sono caratteristiche che ti permettono anche in guerra di ottenere risultati. Armi e niente scrupoli. Si uccidevano tra loro senza problemi. E con meno problemi uccidevano noi.
Non ho mai paura dei miei sogni bizzarri, anche quando ci sono sangue morti e creature mostruose. Ma stanotte ho avuto paura. Terrore. Era come se sentissi di poter perdere davvero la vita (anche se ero consapevole che fosse un sogno, mi accade spesso. Nel sogno ho pensato "questo mi sembra di averlo già sognato. Sìsì se me lo ricordo l'ho già sognato").
Agli alieni si erano uniti alcuni esseri umani traditori, che speravano gli fosse salvata la vita. Ripeto, gli alieni erano davvero stupidi. Per tenerci buoni ci avevano legato le mani, ma non ai polsi: ad altezza dita, quindi era molto semplice slegarsi. Ma loro avevano le armi.
E alcuni esseri umani traditori che sicuramente erano più furbi di loro.
Per quanto possa sembrare bizzarro, in quel locale in cui eravamo chiusi e, apparentemente, legati, in quella specie di discoteca silenziosa piena di luci e colori e strani divisori rosa (forse un locale per scambisti?) gli alieni volevano omaggiarci di un concerto. Il ragazzo rasta suonava il basso, un basso artigianale che si era fatto lui, con un manico molto largo che conteneva però solo 2 corde. Un basso a due corde. Era davvero bello e produceva un suono molto caldo, che ricordava posti lontani. Sembrava uno strumento di qualche popolo indigeno del centro Africa.
Ma torniamo alla paura.
Capii che il ragazzo rasta era lì per aiutarci perché passò a controllare se eravamo ben legati ma in realtà, senza dire parola, ci aiutava a liberarci.
Poi mi ricordai perché le altre volte gli alieni non erano riusciti nel loro intento. Perché noi eravamo troppo numerosi rispetto a loro. Nonostante le armi e la mancanza di scrupoli noi li avevamo presi sempre a calci perché eravamo molti di più.
La differenza tra queste e le altre volte? Ora eravamo pochi. Ci avevano probabilmente divisi in gruppi più piccoli per tenerci meglio sott'occhio. Ma non sapremo mai come sarebbe andata a finire, la sveglia ha interrotto quest'avventura.
Il sogno è la trasposizione di una cosa che mi è accaduta ieri. Mentre io e Roccio facevamo i nerd, lui guardava su youtube video di chitarristi famosi e io giocavo a maple story mi è tornato in mente un amico delle superiori, compagno di banco e di mille avventure, che mi fece conoscere il metal. Lui stesso suonava la chitarra elettrica e aveva un piccolo gruppo dove ogni tanto cantavo. Stavo spesso a casa sua, anche se abitava fuori Torino, in camera aveva una piccola sala prove che poi ha allargato man mano con altre strumentazioni. Con la chitarra era molto bravo e aveva abbastanza voglia e risorse per potersi permettere di diventare qualcuno.
Poi ci si perse di vista: a mio parere lui non si comportò bene e mi diede l'idea di avermi raccontato un po' di balle. Non furono queste le ragioni di un distaccamento. Dopo la terza superiore cambiò scuola, io cambiai sezione.
E questo è quanto.
Ieri cercavo un suo video su youtube: ho visto che molte persone inseriscono video personali e ho pensato che magari anche lui avesse fatto qualcosa di simile.
Non ho trovato un video, ma un sito personale dove si dichiara fotografo: con una gallery con gnocche mezze nude che occhieggiano per un calendario, e una sua foto personale con occhiali da sole, camicia e cravatta nera, seduto su un divano rosso.
Più o meno nel 2002, non ricordo bene, mi arriva una chiamata. Non era un numero conosciuto. Era lui. Come va, come non va, ho avuto il tuo numero da questa persona, che mi racconti, lo sai che ho un gruppo, siamo abbastanza famosi, ho aperto un'azienda grafica blablabla. Perché non vieni a cena da me? Facciamo una sorpresa a mia mamma (sua mamma mi adorava). Insomma andai, mi faceva anche piacere, erano 7 anni che non ci si vedeva. A parte l'incredibile strumentazione che aveva a casa, gli chiesi se suonasse e cosa suonasse e mi regalò un cd del loro gruppo incellophanato e con il marchio siae.
Ceniamo, si parla del più e del meno. I suoi genitori mi chiedono come sto e cosa faccio. Dico che lavoro come grafica editoriale e lui dice che ha aperto un'azienda di grafica. Bene, gli dico, così posso venire a lavorare da te. Mica hai bisogno di un curriculum? Mi risponde: certo che ho bisogno di un curriculum, mica assumo così. E ti farò anche un colloquio. Serio.
Continuiamo a chiacchierare, dice di essersi comprato una Smart perché fa immagine. Bisogna pensare all'immagine. Quando va da un cliente e lo vedono con una Smart fa un'impressione diversa. Tutta questione di immagine.
Comincio a pensare che siamo diventati totalmente diversi. Quasi opposti.
E poi dice che il mondo è così: pesce grosso mangia pesce piccolo. E lui vuole essere pesce grosso. Dico che per me non è essenziale, mi basta essere felice e fare qualcosa che mi possa dare soddisfazioni. Ribadisce il concetto dicendo che in questo mondo se non sei pesce grosso non sei nessuno. E lui vuole essere qualcuno.
