I miei 40 anni sono passati quasi inosservati: c'è una ragione a tal proposito. Temevo di morire.
In parte è quasi un gioco, ne ho parlato altre volte qui, in parte un po' è stato così. Quando dico che è stato un gioco si è trattato proprio di una lettura di mano che mi feci da piccina: la mia linea della vita spezzata in quello strano modo, con una croce, non mi dava scampo secondo il libro. Sarei morta di una morte improvvisa a 40 anni. Anche se non ci ho mai creduto, per me i 40 anni sono diventati, da quel momento in poi, una sorta di deadline. Segnavano un limite per qualcosa.
E seppur non volendolo, così è stato.
A partire da circa sei mesi prima, una sorta di voragine scura ha cominciato a inghiottirmi. Sentivo una pesantezza addosso mai provata, tentacoli di un essere che mi trascinava via, dai quali non riuscivo a liberarmi.
In tutto questo, una pandemia che non accennava (e accenna) a finire e altri problemi che non sto qui a riportare. Il mondo si era fermato, e con una certa lucidità stavo cercando di fermarmi anche io. Il mio diario riporta piccoli appunti di questo progetto, diario che lasciavo accuratamente in giro sperando, non so cosa, forse che qualcuno mi facesse rinsavire. Poi d'improvviso, come destata da un brutto sogno, mi sono chiesa che cosa stessi facendo. E seppur ancora intrappolata tra le spire d'un mostro che continuava a portarmi giù con sé, seppur senza forze che mi permettessero di ribellarmi ho lasciato andare quel progetto disastroso con l'unico effetto di chiudermi ancora di più nel mio bozzolo dove nulla arriva, da dove nulla esce e che salvo rarissimi casi, mi impediva di esternare qualsiasi sensazione o emozione.
Del resto i miei 40 anni stavano arrivando, la mia deadline era vicina e io non avevo e non ho concluso nulla.
Ma tirando sempre fuori i nostri tarocchi, la carta della Morte non è una carta negativa, indica un cambiamento. Troppi mi stavano crollando addosso e pochi realizzando con le mie mani. In una lettura è importante controllare le carte che seguono quella del triste mietitore: belle carte indicano un cambiamento positivo. Ma le mie carte giacevano ancora coperte sul tavolo e io non volevo, né potevo, girarle.
Ed è così, cercando di girare quelle carte, che mi sono trovata, appena una settimana prima del mio compleanno, in una casa vuota ma tutta mia. Con un letto, un divano, un tavolo e quattro sedie.
Sola.
Poche volte ci si sofferma sulla tristezza di chi fugge, di quanto il cuore sia pesante, delle notti insonni e le lacrime di un progetto fallito, il senso di rabbia per non aver colto prima i segnali o di non averli voluti proprio vedere. Sentirsi addosso la responsabilità della tristezza di un altro essere umano a cui ci si sente intimamente legati.
E una casa vuota.
E l'ennesimo fallimento.
Ci sono persone che si amano, si amano davvero, ma con le quali non riusciamo a comunicare. I loro pensieri vengono espressi nei modi peggiori e insieme si crea un connubio di potenza e devastazione che distrugge ogni cosa. Si entra in una risonanza negativa dove ci si fa del male.
Qualcuno mi disse, anni fa, eoni fa, che per produrre il minor numero di danni possibili, in quei casi, bisogna essere deserto. E così ho fatto.
Con tutte le difficoltà del caso di una persona che non nega mai una parola a nessuno, nemmeno allo sconosciuto che la ferma per la strada.
Ci sono cose che però si rompono dentro, con microfratture che piano piano vanno a intaccare la struttura portante e succede che si cade. E possono accadere due cose. Si continua a scavare per seppellirsi o ci si rialza. Con grande fatica.
Mi sono rialzata, con grande fatica. Passando mesi di lacrime e lotte intestine in cui nemmeno io sapevo più chi fossi e cosa volessi e che ci facessi qui. Momenti in cui pensavo sarei rimasta sola per sempre e forse mi sarebbe anche andato bene, in cui pensavo che l'amore non esistesse e che anche la felicità (il famoso brambonodonte) fosse una chimera.
In verità i miei 40, quel famoso compleanno festeggiato in una casa vuota con qualche amica più cara, non sono ancora passati. È come se quella lunghissima giornata stesse ancora scorrendo, verso però un futuro più luminoso, verso una notte senza tenebre, in attesa di un vero risveglio.
In verità i 40 anni non hanno decretato la mia morte. Sono viva, più viva.
Aspetto la fine di questo interminabile compleanno cominciato il 26 aprile del 2021 per poter assaporare questo nuovo anno. Consapevole di ciò che è stato, tenuto ciò che volevo tenere, buttato ciò che andava buttato.
Lo specchio mi restituisce (finalmente) l'età che ho.
Mi sveglio con questa strana sensazione che provo da giorni. Non è un mal di testa, ma non riesco a spiegarlo altrimenti come una sorta di prurito in un punto preciso del mio emisfero cerebrale sinistro.
Un prurito intracranico.
Non so come alleviarlo. Apro gli occhi: dal letto a soppalco vedo l'ombra scura di C girato di spalle. La luce dei lampioni che entra dalla finestra disegna strane fantasie sui muri, amplificate dalla tenda
Massaggio il cuoio capelluto sperando di sentire meno fastidio. Ed ecco che arriva l'altro problema. Sembrano alternarsi. È come se una bestia strisciante si facesse largo tra i miei capelli sul retro della testa. I capelli si spostano, pochi, la sensazione è quella. Come un dito che passa accanto alla radice dei capelli.
Forse è mattino, forse tra poco suona la sveglia, ma sono le due.
Ho appena fatto un sogno strano, ma nel mio caso è uno dei miei soliti sogni.
Nella notte (e "col favore delle tenebre") le persone scappano dalla pandemia. Gli spettacoli che includono persone sono vietati e così vengono organizzati spettacoli clandestini con marionette e burattini. Tinder non permette più di incontrarsi, è ormai un altro tabù. Ma le persone riescono comunque ad accedere a questi spettacoli per adulti e a far incontrare il proprio pupazzo (anche piccolo pochi cm) con un altro. Le riproduzioni in miniatura dei palazzi al cui interno avvengono gli incontri lasciano poco spazio all'immaginazione. All'interno delle stanze la luce accarezza i vetri delle finestre, le ombre sono più che esplicite.
Il prurito all'interno del cranio prosegue e con esso, la sensazione sul cuoio capelluto della bestia strisciante.
Non riesco a prendere sonno e la mente vaga.
Forse ho uno di quei parassiti del cervello, magari ho mangiato qualcosa che non dovevo. Sushi? No, è un millennio che non lo mangio.
La carne di pollo era abbastanza cotta? Sì, ma anche fosse...
Forse è un tumore, cominciano così, magari fa pressione all'interno del cranio.
Oppure è un ictus che arriva.
Mi giro verso il muro.
Ci sono, è colpa delle onde elettromagnetiche, questo sibilo continuo che sento quando il telefono è sotto carica, è lui, sicuramente è lui.
Stacco la spina e il sibilo smette. Forte della convinzione di avere estirpato la causa di ogni mio male, mi riaddormento. Nonostante l'evidente delirio da dormiveglia e la mia stranissima lucidità (per un istante, uno di quei rarissimi casi in cui tutto è limpido e chiaro) mi addormento di nuovo.
Il fastidio è cessato, per ora. Altri sogni strani mi daranno motivo di pensare.
Ho un corpo strano, io.
Se da sempre indosso il 37 di piede può capitare che da un giorno all'altro diverse scarpe con quel numero mi vadano strette. Ma che provandole in negozio la cosa non si palesi.
È dopo aver camminato tanto, su questi piedacci larghi, che il problema si manifesta. Che sia il tallone sfregato e rosso, o il mignolino accartocciato, o la pianta del piede devastata perché troppo incurvata (post del 21 settembre 2015 su Facebook La podologa ha sentenziato: addio converse, addio scarpe con il collo del piede basso (in effetti mi fanno malissimo, Virginia vuoi un po' di scarpe numero 37?), solo scarpe running (queste di decathlon che ho addosso vanno benissimo - mi dicono: "Ma sono orribili!"). Inoltre ho il piede cavo, molto cavo, TROPPO cavo e quindi, vista questa mia deformità, in futuro forse potrei soffrire di alluce valgo, dito a martello, morte improvvisa per piede orrendo. Una di queste o tutte e tre, non ricordo. E io che credevo di avere avuto problemi di salute più gravi! Scherzi a parte, bravissima la podologa ad aver sopportato i miei assurdi discorsi da stress da timidezza acuta. Ora almeno saprà come coltivare piante carnivore!).
E il reggiseno? Uguale.
Una prima non è sempre una prima, sapevatelo.
Cambia, e la mia è una prima molto piccola, diciamo una mezza. Passo dall'averle schiacciate a navigarci dentro.
Le misure sono un problema anche nei prodotti tecnologici, smartwatch che non vanno bene (grandi da uomo - che però a me piacciono) o non fanno cosa dico.
Telefoni da usare con due mani e poi, tornando al vestiario, il vestitino nuovo taglia 38 o 40? Nella 38 respiro a malapena, nella 40 mi sembra di navigarci.
E così vale anche per il resto. Nelle relazioni, dove non posso usare la matematica, ne esco sconfitta e perdente. Laddove non esiste una procedura standard non riesco a capire come comportarmi. Mai.
Nelle misure delle emozioni, della tristezza, del languore ma anche dell'eccitazione, della gioia, mi sembra sempre di non essere opportuna, all'altezza.
Riscopro che non c'è da piangere se voglio piangere e che non c'è da ridere nei momenti in cui voglio farlo. Che invitata a parlare non dovrei farlo, che invitata al silenzio dovrei esprimermi.
In questa confusione di scarpe strette, vestiti larghi, smartwatch che smettono di funzionare (e ti costringono a cercare riparo alla svelta, sbagliando), lacrime facili, c'è un disegno che mi sfugge.
