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03 novembre 2025

Com'è strano raccontarsi una sera al Blah Blah

 Che sia chiaro, finirò il diario di viaggio.

Giusto per aggiornare, alla fine non ho vinto il concorso letterario. Sia io che Dado eravamo però in finale e ci siamo divertiti a parlare di ciò che abbiamo scritto, al Blah Blah, durante il salottino letterario del ToHorror.

Qui mostro il mio bellissimo quadruplo mento

Con Andrea Cavaletto (colui che ha letto e giudicato le sceneggiature), sceneggiatore di Dylan Dog (tra le altre cose) e scrittore di un sacco di robine carine.

In attesa di raccontarci

Io che cerco di vincere la mia paura di parlare in pubblico. Più o meno

Qualche giorno dopo siamo andati alla premiazione al cinema Massimo. Il premio era una bellissima mannaia, che peccato non aver vinto. Avrei trovato un posto bellissimo in casa ahaha.





A proposito di casa.

Succede che sta per cominciare, finalmente, dopo 4 anni, la convivenza. Ho il compito autoinflittomi di cercare una casa in affitto, perché qui è piccino per noi e Rohan. Ma non sapevo quanto la situazione immobiliare fosse disastrosa. Così disastrosa che le mie avventure a vedere case e a interagire con gli agenti immobiliari meritano decisamente un post a parte.

Nel frattempo il mio delirio (che ora ha un nome, ADHD) si manifesta nei modi peggiori. La casa è diventata una fogna. Lascio navigare l'entropia finché la situazione diventa insostenibile poi cerco di porre rimedio, ma devo porre rimedio tutto in una volta se no le cose restano a metà (quindi ancora più caos in alcune zone della casa). La cosa che mi pesa di più in assoluto è buttare la spazzatura. Così la accumulo finché non devo dargli un nome e fargli pagare l'affitto. Poi butto tutto (ed è capitato una volta, anche cose che non devo). 

Decido che voglio fare un tipo di foto. Compro un flash da studio (usato, perché sono povera) che resta inscatolato perché la voglia di fare quella foto è passata. Mi dico che almeno devo provarlo che se non funge posso fare un reso. Mi accorgo che il periodo per il reso è passato da un pezzo.

Una sera mi dico che è arrivato il momento. Monto lo stand per i fondali, metto il flash su uno stativo, arrangio il set ma manca un adattatore per il flash.

Lascio tutto montato e lo ordino.

Ma quando arriva il pezzo il sentimento è passato. Solo che non smonto niente perché: e se poi torna?

Quindi sono qui che ogni mattina mi sveglio, vedo la tenda rossa, scavalco il piedino dello stativo per andare a tirare su la tapparella e mi chiedo quanto ci metterò a smontare tutto per poi dirmi "Ah cavolo, potevo lasciare tutto attaccato, così facevo la foto in un attimo".

Restate sintonizzati per il finale (anche se ormai leggiamo solo io e la mia seconda personalità).

15 maggio 2023

Il mio bouquet e la chiamata a Dio

Ieri io e Cliff siamo stati a un matrimonio di due suoi amici: stanno insieme da una vita e sembra che lo siano solo da qualche mese. C'è una cosa che mi succede con gli amici di Cliff che raramente accade: mi sento accolta, in famiglia e al sicuro. Non ho bisogno di rientrare a casa perché mi sento stanca: stranamente sto bene.

E così ho passato questa giornata con loro, a bere e fumare sigari. A ridere.

A prendere il bouquet (che in verità mi è cascato tra i piedi). 



Ma soprattutto quando rivedo le foto ce ne sono un paio che mi piacciono tanto (fatte dalla bravissima Francesca che vi invito a seguire). Di foto belle me ne hanno fatte, ma in posa, spesso con espressioni che non vedo mie. Questa foto è spontanea e piena di amore.

Posso azzardare che in queste foto c'è davvero tutto l'amore che ho.



Ma, cosa più strana, in quella giornata ho chiamato Dio. Probabilmente ho preso un numero di telefono, o qualcuno mi ha preso li telefono per registrare il suo numero. Non lo sapremo mai.


C'è che è stata una giornata un po' magica. E io, bhe io mi sento estremamente fortunata. Lo sono sempre stata, ma ora più che mai. 

Sempre foto di Frà.







04 maggio 2022

Fallisci ancora, fallisci meglio

Allora, è quello giusto? - Decisamente sì 


Mi ci è voluto un po' per capire di aver bisogno di una mano. Se a 40 anni la mia vita procede ancora lungo un'ellisse in un loop continuo, non sono di certo in grado, da sola, di dare uno stop, fermarmi, procedere in linea retta.

Così ho deciso di andare da un terapeuta. A volte quando mi siedo di fronte a lui (che sembra David Gnomo, gigante però) mi dico di non averne bisogno. Ci facciamo grosse risate (ma so che le battute sono un mio efficientissimo strumento di difesa).

È un investimento grosso per me, in questo momento, ogni tanto glielo chiedo Allora, come procede la villa con piscina?

Ride, rido.

Ma intanto qualcosa si è mosso. Penso che il solo andarci è stato l'inizio di un processo di cambiamento, e in parte lo devo a Cliff. Mi vedo tra qualche anno rovinare qualcosa di molto bello, e non voglio. Non voglio più.

Ci sono delle cose che vanno cancellate. I due anni e mezzo che precedono l'ingresso in casa Tasso non li ricordo quasi più. Probabilmente un altro meccanismo di difesa. La vergogna per aver permesso a un altro essere umano di trattarmi in un certo modo. Chissà.

Mi dice che le strategie che ho usato fino ad ora sono servite, del resto, mi dice, stiamo parlando nel mio studio e non in un carcere femminile.

Ma ora le mie strategie vanno riviste, non sono più idonee. Forse è per quello che non trovo vie di uscita?

E mi rendo conto di essere sempre insicura sul mio aspetto e su quello che sono, ma molto più obiettiva. Accetto me stessa, e accetto l'altro. Accetto anche la rabbia degli altri, purché non sia rivolta verso di me, divento più accudente, più empatica.

Anche con me stessa, l'oggetto principale della mia rabbia.

Se qualcuno dovesse chiedermi consiglio su come migliorare la sua vita, in primis direi di trovare un lavoro, se non c'è. Poi di fare un percorso di terapia anche breve. Perché no.

Oggi è passato Dado a prendere un caffè in pausa pranzo da lavoro. Mi ha portato un libro per il mio compleanno (un libro che sarà utilissimo per procedere con lo studio - parlerò anche di questo - e per tante altre cose). La sua dedica è una citazione:

Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

È proprio come mi sento. Ma il fallire non mi abbatte, continuo imperterrita. Potrò non riuscire mai ma come dice David Gigante Gnomo, bisogna complimentarsi con se stessi non solo quando si riesce ma anche solo per il fatto di averci provato.

Non volevo fare il saggio di violino, ma parlandone con lui ho capito che l'unico modo per andare avanti in una cosa è porsi nuovi obiettivi sfidanti. E provarci, non per forza raggiungerli.

Così sì, farò il saggio di violino, continuerò a studiarlo anche l'anno prossimo, e oggi ho ordinato un violino nuovo.

Sensei Massimo dice che per un discreto violino il prezzo si sarebbe aggirato intorno ai 500 euro. Così ne ho trovato uno che sembrava fare al caso mio, ho bestemmiato perché non me lo potrei permettere, ma grazie alle rate di Paypal (odio pagare a rate, ma tant'è) tutto è possibile. Ovviamente prima di acquistarlo ho scritto al Sensei e solo una volta avuta la sua benedizione sono andata avanti con l'acquisto.

Il mio violino da studio lo porto da Cliff così posso studiare e suonare anche quando sono da lui.

Insomma, sono pronta a fallire di nuovo, a fallire meglio. Ma invece di preoccuparmi del fallimento e di sentirmi inutile a ogni errore, cerco di grattare via un po' di errori ogni volta. Lentamente.

Come una scultura che piano piano prende forma togliendo gli eccessi, idem farò con il resto delle cose. Scavo piano il marmo per scoprire ciò che nasconde. E se ci vorrà tempo, pazienza.

Non ho più fretta.