Rimango male nel vedere che il mondo gira davvero così. Le persone che hanno meno scrupoli nella vita riescono a fare cose in grande. Mentre i pesci piccoli guardano. Ma noi siamo tanti, davvero tanti. Potremmo rovesciare il mondo. Ma rimaniamo terrorizzati fingendo di essere legati, mentre siamo davvero liberi.
Dopo la cena usciamo, mi confessa che aveva trovato un bel donnino da sedurre ma era una che guadagnava tanti soldi e lui non poteva stare con una donna che guadagnasse molto più di lui. Terribile (qui già voglio tornare a casa, quasi).
Prima di uscire corre in bagno a truccarsi. Senza trucco non riesce a uscire di casa, dice (quando lo racconto a un'amica comune lei mi dice "Se lui non riesce a stare con una donna che guadagna più di lui, io non riuscirei a stare con un uomo che si trucca più di me!". Giusto appunto).
Voglio essere un pesce piccolo, Ma non voglio essere mangiata dai pesci grandi. Pesci piccoli, uniamoci!
Canzone del giorno: Ray Charles Hit the Road, Jack!
Erano piuttosto stupidi ma avevano le armi. E non avevano grossi scrupoli.
Sono caratteristiche che ti permettono anche in guerra di ottenere risultati. Armi e niente scrupoli. Si uccidevano tra loro senza problemi. E con meno problemi uccidevano noi.
Non ho mai paura dei miei sogni bizzarri, anche quando ci sono sangue morti e creature mostruose. Ma stanotte ho avuto paura. Terrore. Era come se sentissi di poter perdere davvero la vita (anche se ero consapevole che fosse un sogno, mi accade spesso. Nel sogno ho pensato "questo mi sembra di averlo già sognato. Sìsì se me lo ricordo l'ho già sognato").
Agli alieni si erano uniti alcuni esseri umani traditori, che speravano gli fosse salvata la vita. Ripeto, gli alieni erano davvero stupidi. Per tenerci buoni ci avevano legato le mani, ma non ai polsi: ad altezza dita, quindi era molto semplice slegarsi. Ma loro avevano le armi.
E alcuni esseri umani traditori che sicuramente erano più furbi di loro.
Per quanto possa sembrare bizzarro, in quel locale in cui eravamo chiusi e, apparentemente, legati, in quella specie di discoteca silenziosa piena di luci e colori e strani divisori rosa (forse un locale per scambisti?) gli alieni volevano omaggiarci di un concerto. Il ragazzo rasta suonava il basso, un basso artigianale che si era fatto lui, con un manico molto largo che conteneva però solo 2 corde. Un basso a due corde. Era davvero bello e produceva un suono molto caldo, che ricordava posti lontani. Sembrava uno strumento di qualche popolo indigeno del centro Africa.
Ma torniamo alla paura.
Capii che il ragazzo rasta era lì per aiutarci perché passò a controllare se eravamo ben legati ma in realtà, senza dire parola, ci aiutava a liberarci.
Poi mi ricordai perché le altre volte gli alieni non erano riusciti nel loro intento. Perché noi eravamo troppo numerosi rispetto a loro. Nonostante le armi e la mancanza di scrupoli noi li avevamo presi sempre a calci perché eravamo molti di più.
La differenza tra queste e le altre volte? Ora eravamo pochi. Ci avevano probabilmente divisi in gruppi più piccoli per tenerci meglio sott'occhio. Ma non sapremo mai come sarebbe andata a finire, la sveglia ha interrotto quest'avventura.
Il sogno è la trasposizione di una cosa che mi è accaduta ieri. Mentre io e Roccio facevamo i nerd, lui guardava su youtube video di chitarristi famosi e io giocavo a maple story mi è tornato in mente un amico delle superiori, compagno di banco e di mille avventure, che mi fece conoscere il metal. Lui stesso suonava la chitarra elettrica e aveva un piccolo gruppo dove ogni tanto cantavo. Stavo spesso a casa sua, anche se abitava fuori Torino, in camera aveva una piccola sala prove che poi ha allargato man mano con altre strumentazioni. Con la chitarra era molto bravo e aveva abbastanza voglia e risorse per potersi permettere di diventare qualcuno.
Poi ci si perse di vista: a mio parere lui non si comportò bene e mi diede l'idea di avermi raccontato un po' di balle. Non furono queste le ragioni di un distaccamento. Dopo la terza superiore cambiò scuola, io cambiai sezione.
E questo è quanto.
Ieri cercavo un suo video su youtube: ho visto che molte persone inseriscono video personali e ho pensato che magari anche lui avesse fatto qualcosa di simile.
Non ho trovato un video, ma un sito personale dove si dichiara fotografo: con una gallery con gnocche mezze nude che occhieggiano per un calendario, e una sua foto personale con occhiali da sole, camicia e cravatta nera, seduto su un divano rosso.
Più o meno nel 2002, non ricordo bene, mi arriva una chiamata. Non era un numero conosciuto. Era lui. Come va, come non va, ho avuto il tuo numero da questa persona, che mi racconti, lo sai che ho un gruppo, siamo abbastanza famosi, ho aperto un'azienda grafica blablabla. Perché non vieni a cena da me? Facciamo una sorpresa a mia mamma (sua mamma mi adorava). Insomma andai, mi faceva anche piacere, erano 7 anni che non ci si vedeva. A parte l'incredibile strumentazione che aveva a casa, gli chiesi se suonasse e cosa suonasse e mi regalò un cd del loro gruppo incellophanato e con il marchio siae.