Anche se tento velocemente di afferrarlo, svanisce come un brutto sogno al risveglio.
Intanto nel depilarmi le ascelle venerdì mi è parso di sentire un linfonodo. Ogni tanto lo controllavo, ci sei? Non ci sei? In questo weekend sembrava palesarsi e svanire e così ho fatto finta di non averlo sentito.
Tanto se ho ben capito, domani è già ieri e l'avvicinarsi a un buco nero determina un rallentamento del tempo che lo porta quasi a fermarsi.
E per uscire dal buco nero dovremmo viaggiare nel presente.
È in questa frase del cazzo che il mio tatuaggio Qui e Ora assume un senso.
Non è possibile viaggiare nel presente perché il tempo va in una unica direzione.
Ma se il tempo si ferma non restiamo sospesi in una sorta di infinito presente?
Il mio linfonodo non esiste, i pianti sono inutili, i reggiseni saranno sempre diversi e non avrò mai una taglia che si conformi al mio corpo bizzarro, magro sopra e normale sotto.
Le scarpe non saranno 37 quando dovranno esserlo, e quando cercherò un 38 saranno larghe e lunghe tipo scarpe da clown.
Il tempo non si ferma. Ogni evento ha un suo passato e un probabile futuro e niente sarà scordato.
Il mio cono di luce è questo. Io mi sento un punto (un evento) che sa bene il passato e può a malapena vedere la probabilità degli eventi futuri che gli si manifesta davanti.
Chi non ha posto in casa, non ha posto nel cuore.
Così mi diceva uno dei miei più cari amici, M.
Casa sua era una specie di porto di mare, la porta sempre aperta. Per cultura è molto ospitale, si mangia quello che c'è, senza preparare i lauti pasti che facciamo noi. A casa sei il benvenuto e mangi ciò che abbiamo.
Io non ho posto nel cuore. Non amo ospitare le persone, sono territoriale e faccio fatica anche se, certo, dipende dalla persona e dalla situazione.
Avere accesso alla grotta di qualcun altro è sempre una concessione non scontata.
Ricapitolando, entrare in casa di qualcuno è un po' come sapere che gli state entrando nel cuore. Io non so chi altri ha avuto questo onore, ma entro, mi tolgo le scarpe per non sporcare e cammino in punta di piedi.
Osservo bene come si muove l'altra persona, per capire in quali spazi posso esistere, che io sono sempre un po' goffa; osservo la grotta che lo ospita e comprendo, osservando dalla finestra, i vari motivi per cui l'ha scelta.
Mi siedo sul divano e lo guardo cucinare per noi, una coccola particolare che io apprezzo tantissimo.
È una normalità a cui non sono più abituata. Il fare la spesa, guardare un film abbracciati sul divano e addormentarsi l'uno sull'altra facendo l'amore prima, durante e dopo.
Prima, durante e dopo qualsiasi cosa.
Il picchio rosso però è lì in agguato. Si sente a chilometri di distanza e anche se ti tappi le orecchie il suono impercettibile c'è.
Tictictictictic
[bzz bzzzzz]
Sembra quasi un cigolìo.
Tictictictictic
[bzz bzzzzz]
Il suono del picchio è come il rubinetto che gocciola e che ti impedisce di godere di un buon sonno. Le premesse ci sono tutte, sei stanco, ti si chiudono gli occhi, hai anche la possibilità di farti quelle belle 8 ore di sonno ma.
Tictictictictic
Io ora sono il piccolo suricate di guardia, il collo allungato e lo sguardo attento alla ricerca di pericoli. Non riesco a essere tranquilla, non ci riesco.
Nonostante la bellezza di questi giorni, non riesco.
È che ho sofferto tanto e non voglio più stare male.
A livello razionale mi sento tranquilla, lo sento. A livello emotivo è scoppiato un allarme antincendio con evacuazione in atto e non so se si tratta di un'esercitazione o se è un incendio reale.
RagnoB mi consiglia di godermi il qui e ora, e poi si vedrà. Controllo il tatuaggio con la stessa scritta, è ancora lì? Sono ancora io quella persona che vive di istanti?
Il picchio non da' tregua ma quando cala la notte e la foresta si anima di presenze silenziose, posso chiudere gli occhi e sognare cose belle. Le mani che stringono le mie, una parola dolce appena sussurrata, una carezza inaspettata.
Allora posso dire al suricate che non c'è pericolo, il picchio dorme nella sua tana, il rubinetto smette miracolosamente di gocciolare.
Fino al giorno successivo.
Sei il classico caso su un milione, un'aberrazione statistica, che però per fortuna esiste.
È così, mio caro indagatore dell'incubo. Si vive spezzati a metà. Se non hai dei dubbi fatteli venire.
E così ogni tanto mi sento sola e se da una parte respiro la libertà, dall'altra vorrei poter fare qualcosa con qualcuno, con cui condividere un pezzo di strada. Lungo, magari, lunghissimo.
Magari così lungo che richieda una vita, l'invecchiare insieme, fare progetti a medio-lungo termine. E se non sono brava nei progetti a lungo termine, qualcuno che sappia rassicurarmi e dirmi che è fattibile senza lasciarmi da sola, con le mie paure, a metà strada.
Sì, sono triste.
Sì, vorrei un abbraccio.
No, ma non lo voglio.
Vivo circondata da persone splendide che fanno da barriera ai mentecatti che stanno oltre il muro da loro composto.
Mentecatti, sì. È il termine più affettuoso che possa utilizzare.
Vorrei solo qualcuno che si sdrai accanto a me, in questo istante e mi abbracci (e no, non lo voglio). E mi dica che tutto andrà bene.
[qualcuno dice che il tempo limite per innamorarsi di una persona è 6 mesi. Poi è altamente improbabile che questo accada]
Sono arruffata come un piccolo Woodstock che non trova più il suo caro amico Snoopy.
Passerà, me lo dico da un paio di anni ormai.
Passerà.
Canzone del giorno: Bud Spencer Blues ExplosionTroppo Tardi
Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.
Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.
È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.
Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.
Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".
Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.
Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.
Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.
Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.
Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.
È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"
Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare. STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."
Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.
Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.
Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.
Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre
Serracapriola (FG)
A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)
Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)
Canzone del giorno: Daniele SilvestriMa che discorsi
Eh, sentire la tua voce grottevole mi dispiace molto. Capisco, capisco il momento e la volontà di chiudere tutto fuori o chiuderti dentro te. C'è sempre questo paradosso che mi fa un po' ridere: le persone come me e come te che sono viste tipo come eroi che sconfiggono malattie innominabili rimangono sotto per questionisentimentali e si sentono disarmate rispetto a tutto quanto per una batosta sentimentale che forse dimostra che, mha, magari non dimostra un cazzo ma forse è indicativo di come siamo.
Se puoi mandami una volta ogni tanto una riga per dirmi che ci sei ancora.
Una riga dalla grotta
Vorrei tatuarmi un insetto. Ma dimentico sempre che addosso ho la bellissima Acherontia atropos.
Sono diversi giorni che evito il mondo. Conto malamente i giorni con delle tacche sul muro. Ma non ricordo mai se ho già disegnato la tacca, quindi nemmeno quello è affidabile.
Affronto le serate sociali con nonchalance, come se stessi bene. Esaurisco quindi le mie energie. Tra un sorriso forzato, una battuta forzata. E a casa svengo sul letto, come se avessi corso un'ora. Vorrei non vedere nessuno, ma non so più come defilarmi. Il lavoro è diventato un evento altrettanto faticoso. I miei colleghi vogliono interagire con me.
Sono sotto medicazione avanzata. Un'infermiera sconosciuta mi ha procurato questa medicazione portentosa, pare. La più antibatterica di tutte, all'argento.
Dura una settimana, poi dovrei già vedere dei miglioramenti.
In un ospedale di Milano circolano le foto della mia ferita, la mia amica RagnoB le ha mostrate a chiunque per capire cosa si possa fare. Un chirurgo di Vicenza è disponibile a vedermi gratuitamente, per dire.
La sentenza è unica, si sospetta Pseudomonas, un batterio bastardo resistente agli antibiotici. Dopo 4 mesi è abbastanza comune avere un'infezione.
Devo trovare un piano, disinfettarlo bene, lavarmi le mani per almeno tre minuti, asciugarle con asciugamano pulito. Disinfettare le forbici con una soluzione alla clorexidina, la stessa soluzione la uso sulle mani che non si sa mai. Con la fisiologica pulisco la pelle attorno alla ferita, è sporca di essudato giallastro.
Sì, fa schifo anche a me.
Mi pulisco di nuovo le mani con la soluzione alla clorexidina.
Apro la confezione della supermedicazione. Chissà che credevo, pare una retina elastica ma scura. Devo ritagliarne un pezzetto delle stesse identiche dimensioni della ferita. Poggiarla sopra. Poi apro la confezione della copertura. È una sorta di spugnetta che va posizionata sopra e assorbe l'essudato oppure crea umidità. Si autoregola a seconda di cosa ha bisogno la ferita.
Taglio la copertura in quattro. Prendo un quarto e tolgo la plastica che copre l'adesivo. Posiziono il quarto sopra l'argento. E copro tutto con cerotto Fixomull (del modico costo di 29 euro).
Per una settimana lascio così, a fare il suo lavoro. Promettono miglioramenti già dopo la prima medicazione, ma boh. Attendo.
Nel frattempo dovrei evitare di bere alcol, ma una birretta ci sta.
Prendo i beveroni proteici perché le proteine dovrebbero aiutare e ho ricominciato a mangiare carne. Fino a oggi solo fuori casa ma stasera ho addentato una polpetta. Cioè tre.
Ho fatto un video da mostrare a RagnoB per capire se medicavo bene. Rivedere il mio piccolo seno dimezzato nel video mi ha fatto un po' male.
Ma non è quello il motivo della mia grotta.
RagnoB dice che potrei chiedere anche un paio di settimane di mutua per stare a casa, ferma e immobile. Aiuterebbe tanto.
