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28 maggio 2024

Perdersi al forte

 C'è una mostra, al forte di Bard, che termina il 2 giugno: Wildlife Photographer Of The Year. Dato che nella mia azienda le ferie sono ben viste (un giorno qua e là, perché anche qui le ferie grosse sono da prendere obbligatoriamente ad agosto) ieri ho deciso di prendere questa giornata di ferie per andare al forte da sola e godermi la giornata.

Avevo due opzioni: prendere una enjoy e pagarla per tutto il giorno oppure affidarmi ai treni. Mi sono fatta due calcoli e ho optato per il treno: peccato che da Ivrea ad Aosta fino a giugno non c'è più il treno ma il bus sostitutivo, e se voglio arrivare a un orario decente mi tocca partire prestissimo, da Torino Porta Susa, col bus. 

Nessun problema ce la posso fare: cerco online dove possa trovarsi la fermata ma niente, viene indicato un genericissimo Piazzale FS esterno sottopasso metro. Non esiste piazzale FS, abbiamo da un lato corso Bolzano e dall'altro corso Inghilterra. 

Va bene, no problem, sono relativamente vicina alla stazione, ieri sera faccio un salto.

Giro ovunque senza trovare indicazioni della fermata di questo maledetto bus. Poi vado in biglietteria a chiedere e la solerte ragazzotta Non si preoccupi, è tra l'uscita B e l'uscita C della stazione. Poi lo vede, è un bus trenitalia, c'è proprio scritto.

Ok.

Mattino successivo, ore 7.35 circa sono in stazione. Mi apposto tra le due uscite notando che davanti a me c'è il parcheggio taxi e non potrebbe fermarsi, e poco più avanti ci sono le rastrelliere per le bici. Decisamente insolita come fermata.

Passa qualche minuto e vedo passare un bus con sopra una scritta gigante ARES SPORT e il disegno di un elmo spartano. Il bus mi supera e va a fermarsi parecchio più avanti. Manca ancora del tempo, sono certa non sia il mio bus, ma controllare non costa niente.

SPOILER: era lui. Non c'era nessuna scritta trenitalia, solo un foglietto di carta piazzato sul vetro anteriore del bus con il nome della linea.

Va bene: salgo e vado verso Verres dove poi dovrò attendere un'ora per il cambio ma nessun problema, devo comunque passare in farmacia a prendere l'imodium (sì perché c'è anche quello). A ogni fermata il bus entra nei vari paeselli e si ferma davanti alle stazioni. Tutto abbastanza semplice.

Arriva il secondo bus direzione Ivrea, dovrei fare solo 10 minuti di tratta, ma son tranquilla perché so bene che quando il bus entrerà nel paesello posso prepararmi per scendere.

SPOILER: il bus non entra nel paesello, a una certa si ferma e mette la freccia ma io penso sia per girare. Poi va dritto e mi rendo conto di AVER PERSO LA FERMATA. Guardo su Google Maps e ormai siamo quasi a Donnas. Quando scendo chiedo all'autista se avesse fatto la fermata di Hône-Bard e lui Sì io mi sono fermato poi non ho visto nessuno alzarsi e son ripartito.

Bestemmie. Questa gita parte male. Son quasi tentata di tornarmene a Torino, quando mi dico No ok sono qui, andiamo avanti.

Secondo Google maps il prossimo bus per tornare a Hône-Bard passa dopo un'ora. Ci metto meno a farla a piedi e mi metto in cammino. C'è una stradina pedonale che passa accanto alla statale e con questo sole e venticello leggero tutto sommato è piacevole.

Peccato che a una certa la strada pedonale si interrompe. Ci sono dei lavori ed è tutto chiuso. L'universo vuole che torni a casa? Perché quasi quasi...

Incontro una signora con un cane pastore enorme, che appena mi vede la strattona e ringhiando vorrebbe fare di me il suo nuovo pasto. Mi scusi per tornare a Bard?