10 maggio 2020

More than a feeling

Non riesco a concentrarmi.
Il mio Poldo non sta bene, era inevitabile. 17 anni e non sentirli, e tutt'a un tratto, sentirli tutti.
I reni che peggiorano, il ricovero giovedì sera con la chiamata della veterinaria che, da quando il nostro veterinario di fiducia ha aperto il suo studio più vicino a casa, segue i nostri cani, ormai il nostro cane. Perché tutti sono passati a miglior vita.
Forse capisco un po' Madre quando dice che non vuole più animali. Sono una delle gioie più grandi ma anche una delle tragedie peggiori quando decidono di abbandonarci. Riceviamo aggiornamenti quotidiani dalla clinica, sta bene, è coccolato, vuole la sua copertina, non mangia se non imboccato.
Poldo, che ho visto nascere. Poldo che ho portato in braccio dal veterinario quando trascinava una delle zampette posteriori e sospettavo (cosa poi confermata) un'ernia del disco. Poldo che ora con la cataratta mi abbaia sempre ma non appena mi avvicino e sente l'odore mi lecca le mani.
Per poterlo salutare, credetemi, ho attraversato un confine e due regioni italiane: in mezzo all'inferno rischiando di non poter né andare da lui, né tornare indietro. E rischiando di non poter più rientrare.
Ma comunque si mettano le cose non potevo permettermi di non salutarlo, so che a lui fottesega, gli animali vivono il presente e probabilmente da bravo cagnolino vorrà andarsene, un giorno, spero ancora più in là di quanto pensi, vorrebbe una situazione tranquilla, in solitudine, senza l'ospedale di mezzo, senza flebo e dottori e senza la nostra presenza.
In un altro post, forse più avanti quando tutto sarà più calmo, racconterò questo incredibile viaggio durato 6 ore, tra esercito, controlli, autocertificazione, mascherina ffp2, guanti, bus, treni (che per pulirli dovrebbero usare il napalm) e una pandemia che non si arresta, non si ferma, e il terrore di non riuscire a tornare, e il terrore di non arrivare.

Ora che sono qui, anche per una visita medica aziendale (nel bel mezzo di una pandemia, oserei dire), penso a come sarebbe bello essere su, in quella casa che sento anche un po' mia, anche con Poldo. Però il Poldo di 10 anni fa aveva quando ancora tutto il pelo fulvo, senza incanutimenti, con quella codina sempre rotta da quando è nato, magari a scarpinare in montagna mentre lui abbaiava a ogni cosa e cercava di catturare le lucertole che puntualmente tentavo di strappargli di bocca. Quelle nanne insieme con lui sempre attaccato. Sul balcone mentre prende il sole fino quasi a cuocersi il cervello.

Quello sguardo sempre felice di vedermi, nessun giudizio, solo affinità.



12 dicembre 2019

"Un pallone e la parrucca" di Igor Boggio

Quando, nel 2013, Igor mi annunciò di essere in procinto di scrivere un libro sulla sua esperienza subito mi chiesi "Abbiamo davvero bisogno di un altro libro che parli di cancro?"

Ero però entusiasta, lo sono sempre quando le persone che mi circondano cercano di realizzare un grande progetto e cerco di dare una mano.
"Ti mando la prima bozza".

Furono giorni di intensa lettura, di correzioni mandate via email, di immedesimazione.

Abbiamo davvero bisogno di un altro libro sul cancro?
Era davvero necessario?
Bhe, la risposta è, ovviamente, sì.

Questo è il mio terzo libro sul tema, acquistai "Il male addosso" di Sandra Verda, ormai almeno 15 anni fa, poi "Vado a farmi la chemio e torno" di Paolo Crespi e ora Igor Boggio, con il suo "Un pallone e la parrucca".

Il libro dalla prima bozza ha fatto tanta strada e, confesso, non ho letto le successive bozze che Igor mi aveva inviato. Più che altro perché stavo passando un periodo della mia vita in cui non volevo più sentirne parlare. Era una cosa che aveva permeato la mia vita e la vita delle persone che mi circondavano per cui cercavo di tenermi alla larga da tutto ciò che parlasse del grande C, il grande male, dei tumorati di Dio.
Ma non posso nemmeno descrivere in parte la gioia nel sapere che alla fine ce l'aveva fatta, che alla fine il libro sarebbe stato pubblicato il 28 Settembre 2019.

Alex racconta la sua storia, che poi è la storia di Igor. Che scopre a 13 anni di avere un osteosarcoma.
Non so voi ma pronunciare ad alta voce quella parola mi fa davvero venire in mente qualcosa che mastichi le ossa. Come un pac-man rumoroso che ti sgranocchia dentro.
E Alex/Igor che fa? Da promettente futura stella del calcio comincia con rabbia a lottare e dentro questa lotta ci sono tutte le avventure di un ragazzino della sua età che vorrebbe e dovrebbe avere come unica preoccupazione quella di baciare una ragazza, per esempio.
E invece.
Osteosarcoma, a ripeterlo fa paura.
Osteosarcoma, difficile da dire e da sconfiggere.
Eppure con una protesi e con uno zaino da 50 litri pieno zeppo di buona volontà Igor/Alex si arrabbia, si fa forza, reagisce, tiene fede alle sue speranze e i suoi sogni di giocare a calcio da campione nella Juventus e intanto si prepara a battaglie enormi che noi comuni mortali non possiamo immaginare. Tornare a camminare senza stampelle, ad esempio, o andare in bici, stare al passo dei propri compagni di liceo in gita.
In compagnia di se stesso, una parrucca e un paio di amici fidatissimi. Nessuno doveva sapere cosa avesse, nessuno, perché, e qui c'è la parte chiave di tutto, "nessuno vuole davvero essere malato".
Seppur ogni esperienza è diversa, ammetto di essermi sentita travolta dalle emozioni.
Il padre e la madre di Alex/Igor ci forniscono le indicazioni per andare avanti, un centimetro alla volta. E badate bene, è un consiglio per ogni situazione, andare avanti sempre di un centimetro per volta.
Ed è così che Alex/Igor riprende a camminare, riprende a costruire la sua vita e a progettarla e impara a non arrendersi.
Sembra banale a dirsi ma i sogni sono tutto, senza di essi non c'è progettazione, non c'è l'idea di un futuro, viviamo in un infinito presente in cui nulla può essere portato a termine, nulla può concludersi.
Il libro non può finire, la storia non può finire. La domanda si tramuta e diventa: Alex riuscirà a essere sereno? Alex con i suoi mille volti si costruirà una famiglia? Troverà un lavoro stabile? Terrà in piedi una storia d'amore serena senza cercare la lotta estenuante e continua che si è sempre trovata accanto?

Io credo che Alex ce la farà, penso che costruirà una vita imparando da questa immensa e dolorosa esperienza. Credo che avrà un pargolo a cui insegnare cosa ha imparato da piccino, e a non arrendersi mai. Credo che la filosofia del centimetro in più possa renderlo invincibile e che il piccolo pargolo si sentirà tale una volta applicata la regola.

Voi, ditemi, cosa facevate a 13 anni? Qual era la vostra più grande preoccupazione?
Io me lo ricordo, ma questa è un'altra storia.

Buona lettura. E grazie Alex di averci reso partecipi della tua avventura.


Io e Igor




05 dicembre 2018

Come sopravvivere alla cena aziendale

Ieri sera abbiamo deciso di incontrarci tra colleghi.
È stato sfinente organizzare, non per me eh? Io ho solo creato il gruppo whatsapp e immediatamente dopo ho terminato il mio lavoro silenziandolo per un anno.
In verità ho provato a organizzare qualcosa ma ci ho rinunciato nel giro di 10 minuti.
Per fortuna una ragazza ha preso in mano la situazione nel gestire questi 20 e passa ragazzini nel corpo di adulti (non guardate me, io ho sempre il corpo di una ragazzina).



Una mia collega che ormai è amica, posso dire, mi ha invitata a casa sua per farci un aperitivo prima della cena e forse abbiamo esagerato con il Martini e alla cena eravamo già belle cariche.
Non troppo, diciamo che eravamo allegre.