Ci sto pensando, potrei stare nella grotta e non dovrei andare al lavoro, ma dovrei giustificarlo a casa (ricordate che Madre non sa nulla).
In effetti ho cominciato a lavorare subito dopo l'intervento, proprio nell'unico periodo dove un po' di riposo mi avrebbe fatto bene.
Senza volerlo mi sono tramutata in farfalla. Ma ho perso le scaglie dalle mie ali e non posso volare.
Vorrei essere un Geotrupidae. Almeno loro mangiano merda. Sarei già un bel po' avanti.
Dai, smetto di bere lunedì. I lunedì sono fatti apposta: per dimostrare i fallimenti dei buoni propositi della settimana precedente.
Per ora mi stappo una birra ghiacciata.
Ti ho sognato. Mi urlavi addosso una cattiveria. Eri aggressivo. Il giorno dopo mi mandasti una lettera di scuse.
Se leggete questo post fate probabilmente parte di quel minuto numero di persone che si è guadagnato un posto nel mio cuore. Il mio cuore non è molto grande, gli spazi sono esigui. Se siete sovrappeso vi consiglio di dimagrire, se non altro per rispetto verso gli altri che altrimenti non ci stanno.
Una persona che conosco mi disse un giorno che nel suo, di cuore, c'erano delle poltroncine numerate. E io ero la numero 77.
Ho molte meno poltrone, io; è come un cinema di quelli vecchi, pochi posti e molto scomodi. Ma bei film. A tratti pesanti. Dipende dalla programmazione.
Nel mio cuore non si fuma e cercate di arrivarci ben lavati. Non ci sono molte prese d'aria, il ricircolo è difficoltoso e uscire è quasi impossibile. Se vi sembra una trappola è perché molto probabilmente è così.
Le mie poltroncine non sono numerate. Ci mancherebbe.
C'è una parte di me molto ordinata che dovrebbe dare i numeri delle sedie in ordine di arrivo. Ma vi pare?
Come se l'ultima persona arrivata fosse l'ultima come importanza e dovesse sedersi in fondo. Macchè.
I posti in prima fila sono quelli da cui, stranamente, si ha una visuale migliore. Ma a volte i suoni sono troppo forti e le luci accecanti. Quindi bisogna avere anche una buona resistenza.
La prima fila non è per tutti.
Chiedetelo ai miei compagni che si sono succeduti nel corso degli anni.
I primi minuti del film non sono per niente male, pieni di colore e di cose interessanti.
Poi una vagonata di paranoia. Che manco in una sala d'attesa piena di pazienti psichiatrici. Ma se si ha pazienza, la trama può essere soddisfacente.
Non penso di essere, in fondo, una cattiva persona.
Per cui mettetevi comodi, che comincia il film. E shhtt. Silenzio.
Mercoledì è andato tutto bene. Ma tutto tutto, a partire dal numero che mi han dato in sala di attesa.
La risposta al significato della vita, all'universo e a tutto quanto.
Ho deciso di tatuarmelo, sperando che sia di buon auspicio per il futuro. Ma chi cazzo ci crede al buon auspicio?
In attesa l'infermiere M mi parla del nuovo ordine mondiale. Non ho voglia di starlo a sentire oggi, così gli dico che mi sembra proprio una cosa complottista. Niente, inarrestabile. "Ma no, perché tu pensi che sia una fuffa da internet, ma tu devi informarti perché blablablabla e poi questi qui hanno anche fatto blablablabla perché non sai che blablablabla".
In genere rispetto le idee degli altri anche se molto diverse dalle mie. Se sono molto diverse o per me incompatibili, continuo a tenere cari i miei pensieri in una sorta di fortezza. Se l'altra persona è decisamente ostile a rivedere i propri pensieri e usa una fortezza simile, io non sarò certo la persona che abbatterà quelle barriere, soprattutto se è una persona a cui non voglio ancora bene.
Mi sono spiegata? Forse no ma stamani non ho le idee molto chiare sul significato della vita, sull'universo e tutto quanto.
in viaggio per l'ospedale
Così annuisco "Va bene dai, passami i titoli di questi libri"
"No, perché sai noi menti superiori dobbiamo istruire gli altri, che hanno nella testa i criceti sulla ruota, capito? Dai, poi passi a salutarmi prima di andare via?"
"Va bene"
Chiamano il mio numero, il cuore batte forte.
Se vi sembra esagerato, vi posso dire in tutta sincerità che lo è. Ma mettetevi nei miei panni, se vi riesce. In tutta la mia vita ho sempre ritirato biopsie infauste. Il ritiro di un istologico per me è sempre stato il segno della croce che può farsi un satanista, una cosa assolutamente fuori luogo, incredibile, fantastica in senso negativo.
Entro nella sala visita dove il medico, a quanto pare il boss, esclama "Ma questa non è una mia paziente, è una paziente della dottoressa Volpe!"
"Ehm no, io dovevo venire giovedì dalla dottoressa Volpe ma non potevo, così mi hanno detto di venire oggi da lei. E poi in realtà sarei del dott. Coluccia che è in pensione, quindi non sono di nessuno"
"Ah bene intanto posso dirle che non ha niente!"
Lo esclama con un tono di voce assoluto, nessuna possibilità di errore. Non ho niente.
Davvero? Io? La ragazza (ormai donna) dei tre tumori?
Mi metto la mano aperta sul cuore, faccio un sospiro che per me dura diversi secondi ma probabilmente è stato un istante. "Davvero? Lei non sa che bella notizia mi sta dando!"
Forse è vero, non lo sa davvero. Immagino le sue giornate a recitare facce tristi o esclamazioni felici a seconda delle pazienti e degli istologici ma in quel momento, seppur inconsapevole di averlo fatto, mi aveva ridato i 10 anni che avevo perso in questi mesi.
"Deve solo fare i controlli mammografici annuali, questa è la copia del suo istologico"
Gli dico che dalla sala medicazione mi hanno consigliato di fargli vedere la mia ferita, che ancora non è guarita.
"Si sdrai"
L'infermiera mi spacchetta il seno, do' un occhio anche io e in effetti la vedo molto migliorata. Ha l'aspetto e le dimensioni della Grande Macchia Rossa di Giove ma per lo meno non sanguina. Vedo che è meno rossa delle altre volte e anche il medico mi conferma che è una bella ferita (sulla definizione del concetto di "bello" abbiamo pareri discordanti, ma non mi metto a discutere con lui). Mi dice che vanno bene le fitostimoline, non devo usare più AquaCell, posso medicarmi da casa senza stare a venire in ospedale. "Fino a che non si forma la crosta?"
"Esatto"
"Ah, senta posso smettere di usare questi reggiseni sportivi che non li sopporto più e mi schiacciano tutta?"
"Bhe, se avesse 5 chili di roba le direi di continuare a metterli, ma direi che può farne a meno"
Esco con le lacrime agli occhi, incredibile. Penso che sia davvero incredibile. Mi guardo attorno attendendo le cavallette e la luna rosso sangue, come minimo. Ma niente, c'è un bel sole.
Scrivo a chi sapeva dell'intervento, scrivo a chi sapeva dell'istologico e a chi non sapeva. Scrivo al mio amico Ninja e gli chiedo se è in libreria. Lo vado a trovare, mi scrive "Così piangiamo insieme".
Lo abbraccio forte, lui sta ancora combattendo e le conseguenze del suo devastante intervento si fanno ancora sentire. Si sfoga, lo ascolto, gioisce con me e ci salutiamo, dopo esserci raccontati un po' del nostro gossip.
Sono passati alcuni giorni ma a scrivere queste cose ho ancora un po' i lacrimoni. Non mi sembra vero ma sono comunque felice di essermi preparata al peggio. Che le belle sorprese sono sempre le migliori.
Il pomeriggio ve lo scriverò con calma, perché ho conosciuto una persona davvero speciale e non voglio che le venga rubato spazio. Perché è giusto che una giornata così bella si concludesse con una bella persona.
La mia ferita non poteva aspettare e sabato 17 era nuovamente piena di siero. Ma sabato il reparto è chiuso.
Avevo già chiamato il giorno prima per qualche gocciolina sospetta ma mi avevano detto di non preoccuparmi, qualche gocciolina è normale.
Sabato non sapevo cosa fare, ma non volevo andare al pronto soccorso, temevo facessero peggio. Così sono andata in farmacia a comprare dei cerottoni per rimedicarmi, ovvero togliere il cerottone garza sopra, lasciando gli sterilstrip sotto, e rimettere un altro cerottone.
Lunedì sono tornata, stessa scena della volta scorsa, l'infermiera chiama una dottoressa perché una volta spacchettata, nella zona in cui prima c'era una crosta abbastanza spessa c'è una sorta di liquido giallo verdastro che a una prima occhiata sembra pus.
La dottoressa dice di non preoccuparmi, a volte succede, è fibrina e viene prodotta per riparare i tessuti ma impedisce la cicatrizzazione, bisogna toglierla.
Prende un bisturi, una pinza e armeggia. Sento tirare e non troppo dolore ma quando la leva rimane un buco. Profondo.
Da sdraiata non riesco a vederne la profondità ma i margini non sono belli. Sarà un ovale lungo due cm e largo un cm. Mi richiude con gli sterilstrip e mi impacchetta esattamente come il dopo intervento.
Chiedo della cicatrice, se rimarrà brutta "Ma no, usiamo apposta gli sterilstrip che chiudono bene i margini della ferita, purtroppo a volte accade. Ha mai avuto problemi con i punti?"
No mai avuti, e sono stata tagliata tante volte.
Dovrò tornare giovedì 22 come stabilito.
Torno giovedì che il pacchettone fatto dalla dottoressa era quasi tutto scollato, ma l'ho riparato alla meno peggio con un rotolo di cerotto trovato in casa e col seno compresso da un reggiseno sportivo. Così mi hanno consigliato.