Eh deve tornare indietro, scavalcare il muretto, camminare sulla statale e poi trova una deviazione per andare a Bard (il tutto mentre volteggiava trainata dalla bestia di Satana).

Ok.

Scavalco il muretto e ogni volta che passa un camion mi dico che se sopravvivo a questa, forse sono immortale.

(sono immortale).

Trovo poi un'altra strada pedonale e mi avvio. Presto però penso di entrare in varie zone in cui non dovrei, fare salite che le madonne partono e finalmente, Bard.

Parliamo della mostra: bella. Mi è piaciuto anche il fatto che fossero indicate le attrezzature usate anche se sono rimasta delusa dalla presenza massiccia di premiazioni di foto fatte con vari droni. C'era anche una bella foto di un'osmia che faceva il nido (bella ottica vintage dal modico costo di circa 700 euro che quasi quasi...) e mi è venuto in mente che non molte settimane fa un amico mi ha mandato dei vocali per chiedermi come cacciarne una che le stava facendo il nido sul balcone (e mannaggia avrei potuto fotografarla).

Poi ho pranzato al ristorante "La polveriera", dentro il forte. Ho preso una bistecca alla valdostana con contorno e non contenta anche un tagliere. Per dire che ho smangiucchiato per cena giusto per, ma ero ancora sazia.

Detto questo sto riprendendo piano piano con la fotografia. Ora che mi arriverà la 14esima prenderò una Fujifilm X-T5, un secondo corpo da affiancare alla mia vecchiettina X-T1. Ho già speso molti dei miei risparmi per un'ottica Fuji 16-55 2.8. È una lente versatile, ottima, le foto sono ricche di dettagli. 

Ora sto decidendo quali ottiche prendere, e anche pensando a come potrei farne un lavoro. E cambiare, di nuovo.

Avventurarsi a caso

La salita maledetta

E finalmente eccolo




Ovviamente la cameriera non riusciva a credere che avrei mangiato tutto: e invece...

Fame


L'università va avanti, a rilento ma va avanti. Non ho fretta. Per esempio per i prossimi esami avrei dovuto cominciare a studiare ieri, ma anche oggi mi sa che salto. Va bene così. Mi piace e non ho la fregola di finire in tre anni. Sono soddisfatta e a ottobre riprenderò anche violino (venerdì sono andata a vedere il saggio delle mie amiche di violino, e mi sono emozionata come penso accada ai genitori per i saggi dei figli).

26 maggio 2024

I biscotti della discordia

 Dopo il fantomatico digiuno ho deciso di proseguire con la dieta chetogenica, più comunemente chiamata keto. Questo mi ha permesso di mangiare e sentirmi sazia senza prendere un grammo. Sono entrata in vestitini e gonne che non mettevo da secoli. 

L'unica rottura è evitare i carboidrati: #sapevatelo, sono ovunque. Si nascondono in tantissimi piatti e quando si va a mangiare fuori navigano in vari composti incogniti dai nomi più variegati, come salsa dello Chef, sughetto ai mirinzetti spaiati, contorno di pura fantasia primaverile. Lo zucchero, nemico numero uno, è in quasi tutte le salse (senza le quali i piatti cotti della cucina fusion dei finti ristoranti giapponesi non avrebbero più sapore). 

NON SI DOVREBBE FARE UNA KETO FAIDATE, i vari gruppi di fissati impongono.

Esattamente quello che ho fatto, seguendo il mio diktat Sii ribelle - ma solo sulle cose inutili, of course.

Dopo il digiuno e cominciata la keto, il buon Cliff deve aver notato il cambiamento e, conoscendo la mia sensibilità sulla forma fisica, non lo ha esplicitato. Ma ha inziato anche lui la sua guerra silenziosa contro i carboidrati (perdendo svariati kg).

Questo lungo preambolo era necessario per raccontare l'assurda serata di ieri in cui ho lasciato Cliff ai fornelli per fargli preparare una luganica alla piastra con contorno di friarielli mentre io mi dedicavo alla preparazione dei biscotti per fare un tiramisù.