Ceniamo, si parla del più e del meno. I suoi genitori mi chiedono come sto e cosa faccio. Dico che lavoro come grafica editoriale e lui dice che ha aperto un'azienda di grafica. Bene, gli dico, così posso venire a lavorare da te. Mica hai bisogno di un curriculum? Mi risponde: certo che ho bisogno di un curriculum, mica assumo così. E ti farò anche un colloquio. Serio.
Continuiamo a chiacchierare, dice di essersi comprato una Smart perché fa immagine. Bisogna pensare all'immagine. Quando va da un cliente e lo vedono con una Smart fa un'impressione diversa. Tutta questione di immagine.
Comincio a pensare che siamo diventati totalmente diversi. Quasi opposti.
E poi dice che il mondo è così: pesce grosso mangia pesce piccolo. E lui vuole essere pesce grosso. Dico che per me non è essenziale, mi basta essere felice e fare qualcosa che mi possa dare soddisfazioni. Ribadisce il concetto dicendo che in questo mondo se non sei pesce grosso non sei nessuno. E lui vuole essere qualcuno.
Rimango male nel vedere che il mondo gira davvero così. Le persone che hanno meno scrupoli nella vita riescono a fare cose in grande. Mentre i pesci piccoli guardano. Ma noi siamo tanti, davvero tanti. Potremmo rovesciare il mondo. Ma rimaniamo terrorizzati fingendo di essere legati, mentre siamo davvero liberi.
Dopo la cena usciamo, mi confessa che aveva trovato un bel donnino da sedurre ma era una che guadagnava tanti soldi e lui non poteva stare con una donna che guadagnasse molto più di lui. Terribile (qui già voglio tornare a casa, quasi).
Prima di uscire corre in bagno a truccarsi. Senza trucco non riesce a uscire di casa, dice (quando lo racconto a un'amica comune lei mi dice "Se lui non riesce a stare con una donna che guadagna più di lui, io non riuscirei a stare con un uomo che si trucca più di me!". Giusto appunto).
Voglio essere un pesce piccolo, Ma non voglio essere mangiata dai pesci grandi. Pesci piccoli, uniamoci!
Canzone del giorno: Ray Charles Hit the Road, Jack!
29 aprile 2008
Laureati per un sorriso
Quanti giorni che non scrivo! Tante cose troppe cose successe. Siamo partiti alla volta di Torino io, Roccio, Stpn e la sua donna, loro per beppe grillo, noi per beppe grillo, per la mia famiglia, per la festa organizzatami da MinchiettaUno (grazie minchiettì). Il viaggio sotto il sole, gran caldo, ci abbraccia poi all'arrivo a Torino. Accompagnamo loro in albergo e poi passiamo a salutare mia mamma. Ripigliamo la macchina, guido io per la prima volta la 207, sono quasi terrorizzata ma via, si fa. Del resto non è così un dramma. Si va insieme alla fermata della metro e poi con questa a Porta Nuova. Da lì a piedi fino a piazza San Carlo ma, per quel che mi riguarda, non si sente nulla, oppure si sente poco e male. Ci arrabattiamo per trovare un mio collega con famiglia tra la folla e loro si arrabattano a trovare loro. Facciamo mezz'ora di coda per firmare, poi firmiamo anche contro il nuovo inceneritore che vogliono costruire a Settimo Torinese. Vediamo MinchiettaUno e MinchiettaTre (sua sorella). Oh guarda c'è anche Claude.
Alla fine più che a vedere Beppe si è trattato di un incontro tra noi. Bene, meglio.
Torniamo indietro, portiamo Stpn e la sua donna all'albergo e andiamo da mia mamma, torniamo a riprenderli, poi passiamo da RagnoB, da lei c'è anche Claude, andiamo in culo ai lupi da MinchiettaUno e MinchiettaTre che hanno preparato una cenettina con i fiocchi. Le figure di merda si sprecano in quella stanza: Stpn e Roccio sparano a zero sulla presunta intelligenza delle donnine bionde senza contare che MinchiettaTre è bionda naturale. Appaiono le piccole differenze culturali e sociologiche tra nordisti e sudisti per cui i sudisti prendono subito confidenza e i nordisti amano mantenere le distanze. Io sono un piccolo incrocio, faccio differenza ad aprirmi però accetto gli scherzi a patto che non siano pesanti (tipo se mi danno fuoco posso arrabbiarmi parecchio). Anche nonostante questa piccola parentesi la serata è andata avanti senza troppi problemi e anzi molte sono state le risate di accompagnamento. Sono stati poi tutti davvero carini anche per i pensieri che mi sono stati fatti, eyeliner mac e libro fimo da parte Stpn e Fra. MinchiettaUno mi ha preso un fagiolo da piantare la cui prima foglia porterà scritto "Buon compleanno" e una collana fimo fatta da lei e sorella. La serata si conclude tardi e optiamo per andare a nanna. Il mattino dopo ancora giro per Torino e poi andiamo in stazione dove loro prenderanno il treno e noi torniamo a casa (dopo aver fatto incetta di fimo). La sera si preannuncia parecchio pesante (in senso cibario, ovvio). Tutta famiglia riunita e un po' di caos come al solito. Mia sorella e il suo compagno ci hanno regalato delle posate (non ne avevamo ancora di nostre) mentre Roccio mi fa un sorpresone comprando la pedana Wii fit. E perché mi possiate invidiare un po'...