Le solite domande: chi l'ha operata, quando, ecc ecc
Faccio notare che è rimasto un punto ed è strano, sono punti riassorbibili, così decide di toglierlo, però nel momento in cui lo tira via, parte del filo che riconduce a quel punto è interno e tirando viene in su un pezzo di carne del "dentro" la tetta. Meno male solo sdraiata. "Non guardi!".
Chiama un medico esclamando "so già cosa fare!".
Il buco è sempre lì. Se la ferita fosse a sinistra potrei dire che è il mio cuore che sta sanguinando e potrebbe non essere sbagliata come affermazione, ma è a destra. Mai una gioia.
Arriva il medico, lei dice "Con un'altra signora che aveva la stessa cosa ho usato le fitostimoline, ci vuole un mesetto ma si sistema"
"Non mi mettete gli sterilstrip?"
"No signora" dice il medico "la ferita deve guarire in profondità. Se lo chiudiamo ora, si riparano i margini ma sotto resta aperta. Deve venire in su".
Che cosa intenda con quel Deve venire in su è tutto un programma. Ma ho già le lacrime agli occhi. Senza che possa dire niente incalza "Purtroppo rimarrà una brutta cicatrice".
"Che fortuna eh?"
"Io preferisco essere chiaro con le pazienti, purtroppo sarà evidente"
Ormai ho gli occhi pieni di lacrime ma cerco di trattenermi come meglio posso. L'infermiera mi dice che molto dipende dal trattamento che farò dopo.
Mi dice che per questo tipo di medicazione dovrò essere in ospedale due mattine a settimana quindi mi ridà appuntamento per lunedì e giovedì.
Esco e resto seduta ancora un po' in sala d'attesa, che poi non è una sala d'attesa, è solo il corridoio davanti alla porta, a testa bassa.
Esco dal reparto a testa bassa, prendo il bus e ho gli occhi ancora gonfi di lacrime che però tengo, come un segreto che però faccio fatica a non rivelare.
Arrivo a casa di G e piango, piango di un pianto che non mi capitava da quando ero piccola. Piango e non riesco a smettere. Mi prepara un the e due muffins e guardiamo "Hot shots 2".
È una riparazione momentanea ma funziona, riesco ad andare al lavoro nel pomeriggio.
E lo so cosa pensate, è solo estetica. Ma non è una questione di estetica, è una questione di integrità fisica. Non riesco a fare in tempo ad accettare un piccolo problema che se ne presenta un altro. Avete presente quando in un film un uomo è a terra perché gli hanno appena sparato? Ecco, a fatica cerca di rialzarsi ma il cattivone gli spara di nuovo. Cade nuovamente ma non si perde d'animo, a fatica cerca di sollevarsi sulle braccia per strisciare, ma un altro colpo lo stende di nuovo.
Mi sento come sotto una raffica di piccoli proiettili (e deve ancora arrivare l'istologico).
Oggi vado a Genova, è una piccola gita di un giorno ma ho bisogno di staccare dalla mia stanza. Ho degli amici dolcissimi che vorrebbero starmi molto vicino ma per il carattere di merda che ho, questa vicinanza ha il risultato opposto di farmi sentire soffocata.
Così mi isolo ma consapevolmente, sapendo che ben presto anche loro si stancheranno di questo mio atteggiamento. La verità è che di solito sono più brava con queste cose, ma sono anche un po' stanca.
E in tutto questo mi sono innamorata proprio di una persona di cui non avrei dovuto.
Caro Blog,
oggi sono andata al Sant'Anna a fare la mia medicazione. Seconda e ultima a quanto pare. I punti sono riassorbibili e non devo tornare a farmeli togliere. Il chirurgo mi ha detto che posso lavarmi, che posso già massaggiare la zona con una crema ma anche con dell'olio d'oliva: come tradizione vuole ho ricomprato il costosissimo olio di Rosa Mosqueta.
Dice il medico devo massaggiare spingendo bene, devo sentire male, devo muovere la cicatrice all'interno. Ci ho provato mio caro Blog, ma non sono più la stessa persona di 9 anni fa, evidentemente. La ferita mi fa impressione, il dolore mi blocca e guardarmi allo specchio, così, quasi dimezzata non mi fa bene.
Ho chiesto al chirurgo se potevo mettermi una protesi ma me lo ha vivamente sconsigliato. Se già ora per ogni nodulo mi fanno fare una biopsia, con una protesi di mezzo potrebbero non capirci nulla e vedere cose che non ci sono.
Sono un po' triste, caro Blog. Temo di avere fatto la scelta sbagliata operandomi. Forse potevo, e dico forse, aspettare. Magari non era niente. Ma non posso non pensare alla signora che dopo un anno si era trovata un cancro metastasizzato. Ora però il mio seno destro è la metà di quello sinistro e si vede tantissimo, e ora è anche un po' gonfio per l'intervento: tra qualche settimana sarà ancora più piccolo.
Mio caro Blog, cosa si può fare in questo caso?
Oggi sono stata a trovare A, il mio amico di chemio. In ospedale.
Invidioso del mio intervento ha deciso di farsi operare anche lui, per la decima volta.
Lo abbraccio, e penso che la vita a volte è un po' ingiusta. Vivi, sì, ma sempre in bilico: non abbiamo mai avuto la fortuna di conoscere la salute per troppo tempo di seguito.
Gli ho portato un peluche che mi aveva regalato Alelè, un mio grandissimo amico delle superiori che era venuto a trovarmi a 16 anni in ospedale.
Quel peluche, a forma di scimmietta e con il cappellino da esploratore, mi ha seguito in tutte le case in cui ho vissuto. È venuto a Firenze, a Bologna, a Cömo.
Mi dicono di non abbattermi ma forse ho un'unica fortuna: essendo sola posso finalmente piangere quanto voglio.
Caro Blog, non ho espresso tante volte il desiderio di potermi finalmente sfogare? Il 2018 non voleva essere l'anno del mio egoismo? Ecco, ora posso fare ciò che voglio di me stessa.
Perché non devo proteggere nessuno.
Quando ero piccola il mio libro preferito era "il grande atlante del mondo" del Reader's Digest. Un paio di anni fa ho comprato un atlante nuovo di zecca ma non era la stessa cosa. Quelle belle pagine lucide con le immagini dai contrasti forti non mi trasmettevano la stessa emozione di quel volume che sfogliavo per ore e ore. Il mio pianeta preferito? Giove. Lo chiamavano "Il gigante buono" e scrivevano che la sua enorme massa deviava gli asteroidi che passavano per quella traiettoria. Che bello, Giove. Che inconsapevolmente buono, Giove. Che meraviglia quel ciclone, quella macchia rossa. E poi un pianeta gassoso. Riuscite a immaginare un luogo in cui non si possono poggiare i piedi?
Quando ero piccola cercavo di capire se la vita che stavo vivendo fosse un sogno e se i miei sogni fossero la mia vera vita. Ho finito col diventare insonne. Dormivo molto poco e spesso mi svegliavo e giocavo col mio criceto.
Volevo bene a quel topo senza coda, mi avrà morso non so quante volte ma gli volevo bene.
Quando ero piccola non è vero che fosse tutto più semplice. Ero solo piccola di statura, ma comprendevo tante cose.
Magari avrei preferito non capirle.
Ora che sto diventando grande, perché proprio grande grande non sarò mai, mi piacerebbe essere piccola e occuparmi solo delle cose importanti. Di Giove, del mio criceto, e dei miei sogni che potrebbero essere veri.
Ho dormito male ieri notte, ho fatto degli incubi in cui il mio endocrinologo mi anticipava il referto dell'agobiopsia e non solo era un (altro) cancro, ma aveva trovato anche una rara sindrome genetica che poteva essere la causa primaria di tutti i miei mali.
Bhe, non a caso ieri, nel primo pomeriggio, avevo la visita annuale dal mio endocrinologo.
La struttura in cui faccio le visite, il COES (Centro Onco Ematologico Subalpino) è stato, per una vita, sito all'ingresso di via Cherasco 15. Comodissimo.
Entri in via Cherasco e vai sempre dritto. Ma da qualche anno a questa parte lo hanno spostato, costringendomi ad ardue traiettorie. L'ospedale Molinette è un labirinto con indicazioni di difficile interpretazione!
Non mi do' per vinta. Passo dall'ingresso in via Genova, cerco il COES nelle indicazioni del tabellone all'ingresso principale di corso Bramante, seguo la traiettoria colorata di marrone, e TA-DAN.
Dopo solo 15 minuti eccomi!
Non ricordo mai cosa devo fare. Venendo qui una volta l'anno il dubbio amletico è: prendere o no il numero? Sedersi e aspettare? Annunciarsi in qualche dove?
Mi siedo e aspetto.
L'anno scorso il mio medico storico era affiancato da un dottorino giovane e un po' troppo volenteroso e presente. C'è un termine ma non mi viene, e quindi accattatevill'.
Appena mi vedono esordiscono "Colombo, venga pure".
Entro in saletta, mi siedo e il mio medico storico comincia: "Abbiamo il suo citologico, glielo avevamo detto?"
"No"
Il sogno voleva dirmi qualcosa.
"Allora l'esito glielo anticipo, in sigla si dice B3, vuol dire che purtroppo dal citologico non sono riusciti a stabilire cosa sia. Diciamo è un risultato dubbio, quindi bisogna indagare un po' meglio: glielo anticipo subito, quasi sicuramente le faranno una biopsia chirurgica come l'altra volta"
"Una biopsia escissionale?" "Sì, più che altro per capire cosa sia"
Lucciconi. Ok, Carla, riprenditi.
La mia mente prosegue, faccio domande. Nel caso dovesse essere qualcosa di negativo? Asporteranno il seno? Che terapia faranno?
Si mantiene sul vago, dovrà decidere la senologa. Intanto io sarò ricontattata per programmare la biopsia.
"Vorrei essere operata dallo stesso chirurgo dell'altra volta, mi aveva fatto un bel taglio" "Ah il dott. Coluccia, eh mi sa che in questi giorni (proprio in questi giorni) sta andando in pensione"
Che fortuna, penso.