Ricordate la guerra ai carboidrati?

Non potevo usare i classici savoiardi, ma nella keto sono permesse farina di mandorle e farina di cocco, nonché dolcificanti (con parsimonia, il famoso eritritolo che Cliff chiama sempre tritolo). E mentre lui armeggia ai fornelli, io accendo il forno e comincio a mescolare gli ingredienti.

Se c'è una cosa che non faccio mai, è pulire il forno. È un compito che lascio volentieri ad altri (ma vivendo da sola non serve continuare per spiegarvi le sue condizioni). Purtroppo il mio forno contiene vari caduti in battaglia di mozzarelle sciolte e precipitate sul fondo da pizze precotte, formaggi colati, impasti spalmati e ormai carbonizzati in una sorta di crosta nera e dura che non saprei neanche come levare. Ed è per questo che quando lo accendo lui mi ricorda di pulirlo sbuffando un fumo grigio e denso che mi costringe ad aprire la finestra e chiudere la porta che dà verso la camera da letto.

Avendo una sola aria succede a volte che mi capiti di aprire l'unica finestra opposta a quella che dà sulla strada, che però è sulle scale. Tutto abbastanza bene, finché con la coda dell'occhio non vedo un lampeggiante blu dalla finestra della cucina, sulla strada.

Vivo in una zona molto trafficata e le ambulanze sono non all'ordine del giorno, ma all'ordine del minuto. Così confesso di non aver prestato attenzione alla sirena che si era fermata poco prima appena sotto casa. Pensavo che qualcuno si fosse sentito male nel palazzo, così mi sono affacciata e ho visto questo:


Un secondo per fare due più due.

Forno con residui e fumo, molto fumo. Finestra aperta sulle scale. Fumo per le scale. Pompieri che arrivano con sirena accesa.

Il tempo di comprendere questo e sento bussare fortissimo alla porta, come se qualcuno stesse colpendo con il palmo della mano e non con le nocche.

Vi lascio il tempo di immaginare la scena, il rumore di gente che parlotta sulle scale, io in ciabatte e minigonna che intanto avevo fatto in tempo a chiudere la finestra che affaccia sulle scale e che vado ad aprire con aria innocente mentre un vigile del fuoco mi incalza "SIGNORA TUTTO BENE A CASA?".

Con aria innocente replico "Probabilmente siete accorsi per colpa mia, stavo facendo dei biscotti ma il forno fa un po' di fumo perché ci sono dei residui".

Entrano in due, confermano il fatto. Cominciano a spalancare lo spalancabile (in tutto questo Cliff chiuso in bagno perché non stava bene). Spostano il portascarpe per aprire la seconda anta del portone, mi chiedono le chiavi per aprire il balconcino per le scale. Mi chiedono i documenti e compilano un verbale "Mi farete una multa?"

"Certo le arriva poi il conto a casa." risponde quello.

Il secondo pompiere mi fa cenno di no e sorride, io continuo a chiedere scusa imbarazzatissima e non sapendo che fare chiedo se vogliono un caffè. Sono realmente mortificata ma la situazione è così assurda che ho uno strano sorriso stampato sul volto.

Il secondo intanto fa "Non vogliamo usare il sistema di ventilazione elettronica per areare?"

"No, lasciamo tutto aperto. Signora lasci aperto per almeno un'ora, poi però pulisca il forno che qui la gente non sapendo cosa era successo si è preoccupata" - sorride - "Vede cosa succede a fare i biscotti?".

La gente intanto ammassata per le scale chiede "Ma cosa è successo?".

Il pompiere esce: "Tutto a posto, la signorina ha bruciato la cena"

Chiacchiericcio "Oh che peccato". Continuo a scusarmi, se già potevo non stare simpatica per la mia tendenza a non socializzare e il mio aspetto da punkabbestia integrata in società, ora è definitiva la mia esclusione anche dai saluti imbarazzati in ascensore.