Prima che possiate dire qualcosa, ero sobria. Solo un po' più allegra di quanto dovrei essere, visto e considerato tutto. Ovviamente io seduta accanto al damerino più bello del back office.
Quando ci siamo scattati una foto insieme si è girato e ci siamo baciati, a fior di labbra.
La pubblicazione della foto online (che siamo bellissimi, non c'è che dire) ha dato luogo a una serie di messaggi privati occhieggianti del tipo "Eh ma allooooraaaaa, non mi racconti niente?" o "EVVAI FINALMENTE".
No.
Io e L. abbiamo un interesse comune che ci impedisce di essere compatibili.
Baciarlo è come baciare la mia migliore amica, ecco.
Potremmo stare a letto nudi che non accadrebbe nulla.
Altri chiarimenti?

Mi ha fatto sorridere però.
"Ma sicura? Me pareva un bacio appassionato"
Ahah. No.

Per intenderci:



Nulla di nuovo all'orizzonte, quindi. Mi spiace, deliziosi amici che avete battuto un cinque immaginario con la sottoscritta.
Tinder rimarrà l'ultima spiaggia, ma ultimissima. Tipo che o lo installo o divento proprietaria insana di 20 gattini.




Parlando con L dicevo che servirebbe un'app per incontrare gente nuova non come Tinder, che è finalizzata allo scopaggio, ma qualcosa per fare due chiacchiere e conoscere persone nuove (donne o uomini).
"Eh ma Tinder funziona uguale eh?"
No.

Da bionda tinta posso dire che un po' mi sento Bridget Jones, senza la ciccia e molto meno figa?

Mi piacerebbe scrivere una rubrica delle persone che incontro. E per ora senza l'aiuto di Tinder. Anche perché nessuno scopaggio all'orizzonte, mi verrebbe l'orticaria al pensiero.
Però sappiate che se vi interesso un po', ma basta un po', appartenete a una delle due seguenti categorie: gli impegnati o i disagiati.

Poi c'è anche la combo con entrambe le cose. In quel caso vincete un buono per una mia sparizione da qui all'eternità.

Ho in mente un paio di foto da fare per distrarmi da questa meravigliosa vita di merda (che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior - da Leroy Merlin mi han venduto letame fallato) anche perché da due settimane ho un dolore al collo che mi impedisce di piegare la testa verso il basso.

E io detesto il dolore fisico, è una compagnia indesiderata, come quel parente sconosciuto che ti viene a trovare quando stai male. Già, ripeto, la vita fa un po' pena, poi ti si presenta un dolore fisico e tu pensi: Ma cazzo no, anche questa no.

Per fortuna, visto lo stato perenne di povertà in cui mi ritrovo perché prenoto viaggi a caso (da qui a Febbraio sono a posto), la mia collega dell'aperitivo (operatrice Shiatsu) mi regalerà per Natale qualche trattamento.

So che la base del collo è dove lo stress si accumula e le tensioni muscolari diventano poi dolori. E io sono ancora un bel po' a pezzi.
Nonostante tutto sono riuscita ad andare un paio di pomeriggi da Leonard per pulire gli insetti all'interno delle teche.
Sappiatelo, è una cosa difficilissima. Ho tenuto le chiappe strette tutto il tempo.
Sfili l'ago dalla base della teca con l'insetto attaccato. Lo posizioni sotto al microscopio tenengo l'ago dalla base e lo spazzoli con un pennellino asciutto facendo attenzione. Antenne e zampe si staccano con una facilità micidiale. In queste due giornate ho fatto un po' di stragi di tarsi e antenne, ma molti insetti sono distrutti dagli antreni ed è come pulire un guscio vuoto e fragilissimo. Una volta tolte fibre, exuvie di antreni, e varie ed eventuali con un altro pennello intinto nella benzina avio si bagna tutto l'insetto. Qui se c'era qualche parte incollata probabilmente si scollerà e bisogna reincollarla.

Ho la fortuna di avere la mano ferma ma sappiate che incollare l'antenna di un insetto non è una cosa semplicissima.

Poi quando ti cascano gli occhi fai una pausa. Ma in verità non vorrei mai staccare, mi piace troppo. Ed è per quello che faccio pausa quando mi cascano gli occhi o sto per svenire per l'inalazione di benzina avio. A volte Leonard mi costringe e io "No, no lasciami dai miei insettini, voglio finire la scatola".





Finirà che non installerò Tinder ma al posto dei gatti mi ritroverò piena di teche con insetti morti, e non so cosa è meglio.

[non ho riletto, sono stanca, ho male, ciao]

Canzone del giorno: The Cardigans My Favourite Game

02 dicembre 2018

Invictus

Tu sei forte Carla
Hai preso un sacco di calci
E ne prendi ancora
La tua indistruttibilita' mi stupisce
Sempre


Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all'altro
Ringrazio qualunque dio ci sia
Per la mia anima invincibile.

Nella stretta morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi avversi della sorte
Il mio capo sanguina ma non si china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe solo l'orrore della fine.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
Quanto impietosa la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

(Invictus, William Ernest Henley)

Grazie Dado.

29 novembre 2018

La mia (s)quadra

Oggi ho lavorato 9 ore e mi sono ricordata il significato di squadra.
A parte che in questi giorni ho ricevuto messaggi vocali molto carini dai miei colleghi "Carla, ci manchi, quando torni?" (sono stata impupata 3 giorni) e oggi avevamo un obiettivo record che a detta di tutti non avremmo mai raggiunto.
Eppure quando la responsabile ha chiesto chi fosse disponibile a restare un'ora in più oltre le 4 ore di straordinario già concordate, pochi sono andati via. Più che altro per i figlioli, penso, ma anche tra chi li aveva qualcuno è riuscito a smollarli al familiare libero di turno. E alla fine, indovinate, ce l'abbiamo fatta.

Io non ho avuto la fortuna di fare sport. Ma nella sfortuna sono stata comunque fortunata.
Leggi pure "fottesega dello sport, io". I miei compagni sfoggiavano belle medaglie per le gare di nuoto, coppe per le partite di pallavolo e/o calcio e/o basket.
Per fare sport servivano soldi e qualcuno che ti venisse a riprendere la sera.
Io non avevo né l'una né l'altra cosa.

Così quelle poche volte che a scuola organizzavano partite di pallavolo o altro ero scoglionata due volte. Non sono mai stata competitiva, e sono sempre stata l'ultima a essere scelta per formare una squadra di qualsivoglia sport.

Non so se siete stati i classici sfigatelli come me, ma in quei frangenti io penso che i ragazzini non riescano a fare gioco di squadra. Pur di vincere gli sfigati vengono lasciati in fondo, senza dar loro nessuna possibilità di miglioramento. E in questo probabilmente gli allenatori fanno la loro parte. Dico male? Chissà.

Dai, siate sinceri, avete passato la palla al compagno che è stato scelto per ultimo, pur sapendo che magari non avrebbe azzeccato un tiro? Pur sapendo che vi avrebbe tolto il punto che vi avrebbe portato alla vittoria?
Io ero quel compagno. E avrei avuto anche gli occhiali se non mi fossi categoricamente rifiutata di portarli fino a che non mi sono resa conto di salutare (o no) la gente a caso per la strada (quindi parecchi anni dopo).

Una delle mie amiche era la persona più competitiva che conoscevo. Anche a basket, dove il passaggio della palla è essenziale, lei era capace di correre da una parte all'altra del campo da sola, senza fare alcun passaggio e fare canestro.
Era snervante.

In genere, quando accadeva, io mi sedevo annoiata in fondo al campo attendendo la fine della partita, con l'insegnante di educazione fisica che diceva "Dai Colombo, almeno sta' in piedi".

Non avevo medaglie, avevo solo voglia di giocare a palla prigioniera scavalcando il recinto per entrare nel campetto della chiesa del "Fungo" (così veniva chiamato il parchetto di zona). O a nascondino. O a qualsiasi cosa dove ci si potesse divertire e muovere senza per forza dover vincere, o dove comunque la vittoria non era lo scopo.

Lei no. Riusciva a essere competitiva anche a nascondino.
Barava a visual game.
Si arrabbiava quando perdeva, stravolgendo le regole a suo favore.

Oggi eravamo lì e anche se sappiamo tutti che non è il lavoro della vita, è stato carino affrontare questa giornata devastante insieme. Mangiando come dei maiali, scherzando come se non ci fosse un domani, e lavorando per una vittoria comune.

Questo, per me, è un bel lavoro di squadra.