Tornati a Firenze abbiamo ordinato una pizza e poi siamo andati a nanna un po' morti. Ieri ho preso due ore di permesso dal corso per andare a fare un colloquio all'Osmannoro che secondo me è andato piuttosto bene: ho grandi speranze perché proprio non voglio fare questo lavoro per il quale sto facendo il corso. Ma come al solito, se s'ha da fare, si fa. Senza contare che sempre ieri siamo andati a vedere una casa in vendita accanto a casa del Cinghialo davvero bellina. Il mio unico grande pregio, la trasparenza, mi frega con gli agenti immobiliari. Perché loro capiscono quando una casa mi piace o no. Per me è terribile perché non so contenermi, per loro è fantastico perché capiscono quanto ci possono spennare.
In ogni caso si tratterebbe di trovare 235mila euro e quindi dare via le chiappe sui viali.
E' il caso?
Ci vorrebbe un'eredità da uno zio sconosciuto d'america. Perché queste cose accadono solo nei film?
Oggi Stpn si è laureato, ero molto felice per lui. Ma pensavo, guardando la sua famiglia lì presente, che io in quanto famiglia non sono stata un granché. Non sono andata nemmeno alla laurea di mia sorella, così come non ci sono andati i miei. Non ricordo nemmeno della laurea di mia sorella, forse solo che un giorno è tornata a casa e ci ha detto di essersi diplomata con 110 e lode. Credo.
Sto pensando che forse ero stufa di studiare proprio per questo, perché nemmeno un sorriso giustificava le mie fatiche mentre almeno al lavoro le mie fatiche vengono ricompensate con vile denaro e per questo io sono in tutto e per tutto una meretrice.
Alla fine più che a vedere Beppe si è trattato di un incontro tra noi. Bene, meglio.
Torniamo indietro, portiamo Stpn e la sua donna all'albergo e andiamo da mia mamma, torniamo a riprenderli, poi passiamo da RagnoB, da lei c'è anche Claude, andiamo in culo ai lupi da MinchiettaUno e MinchiettaTre che hanno preparato una cenettina con i fiocchi. Le figure di merda si sprecano in quella stanza: Stpn e Roccio sparano a zero sulla presunta intelligenza delle donnine bionde senza contare che MinchiettaTre è bionda naturale. Appaiono le piccole differenze culturali e sociologiche tra nordisti e sudisti per cui i sudisti prendono subito confidenza e i nordisti amano mantenere le distanze. Io sono un piccolo incrocio, faccio differenza ad aprirmi però accetto gli scherzi a patto che non siano pesanti (tipo se mi danno fuoco posso arrabbiarmi parecchio). Anche nonostante questa piccola parentesi la serata è andata avanti senza troppi problemi e anzi molte sono state le risate di accompagnamento. Sono stati poi tutti davvero carini anche per i pensieri che mi sono stati fatti, eyeliner mac e libro fimo da parte Stpn e Fra. MinchiettaUno mi ha preso un fagiolo da piantare la cui prima foglia porterà scritto "Buon compleanno" e una collana fimo fatta da lei e sorella. La serata si conclude tardi e optiamo per andare a nanna. Il mattino dopo ancora giro per Torino e poi andiamo in stazione dove loro prenderanno il treno e noi torniamo a casa (dopo aver fatto incetta di fimo). La sera si preannuncia parecchio pesante (in senso cibario, ovvio). Tutta famiglia riunita e un po' di caos come al solito. Mia sorella e il suo compagno ci hanno regalato delle posate (non ne avevamo ancora di nostre) mentre Roccio mi fa un sorpresone comprando la pedana Wii fit. E perché mi possiate invidiare un po'...
Tornati a Firenze abbiamo ordinato una pizza e poi siamo andati a nanna un po' morti. Ieri ho preso due ore di permesso dal corso per andare a fare un colloquio all'Osmannoro che secondo me è andato piuttosto bene: ho grandi speranze perché proprio non voglio fare questo lavoro per il quale sto facendo il corso. Ma come al solito, se s'ha da fare, si fa. Senza contare che sempre ieri siamo andati a vedere una casa in vendita accanto a casa del Cinghialo davvero bellina. Il mio unico grande pregio, la trasparenza, mi frega con gli agenti immobiliari. Perché loro capiscono quando una casa mi piace o no. Per me è terribile perché non so contenermi, per loro è fantastico perché capiscono quanto ci possono spennare.
In ogni caso si tratterebbe di trovare 235mila euro e quindi dare via le chiappe sui viali.
E' il caso?
Ci vorrebbe un'eredità da uno zio sconosciuto d'america. Perché queste cose accadono solo nei film?
Oggi Stpn si è laureato, ero molto felice per lui. Ma pensavo, guardando la sua famiglia lì presente, che io in quanto famiglia non sono stata un granché. Non sono andata nemmeno alla laurea di mia sorella, così come non ci sono andati i miei. Non ricordo nemmeno della laurea di mia sorella, forse solo che un giorno è tornata a casa e ci ha detto di essersi diplomata con 110 e lode. Credo.
Sto pensando che forse ero stufa di studiare proprio per questo, perché nemmeno un sorriso giustificava le mie fatiche mentre almeno al lavoro le mie fatiche vengono ricompensate con vile denaro e per questo io sono in tutto e per tutto una meretrice.
06 febbraio 2008
Sesto senso (genetico)
Scusate, ma a causa di un errore l'indirizzo del blog è finito in mano ai miei colleghi di ufficio, proprio quello che non volevo. Così ho dovuto chiuderlo. Ma non temete, non sarà per molto. Ben presto, quando tutti si saranno dimenticati, lo riaprirò. Tempo? Non so, una settimana, due, boh?