I pompieri vanno via e mi lasciano sola a riflettere sull'accaduto e sento per le scale residui di vociare:

"Ma chi è? Son giovani?"

"Sì son giovani (grazie), quella con i capelli viola, no blu, ha i capelli blu"

"Eh succede".

Fine della cena: io e Cliff (finalmente uscito dal bagno) che non riusciamo a smettere di ridere, con finestra e porta d'ingresso spalancate.

Oggi però mi sono sentita un po' una cacca pensando a quanto gli altri inquilini possano essersi preoccupati, così ho finalmente deciso di pulire il forno (nei prossimi giorni) acquistando un prodotto apposito:


Sempre che, prossimamente, abbia ancora una casa.

26 gennaio 2022

Il mio piccolo miracolo tardivo di Natale

(L'assistenza di) Trenitalia c'è. 

Sarò breve in questo piccolo post prima di tentare di riprendere in mano questo mio blog.

Sto preparando molte cose, alcune in bozza da secoli (almeno un anno), altre invece nuove.

Non che abbia questo gran pubblico, ma mi sarebbe spiaciuto perdere la mano, nella scrittura, sulla tastiera, davanti a questo schermo che c'è (ed è forse l'unica cosa fissa della mia vita) dal 2006 ad oggi.

Questa, in realtà, voleva essere una piccola recensione positiva per (rullo di tamburi) l'assistenza di Trenitalia. Eh sì, se ne dicono peste e corna, i treni sono sempre in ritardo ma che volete, questa volta hanno tirato fuori il jolly e non potevo far finta di niente.

Voglio dire, dopo tutte le imprecazioni di una vita passata sui treni in ritardo, e via di coincidenze perse, addio a ore di sonno, ci stava una nota positiva.

Long story short.

Prendo un treno il 30 dicembre sera per una imprecisata località del centro Italia che tornerà nei prossimi post. In genere prendo un treno notturno. Se posso, con la cuccetta (sì, esistono ancora, e a causa del Covid ora non si possono condividere, quindi nonostante i letti scomodi come panchine di cemento, posso estendere i miei confini spargendo ovunque le mie cose).

Ma ho scoperto questo treno che parte alle 19 e mi permette di arrivare a un orario che se avessi 20 anni meno potrei definire presto. Nel mio caso dirò soltanto che resto sveglia e non perdo la fermata per miracolo, ma va bene.

Ha un unico difetto: uno scarto di 15 minuti per il cambio treno a Roma Tiburtina.

Sì lo so. Pur essendo fedele allo spaghetto volante a volte spero nei miracoli, quelli che ti fanno gridare "Ah ma allora Dio c'è".

E invece.

Appena superate un paio di città mi rendo conto che il ritardo è irrecuperabile, il treno che avrei dovuto prendere a Roma è l'ultimo per la mia destinazione finale e già mi vedevo rubare spazio ai senzatetto romani, sdraiata sopra lo zaino e ricoperta di disinfettante.

Fermo il capotreno.

"Mi scusi, devo prendere il treno per **** a Roma Tiburtina e ormai l'ho perso, sarebbe l'ultimo treno e non so come arrivare a destinazione".

La mia soluzione è semplice. Fermate il treno, farà un po' di ritardo ma che sarà mai.

Questo pensavo, mentre il solerte capotreno in divisa mi avvertiva che sarebbe tornato a breve per farmi sapere.

Già lo immaginavo svanire come neve al sole, un ritorno improvviso di primavera e invece no, torna. Mi chiede i dati, il numero di telefono e il nome, si accerta che io abbia già il biglietto per il treno da Roma a ****, "Ne è sicura?", oddio certo ma ora mi fa venire il dubbio, mi faccia controllare.

"Allora faccia così, scenda a Roma Termini, la chiameranno e le diranno cosa fare"

Cioè in che senso cosa fare, e se non mi chiamano che faccio?