Canzone del giorno: Sick Tamburo Il fiore per te

17 novembre 2018

Ready

Mi scrive una email I.
Io e I. non ci siamo conosciuti per caso. L'ho contattato diversi anni fa, dopo aver letto un suo articolo per il giornalino dell'UGI. Parlava del suo tumore adolescenziale, un aggressivo Osteosarcoma. Lo scrivo con l'iniziale in maiuscolo perché il suo nome possa essere letto con la reverenza che la malattia merita. Un ospite cattivo, aggressivo, inatteso.
Lo contattai, dicevo, perché noi ex tumorati di dio abbiamo un filone comune nelle nostre storie, per quanto arriviamo da ambienti diversi, educati in modi diversi, abbiamo tutti la stessa modalità di cercare il nostro posto nel mondo. Alla fine io e I. non ci siamo visti molto spesso, posso dire che forse ci siamo visti 2 o 3 volte nell'arco di questi 10 anni e più.
Vivevo a Bologna quando mi mandò la prima bozza del libro che stava scrivendo sulla sua storia. Decisi di leggerlo in modo matematico, 20 pagine al giorno almeno, per poterlo terminare in circa una ventina di giorni, si trattava infatti di una prima versione di ben 400 pagine e, mi diceva, era solo la prima parte.
Nel corso di questi anni mi ha inviato altre versioni che io non ho mai letto. Ho avuto questo periodo di rifiuto relativamente lungo in cui ho allontanato ogni connessione con qualcosa di inerente alla mia malattia.
Oggi mi arriva una sua email, con una sua più recente versione. Ecco, mi sento pronta a leggerlo.

Quando lo lessi la prima volta mi chiesi se ci fosse stato bisogno di un ALTRO libro sul cancro. Ora poi, che Nadia Toffa (purtroppo per lei e chi le sta accanto) si è ammalata, qualsiasi altro ingresso sul mercato letterario sembra superfluo.
Un personaggio famoso e malato di cancro.
Però io penso che la vicenda di I. sia diversa. Un po' perché, a differenza mia e della qui sopra specificata presentatrice, c'è un totale rifiuto della malattia. Mentre io sfoggiavo la mia pelata con orgoglio a dimostrare la battaglia interiore e anche esteriore, ben visibile, che stavo affrontando, I. ha nascosto tutto, con l'accuratezza di un prestigiatore che mostra solo ciò che vuole mostrare. La parrucca, emblema di questo sodalizio con i suoi segreti, ne è testimone. Accuratamente acconciata e sistemata per non essere spostata in nessun modo, nemmeno se qualcuno avesse dovuto scompigliargli i capelli, in un gesto di affettuosa amicizia o altro.

Sono stata fortunata. Io ho compreso subito di essere una guerriera, I. ha purtroppo scoperto questa cosa molto dopo. Lo si legge tra le righe, dell'orgoglio attuale per quel ragazzino che sente così lontano, così diverso da lui ma allo stesso tempo ne è stato parte.
Voglio molto bene a I, anche se non ci vediamo quasi mai.

Con tutto questo volevo solo chiedergli sinceramente scusa per non esserci stata, ma... No, nessun ma, nessuna giustificazione. Ora sono pronta.

Ora posso leggerti.

11 novembre 2018

Tajine

"Dai vengo al Gran Balôn allora, riesco a essere lì per le 11"
Guardo l'orologio: sono quasi le 10.
Devo ancora farmi la doccia, truccarmi, sistemarmi, prendere il bus, arrivare.
"Cavoli! Dammi un po' di tempo, mi ci vuole almeno mezz'ora, quaranta minuti per essere lì, più doccia e resto. Secondo me prima delle 11.30-12 non ce la faccio"
"Ti passo a prendere, tanto mi cambia poco"

Leonard sta diventando un ottimo amico. Ormai siamo in sintonia. Lui e Dado sono forti punti di riferimento per me. Del tipo che se conoscessi qualcuno mi chiederei "Ok, Dado o Leonard farebbero mai questa cosa? E quest'altra?"
Una sorta di metro di paragone, anche perché io ormai non sono più in grado di valutare in maniera obiettiva.
In modo del tutto razionale mi sono accorta che uso delle scorciatoie mentali assolutamente arbitrarie e non veritiere (sì sono i fottutissimi Bias, Fry mi direbbe "Hai visto? Te l'avevo detto").

No, Carla, no.

Leonard è il mio bottonologo preferito. Esperto del nulla, collezionista di cose inutili, sensibile come pochi.
Ho 14 euro e questo sarà il mio budget per oggi. Esclama deciso.

Perché al Balôn o al Gran Balôn funziona così: vai con un budget predefinito, altrimenti rischi di lasciarci anche le mutande. Tutto quello che trovi diventa improvvisamente indispensabile. Una macchina da scrivere Olivetti 32, un grammofono del 1945, un videogioco non funzionante per la PS1, un vecchio Dylan Dog a cui manca la copertina, un manuale sulla perfetta donna di casa, un guanto solitario.

Pioviggina.

Gli avevo detto di venire perché trovo sempre tante cose e so che lui è un esperto di prime edizioni e quello sarebbe il suo habitat naturale. Riesce a comprare a 10 euro cose che ne valgono 400.

Immagino un documentario sulla sua vita: "In questo passaggio potete vedere l'habitat naturale di un bottonologo, il mercatino dell'usato"

Prima bancarella: spulcia dei fumetti.
Quanto vuoi per tutti questi? Con una sua mano (che piccola non è) recupera una serie indefinita di volumetti con copertine colorate.
Mhm facciamo 35?
Me li metta da parte, vado a ritirare.

Funziona davvero così, al Balôn.
Funziona che mentre lui ritira i soldi al bancomat penso "Va bhe dai 20 euro li prendo anche io, che non si sa mai, tanto dopo andiamo a mangiare, almeno non devo impazzire a cercare una banca".
E funziona che mentre cammini c'è la solita bancarella con le maschere antigas e Leonard ti dice che occhio, quella è tenuta bene, è della prima guerra mondiale sai.
Ed è qui che viene fuori l'esperto bottonologo.
Vedi le cinghie? Nella seconda guerra mondiale erano in cuoio mentre qui sono in stoffa, ha anche la sacchetta, non è niente male.
"Scusi, quanto viene questa maschera?"
"25 euro"
La guardo.
"Ho solo 20 euro"
"Va bene, prima vendo tutto e prima me ne vado"

La infila nel sacchetto di stoffa insieme a un filtro, mette tutto in un sacchetto di plastica. Leonard mi guarda: "Una bambina felice".

A quanto pare gli unici entusiasti di questo mio acquisto siamo noi due, ed E che ci raggiunge dopo pranzo. Al resto del mondo non interessa. Né comprende perché io voglia usarla per le foto. Né capisce a che cazzo possa servire un oggetto per il semplice piacere di possederlo.

E che i miei 20 euro non siano durati nemmeno 10 minuti.

Alla sua domanda "Dove andiamo? A destra o a sinistra?" rispondo "Che domande mi fai? A sinistra, ovvio"
Ride.

Prendiamo a stomaco vuoto del Vin Brulè, ci sediamo sulle panchine messe lì per gli avventori. Ci saluta un insetto volante nero e giallo.
"Sarà una Polistes?"
"No, forse un Sirfide"
"Non aveva il volo del Sirfide"
"Sarà un'ape?"
"Ma non era pelosa"
"Ce ne sono alcune che non lo sono"
e via così.

Decidiamo di fermarci a mangiare da Al Jazira, è un posto economico e molto buono.
Per 7 euro prendo un'ottima tajine, la carne morbidissima, si scioglie in bocca, la verdura ottima, io che faccio versi da film porno.
"Se lo vuoi sapere questa è la mia faccia da orgasmo"
Ride.

Siamo all'esterno, nel dehor che è un po' rialzato rispetto alla strada. Riesco a vedere il mondo che si muove tra le bancarelle sotto di me.
Sorseggio the alla menta e penso che in fondo questo è un posto dove mi piacerebbe restare, dove ho imparato a vivere con colori diversi, odori e culture diverse dalle mie. Un posto che vorrei che fosse di esempio, tutti dovrebbero passare di qua, il mondo in cui Anna non era una pazza che ballava al ritmo di qualsiasi musica, ma dove era la ballerina ufficiale del Balôn. È un luogo in cui non esiste spazio e tempo, dove non esistono confini o barriere, o forse è tutto solo illusorio.
Ma è un'illusione che fa bene al cuore.