Oggi dopo lavoro sono stata in farmacia a prendere un fondotinta. Bello, un po' giallo, ma bello. Copre tutte le imperfezioni. Se siete interessate, oh donne, eccolo qui: La Roche-Posay Toleriane fondotinta compatto (il mio colore è l'11 per la mia pelle chiarissima però ci sono altre due tonalità).
Ecco la foto:

Comodissimo da portare in borsetta per ultimi ritocchi durante la giornata. Colore un po' giallognolo ma per me perfetto che sono chiarissimissima.
Stasera a casa mia mamma mi ha detto che la nostra nipotina ha paura e vede i mostri. Anche mia sorella da piccola vedeva i mostri: e non si tratta di paura del buio perché mia sorella li vedeva anche di giorno. Voleva sempre dormire con i miei genitori finché una sera mio padre sfavato ha chiuso la porta della camera da letto a chiave e ha detto basta. Ma chissà, mi chiedo io. Chissà se i mostri non li vedava davvero. Chissà la nipotina, piccola com'è, non li veda davvero. Chissà.
Mi pongo la domanda di sempre: c'è qualcos'altro là fuori?
Oggi dopo lavoro sono stata in farmacia a prendere un fondotinta. Bello, un po' giallo, ma bello. Copre tutte le imperfezioni. Se siete interessate, oh donne, eccolo qui: La Roche-Posay Toleriane fondotinta compatto (il mio colore è l'11 per la mia pelle chiarissima però ci sono altre due tonalità).
Ecco la foto:

Comodissimo da portare in borsetta per ultimi ritocchi durante la giornata. Colore un po' giallognolo ma per me perfetto che sono chiarissimissima.
Stasera a casa mia mamma mi ha detto che la nostra nipotina ha paura e vede i mostri. Anche mia sorella da piccola vedeva i mostri: e non si tratta di paura del buio perché mia sorella li vedeva anche di giorno. Voleva sempre dormire con i miei genitori finché una sera mio padre sfavato ha chiuso la porta della camera da letto a chiave e ha detto basta. Ma chissà, mi chiedo io. Chissà se i mostri non li vedava davvero. Chissà la nipotina, piccola com'è, non li veda davvero. Chissà.
Mi pongo la domanda di sempre: c'è qualcos'altro là fuori?
09 ottobre 2007
Che distrazione: ieri mi sono dimenticata di raccontare del viaggio, del weekend, di ogni cosa. Tanto per cominciare, il viaggio. Per la prima volta ho preso il treno dalla stazione di Torino Lingotto. Peccato che (come direbbe Roccio, sculo) il treno abbia fatto ben 45 minuti di ritardo perché la motrice era rotta. Ma non 45 minuti di ritardo su tutto il tragitto, bensì sulla tratta Torino Porta Nuova - Torino Lingotto: 1 fermata, tempo normale di percorrenza 5 minuti. Il ritardo si è poi accumulato e fino a Firenze è diventato di più di 80 minuti.
Sul treno stavolta ho avuto modo di conoscere qualcuno, persone con storie comuni alla mia con cui confrontarsi e fare quattro chiacchiere. Il primo personaggio, viaggiatoreinpensione è un ex agente di viaggi. Dice di avere viaggiato in tutto il mondo quando ancora alcuni posti non erano invasi dal turismo e ci ha regalato alcune sue avventure. C'è rossallegra che corre dal suo fidanzato a Firenze ed emana cuoricini e stelline da ogni poro. C'è assicuratore che corre dalla sua fidanzata a Pisa, con cui sta da ben 8 anni e mezzo ma nessuno dei due si sposta, per il momento. C'è bergamasca che viene da Bergamo ed è andata a vivere a Viareggio. C'è sguardocupo, una donnina che diventa sguardoilluminato quando le chiedo il nome. E poi ovviamente ci sono io.
La discussione parte da un fuoco, rappresentato dal pazzofurioso che mi ricorda tanto lo psicologo/psichiatra del film Viaggio di nozze, interpretato da Carlo Verdone. La prima ad entrare nello scompartimento (si apre il sipario) sono io. Trovo pazzofurioso che dorme sulla seggiola davanti alla mia con i piedi ben distesi e poggiati sulla mia seggiola. Quella prenotata, per dirla breve. E' vero, ha un giornale sotto i piedi, ma lo trovo fastidioso comunque. Mi schiarisco la voce e dico "Scusi, è il mio posto". Mi guarda assonnato, sorride e dice "Ah, proprio quello?". "Sì, proprio quello, è prenotato". Sì alza e si siede due posti accanto. Stessa scena: mette il giornale sul posto di fronte a lui, poggia i piedi e riprende a dormire. Entra rossallegra, dice che quello (sì, proprio quello dove lui ha poggiato i suoi piedacci) è il suo posto. Dimenticavo un particolare. Pazzofurioso ha occupato un altro posto accanto a lui, poggiandoci sopra il suo trolley. Sporcando il già non pulitissimo posto con le ruote schifosissime del suo schifosissimo trolley. Toglie il giornale e dorme finalmente in una postura consona.