"No no la chiamano, c'è l'assistenza a Termini, le diranno come proseguire il viaggio"

Io, sola a Termini, abbracciata a uno zaino e ricoperta di disinfettante.

 - Ma no vengo a Roma a prenderti - 

 - Diamogli fiducia e vediamo che succede - 

 - Ma che scherzi? A Termini da sola? No no io vengo a Roma - 

In che senso 'come proseguire il viaggio'

"Eh le chiameranno un taxi"

Un taxi? Non mi fido molto di questa soluzione. Non potete chiedere di far aspettare l'altro treno?

"No signora, i treni non aspettano"

Mentre pensavo alla solennità di questa frase e a come starebbe bene come epigrafe sulla mia tomba dopo una notte passata a Termini, squilla il telefono.

"Buongiorno, parlo con *****? È l'assistenza Trenitalia di Termini, ho bisogno del codice prenotazione del biglietto da Roma a *****, quando arriva a Termini viene al nostro sportello e le chiamiamo il taxi"

Ma quindi non devo pagare niente?

"No no le diamo il voucher"

Quando arrivo a Termini ci metto un po' a trovare il gabbiotto ma eccolo, povere, due ragazze che avrebbero dovuto smettere di lavorare a mezzanotte e invece mi hanno dovuta aspettare. Mi chiamano il taxi, mi dicono dove aspettarlo (via Marsala, davanti al caffè Trombetta) e non faccio in tempo a uscire dalla stazione che bhe, eccolo, è già lì.

Mi piazzo seduta dietro (è deciso, anche se non parte io resto qui) e vedo che il tassista ha un po' di difficoltà a inserire il codice del voucher nel loro sistema. Chiama la centrale e dopo un'attesa infinita (e io già mi ero quasi pentita di non essermi fatta venire a prendere) gli dicono che non serve inserire il codice, che dovrà chiamarli a corsa terminata per comunicare l'importo e sarà rimborsato.

Si parte.

Il viaggio dura più di un'ora, per di più il tassista riceve anche la chiamata di un amico che chiede di andarlo a prendere (non ce lo chiediamo mai, ma com'è la vita del tassista? Quando è di turno gli amici lo chiamano? Si fan venire a prendere? Si sbronzano perché sanno che c'è chi li riporta a casa? Eh? Eh?) e più di una volta, con lievissimo accento romano, gli fa presente che non può, che sta portando una cliente fuori Roma, "ma ti aspetto" (immagino gli dica) - "Ma guarda che ci metto un sacco, fai prima a chiamare un altro taxi".

Quando arrivo guardo il tassametro, 150 euro.

Saluto il tassista e mi scuso, del resto a causa mia ha guidato un sacco e lui "MACCHÉ IO ME SO' FATTO LA GGIORNATA CO 'SSTA CORSA".

E mentre corro svelta verso il futuro, abbracciando quasi il nuovo anno, penso che sì, Dio magari non c'è ma l'assistenza di Trenitalia per una volta c'è

19 giugno 2020

Il dolce Stilnox

(tempo di lettura: 4 minuti)

Ricevo una email da un medico.
In allegato, la ricetta per un farmaco.
C'è il nome nell'intestazione, ma non sono io. L'anno di nascita è diverso, la residenza, insomma una mia povera omonima sta aspettando la ricetta di questo farmaco ma non l'avrà mai.
In calce un avviso scritto in maiuscolo: QUESTO MESSAGGIO E' INTESO PER I SOLI INTERESSATI E CONTIENE INFORMAZIONI CONFIDENZIALI E SENSIBILI; SE RICEVUTO PER ERRORE, SI PREGA DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE IL MITTENTE E CANCELLARE IL MESSAGGIO SENZA TRATTENERNE COPIA. GRAZIE.