Ci raggiunge E, decide di fare una passeggiata mentre noi finiamo di mangiare. La recuperiamo dopo in stato di euforia perché ha trovato un paio di stivali a 5 euro e una gonna a tubino. Leonard ci saluta, torna a casa.
"Ti serve un passaggio o resti?"
"No resto dai, faccio un altro giro con E".

E è in forma: troviamo dei ragazzotti che suonano, le dico che sono carini, peccato piccoli. "Ma vero" conferma "dovremmo avere adesso 20 anni, ci sono dei fighi della madonna. Ma ora io non lo voglio il ventenne, voglio il quarantenne o il cinquantenne che però se gli si rizza è già un miracolo" e illustra la sua filosofia a due signore che si sganasciano dalle risate.

Torniamo da Al Jazira a prenderci un the, parliamo. Prendo in giro il suo gatto, che è piccino di età ma ha un faccione da criceto che prende provviste per l'inverno. Gli suggerisco di mettergli il mascara a colorargli delle improbabili sopracciglia e di soprannominarlo Pavarotti.

Sta facendo passi da gigante. Da quando l'ho conosciuta sembra un'altra persona.
Lo capisco da una banale frase. "Ho la pancetta, ma non mi importa. A 40 anni un po' di pancetta posso concedermela, alla fine sono magra, vado bene così".
"Ti rendi conto del percorso che stai facendo? Ero già pronta al solito dramma della pancetta e della dieta e della palestra, ma niente"
La abbraccio, sono orgogliosa di lei.

Ci sono comportamenti autodistruttivi che sembrano piccoli e insignificanti, ma come il tarlo rode piano piano il legno facendo fuori in breve tempo intere case, questi atteggiamenti rodono le fondamenta di quella che potrebbe essere una vita serena. Sembra banale ma non lo è: questo è solo il contorno di tanti suoi cambiamenti più radicali e profondi che, sono certa, la porteranno a una vita diversa.

Sta facendo un percorso di analisi importante, faticoso, doloroso. Ma quando la vedo e ogni volta che la vedo, è sempre più luminosa, sempre più bella.
"Sono pure stata dall'estetista e non ho fatto la ceretta integrale. Alla fine è dolorosa e sai che c'è? Qualche peletto me lo posso pure lasciare"

Io ed E ridiamo un sacco, parliamo tanto, e mi è stata sempre molto vicina in questo anno. Anche accompagnando i miei silenzi che sono stati innumerevoli. Anche dietro ai miei secchi Non ne voglio parlare. Non ne voglio più sentire parlare. Siamo due persone complesse e lunatiche, forse per quello ci siamo piaciute subito.

L'accompagno alla macchina, torno a prendere il bus, ho la festa di compleanno di mio nipote.
Salgo sul 4.

Torino è casa mia.

[piccole note di telepatia tra sorellanze. Mi sono fatta bionda. Lo ha fatto anche mia sorella qualche giorno fa e non ci siamo parlate, non ce lo siamo dette. Qualche settimana fa a un evento siamo andate vestite uguali. Inutile dire che solitamente ci vestiamo in modo diverso. Qualche volta sono triste, qualche volta lo è anche lei e non ne sa la ragione]

Canzone del giorno: Slipknot Duality

09 novembre 2018

Ich Will

Oggi mi hanno commissionato un post. Ed è buffo perché chi me l'ha commissionato non potrà leggerlo, perché non ha il link a questo blog.
I miei colleghi si divertono parecchio con le mie storie, composte da stalker, maniaci, (dis)avventure.
Stavo appunto ricordando loro del vecchio che ha toccato, sul bus, l'unico rettangolino di pelle nuda del mio corpo, ovvero il ginocchio che spunta fuori dai jeans strappati.
Il che ha causato ilarità perché non è l'unica cosa che mi è capitata. Ogni giorno porto in scena le mie avventure e oggi mi è stato detto "Dovresti scrivere un libro".
Me lo dicono spesso, ma in realtà anche se per qualcuno scrivo bene, io mi sento un po' caghereccia.
Sicuramente Moccia scrive meglio di me.
E ci fa i soldi, mortacci.

"Bhe io ho un blog, da 12 anni"
"Davvero? Vogliamo il link"

Certo che no, perché parlo anche del lavoro, di alcuni colleghi, dei fatti miei, e non si sa mai in che mano a chi potrebbe capitare il link.

"Eddai"
"Non se ne parla"

Qualche settimana fa sono andata a vedere una partita di volley con un mio collega. Purtroppo a entrambi piacciono i maschietti, quindi nemmeno da dire "Oh Carla finalmente sei uscita con qualcuno". Nein, nada, nisba. Ma mi sta simpatico e condividiamo l'odio per il Natale e per il mondo in generale. E ci piacciono i maschietti, appunto come dicevo.
Non condividiamo affatto la sua smodata passione per la pallavolo.
"Carla, ti sei iscritta al fantavolley?"
"Avevo da fare"
"Cosa c'è di più importante del fantavolley"
"Mi dovevo tagliare le unghie dei piedi"

Però una volta siamo andati a vedere insieme una partita: un altro mio collega, che ho scoperto essere il direttore sportivo della squadra, ci ha dato i biglietti scontati a un euro.
"Uh che bella cosa, e come mai la pallavolo come sport per fare il direttore sportivo?"
"Bhe a me non interessa, volevo solo vedere culi"
(è stata la prima frase che ci siamo scambiati, potete immaginare la mia reazione a riccio immediatamente successiva).

"Sì ma Carla devi fare il tifo se vieni"
"Guarda se c'è una cosa che so fare, è fare casino"

Ed è vero, sono andata a vedere diversi eventi sportivi di cui mi importava marginalmente (leggi: "me ne battevo altamente la ciolla") eppure sono stata l'unica udita a chilometri di distanza.
Ho rotto il clacson della mia vecchia Y10 Fila facendo carosello non ricordo nemmeno più per quale squadra di calcio (e io detesto il calcio).

Così andiamo a vedere questa partita e resto subito sconcertata, non esiste più il cambiopalla.
"Eh Carla, sono 20 anni che non c'è più il cambiopalla"
Nel frattempo ho già scordato le due regole che mi ha insegnato.

Così ecco, lui, proprio lui, mi dice "Dai, perché non parli di ToroFurioso?"
Esiste un nuovo sex symbol in azienda. E' eterosessuale, ha un bel viso, una bella voce, ma troppo grossino per me.
A lui invece piace un sacco.

Sarà forse per l'aspetto da ispanico, o per quello sguardo profondo, lo ha ribattezzato ToroFurioso. Ogni volta che passa, sbuffa dalle narici e accompagna questo suono con la frase "Senti come sbuffa il nostro Toro".
Così finisce che lo guardo più io di lui, e sicuramente penserà male, e potrebbe essere uno dei miei racconti fatti alle colleghe nel breve-medio termine.

"Però lo vedo sempre con una sciacquetta al bar" mi aggiorna.
"Uh no mi sa che ha una relazione a distanza" replica la collega alla sinistra "perché lo becco sul bus ed è sempre al telefono che parla".
Io sto nel mezzo e confermo il completo disinteresse per il soggetto. Solo quando ci passa davanti sgomito verso il collega "Guarda, c'è il tuo Toro"
E lui sbuffa. Sempre.

Anche io sbuffo oggi, perché sono anni che vorrei andare a vedere i Rammstein a Berlino e da ieri a oggi i biglietti sono soldout e ho addosso una frustrazione che non si spiega.
Ci volevo andare, ma andare da sola ai concerti è una cosa che mi mette tristezza e dato che faccio già una marea di cose da sola... ecco.

Ich Will.

07 novembre 2018

Il principio di incoerenza

Pioggia pioggia via di qui
Torna pure un altro dì
La piccola Carla vuol giocar.

Stamani c'era il sole. Nubi lontane minacciavano il nostro domani odierno (semicit.) ma il parco Dora era illuminato dai raggi del sole.

Al lavoro ero a maniche corte.