Entra viaggiatoreinpensione, con in mano un libro che Roccio mi ha consigliato di leggere. Pazzofurioso accende il suo vecchio iBook e si mette delle cuffie gigantesche per sentire musica o guardare un film. Gli squilla il telefono (io cercavo di dormire) e comincia a urlare, quasi come se volesse coprire le distanze solo con la voce (peraltro riuscendoci). Siamo ad Asti, entra assicuratore. Dice che quello, il posto dove è seduto pazzofurioso, è suo. Questo si alza, il portatile e borsa del portatile in una mano, il telefono nell'altra, poggia tutto accanto al mio sedile e io penso "no, qui non lo voglio". Assicuratore fa per sedersi e sposta una bottiglia d'acqua chiedendo a pazzofurioso se fosse sua. Lui si arrabbia e dice "Ho capito! Me ne vado!". Segue discussione inutile che non sto nemmeno a raccontare, ma tutti tiriamo un sospiro di sollievo e, sparlando un po' di pazzofurioso, cominciamo a chiacchierare. Quando poi arriva bergamasca comincia anche lei. Si sveglia dal suo sonno e dice "State parlando di relazioni a distanza?". Lei era di Bergamo: ha conosciuto il suo bello di Viareggio e dopo un tot di anni si è trasferita giù. Confessa: è stato difficilissimo. Dice di godercela finché è così, che poi è dura. Che tante volte ha voluto mollare. Ma ha tenuto duro, dice. Ma confessa che un po' si è pentita: forse avrebbe aspettato ancora un po'.
Assicuratore ci dice che sta con la sua donna, di Pisa, da 8 anni e mezzo. Nessuno dei due si sposta definitivamente: hanno entrambi un lavoro fisso e per ora stanno bene così. Io non condivido, ma capisco quanto siano diverse le persone. Dico mezza parola ma poi capisco che non è il caso. Evidentemente per loro va bene così. Rossallegra è un po' più grande. E' stata sposata ma suo marito l'ha lasciata per un'altra. Lei non si è data per vinta, e spara questi grossi sorrisoni che farebbero tremare qualsiasi essere umano. Una versione viva della parola ottimismo. Da pochi mesi si è innamorata di un ometto di Firenze e vive tutto senza paranoie, come invece farebbero quasi tutte le altre persone con una storia simile alla sua. Sguardocupo ama cucinare. Col suo boy prepara sempre dei manicaretti incredibili che solo a parlarne mi fa venire una fame... Scendo a Firenze e mi sono arricchita di nuove storie. E incontro il sorriso di Roccio, e penso alla nostra storia.
Quella che ci arricchisce ogni secondo di più.
Sul treno stavolta ho avuto modo di conoscere qualcuno, persone con storie comuni alla mia con cui confrontarsi e fare quattro chiacchiere. Il primo personaggio, viaggiatoreinpensione è un ex agente di viaggi. Dice di avere viaggiato in tutto il mondo quando ancora alcuni posti non erano invasi dal turismo e ci ha regalato alcune sue avventure. C'è rossallegra che corre dal suo fidanzato a Firenze ed emana cuoricini e stelline da ogni poro. C'è assicuratore che corre dalla sua fidanzata a Pisa, con cui sta da ben 8 anni e mezzo ma nessuno dei due si sposta, per il momento. C'è bergamasca che viene da Bergamo ed è andata a vivere a Viareggio. C'è sguardocupo, una donnina che diventa sguardoilluminato quando le chiedo il nome. E poi ovviamente ci sono io.
La discussione parte da un fuoco, rappresentato dal pazzofurioso che mi ricorda tanto lo psicologo/psichiatra del film Viaggio di nozze, interpretato da Carlo Verdone. La prima ad entrare nello scompartimento (si apre il sipario) sono io. Trovo pazzofurioso che dorme sulla seggiola davanti alla mia con i piedi ben distesi e poggiati sulla mia seggiola. Quella prenotata, per dirla breve. E' vero, ha un giornale sotto i piedi, ma lo trovo fastidioso comunque. Mi schiarisco la voce e dico "Scusi, è il mio posto". Mi guarda assonnato, sorride e dice "Ah, proprio quello?". "Sì, proprio quello, è prenotato". Sì alza e si siede due posti accanto. Stessa scena: mette il giornale sul posto di fronte a lui, poggia i piedi e riprende a dormire. Entra rossallegra, dice che quello (sì, proprio quello dove lui ha poggiato i suoi piedacci) è il suo posto. Dimenticavo un particolare. Pazzofurioso ha occupato un altro posto accanto a lui, poggiandoci sopra il suo trolley. Sporcando il già non pulitissimo posto con le ruote schifosissime del suo schifosissimo trolley. Toglie il giornale e dorme finalmente in una postura consona.
Entra viaggiatoreinpensione, con in mano un libro che Roccio mi ha consigliato di leggere. Pazzofurioso accende il suo vecchio iBook e si mette delle cuffie gigantesche per sentire musica o guardare un film. Gli squilla il telefono (io cercavo di dormire) e comincia a urlare, quasi come se volesse coprire le distanze solo con la voce (peraltro riuscendoci). Siamo ad Asti, entra assicuratore. Dice che quello, il posto dove è seduto pazzofurioso, è suo. Questo si alza, il portatile e borsa del portatile in una mano, il telefono nell'altra, poggia tutto accanto al mio sedile e io penso "no, qui non lo voglio". Assicuratore fa per sedersi e sposta una bottiglia d'acqua chiedendo a pazzofurioso se fosse sua. Lui si arrabbia e dice "Ho capito! Me ne vado!". Segue discussione inutile che non sto nemmeno a raccontare, ma tutti tiriamo un sospiro di sollievo e, sparlando un po' di pazzofurioso, cominciamo a chiacchierare. Quando poi arriva bergamasca comincia anche lei. Si sveglia dal suo sonno e dice "State parlando di relazioni a distanza?". Lei era di Bergamo: ha conosciuto il suo bello di Viareggio e dopo un tot di anni si è trasferita giù. Confessa: è stato difficilissimo. Dice di godercela finché è così, che poi è dura. Che tante volte ha voluto mollare. Ma ha tenuto duro, dice. Ma confessa che un po' si è pentita: forse avrebbe aspettato ancora un po'.