Rispondo: Buongiorno, si tratta di un errore di omonimia. Il mio codice fiscale è diverso e non uso il farmaco della ricetta

Buona giornata


Qualche ora dopo mi viene inoltrata nuovamente la stessa ricetta.
Rispondo: Buonasera. Sono sempre la Colombo Carla sbagliata. Si faccia dare l'indirizzo email corretto, probabilmente nome e cognome sono invertiti o c'è qualche numero in fondo alla user

Buona giornata 


Passano due settimane tranquille, ricevuto due email dallo stesso medico con ricette per due farmaci diversi.
Lo chiamo. Non risponde.
Lo chiamo il giorno dopo. Risponde la segreteria telefonica in cui mi comunicano che sono chiusi e di chiamare negli orari indicati.
Chiamo negli orari indicati. Non risponde.

Mentre decido il da farsi per la mia omonima che sta aspettando questi farmaci importanti devo affrontare un nuovo piccolo trauma: il mio medico è cambiato.

Lo aggiungo ai piccoli microtraumi già affrontati e mal superati in passato, e racconto un breve sunto di questa piccola avventura.

Ho 16 anni e il mio tumore è tornato, che sfiga. Ma ho la fortuna di essere ancora seguita dall'ospedale pediatrico. Le pareti azzurre, il personale gentile, nessun vecchio che scatarra in giro. Nella sfiga sono relativamente fortunata.
Quando ho qualsiasi problema di qualsiasi tipo chiedo ai miei medici, mi trovano sempre uno specialista pronto a torturarmi per capire cosa c'è che non va.

Pochi mesi prima della mia ricaduta un mio caro amico si ammala di una roba simile alla mia, un po' più merdosa però. Lui finisce dritto all'ospedale dei vecchi.
Lo vado a trovare, pieno di vecchi, per l'appunto, pareti gialle (non si capisce se ingiallite o dipinte in quel modo), medici e infermieri che se hai culo becchi quello gentile.

A seguito del mio rientro in ospedale ce la meniamo.
"Nel mio ci sono le pareti azzurre e ci vengono i clown (bhe io i clown li odio, proprio per questa ragione ma se ne parlerà in un altro momento)"
"Nel mio ci sono specialisti affermati"
"Bhe io ho una stanza tutta mia e tv con videoregistratore"
"Dai, solo perché stanno ristrutturando oncologia e dato che sei una delle pazienti più grandi ti hanno spedito al reparto isolamento"
E via così.

Accadono cose che mi fanno vincere a tavolino.
Prima dell'intervento per errore, al mattino, gli danno la colazione. Non potendo fargli l'anestesia totale, decidono di procedere per la locale, anestetizzando strato dopo strato mentre procedono. Una brutta cicatrice, a quanto pare.
Vero, anche io sono stata aperta dove non dovevo, ma avevo già una cicatrice sotto, fatta 3 anni prima, per cui non lo considero un grave danno.

In più mentre gli mettono una flebo, il tubicino cade, e senza disinfettare il gommino dentro cui avrebbero inserito il farmaco con la siringa, procedono lo stesso.

Lo sfanculizzo "Vedi in che ospedale di merda sei finito?".
Ride.

Arrivano i 18 anni, cominciano a vedere che la mia tiroide da' di matto, mi programmano altre analisi, comincia la mia neverending story con l'Eutirox, mi stringono la mano e annunciano "È ora di passarti al nomeospedalepervecchi". È così ingiusto crescere.
Primo trauma.

L'endocrinologo da cui vengo spedita è guardato con sospetto per i primi 3 anni. In verità fa un lavoro figo, segue le persone che hanno avuto un tumore in età pediatrica per tutta la vita. Mi sento quasi importante, i miei dati potranno servire per risistemare terapie e tossicità ai piccoli pazienti del futuro, dimenticandomi che già in quegli anni le terapie sono migliorate, la famigerata radioterapia a mantellina è un brutto ricordo dell'era di Chernobyl e molti protocolli sono già cambiati.