Non l'ho scritto, ma mi hanno rinnovata fino a ottobre del 2019, sarei scaduta e stata gettata nell'umido a fine dicembre 2018 in caso contrario.
La precarietà è il mio forte, mi piacerebbe dire.
In verità ho avuto contratti lunghi.
Quando lavoravo come grafica avevo un contratto di apprendistato, idem quando lavoravo a Firenze, di ben 4 anni.
Ho avuto un indeterminato qui a Torino, prima di andare a vivere a Firenze.
E ho avuto l'indeterminato in Schfizzera, dove però rischiavo di entrare ed essere nuovamente accompagnata alla porta pochi minuti dopo.
La verità infima e tosta è che non riesco a vedermi fare lo stesso lavoro per tutta la vita, come è successo al mio babbo, per dirne una eh?

Così guardo con ammirazione i miei colleghi che lavorano lì da 10 o 15 anni, e li studio come potrei fare con le mie piccole bestiole a 6 zampe.

Annoto nel mio taccuino immaginario le strategie di sopravvivenza adottate sperando che possano essermi utili in caso decidessi di impegnarmi a fare una cosa che mi costerebbe molto, per esempio chiedere nuovamente l'invalidità.

Dopo che a Firenze mi era stata tolta, sono rimasta così delusa e sfiduciata che non ho più voluto tentare. O meglio, avevo fatto un mezzo tentativo ma ero rimasta a terra, perché rifiutato in malo modo (ne parlo qui, ma anche qui e in altri svariati post).
Questo potrebbe legarmi in maniera quasi indissolubile a Torino ma mi darebbe l'opportunità di trovare lavoro più facilmente, magari anche un lavoro più vicino a ciò che vorrei, e perché no arricchire il mio curriculum vitae di cose utili, che ora sembra un pout pourrì di robe messe a caso.

Tra il dire e il fare c'è di mezzo e il, e io, che so benissimo quanto sia falso l'assunto per cui valga sempre la pena provarci e che non si abbia nulla da perdere (male, male, falso, si ha sempre molto da perdere: tempo, speranze, energie), sto mettendo sui piatti della bilancia i pro e i contro.
E anche se ci sono svariati pro, non so quanto io possa essere pronta a un altro rifiuto.
"Questo è il mio anno dei rifiuti. Ormai sono bravissima"
"Dai, ormai puoi lavorare all'AMIAT"
Ho cominciato a studiare per prendere la certificazione Google. Non mi servirà, o sì? Nel dubbio la prendo. Dovrò impostare il mio sito, anche se praticamente non scatto più foto.

Ora capisco il mio amicollega quando dice che ha la nausea di fare foto. Anche quando mi porto dietro la Fuji resta così, come l'ho messa. Non mi sento ispirata, non mi sento fotografa, non mi sento. Punto.

Ogni tanto ho qualche idea, che per lo più è su me stessa non volendo/potendo permettermi modelle ma l'idea lì rimane, esattamente come la mia Fuji nello zaino.
Entità che non può prendere forma, schiacciata da altri pensieri che in questo momento non riesco a mettere via.


Canzone del giorno: Anouk Who Cares

06 novembre 2018

Va tutto bene, è solo una merda

Oggi ho pranzato con Leonard, l'entomologo.
Mi fa piacere averlo conosciuto, è una delle persone più calme che io conosca. Ma quella calma che ti fa intuire che se mai dovesse arrabbiarsi farebbe a pezzi tavoli, mangerebbe persone, getterebbe bombe a mano e si cucirebbe le ferite da solo (probabilmente appena imparerà a cucire lo farà davvero).
Dicevo, abbiamo mangiato le stesse cose, tantissimo. Eravamo sazi da matti, tanto che se io ero tentata di slacciarmi i pantaloni per cercare di evitare di morire soffocata, lui comunque stava piuttosto bene e dato che di solito mangia il triplo di me ho capito di avere dato il mio meglio in cibo.
Cioè di aver mangiato come una scrofa grassa.
Mi fa tenerezza, lui. Perché come me vive in un mondo tutto suo. Come me e la maggior parte delle persone che conosco. E non è un insulto. Secondo me siamo dei supereroi che vorrebbero salvare il mondo ma non riescono nemmeno a salvare se stessi. Il che fa ancora più tenerezza.
Dicevo dopo aver mangiato come due bufali grassi lui torna al lavoro e io vado a vedere il World Press Photo. Ci ero già stata con un'amica ma era un giorno di festa ed era stracolmo di gente.
Oggi eravamo pochi così ho avuto modo di vedere più e più volte le foto di mio interesse. Capire con che obiettivo erano state scattate. Cercare di leggere le didascalie ma oh, quello non è proprio il mio forte. Lasciarmi andare ai lucciconi e ricominciare da capo.

Non contenta ho deciso di comprare un'altra crema corpo. Quelle che ho stanno finendo e io ho bisogno di qualcosa di un po' più grasso per il corpo, una crema cicciona perché se la pelle del viso è cicciona di suo, quella del corpo ha bisogno di più idratazione.

Così vado da naturasì e subito vengo braccata da una commessa.
"Posso aiutarla?"
"Ehm no, guardi, sto solo dando un'occhiata" (e dentro di me "Ma dove cazzo le avete messe le creme corpo?").
Così cedo, è un male cedere alle commesse, ve lo dico con esperienza. Io le ammiro, loro. Hanno un sacco di pazienza, darei fuoco alla gente per molto meno.
"No scusa, senti, dove sono le creme corpo? Avrei bisogno di un barattolone di crema un po' grassa per il corpo"
Mi segue, mi scruta, mi guarda la pelle delle mani, mi tira su le maniche del giacchino, mi tocca la pelle delle braccia. "Eh ma guardi che non è così secca".
"Bhe sì un po' sì, dopo la doccia ho bisogno di qualcosa di corposo"
"Eh ma rischia di otturare i pori, di impedire alla pelle di creare il film fosfolipidico, insomma poi la fa seccare ancora di più"
La guardo.
Mi guarda.

Mi torna in mente che ho sempre da discutere per avere quello che voglio, pur pagando.
Come quando vado dalla parrucchiera.
"Vorrei solo tinta e piega, grazie, non li voglio tagliare" - anticipando quello che poi, puntualmente, avverrà.
"Ma sarebbero da tagliare un pochino, solo spuntare, un centimetro. Sono rovinate le punte"
Le parrucchiere donne sono andate a lezione da parrucchieri uomini, per i quali si sa, le dimensioni contano e vengono sempre amplificate. Un centimetro di una parrucchiera corrisponde a quasi cinque centimetri reali.
"No, non li voglio tagliare"
"Eh ma poi la tinta non prende sulle punte"
"Me ne assumo la responsabilità, faccia pure" (poi mi chiedono perché me li tingo a casa)
"Eh ma poi non ottiene il risultato sperato"
E così via ad libitum.

"Guardi c'è questa crema che è un po' corposa ma si assorbe subito"
Osservo la scatola verde scuro che sa di prodotto creato negli anni '80. 70 ml, 19 euro. Scritta a lato "Usare solo su parti secche e molto screpolate del corpo ". Sottinteso, se la usi tutti i giorni dopo la doccia su tutto il corpo potrebbe cascarti l'epidermide in toto.
"Ehm no, mi sembra un po' eccessiva"
"Allora, ecco c'è questa Weleda, alla Rosa Mosqueta"
Guardo la scatola, rosa, per pelli da normali a secche, 200 ml 17 euro.
"Sì, meglio"
Mi guarda.
La guardo.

Sono affezionata alla Rosa Mosqueta perché l'olio mi ha aiutata nei periodi post cicatrice dopo il mio primo intervento al seno.

Pago, esco dal negozio, ha ricominciato a piovere. Prendo il bus di corsa, passo vicino a casa sul ponte che da' sul fiume Stura. Il fiume è agitato, fangoso.
È sempre più gonfio.

Un po' come i miei coglioni, se solo li avessi.

A casa, Madre al telefono con qualcuno, esclama "Eh, hanno spento anche i termosifoni, ci hanno lasciati al freddo"
Guardo il termostato: 24,5 gradi in casa. Sono a maniche corte e ho caldo.

Fuori piove più forte.
E piove forte anche dentro.

Canzone del giorno: Deftones Passenger

30 ottobre 2018

Il mio anno sabbatico

E comunque ogni tanto ci perdiamo un po', ma tu non devi mai mai dimenticare:
- che ti voglio bene
- che mi devi ancora presentare il tuo amico entomologo!
Leggo questo messaggio col sorriso sulle labbra. Me l'ha scritto l'amico libraio, complice di una chemio condivisa, segno di un'amicizia profonda che nulla può scalfire. La condivisione di un trauma così grande porta a un legame indescrivibile. Come le ife fungine che collegano gli alberi di una foresta, possiamo restare distanti e comunque sempre uniti.