Assicuratore ci dice che sta con la sua donna, di Pisa, da 8 anni e mezzo. Nessuno dei due si sposta definitivamente: hanno entrambi un lavoro fisso e per ora stanno bene così. Io non condivido, ma capisco quanto siano diverse le persone. Dico mezza parola ma poi capisco che non è il caso. Evidentemente per loro va bene così. Rossallegra è un po' più grande. E' stata sposata ma suo marito l'ha lasciata per un'altra. Lei non si è data per vinta, e spara questi grossi sorrisoni che farebbero tremare qualsiasi essere umano. Una versione viva della parola ottimismo. Da pochi mesi si è innamorata di un ometto di Firenze e vive tutto senza paranoie, come invece farebbero quasi tutte le altre persone con una storia simile alla sua. Sguardocupo ama cucinare. Col suo boy prepara sempre dei manicaretti incredibili che solo a parlarne mi fa venire una fame... Scendo a Firenze e mi sono arricchita di nuove storie. E incontro il sorriso di Roccio, e penso alla nostra storia.
Quella che ci arricchisce ogni secondo di più.
02 ottobre 2007
Da due giorni incontro uno stivale di gomma sulla tangenziale, per cui questa volta vi racconterò della
Ne ho viste di cose io, e ho vissuto sempre in condizioni climatiche disastrose. Nel fango, nella pioggia, con la neve mi sono sempre rivelato uno strumento indispensabile. Tutti gli altri mi snobbavano ma io continuavo col duro lavoro, perché era l'unica cosa che mi faceva sentire completo e vivo. E ho visto anche tanta merda (un po' a dire il vero l'ho anche calpestata), ma non sono di quelli che si scandalizzano o si tirano indietro. Quando esco da casa io so già che non mi aspetta nulla di facile. Il mio padrone, del resto, lo sa. Si alza presto al mattino per controllare gli animali e dar loro da mangiare. Per controllare il suo orto e da bere alle piante. Ma lui non sembra felice. Qualche volta alcune gocce sono cascate, ma non dal cielo: dal suo viso. Io sollevavo un po' la punta per guardare cosa stava facendo ma lui prontamente si asciugava con la camicia sporca dal lavoro di mille giornate e proseguiva.
Non me ne sono mai preoccupato, a dire il vero. Che ne sa uno stivale di tutti i problemi che si fanno gli uomini? Che ne sa uno stivale quale ragione di piangere ha un uomo che vede il sole sorgere ogni mattina, che assapora ancora il piacere del lavoro fisico, che ama l'odore dei campi bagnati dalla rugiada al mattino presto, quando i galli si sono appena alzati e cantano? Io facevo del mio: impedivo che i piedi del mio padrone si sporcassero o si bagnassero. Di più non potevo fare.
Ma quel giorno l'omino che sempre era puntuale non si svegliò. Pensai: e gli animali? E l'orto? E' ora di andare e lui non si sveglia. Ma proprio in quel momento alzò pigramente un braccio. Poi un altro. Mise la camicia della festa e il giacchino elegante. Entrò nei pantaloni gessati scuri a malapena, si diceva spesso di voler dimagrire, ma proprio non gli riusciva.
E in tutto questo sfarzo (corredato, è vero, da toppe, macchie incancellabili) c'ero anche io. Niente scarpe della festa, non ce n'erano. E così indossò me, unico compagno indivisibile di vita, unico amico di tante fatiche giornaliere. Andò a mettere da mangiare alle bestie e poi all'orto. Ma ci rimase ben poco.
Si rimise in macchina (una panda credo, ogni tanto lo sentivo gridare all'insieme di ferraglia rumorosa chiamata auto. E si riferiva sempre a lei come panda) e insieme ci recammo in un luogo isolato, sopra a un ponte. Fermò la macchina e pianse. Non volevo crederci ma avevo già capito. In un attimo venni sbalzato lontano dall'urto contro l'asfalto. Vennero auto sferraglianti e urlatrici con luci blu che lo chiusero in un sacco cernierato nero e lo portarono via. E io rimasi qui, e io sono ancora qui. Nessuno mi ha notato o raccolto. Sono ancora intatto senza la mia metà, sbalzata chissà dove o forse ancora al piede del padrone.
Sono qui e guardo i mostri metallici passarmi accanto velocissimi e a volte calpestarmi. E ho capito per quale ragione il mio angelo si è lanciato nel vuoto.
Storia dello stivale di gomma
Ne ho viste di cose io, e ho vissuto sempre in condizioni climatiche disastrose. Nel fango, nella pioggia, con la neve mi sono sempre rivelato uno strumento indispensabile. Tutti gli altri mi snobbavano ma io continuavo col duro lavoro, perché era l'unica cosa che mi faceva sentire completo e vivo. E ho visto anche tanta merda (un po' a dire il vero l'ho anche calpestata), ma non sono di quelli che si scandalizzano o si tirano indietro. Quando esco da casa io so già che non mi aspetta nulla di facile. Il mio padrone, del resto, lo sa. Si alza presto al mattino per controllare gli animali e dar loro da mangiare. Per controllare il suo orto e da bere alle piante. Ma lui non sembra felice. Qualche volta alcune gocce sono cascate, ma non dal cielo: dal suo viso. Io sollevavo un po' la punta per guardare cosa stava facendo ma lui prontamente si asciugava con la camicia sporca dal lavoro di mille giornate e proseguiva.