Proprio non ci voleva un'altra biopsia, sullo stesso, già martoriatino, seno. Già piccolo, già sfortunato.
Già tagliato.
Sono a terra.
Procedono con la visita solita. "Quanto pesa?"
Stavolta lo so, e rispondo come alla domanda di un esame che viene fatta da anni e alla quale hai sempre risposto - non lo so -. "45 circa" "Ah" dice il dottorino "è un po' sottopeso, pesa molto meno rispetto all'altra visita"
"Va bene così" "Mi faccia controllare i linfonodi, si tolga il vestito e si metta sul lettino"
E qui il dottorino ha rischiato male la vita. Mentre mi spoglio, per riempire l'imbarazzante silenzio, dico "Ci metterò un po', mi vesto a strati, sa, il freddo..." "Ah ecco, infatti a prima vista NON MI SEMBRAVA COSÌ MAGRA"
Quei momenti in cui vorresti un lanciafiamme.
I linfonodi vanno bene, dice. Ma lo so. Gli esami del sangue sono perfetti e il mio medico storico dice che il fatto che gli antigeni del cancro siano nella norma è un'ottima cosa. Mia domanda: "Ma non sono gli antigeni del cancro all'utero?" "... [silenzio imbarazzato] sì, anche"
Non ce provà a fregarmi che m'informo, cristosanto. Col seno han poco a che fare mi sa quei due antigeni.
"Fuma?"
"No"
Mi sono stancata di dire che fumo la pipa in media una volta al mese e che non si aspira. Così, no, non fumo. "Va bene, il quadro generale è molto buono. Solo il TSH è un po' ai limiti ma non voglio aumentarle la dose di Eutirox a 75 microgrammi tutti i giorni. Poi è così magra. Facciamo allora 75 microgrammi 5 giorni a settimana e 2 giorni a settimana 50 microgrammi."
Se ora era facile ricordarlo, perché i giorni pari sono 50 microgrammi e i giorni dispari 75, l'idea di prendere 50 microgrammi lunedì e giovedì e 75 i restanti giorni sarà parecchio dura. Vediamo.
Mi fanno attendere per l'ecografia alla tiroide. Il dottorino ecografista bello che qualche anno fa era ancora più bello controlla le mie precedenti ecografie al computer, accanto a lui il mio endocrinologo che lo avverte "Ora siamo un po' più incentrati sulla mammella, purtroppo ai tempi le terapie erano quelle che erano, abbiamo un B3 in Q2 sul seno destro. Ha fatto 36 Gy a mantellina a 13 anni, gli anni dello sviluppo"
"La solita fortunella, eh?" Dico sorridendo.
Prima che pensiate stiano giocando a battaglia navale, traduco: B3 è la sigla di cui sopra, il referto dubbio del citologico. Q2 la posizione del nodulino nel seno. I Gy sono i Gray, se posso usare termini non tecnici, l'unità di misura delle radiazioni usate sul mio corpo ogni giorno per più di un mese, per la prima radioterapia. 36 Gy equivalgono a 30 radiografie fatte tutte insieme ogni fottutissimo giorno. Mantellina è un termine così docile ma indica la zona irradiata, ovvero TUTTO il torace.
Mi fa di nuovo svestire e rimango in canotta, mi sdraio sul lettino per fare l'ecografia.
Si posiziona alla mia sinistra "Quel teschio, devo dire, un po' mi inquieta" parlando del mio tatuaggio
"Sì, l'ho fatto apposta per gli ecografisti".
Ride.
La situazione della tiroide è invariata. È sempre minuscola e i nodulini? Sono tutti lì, stanno bene e sono invariati. Meno male, mi sarebbero mancati.
Mi danno il referto dell'ecografia e il solerte dottorino (ecco "solerte", prima non mi veniva il termine) mi ricorda di passare venerdì mattina a ritirare il referto dell'agobiopsia al reparto di senologia radiologica e chiedere della dottoressa Mariscotti.
E che sarò contattata per la biopsia.
E io invece, in un altro mondo, assolutamente fuori da ogni controllo, vorrei solo riuscire a piangere a dirotto.
Canzone del giorno: Mama, I'm coming homeOzzy Osbourne
Giovedì 28 ricevo una chiamata dall'ospedale "La chiamo per l'agobiopsia, pensiamo sia meglio farla perché abbiamo valutato le sue precedenti analisi e vogliamo controllare meglio".
Tachicardia.
"Sì, mi dica" "Le abbiamo prenotato l'agobiopsia per il 4 gennaio, deve portare l'impegnativa del medico"
"No, per fare l'impegnativa per la risonanza magnetica ho dovuto tribolare: il medico non mi fa l'impegnativa se non c'è la richiesta del medico specialista all'interno della quale è presente codice fiscale e numero di iscrizione all'albo del medico che la richiede" "Mhm, aspetti un attimo, vedo se riesco a fargliela internamente"
Silenzio, cuore che batte. "Riesce a venire domattina alle 8.30, così le prepariamo noi l'impegnativa? Perché altrimenti la dottoressa non riesce"
"Ah quindi domattina passo a ritirare l'impegnativa?" "No domattina viene direttamente per l'agobiopsia" Tachicardia. Controllati Carla, non è niente. Tanto lo sai che avresti dovuto farla. Controlla la voce, non deve tremare, controlla il battito.
"Ok, posso fare colazione? Ci sono raccomandazioni?" "Ha preso antinfiammatori o antidolorifici negli ultimi 2-3 giorni?"
"No, nulla" "Perfetto, se ha qualche problema prenda solo la tachipirina 1000. Può fare una colazione leggera. A domani."
Non so come mai non ci penso ma non controllo su internet cosa sia. Forse sono troppo agitata a valutare le mie reazioni presenti che sono sempre troppo esagerate.
O forse no?
Provate a mettervi nei miei panni, queste chiamate e questi esami nel corso della mia vita non sono state mai foriere di belle notizie. Alla fine di questi esami nessuno mi ha chiamata mai per dirmi: "Carla, la chiamo per comunicarle che tutti gli esami sono negativi, lei sta benissimo!"
In genere è sempre stato "DObbiamo fare altri accertamenti"
"Deve venire in tale data per fare questo accertamento"
Concluso con "Purtroppo abbiamo trovato delle celluline maligne e dobbiamo asportare la parte" oppure "Deve venire per un consulto terapeutico".
L'unico nodulo che non mi ha mai tradito, ma è lì da 18 anni quindi non mi spaventa, è quello sulla tiroide. Sarà cresciuto di un massimo di 2 mm in questi anni, è quasi una presenza rassicurante: qualcosa che quando faccio l'ecografia alla tiroide: "Dottore, c'è ancora il nodulino?" "Sì, certo, eccolo lì"
"Ah meno male."
Quindi ecco il perché della mia reazione. Non potete capirlo, se non avete avuto per tanti anni questo tipo di chiamate. Sapevo sì di dover fare l'agobiopsia, ma il mio cervello ha cercato nell'amigdala i ricordi delle precedenti chiamate, di come sono finite. E il cuore accelera, i pensieri vanno. È così che funziona, ed è assolutamente normale.
Ho avvisato chi potevo e volevo avvisare e le reazioni sono state più o meno le stesse "Bhe meglio, così te la levi".
Capisco anche la risposta, ma vorrei stilare un manualetto di vicinanza per gli amici. Quando accadono queste cose non si vuole essere consolati, si cerca solo vicinanza emotiva. La risposta esatta e corretta è sempre la stessa : "Ti sono vicino".
Lo so, è banale, sembrano le classiche condoglianze che tanto odio. Ma è inutile razionalizzare, queste emozioni non sono razionali. Non si ha bisogno di qualcuno che ti dica "Cerca di stare calma".
Se riuscissi a stare calma, non pensate forse che lo farei?
Seguono anche risposte ironiche, che apprezzo sempre tanto, come il mio amico M, ex compagno del corso java, che mi dice "Son degli stronzi ad anticipare così. Uno ha anche programmi".
Sì ok, mi ha fatto ridere.
C, che sta imparando a conoscermi, mi ha detto semplicemente che era con me.
Gigi vorrebbe essere con me. Lys chiede di accompagnarmi.
Il sardosabaudo mi ha fatto sorridere "Quindi? Vieni lo stesso a cena?".
Una cena è un ottimo modo per pensare ad altro (culurgiones, mammamia che buoni!).
Comunque la notte non è stata tranquilla, non ho dormito bene. E mi sono svegliata presto. Arrivata al reparto di senologia radiologica delle Molinette l'unica cosa a cui penso è di volermi sdraiare nel lettino, ma il pensiero mi agita.
L'attesa è snervante e la sala d'attesa è piena di donne tutte molto più grandi di me. Una donna piange. La privacy non è assicurata in nessun modo. Le dottoresse non hanno uno spazio dove poter parlare con le pazienti e spesso questo viene fatto in corridoio, qualunque referto si abbia in mano. E tutti sentono. Non è per niente bello.
Mi ricordo di internet, cerco la parola "agobiopsia". Consigliano di venire accompagnati. Sono da sola.
Non importa, penso, al massimo chiamo un taxi.
Mi chiamano per firmare il consenso informato. Mi fanno le solite domande di routine, se sono allergica a qualche farmaco, all'anestesia locale, se ho preso antinfiammatori nei 3 giorni precedenti l'esame. La dottoressa mi spiega che faranno una puntura di lidocaina per anestetizzare la parte, allargheranno il buco con il bisturi e faranno entrare quest'ago per, come spiega una mia recente conoscenza, compiere la biopsia tru cut (sic). L'ago ha un'anima in metallo e farà un rumore, uno scatto forte e sarà finito. Faranno 3 prelievi nell'area, metteranno alla fine del ghiaccio perché l'unica controindicazione è la formazione di ematomi.
Firmo, torno in sala d'attesa.