Facendo un rapido calcolo ad oggi sono 21 anni che mi segue. Ci vediamo una volta l'anno e ormai mi sono abituata al suo modo di reagire agli eventi "Non vorrei esagerare e farla preoccupare, ma nemmeno che prendesse questa cosa sottogamba".

E penso che lui si sia abituato alle mie dimenticanze di visite, esami vari ("ma la visita dalla senologa non l'ha fatta? E la visita dermatologica? Gli esami del sangue me li invia la settimana prossima?"), ai miei ritardi, ai miei cambiamenti di città ("Dove vive ora?").

Da circa 3 anni mi visita costantemente insieme a un dottorino più giovane (di cui ho forse già parlato). Quando gli mando le email lo inserisce sempre in copia conoscenza e ben presto ha cominciato a rispondere direttamente il dottorino ai miei quesiti.

Ricevo una email qualche giorno fa dal dottorino. Il mio endocrinologo non è in copia. Cattivo segnale.

Sarà andato in pensione senza salutare i suoi pazienti?

È come una separazione non consensuale, dove uno prende armi e bagagli e se ne va e l'altro rimane pensando che 21 anni non sono pochi. Che ora dovrà affrontare questo viaggio merdoso con uno sconosciuto, chi lo dirà ai bambini?
Nessuno pensa mai ai bambini.

Canzone del giorno: Janis Joplin Piece Of My Heart


03 luglio 2019

Bella dentro

SEI VOLGARE.

Ci sono giorni in cui c'è poco lavoro e per chi ha maturato tanti permessi, come la sottoscritta, c'è la possibilità di uscire prima.
Da circa 8 giorni avevo male al mignolo, probabilmente avevo preso una botta, ma va a capire. Erano successe tante cose quella notte che non riesco a ricordarle bene tutte.
Inizialmente si era un po' gonfiato. Poi era venuto su il livido e in ogni caso ancora oggi se stringo la mano a pugno, la base del mignolo mi fa male.
Così decido di impiegare le mie ore libere avventurandomi al pronto soccorso.
Andare dal medico non aveva senso, mi avrebbe al massimo fatto un'impegnativa per una visita ortopedica per la quale avrei avuto appuntamento tra 5 mesi.
Mi avevano avvertita che per un codice bianco del genere avrei atteso ore.

Poi al Centro Traumatologico Ortopedico non ero mai stata e ho girato un bel po' di ospedali non solo in questa città. Perché non andare anche lì?

Mi dirigo all'accettazione.
Un signore dall'aria severa mi guarda da sopra i suoi occhiali da presbite.
Che cosa ha fatto?
Penso di aver preso una botta, ho male al mignolo (su, digli che sei una famosa bassista e quel mignolo ti serve per suonare così ti sentirai meno in colpa)
E come è successo?
Non ricordo, boh, avrò battuto.
E ai capelli cosa ha fatto?
(fingo di apprezzare la battuta)
Ho preso una botta anche lì.
Sì ma di vernice! (ride)
Eheh in effetti (desideri omicidi).

Lo so, ma bisogna farci l'abitudine. Tra i capelli e i tatuaggi ognuno si sente in diritto (forse anche in dovere) di dire la propria. Io ci ho fatto il callo.
A Cömo le più carine erano le vecchiette, a volte mi prendevano il viso tra le mani e mi dicevano "Come sei bella, sembri una fatina".
E poi ci sono le secchiate di vernice, ecco.

Tenga il numero, la chiameranno al Triage.

Do per scontato che mi avrebbero chiamata col numero.

Ma in 5 minuti sento gracchiare dal microfono il mio cognome.

Zoppicando cammino verso il Triage. Ci manca pure che mi chieda quando mi sono fatta male alla caviglia. In verità zoppico perché cerco di allargare delle scarpe che ho comprato nel 2015.
Nel 2015.
Faccio un salto indietro di qualche anno. Non ho mai avuto delle Converse. Mai.
Me le regalarono e mi chiesero il numero. Online dicevano che le Converse calzavano grandi e tutti avevano comprato un numero più piccolo rispetto al proprio numero di scarpa.
Mi dico di non esagerare, indosso il 37 e prendo quindi il 36 e mezzo.