Non me ne sono mai preoccupato, a dire il vero. Che ne sa uno stivale di tutti i problemi che si fanno gli uomini? Che ne sa uno stivale quale ragione di piangere ha un uomo che vede il sole sorgere ogni mattina, che assapora ancora il piacere del lavoro fisico, che ama l'odore dei campi bagnati dalla rugiada al mattino presto, quando i galli si sono appena alzati e cantano? Io facevo del mio: impedivo che i piedi del mio padrone si sporcassero o si bagnassero. Di più non potevo fare.
Ma quel giorno l'omino che sempre era puntuale non si svegliò. Pensai: e gli animali? E l'orto? E' ora di andare e lui non si sveglia. Ma proprio in quel momento alzò pigramente un braccio. Poi un altro. Mise la camicia della festa e il giacchino elegante. Entrò nei pantaloni gessati scuri a malapena, si diceva spesso di voler dimagrire, ma proprio non gli riusciva.
E in tutto questo sfarzo (corredato, è vero, da toppe, macchie incancellabili) c'ero anche io. Niente scarpe della festa, non ce n'erano. E così indossò me, unico compagno indivisibile di vita, unico amico di tante fatiche giornaliere. Andò a mettere da mangiare alle bestie e poi all'orto. Ma ci rimase ben poco.
Si rimise in macchina (una panda credo, ogni tanto lo sentivo gridare all'insieme di ferraglia rumorosa chiamata auto. E si riferiva sempre a lei come panda) e insieme ci recammo in un luogo isolato, sopra a un ponte. Fermò la macchina e pianse. Non volevo crederci ma avevo già capito. In un attimo venni sbalzato lontano dall'urto contro l'asfalto. Vennero auto sferraglianti e urlatrici con luci blu che lo chiusero in un sacco cernierato nero e lo portarono via. E io rimasi qui, e io sono ancora qui. Nessuno mi ha notato o raccolto. Sono ancora intatto senza la mia metà, sbalzata chissà dove o forse ancora al piede del padrone.
Sono qui e guardo i mostri metallici passarmi accanto velocissimi e a volte calpestarmi. E ho capito per quale ragione il mio angelo si è lanciato nel vuoto.
01 giugno 2007
Il cactus mi somiglia molto.
Vive in posti dove sembra non crescere nulla, eppure c'è lui. Sotto il sole cocente e senz'acqua. Spine appuntire per proteggersi da chi vuole mangiarlo. Le sue necessità sono minime e cresce con una lentezza esasperata. Troppa acqua lo uccide. Poi, quando si sente pronto, tira fuori un fiore più grande di lui. Un fiore dal colore vivace.
Ed è allora che capisci che le spine non servivano per proteggere se stesso. Ma la cosa più bella che possiede. Il suo fiore.
Canzone del giorno: Live Your Dreams Save the Last Dance soundtrack
Vive in posti dove sembra non crescere nulla, eppure c'è lui. Sotto il sole cocente e senz'acqua. Spine appuntire per proteggersi da chi vuole mangiarlo. Le sue necessità sono minime e cresce con una lentezza esasperata. Troppa acqua lo uccide. Poi, quando si sente pronto, tira fuori un fiore più grande di lui. Un fiore dal colore vivace.
Ed è allora che capisci che le spine non servivano per proteggere se stesso. Ma la cosa più bella che possiede. Il suo fiore.
Canzone del giorno: Live Your Dreams Save the Last Dance soundtrack
29 marzo 2007
Marta
Marta dondola sulla sedia con quel suo maglione blu a righe nere. Potrei ipnotizzarmi in quel maglione dimenticando chi sono. Potrei strapparle gli occhi perché la odio, come in fondo odio quel suo maglione, quei capelli perfetti, quella pelle di seta.
Odio Marta.
Lei incarna tutto ciò che non sono. Stabilità, bellezza, carisma.
Io, priva di tutto questo, non faccio altro che guardarla e invidiarla. Vorrei essere come lei, vorrei essere lei. E per questo la odio. Odio lei perché odio me. Odio lei perché ci vedo quello che non sono e vorrei essere, ma anche ciò che sono e non posso essere.
Marta, perfetta rappresentazione della mia metà mancante.
Marta che forse sono io, se non fosse per la mia assoluta convinzione e consapevolezza che non lo sono.
Dondolo sulla sedia con questo mio maglione blu a righe nere. Potrei ipnotizzarmi in questo maglione dimenticando chi sono.
Odio Marta.
Lei incarna tutto ciò che non sono. Stabilità, bellezza, carisma.
Io, priva di tutto questo, non faccio altro che guardarla e invidiarla. Vorrei essere come lei, vorrei essere lei. E per questo la odio. Odio lei perché odio me. Odio lei perché ci vedo quello che non sono e vorrei essere, ma anche ciò che sono e non posso essere.
Marta, perfetta rappresentazione della mia metà mancante.
Marta che forse sono io, se non fosse per la mia assoluta convinzione e consapevolezza che non lo sono.
Dondolo sulla sedia con questo mio maglione blu a righe nere. Potrei ipnotizzarmi in questo maglione dimenticando chi sono.
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