La battuta dell'amico entomologo è presto spiegata. In realtà loro si sono conosciuti, un sabato, al Balôn. Ma chissà come mai, quell'oretta in cui siamo stati insieme io l'ho eliminata. Ricordo che Leonard, l'entomologo, ha conosciuto la mia collega, ricordo che l'amico libraio ha conosciuto la mia collega e un mio collega (che è andato via prima dell'arrivo di Leonard), ma la stretta di mano tra i due è stata dimenticata. Persa nei meandri della mia memoria, in uno dei buchi che è la groviera della mia mente.

Così un sabato ho detto a Leonard "Ti devo presentare il mio amico libraio"
"Ma guarda che l'ho conosciuto"
"E quando?"

Fosse stato solo questo.

Sempre sabato:
"Ti devo presentare il mio amico entomologo"
"Ah, ma conosci solo entomologi tu?"
"No, perché?"
"Dai quello che mi hai presentato al Balôn"
"Ah ma è lui, quindi l'hai conosciuto!"

E nonostante tutto, sempre quel sabato, con Leonard
"No, ti devo presentare il mio amico libraio, è una persona in gambissima"
Mi guarda come se stessi scherzando. "Ma sei seria?"

E via così.

Leonard è paziente con me, ma anche l'amico libraio. Anzi devo dire che tutti i miei amici sono molto pazienti con me, con i miei sbalzi di umore e di memoria. Non sono obbligati, semplicemente lo fanno perché mi vogliono bene e sanno che non sono emotivamente stabile, ma questa instabilità mi porta anche picchi in cui amo il mondo, amo loro, e glielo dimostro come meglio posso. Dopo quegli up possono sopportare i miei down che, devo dire, ormai non esterno nemmeno più troppo.
Perché non voglio pesare su nessuno.

Se c'è una cosa che ho imparato a fare, quando conosco qualcuno, è mettere le cose in chiaro: "Io sono impegnativa, ma do' anche molto". Fatta questa premessa le persone sono libere di scegliere se continuare a seguirmi su quell'ottovolante che è la mia vita emotiva oppure fermare la giostra e scendere.

***

I mesi passano, so che dovrei sentire l'ospedale per la mia visita annuale, ma non ho cuore. Sono stanca. E se solo per quest'anno saltassi? Solo un anno: un anno di pausa dalla mia malattia, poi l'anno prossimo ricomincio. Prelievi, mammografia, ecografia tiroide, ecocardiogramma, visita dei nei.
L'anno prossimo, giuro, mi faccio ribaltare come un calzino, faccio anche la visita proctologica nonostante non serva, giusto per aumentare il disagio. Ma quest'anno, vi prego, almeno quest'anno, facciamo finta che io non abbia mai avuto niente.

Ho già le mie cicatrici a ricordarmelo quotidianamente.

Canzone del giorno: NOFX I Wanna Be Your Baby

09 ottobre 2018

Con i miei occhi verdi

Non puoi andare lontano dalla tua psiche.
Hai bisogno di disintossicarti e vuotare il cranio
Tu scrivi. Lo sai fare, lo fai bene, ti fa bene. Farà male scrivere quelle cose, ne sono certo, ma devi farlo, come spurgare un veleno.


Oggi è stato l'ultimo giorno di lavoro di una mia collega: 18 anni di lavoro lì dentro. È entrata che aveva 16 anni, ancora col vecchio libretto di lavoro, e alla fine anche lei ha ceduto. Anni tra vertenze e demansionamenti, e solo negli ultimi giorni seduta dietro di me, al folletto aziendale (e non nel senso di aspirapolvere). Perché oltre a chiamarmi CarlaOhCarla con le c aspirate come se fossi toscana (ma nessuno aveva detto loro che ho vissuto a Firenze e del mio accento gianduiotto ne vogliamo parlare?) a volte mi dicono che sono un folletto.
Io e lei non ci siamo mai parlate moltissimo, di lei avevo scritto, tra le righe, un'altra volta in cui notandomi con un vestitino mi aveva detto, senza guardarmi, Che bella che sei. A volte le capitava di ridirmelo, quando ero vestita in modo particolare, con fare indifferente, come se la cosa fosse naturale e di nessuna importanza.
Lei però è bella davvero, ha un bel sorriso, dei begli occhi, un bello sguardo.
Oggi glieli guardavo, avevano qualcosa di familiare.
Sono solita fare complimenti alle donne, a volte mettendole in imbarazzo, ma non a tutte. Ma credo che un complimento di una donna etero valga più di quello di qualsiasi maschietto. Come quando a S dissi Te lo devo dire, qui dentro (e siamo 250) sei la ragazza più bella. E più dolce.
Scoprii poi che a S piacciono gli insetti e aveva anche allevato un bruco di Papilio macaon.

Mentre lei, Occhibelli, ha un ragno casalingo che ha chiamato Bartolomeo.

È il mio superpotere e ne vado fiera, fare in modo che le persone provino a guardare il micromondo con occhi più curiosi e meno disgustati.
Ma ho anche la facoltà di mettermi nei panni degli altri, nonostante l'egoismo cui mi sto obbligando per cercare di vivere meglio.

Sai che hai degli occhi stupendi? Te lo volevo dire da sempre, mi spiace che non abbiamo avuto modo di conoscerci meglio.
Ha parlato!, mi ha detto.
Aspetta, le dico, ma abbiamo gli stessi occhi.

In effetti sembrano un po' diversi solo perché io ho la pelle molto chiara e lei invece è molto abbronzata, ma è lo stesso verde con aura giallina vicino alla pupilla e cerchio esterno più scuro.

Pensa te.

In questi pochi giorni di vicinanza abbiamo parlato poco, ma ho sentito molto mio il suo cinismo.
Di come sentisse ormai tossico quell'ambiente a cui io invece mi sono affezionata, perché da novellina non conosco le dinamiche aziendali, non so cosa c'è stato e posso solo essere solidale ma in maniera parziale sperando, intimamente, di non essere rispedita a casa con un calcio nel sedere a fine dicembre.

I luoghi tossici, le persone tossiche, sono così. Entri in maniera euforica in quella vita, convinto di non cadere in nessuna trappola e piano piano invece le trappole diventano la tua casa e ci fai talmente l'abitudine che quasi non te ne rendi conto. Finché un giorno smetti di dormire, hai mal di stomaco, non riesci a mangiare. All'inizio non comprendi cosa stia succedendo, ma se sei fortunato hai la possibilità di vedere com'è vivere senza la sostanza. Stare un po' meglio, respirare, disintossicarti.

Se ci ricaschi è finita.

Anni fa un mio amico era stato insieme a una eroinomane e mi aveva passato un faldone che trattava di dipendenza. La predisposizione alla dipendenza dipende da vari fattori, e io ne avevo molti. Compresi, ma lo sapevo già a 12 anni, che dovevo tenermi bene a distanza dalle sostanze che possono dare dipendenza perché avrei fatto difficoltà a smettere.
Droghe, alcol, fumo (per quello fumo la pipa circa una volta al mese, forse meno).
Faccio fatica a smettere di fare ciò che mi piace fare anche se è dannoso per la salute, anche se ne sono consapevole.

Poi, bhe, sono fogli stampati, è tutta teoria. La pratica è un'altra cosa e dato che non sono mai stata dipendente di nulla (a parte l'acquisto compulsivo di libri), posso ritenermi soddisfatta e missione compiuta.

Oggi Leonard mi ha detto di scrivere, scrivere come atto di sfogo, scrivere per decidere, scrivere in maniera razionale. Ho avuto un Deja-Vu. Anche Elisa me lo disse mesi fa, ma non l'ho mai fatto.

Si può quindi ridurre tutto a una tabella? Forse no. Ma è necessario provare.



Fisso le pagine vuote su cui non posso riportare nulla.
I pro di cosa? I contro di cosa?
Non c'è effettivamente nulla da valutare.

Non dormo bene da qualche giorno, mi sembra di non essere più capace, razionalmente, di valutare le persone. Ho il radar sfasato.