Più o meno mi richiamano alle 9.30. La sala è quella ecografica già vista. La dottorina giovane della scorsa volta (che è anche quella che mi ha chiamato, riconosco la voce insicura e dolce di chi ha ancora non ha il cinismo medico) mi ripete l'ecografia e mi chiede di attendere. Tremo, un po' perché sono agitata, ma ho anche freddo. Mi da' una traversina per coprirmi e mi chiede di attendere. Sparisce.
Tornano in 3. C'è la direttrice del reparto della scorsa volta, la dottorina di prima e un'altra dottoressa giovane. La direttrice ripete l'ecografia e mi dice che quest'area scura non era stata evidenziata nelle scorse ecografie/mammografie/risonanze, quindi è meglio controllare. Arriva l'altra direttrice del reparto, ora sono in 4. Mentre la direttrice numero 1 esegue l'ecografia, l'altra osserva. La tirocinante accende e spegne la luce. La dottorina giovane a un certo punto si dilegua "Siamo troppe, non servo qui".
Io tremo. "Vedi? È quest'area"
L'altra direttrice annuisce.
"Sono un po' agitata" "Eh, come facciamo? Vuole andare a prendere qualcosa?
Mentre io immagino una dose potente di tranquillanti, lei mi consiglia una camomilla. Probabilmente dovrei prenderne una vagonata. Dico che no, va bene così. "Ora sentirà una punturina".
La lidocaina brucia. L'ago nel seno fa male. Stringo i denti. La direttrice però è molto brava, infila pianissimo l'ago, lo osservo mentre entra, sento solo il pizzicore iniziale e da lì mi rilasso. Anche quando inietta la lidocaina lo fa lentamente. Credo che anche la paura abbia fatto.
La paura in queste situazioni è utilissima, l'adrenalina mandata in circolo, ne sono convinta, ha fatto sì che io non sentissi male, che io non sentissi troppo male.
Sfila l'ago. "Tutto bene?"
"Sìsì, benissimo, dottoressa è stata bravissima, non ho sentito quasi niente!"
Prende il bisturi monouso: vedo tutto, tranne il taglietto che fa. Non sento. Non sento nulla.
Mentre la direttrice numero uno continua a tenere l'apparecchio ecografico sul mio seno, la direttrice numero due infila l'ago per la biopsia tru cut nel seno.
D2: "Qui?"
D1: "No, un po' più su, perfetto così"
La dottorina giovane è pronta a schiacciare il pulsante sul corpo verde e parallelepipoidale della siringa, ma prima mi intima "Sentirà un rumore forte, non si spaventi e non si muova."
"Ok" TAK
Lo scatto della biro ma un bel po' più forte.
Mettono una strisciolina di circa 5 mm su un vetrino. Sembra carne di pollo, è molto chiara. "Tutto bene?"
"Sìsì non sento niente"
Ormai mi sono rilassata.
Procedono col secondo prelievo. TAK.
Si consultano
D1: "Non so se fare un altro prelievo ma lì c'è il muscolo pettorale. Però vedi qui?"
D2: "Sì in effetti non saprei"
"Ma no, io direi che va bene così"
Ridono.
"Sì, va bene così" dice la direttrice numero 1.
"Ora le farà la medicazione, tra due settimane può venire a ritirare il referto"
La dottorina mi mette gli steristrip e una medicazione col cerottone. "Ora le metto anche il ghiaccio, le verrano delle supertette!"
"Ah non vedo l'ora, guardi!" "Domani può togliere il cerotto. Non bagni la ferita, gli steristrip si staccheranno da soli in circa 3 giorni. Se ha male usi solo tachipirina 1000, se le viene un ematoma è normale"
Avviso tutti, per me e per il momento, il peggio è passato. Faccio colazione alternativa al bar dell'ospedale Molinette con Lys che mi corre incontro in lacrime.
Nota per il futuro: non sono l'unica vittima delle mie paranoie emotive.
Mi ha portato un melograno, porta bene, "mangiatelo a capodanno".
Sento un po' di male ma per me che soffro di emicranie pazzesche è quasi più un pruritino.
Torno a casa, dovrei fare mille cose ma il calo di tensione mi impedisce di muovermi, sono immensamente stanca.
La cosa buffa è che il giorno prima scrivo al mio medico, il dott. Brignardello per aggiornarlo. Non c'era alcun tono polemico né preoccupato nella mia email, eppure lui mi risponde con un "Capisco il suo disappunto".
In effetti sì, c'era del disappunto, ma non nella mia email. Effettivamente dopo 18 anni deve avere imparato a conoscermi, o forse sa che non è mai bello fare certi esami.
Ora si aspetta, e ancora una volta una piccola cosa mi ricorda quanto è fragile la nostra esistenza su questo pianeta e quanto poco io stia facendo per vivere appieno la mia vita. Questo ultimo anno poi è stato vissuto un po' in ibernazione, in letargo. Letargo delle mie capacità, soprattutto, oltre che lavorativo e tutto il resto. Questa sera festeggerò con alcuni tra i miei più cari amici; auguro per me stessa, per questo 2018, un anno di movimento, un anno di potenziale espresso. Disfare le scatole, trovare un lavoro che sia mio, fare un viaggio (ma meglio più di uno), sentirmi a mio agio e a posto nel mondo.
Poca roba, eh?
Canzone del giorno: Welcome Home (Sanitarium)Metallica
Martedì 5 dicembre vado finalmente a fare la risonanza magnetica al seno. Quella per cui fare l'impegnativa mi aveva provocato uno stress enorme, perché prima avevo fatto l'impegnativa per una mammografia che non mi hanno voluto fare perché nel referto precedente era consigliata una risonanza. Poi sono andata a fare l'impegnativa per la risonanza magnetica MA non c'erano (e pare che per legge debbano essere necessari) codice fiscale e umero di iscrizione all'albo.
Incazzata nera vado alla visita dalla senologa che era già prenotata e mi faccio fare l'impegnativa ma dietro non ha l'iscrizione all'albo e i comunica che non è necessaria. Torno dal medico e non va bene, non c'è l'iscrizione all'albo. Sfavata come poche, vado sul sito dell'OMCeO e trovo il numero in questione. Cazzo, avrebbero potuto farlo loro.
Mi fanno l'impegnatica ma senza contrasto, la faccio modificare e FINALMENTE ci siamo.
Detesto la risonanza con contrasto, devono bucarti ed è sempre il solito problema. Solo che mentre a Padova la risonanza magnetica è aperta, quindi meno claustrofobica e c'è uno specchio che permette (anche se sei a faccia in giù) di vedere le tue mani quindi di avere comunque una visione, anche se piccola, della realtà che ti circonda, e in più il buco te lo fanno prima di fare la risonanza (due anestesisti, uno per lato, tastano le vene finché non ne trovano una abbastanza decente per bucarti) quindi una volta superato quello è tutto ok, qui in questo posto fai la risonanza senza contrasto poi, immobile come sei, senza vedere nulla, sdraiata a pancia sotto con le mani sopra la testa tese, ti cercano una vena. Inutile dirlo, la prima vena è stata scazzata e ha dovuto ravanare parecchio per riprenderla finché sento "Ah cavolo, si è rotta". In tutto questo io non potevo muovermi e avevo un male cane. Con la seconda vena va meglio ma sempre doloroso. Mi ripiazzano dentro e via.
Ero così spaventata che tremavo quando sono scesa. Il radiologo, un ragazzo squisito, mi ha aiutata. Così l'ho ringraziato per la gentilezza. Ho a che fare con medici e tecnici da quando ho 13 anni e so che spesso non hanno riscontro, e che sembra tutto scontato. I pazienti si lamentano se vengono trattati con superficialità e freddezza ma non ringraziano mai abbastanza il lavoro fatto da medici, infermieri e tecnici.
Mi sono rivestita e sono partita, ho fatto due giorni fuori per rilassarmi.
Giovedì sono tornata e venerdì sarei ripartita con Lys, la mia amica, per Ventimiglia fino a domenica. Da scema ho pensato bene di passare quel giorno stesso a ritirare le analisi, invece di andare lunedì. Così ho letto. E ho letto che nell'area dove di solito c'è scritto Niente di rilevante, c'era un papier di roba. Una robina di 6 mm nel seno destro, in profondità vicino al muscolo pettorale, un'area compatibile con una cellularità patologica. Altre scritte. Altre cose. Nebbia, pensieri che vanno, inarrestabili e ripercorrono con frenetica fantasia un passato di 8 anni fa. Stesse cose, era dicembre. Era dicembre quando è mancato mio padre. Era dicembre quando mi hanno trovato il tumore al seno. Dicembre porta una cazzo di sfiga eh?
Ansia. Respiro. A breve incontrerò Gigi, non voglio preoccuparlo. Ma non ricordo la strada che ho fatto per arrivare alla metro, né quella dalla fermata metro a Porta Susa. Né ho memoria del tempo che ho passato ad aspettarlo. È come se il mio cervello si fosse congelato su alcuni pensieri e non riuscisse più a uscirne nemmeno per sentire lo scorrere del tempo, il variare dello spazio.
Ma la giornata è passata, Gigi non ha intuito niente e purtroppo ho vomitato il mio stress su un'unica persona, forse l'unica che non avrebbe dovuto sentire tutto questo fluire di pensieri veloci.
Ma va bene, è un passaggio necessario per metabolizzare, la paranoia. Devo passare nella nebbia della mia testa per trovare chiarezza e quindi un briciolo di tranquillità.
Parto. Lys è una persona dolcissima e splendida, che mi ha accolto nella sua vita come un'amica di vecchia data. Sabato le racconto tutto, ma con estrema pacatezza. Ho metabolizzato, non ho paura, non più. Ho i due estremi di possibilità all'interno dei quali esiste un range infinito di situazioni che potrebbero accadere. Sono pronta al peggio, so che posso scegliere, sono (relativamente) tranquilla.