Una parte di me vuole cedere all'impulso di riprovare determinate sensazioni.
L'altra parte, quella che sto allenando, la mia cieca visione a lungo termine, mi dice che starò male e gli effetti sono già qui. Che questa è la tipica situazione in cui ripetere, come un mantra, Rasoio di Occam. "A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire".
Per quanto faccia male e sembri impossibile. Chi mai farebbe male a una persona a cui dichiara tutto quel bene?

Accendo la pipa, guardo il cursore lampeggiare.

Non puoi andare lontano dalla tua psiche.
Dice il saggio Leonard, colui che studia il microcosmo ed è così sensibile al macrocosmo.
Nel frattempo un'ape entra in stanza, la sento ronzare, la vedo svolacchiare. Non si ferma o posa da nessuna parte, è in ricognizione, sicuramente un'esploratrice. Tornerà all'alveare dopo aver trovato fiori e polline e lo dirà alle sue compagne. Dirà loro la distanza e la direzione e poi partiranno insieme e troveranno, senza esitazione, il luogo indicato.

Non c'è nulla di complicato in niente, se lo si riduce ai minimi fattori. Alla fine è tutto o bianco o nero, e queste varie sfumature di grigio che tanto declamavo si spostano nello spettro visivo fino a raggiungere uno dei due limiti.
Bianco o nero.
Non ci sono grigi al 18%. Non più.




28 settembre 2018

I miei Nerd

Tu, abbi cura di te Carla. Abbi davvero cura di te. Ricordi? Tutto quello che ti serve é dentro di te. Non dimenticare questo. Gli altri sono un contorno. Possono portare più o meno sapore alla tua vita ma la materia prima sei tu. Valorizzala.

Che ne sapete del ToPlay? Io nulla, che non sono una giocatrice e Dado un po' mi ha intrufolata in questo mondo. E fu così che Dado e RagnoB si conobbero. Dado ha sempre letto sul mio blog di RagnoB e RagnoB ha ascoltato i miei racconti di colui che per lei è sempre stato l'amico Barbuto.

E l'incontro al ToPlay alla Tesoriera. ToPlay è una delle miriadi di manifestazioni nerd, su giochi di ruolo e giochi da tavolo. Dado era un po' l'ospite d'onore ed era in divisa, credo. Ovvero anfibi, un camicione senza maniche che fa un po' metallaro, pantaloni lunghi scuri.
Faceva caldissimo.

Dopo le dovute presentazioni ci appropriamo di un tavolo. E cominciamo a giocare: Azul, Sagrada, una breve partita ad Ice Cool, Origami.
Ho la fortuna di avere la copia di Origami autografata (e spiegata) dall'autore.
Giochiamo anche a QuelCazzoDiGiocoConLaFruttaCheNonRicordoComeSiChiama (Finca, niente non riesco mai a ricordarmelo).
"Posso giocare con voi?"
Un estraneo al nostro tavolo.
Conoscere gente nuova è da un po' il leitmotiv delle serate tra me, RagnoB e il nostro gruppetto di Disperate. È dura, davvero. O ti iscrivi a un corso di ballo in cui sai che presto o tardi un vecchio bavoso ti palpeggerà il sedere tra una giravolta e l'altra, o speri in un incontro fortuito che non avviene mai, come quando Julia venne a trovarmi a Torino e al Blah Blah un ragazzotto ci disse qualcosa seguìto da un poco rassicurante "Ah ma non stavo parlando con voi!".

Il nerd supera il mio esame da cagacazzo non giocatrice. Rinomino tutta la frutta e la verdura in un modo a me più congeniale: "Senti, mi passi un po' quella roba che dovrebbe essere uva ma pare la cacca di Arale? Ma davvero questi sono limoni? Dai che paiono patate - uh e questi sembrano piselli!". In questo frangente arriva anche Leonard (lo chiamo così perché è uno scienziato e mi ricorda un po' Leonard di "The Big Bang Theory", colleziona fumetti, pupazzi, ha magliette nerdissime ed è, manco a dirlo, entomologo).
Ci siamo tutti e finita la partita, lo sconosciuto (che da ora chiamerò l'ingegnere) dice "Ho portato un gioco se vi va di giocare". Certo siamo qui apposta. Ma dopo due minuti di spiegazione, io sono davvero cottissima, mollo immediatamente. "Questa la salto, vi guardo giocare".
Più che altro non avevo capito nulla. Leonard si offre di fare il pianeta alieno, RagnoB, "QuelFigoDiDado" (te la sei cercata amico mio!) e l'ingegnere devono lottare per la sopravvivenza (? - sto inventando, non ci avevo davvero capito nulla).
Quando, finito questo gioco, ci avviamo verso l'uscita lasciando Dado alla fiera, l'Ingegnere si informa sui nostri account facebook e Leonard gli comunica che sabato 29 ci sarà una fiera a San Giorgio Canavese in cui lui è il responsabile e organizzatore della parte fumettistica.

(nota: Leonard sarà il mio futuro capo. Non dico altro per ora).

Oggi è fine mese lavorativo.
Dovete sapere che ogni fine mese è l'inferno in terra che da noi si chiama Click Day. Avete presente la gif del gattino che digita furiosamente sulla tastiera? Ecco. Durante i Click Day si sente solo il rumore del click del mouse e del battere freneticamente sulla tastiera.
Le previsioni infauste dicevano che non saremmo riuscivi a chiudere in positivo il trimestre e che saremmo venuti a lavorare anche domani. Io, che avevo già una mezza idea di andare in fiera a trovare Leonard con l'Ingegnere (il quale è riuscito a rintracciare in primis Leonard per poi essere stalkerizzato dalla sottoscritta) ho motivato un po' i colleghi con frasi poco aggressive del tipo "Se vi azzardate a smettere di digitare sulla tastiera vi do' fuoco" e considerato che per una giornata lavorativa full time normale (dovremmo fare part time ma siamo in straordinario da inizio mese), il fatturato richiesto a persona è di 8k euro io, con i miei 22k euro e rotti odierni (con sottofondo musicale di Pantera, Slayer, Megadeth e Iron Maiden) mi aspetto un tappeto rosso e una targa come migliore dipendente del trimestre e Stakanovista del Click Day.
Il risultato è stato raggiunto e domani non si va a lavorare.

Domani sarò in una macchina con un semisconosciuto e altri nerd totalmente sconosciuti in viaggio per San Giorgio Canavese a scattare foto in una fiera dove mai mi ci sarei vista, piena di Cosplayer, Lego, fumetti, giochi di ruolo ecc. a far colazione da campioni alle 11 con panino del lurido e birra.


Ieri sono tornata al lavoro dopo un giorno di assenza. L'altroieri ero bloccata e letto e comunque ieri non stavo meglio. Ho avuto gli occhi lucidi per quasi tutto il giorno e la mia collega spesso veniva a darmi un abbraccio "Carla sei triste, aspetta che vengo ad abbracciarti! Ti ho messo da parte le gomme a forma di animali!". Passerà, ma per ora non riesco a pensare ad altro. Quindi lavoro un sacco che è l'unico modo che ho di distrarmi senza spendere troppe energie in socialità.

Domani, nonostante la premessa divertente scritta sopra, in realtà sarò a fare foto il che mi permette di isolarmi bene: devo solo tenere botta durante il viaggio.

Oggi Dado che abita proprio di fronte al mio ufficio, mi ha fatto una sorpresa ed è venuto a salutarmi alla fermata del bus all'uscita da lavoro. Proprio mentre stavo ascoltando il suo vocale.

Dado è uno degli ultimi romantici, glielo dico sempre. Uno che ha sempre l'accortezza di preoccuparsi per te, di farti sentire sempre speciale, di farti capire che ci sarà sempre. Anche se dovrà fasciarti testa e cuore per l'ennesima volta.
E ancora, e ancora.

E ancora.

Leonard vs Dado

L'ingegnere spiega il gioco

RagnoB a sinistra ascolta attenta

Il gioco della frutta, ovvero Finca. Foto di Dado (tutte i diritti riservati, ohi che quello è grosso, non voglio farlo incazzare)
Io che ascolto (e non capisco, come al solito) le regole di Azul. E meno male ci avevo già giocato (prese dalla pagina fb del ToPlay)

L'intenzione di battere il record delle sconfitte personale è ben visibile.