Anzi mi spiace aver creato tutti questi allarmismi, ma al fondo di questo post metterò i link relativi a dicembre 2008 - gennaio 2009 per far capire cosa mi è tornato in mente in quei 10 minuti di lettura iniziale di referto.
Fotografo, fotografo il mare, fotografo cose, fotografo persone, e mi era venuta anche una mezza idea di documentare visite, analisi, referti, come un progetto tutto mio che tale dovrà restare. I miei nulla sanno, per ora. Ma non è detto che debbano sapere.
Perché potrebbe non essere nulla o essere tutto ma mi sento abbastanza scafata per poter reggere da sola, ma soprattutto non voglio che altre persone gettino addosso a me ansia inutile.
Si chiama sano egoismo.
Come promesso a chi mi sta vicino, ieri sono andata dal medico a fare le impegnative per ecografia e visita senologica, come consigliato dal referto. In attesa decido però di mandare una email al mio carissimo endocrinologo del COES, il quale, non appena letta la mail mi chiama immediatamente per comunicarmi che le impegnative le ha già fatte lui, che secondo lui non è niente, però venerdì vado alle Molinette a fare tutto.
Non è niente MA facciamo in fretta. Il solito medico, che non sa come comunicarmi le cose, che ha paura di spaventarmi ma non vuole che io sottovaluti nulla. Lo adoro.
Vado via dalla sala di attesa, per attendere nuovamente un giorno, venerdì. Quello in cui confermeranno se c'è qualcosa o è un falso positivo.
Scrivo ad A, il mio amico libraio e compagno di stanza durante la chemio. "Certo che siamo proprio sfigati"
"A volte lo penso anche io, però in realtà, se guardo la cosa con obiettività, sono sicuro che siamo veramente fighi. Di vita noi ne sappiamo qualcosa, no?" "vorrei smettere di saperne. non pensi la stessa cosa anche tu? voglio tornare ignorantissima"
Non posso scegliere cosa sia, posso solo decidere come reagire.
Ed ecco i link del passato.
Questo weekend appena passato è stato l'ultimo ufficiale di scuola. Dopo più di un anno passato a vivere a Firenze un weekend ogni due tra corse, treni, risate, bevute, separazioni, arrancamenti, fotografie belle e orrende, chiacchierate tra amici, compagni e (spero) futuri colleghi mi trovo ora a tirare le somme di questo anno scolastico e fare i dovuti ringraziamenti.
Le persone non sono assolutamente in ordine di importanza, per me è necessario semplicemente ricordare cosa ognuno ha fatto per me, direttamente o indirettamente, per portare a termine la scuola.
Amici latinos: dentro ci metto tutti, anche i non latinos perché il mio cuore è del Sud. Perché mi avete ricordato come gioire delle piccole cose, perché se è risolvibile non è grave.
La mia piccola cattiveria in formato concentrato, Tahio, perché l'ho adorata dal primo istante per la sua ironia, la sua spontaneità e perché mai si è negata quando avevo bisogno.
Flap per quella volta che ci siamo messi tutti a piedi nudi seduti sul lungolago (prendendoti come esempio, ovviamente). La libertà è fatta di queste piccole cose. E perché mi hai proposto come fotografa quando c'è stato bisogno, hai alimentato lo sblocco delle mie paure.
AlessanFro: il mio rude tatuato con il cuore di panna, che non ama essere abbracciato ma c'è quando ho avuto bisogno. Alcuni tuoi consigli sono stati utili anche se io sono sempre la tua amica inutile (dai capelli colorati).
Àlvaro: la tua creatività è sorprendente e anche se capisco la metà di quello che dici (lo sai che scherzo - "risposta incomprensibile") la tua aggiunta al gruppo è stata fondamentale. Sai più cose tu di fotografia di quante ne so io alla fine della scuola e sarai sempre una fonte inesauribile di spunti per me. Grazie.
Amici torinesi, mi avete aiutata in questo difficile ritorno.
Gigi, sai quanto sei importante per me. Mi hai aiutata a ridere, ad andare in bici (ehm), a tornare in pattini. Mi hai rimesso in mano il basso e mi hai sorretta in tutto questo periodo. Posso tranquillamente dire che se non sono troppo stanca da tutto è perché mi hai praticamente portata in braccio per tutto questo tempo. Sono cose che non scorderò mai: la tua dolcezza potrebbe salvare il mondo (ora puoi tornare a fare il cattivo e arrabbiato metallaro, vai). Grazie per aver guardato le mie foto con le emozioni e senza la tecnica, perché quest'ultima si può applicare con il tempo e l'impegno ma se in una foto non c'è emozione non c'è nulla. Lorenzo, hai il potere di farmi ridere di gusto e in maniera sguaiata. Hai pubblicato mie foto che non erano stupende ma credi in me e questa è una cosa bellissima. E grazie a entrambi per il trasloco. Non so come avrei fatto senza di voi.
Ragno B, che mi sei venuta a prendere a Cömo replicando il viaggio fatto 6 anni prima dalla Toscana a Firenze. Per fortuna non è stata l'esatta replica e il ritorno ha avuto un sapore alla Thelma e Louise ma con lieto fine. Sei con me dalle elementari e ti voglio più bene di quanto riesca a dimostrarti.
Cristiano, un capitolo a parte, il mio mentore. Dietro quel guscio da orso si nasconde un occhio sensibile e attento, non solo per le foto. Ti ringrazio, mille e anche più volte, per aver criticato le mie foto nel bene e nel male, per avermi aiutato mettendoci del tuo senza mai chiedere nulla in cambio e per avermi dedicato tempo, la cosa più preziosa che abbiamo.
Amici fiorentini, Marco, Giada, Gianni, Laura, Germana, Steno. Non vi siete tirati indietro quando ho avuto bisogno di ospitalità a Firenze, una volta tornata a Torino senza lavoro e con pochi soldi. Avete ascoltato con interesse i miei racconti sulla scuola, abbiamo condiviso bellissime serate e mi avete persino portata a mangiare un'ottima fiorentina come avevo promesso di fare a termine dell'anno scolastico. Mi avete convinta a portare a termine la scuola nonostante io stessi quasi per mollare ("Tanto non mi serve il diploma, dai") e devo dire che è stato un ottimo consiglio.
Compagni di classe. Il confronto con voi è stato un terrore quasi paralizzante all'inizio, eppure il mio pragmatismo mi ha portato in là e le nostre discussioni sulle foto, sui progetti e sul futuro mi hanno fatto migliorare tantissimo. Con quasi tutti ho stretto un rapporto incredibile e soprattutto con i ragazzi del B&B (che abbiamo occupato praticamente tutti insieme) le storie si sono intrecciate, le confidenze ingarbugliate e alla fine, sì, siamo diventati amici. Daniela, come avrei fatto senza di te? Sapevi cosa dirmi e quando dirlo e ogni volta che mi hai chiesto un consiglio fotografico o un consulto è per me stata una pietrolina di autostima in più.
Grazie.
Professori! Per voi un capitolo a parte ma SOLO una volta completato l'esame, suvvia, non mi voglio conquistare voti a caso.
Familiari, Madre e sorellanza, cosa posso dire che non possiate già sapere?
Ultimo nell'elenco ma assolutamente primo in ordine di importanza, Fry, ovvero Iolao.
Iolao senza di te non sarebbe stato possibile nulla di tutto ciò. Quasi in lacrime ti avevo parlato di questo sogno tenuto nel cassetto da quando vivevamo a Bologna perché temevo lo reputassi un sognomatto, un altro dei miei, una cosa da fare a metà come tutto il resto. Invece no, mi hai appoggiata, eri entusiasta almeno come me all'inizio anche se ti ho chiesto di rimanere in disparte, di non darmi consigli perché non volevo che mi influenzassi e non volevo fare cose solo per compiacerti.
Hai creduto tanto in me, mi hai permesso di lasciare il lavoro e di dedicarmi solo alla scuola.
Sono cose che non potrò mai dimenticare.
Vi amo, vi amo, vi amo fortemente tutti.
Se ho scordato qualcuno non fatemene una colpa: la mia memoria non è grande come il mio cuore.
Sabato sera siamo andati in un pub triste triste. Ma era sabato o venerdì? Non ricordo. Il pub a dirla tutta è molto bello, è grande, tutto di legno. Il classico pub dove si va tra amici a chiacchierare. E’ totalmente vuoto, quindi c’è vasta scelta di tavoli. E’ una cosa non da poco.
Peccato che il gestore ci mette un bel po’ a fare i cocktail che lasciano un po’ a desiderare: ma se si ha lo stomaco forte va bene. E poi è un po’ buio, la luce è data da piccole abatjour con ragnatele annesse, inserite tra un tavolo e l’altro. E poi è freddo, c’erano le finestre socchiuse.
Ma per fare 4 chiacchiere non c’è niente di meglio.
Ieri e l’altroieri sono stata a Torino per delle visite. Tutti mi dicono “Ma perché ti sbatti fino a lì per farti visitare che qui c’è Careggi blablabla?”. Risposta: “Quando trovi un medico di cui ti fidi non lo lasci così facilmente”.
Parto l’altroieri da Firenze Rifredi, nemmeno a dirlo, il treno ritarda di mezz’ora. Certe cose non cambiano proprio mai. Arrivo insomma già abbastanza tardino, visto e considerato che un folle seduto accanto a me aveva sul tavolino la foto (ritagliata da un giornale, in bianco e nero) di Sarah Miller e ogni tanto chiacchierava con la foto. Proprio così. Appena c’era un po’ di baccano lui guardava la foto, rideva, e borbottava qualcosa. Io non so, cercavo solo di dormire, ero un po’ cotta perché mi ero svegliata abbastanza presto (povero Roccio che doveva anche andare al lavoro). Ogni tanto mi voltavo verso il signore e lui smetteva: assomigliava a Robert De Niro, la versione italiana con i capelli bianchi e tanta pancetta.
Arrivata a casa di mia mamma mangio velocemente qualcosa e porto a spasso Poldino, intanto un forte mal di testa dovuto al troppo sonno sul treno mi devasta. Mi doccio veloce, mi sistemo alla meno peggio e vado in centro. Magari due passi mi fanno passare il male.
Scopro che in piazza Castello hanno aperto una nuova libreria, molto bella. Qualcosa come “libreria.coop” o “coop.libreria”. Ci faccio un giro e trovo un sacco di libri che vorrei comprare. Ho la mania compulsiva dei libri. Poi non riesco a stare dietro agli acquisti e si accumulano nella libreria. Quanti libri belli. Quanta carta stampata, quanti bei colori di copertine, quante cose su cui vorrei documentarmi.
Meglio uscire. Esco e mi avvio verso la fnac, ma anche lì c’è la libreria. Mi riperdo tra i libri, cerco testi sul Madagascar (all’altra libreria ne avevano di più). Mi chiedo cosa sarebbe meglio se Madagascar o Australia, sono due mete ambitissime, tutta natura, tante bestie, tanta avventura. Rimando la decisione e corro in farmacia a prendere qualcosa per il mal di testa che intanto è aumentato.
Torno a casa di mia mamma mangio qualcosa (si era ormai fatta ora di cena) e prendo la pastiglia. Il giorno dopo ho la visita, anzi le analisi, mi toccherà passare tutta la mattinata in ospedale. E poi devo fare il prelievo, e come al solito ho paura del prelievo.
Per andare all’ospedale ci sono due opzioni: prendere il bus e svegliarmi parecchio prima o prendere il taxi e svegliarmi a un orario decente. Opto per la pigrizia e la spesa allucinante. Il taxista infatti fa strade inesplorate e mi fa spendere circa 21 euro, e mi saluta con “Auguri”. Tutti sanno che non si fanno gli auguri in questi casi ma bisogna dire “In bocca al lupo” mannaggia a te taxista.
Mi tocco le palle che non ho, ma dato che sto decidendo di diventare superstiziosa quasi quasi le espianto a Roccio e le impianto a me: dato che in salute non vado fortissima almeno ogni volta che vado in ospedale e qualcuno prova a farmi gli auguri mi tocco le pallediRoccio e magari la scampo.
Vado al bancone di legno del C.O.E.S. detto altrimenti Centro Onco Ematologico Subalpino, però lì mi mandano a fare la coda: che strano, per gli ex pazienti del Regina Margherita di solito consegnano direttamente loro le impegnative fatte dall’ospedale. Però non dico nulla, in un anno cambiano tante cose,anche le procedure.
Quindi mi accodo e vado a fare il prelievo. Entro come sempre terrorizzata. L’infermiera è un donnino che parla come la Littizzetto (uh come lo sento l’accento piemontese adesso. Mi sembra così alienante) e urla come una foca in calore. Mi vede, penso, tremolante, mi rassicura dicendo che ha lavorato tot anni in Ematologia al Regina Margherita, l’ospedale infantile, e difatti dopo tanti anni mi becca al primo colpo la vena e non mi fa nemmeno male, visto e considerato che mi ha bucato sul dorso della mano, zona abbastanza sensibile. Non deve nemmeno farmi due buchi perché ha azzeccato tutto, io penso checulocheho e vado a mettermi in coda per l’ecografia alla tiroide.
Il dottore che mi fa l’ecografia era una volta un assistente. Mi aveva visitata assieme al mio endocrinologo circa 3 anni fa. Lo avevo notato perché era un bel ragazzotto alla Tom Cruise, lampadato ed aitante. Il mio antitipo ma medico, quindi comunque da notare.
Lo rivedo però più stanco, non più lampadato e con le occhiaie. Era tornato dalla notte e l’ultima visita del suo turno ero io. Era davvero a pezzi.
Mi dice di nuovo che la tiroide probabilmente è da togliere. Mi tocco le pallediRoccio e spero che si possa rimandare all’infinito.
Intanto arriva il mio endocrinologo, gli chiedo come mai al bancone di legno non mi hanno consegnato l’impegnativa. Parte arrabbiato a fare il cazziatone alla signora che avrebbe dovuto farlo e torna con la mia impegnativa.
Mi rimane solo quella che credevo essere una mammografia ma si rivela (come appunta l’endocrinologo) per ora “solo” un’ecografia al seno.
Vado a fare colazione che ho una fame boia e spero mi facciano passare prima dato che sono le 10 e ho l’appuntamento alle 12.40. Ma arrivata in reparto radiologia capisco che non c’è speranza. C’è gente che aspetta da ore ed era prenotata ore prima. Il mio problema è il treno. Devo prendere il treno ma prima devo tornare a casa di mia mamma a recuperare lo zaino. Questo vuol dire che per prendere in tempo il treno delle 17 devo uscire dall’ospedale alle 14. Mi ci vuole un’ora e mezza per andare a casa di mia mamma dall’ospedale e un’altra ora per tornare in stazione. 15 minuti per mangiucchiare qualcosa ce le vogliamo mettere?
Insomma si fanno le 13 e sono ancora lì. Meno male ho il libro sulla PNL che tralaltro ha proprietà soporifere su di me, mi basta leggerne una pagina e svengo collassata, come in catalessi, oberata da tanti termini e diciture. Per dirla breve la gente comincia a sfavarsi e partono le polemiche.
Così ci spostano in un altro reparto che fa la stessa cosa. Chiedo a una signora per quando era prenotata. Mi dice che era prenotata per le 10 (sono le 13.20), perdo speranze di passare perché le dico che sono prenotata per le12.40 ma, miracolo, mi chiamano. Quindi la signora si sfava perché ora sa che la sua prenotazione veniva prima, però la dottoressa dice che mi sono registrata prima di lei e quindi non ci sono cazzi. La ringrazio e le spiego che ho anche un treno da prendere, quindi attacca a ecografare. Mi spoglio, mi sdraio, guarda bene, riguarda bene e parla con un collega. Parla di nodulini. Mi fanno rivestire e mi spostano al reparto dov’ero prima per farmi fare una mammografia. Ma come mammografia, non dovevo fare solo un’ecografia? Comprendo bene che c’è qualcosa che non va.
La mammografia, per chi ha poche tette come me, è una tortura. Devono schiacciarti il seno tra due ripiani e il medico ce la mette tutta, me le tira, me le palpa, me le strizza. Un male cane insomma. Poi le rifà più volte perché non gli riesce: col senone (come direbbe mia mamma) sarebbe tutto più semplice ma un senino non ha mammografia che tenga. Mi chiedono di rivestirmi e mi fanno rifare un’altra ecografia con una dottoressa con più esperienza.
Parla di linfonodi e di gruppi calcificati, io non ci capisco molto, ma continuo a capire solo una cosa: che qualcosa non va.
Mi chiedono di rivestirmi dopo aver fatto un segno sul seno destro con un pennarello indelebile nero. Mi piazzano un cerotto con una sferetta incollata all’altezza del puntino disegnato. Mi fanno fare un’altra mammografia ma i segni non coincidono. Mi chiedono ancora di vestirmi e il dottore mi spiega che ci sono un gruppo di formazioni calcificate e un nodulino ma non sanno altro. Fare un’agoaspirato non si può, troppo piccino. Vogliono farmi una biopsia chirurgica.
L’11 saremo di nuovo a Torino per una visita dall’endocrinologo ci dirà lui poi, guardando gli esami, cosa fare. Certo, ho paura.
Però c’è Roccio con me (che dolce, mi ha regalato un fiore di girasole), e anche se un piantino me lo sono fatta ieri, non posso davvero lamentarmi di niente.
E poi, lo so bene, la colpa è tutta del taxista.
Quando ero piccola lessi un racconto illustrato sul vaso di Pandora. Mi rimase impresso. Siamo tutti dei vasi di Pandora che, una volta scoperchiati, non possono più essere richiusi.
Oggi andrò a ritirare il mio obiettivo ordinato su ebay. È, vintage, è russo, sì, è un Helios.
Dopo aver visto gli scatti del mio compagno di classe russo - di solito chiamato semplicemente "compagno russo" e le immagini nel mio cervello si sprecano - mi sono decisa. Un amico fotografo mi ha detto la marca dell'obiettivo che ha "quello sfuocato molto particolare" e il compagno russo l'ha confermato così, dopo qualche consiglio su quale modello prendere mi sono decisa.
Per ben 30 euro mi sono aggiudicata un obiettivo che potrebbe regalarmi delle gioie.
Posso anche dire che le foto fatte dal mio compagno russo alla sottoscritta hanno qualcosa di decente, alcune sono molto belle; l'abilità del fotografo si vede. Anche perché mi ritengo un soggetto infotografabile: in genere non mi riconosco nelle foto. Quella che vedo è una persona più vecchia, rugosa e brutta di quella che ho davanti allo specchio.
Eppure lui trova il momento giusto per non farmi apparire come nelle tradizionali foto ma riesce a riportarmi a un livello simile alla immagine che sento di avere di me.
E così mi chiedo: chi sono io? Il soggetto infotografabile, l'immagine riflessa allo specchio o una proiezione che ogni tanto, mentalmente, faccio di me?
Ho ricominciato a sognare. I sogni di questo periodo prevedono corridoi abbastanza scuri illuminati con faretti e porte che non si aprono, strade sbagliate e posti remoti in cui rimango sola.
Tutto sommato una manna dal cielo rispetto ai morti, al sangue, ai mostri che di solito popolano il mio mondo notturno.
A Cömo è ricominciata la stagione dei monsoni. Pioggia interminabile, tempaccio, freddo.
Più che freddo lo chiamerei fresco.
Poi se ci pensi bene è quasi una sensazione interiore, questa pioggia. Non so se io sono influenzata dal tempo o se la mia interpretazione del meteo viene influenzata da come mi sento.
Sono un grigio al 18%, piovosa e vulnerabile.
Come Cömo.
Aggiungo questa poesia che di tanto in tanto mi torna in mente: Calmati! Shhht, no, non guardare fuori dalla finestra. Il rumore è dentro