Quella scarpa mi fece sanguinare i piedi, solo dopo tanto riuscii a indossarle comodamente.
Forse qualche mese dopo comprai un altro modello (è proprio vero che il dolore fisico si scorda, o forse le donne sono progettate per farlo. Un po' per dimenticare il dolore del parto, un po' per dimenticare il dolore delle scarpe nuove indossate). Non volevo cascare nello stesso errore. Come minimo il 37.
Erano così strette e dolorose che non riuscivo a indossarle nemmeno a casa.

La settimana scorsa decido di cercare un allargascarpe. Dato che sto cercando di non comprare più su Amazon mi affido a Google per capire, a Torino, dove posso trovarlo.
Dmail.
Cazzo, Dmail esiste ancora.
Purtroppo anche se ho tenuto l'allargascarpe più di 24 ore nelle scarpe vi assicuro che avrei voluto strapparmi la pelle dai piedi e una volta a casa ho dovuto fare un pediluvio freddo.

Torniamo insieme al CTO.
Al triage mi chiedono che è successo.
Ho male al mignolo. Devo aver preso una botta. Se chiudo la mano ho male qui.
Va bene, la chiameranno con questo numero.

Vi dirò, non ho aspettato tanto, non c'era molta gente e quei pochi erano quasi tutti in codice bianco.
Chiamano il mio numero e il numero dopo il mio ma per ovvie ragioni lui è più svelto di me, così mi tocca aspettare la visita dell'ortopedico.
Che biascica e pare ubriaco.
Ah sapevo che era lei C******, allora cosa è successo?
(la so a memoria ormai)
Devo aver preso una botta, mi fa male il mignolo se chiudo la mano. Il mignolo mi serve per suonare il basso (aggiungo una battuta all'ormai noiosa tiritera).
Chiuda a pugno la mano, muova il mignolo, pieghi il polso. Lei non ha niente, ha una mobilità eccezionale.
E allora perché mi fa ancora male dopo 8 giorni?
Facciamo una radiografia, non sono un veggente, magari c'è qualcosa che non vedo. Così ci DISPREOCCUPIAMO
Rifletto sull'ultimo termine pronunciato. Rifletto. Rifletto.
Voce del verbo dispreoccupare.
Suona male anche all'infinito.
Comincia a battere una serie di caratteri sulla tastiera e lo fa usando solo l'indice della mano destra. Ora mi spiego le lentezze nei vari ospedali.
Ma no lasci stare, se dice che non è niente non è niente.
No, no, DISPREOCCUPIAMOCI. Ma il mignolo non si usa nel basso.
Come no? Se salto dal primo al quarto tasto lo devo usare.
Ma sì ma nemmeno tanto.
Come no?
Allora sei proprio una musicista brava, eh!
Mentre mi dice queste parole non posso non immaginarlo con una benda sull'occhio, ebbro di Grog e magari una gamba di legno.
Senta visto che siamo qui, ho male al pollice destro da un po'.
Chiuda il pugno, muova il pollice, pieghi il polso. Sono un chirurgo della mano, non c'è niente. Magari un giorno le verrà un po' di rizoartrosi, ma metterà un tutore e andrà bene.
Segua la linea blu, faccia la radiografia e torni da me.

Seguo zoppicando la linea blu, al lavoro sono stata senza scarpe perché non riuscivo a tenerle addosso nemmeno da ferma, da seduta. Aggiungendo ovviamente una stramberia a tutto il mio corredo. Capelli blu, tatuaggi, al lavoro scalza...
Appena arrivo nel corridoio di attesa per le radiografie mi siedo come se avessi corso una maratona stringendo in mano il mio foglio scritto con cura dall'indice destro del Pirata ChirurgoDellaMano.

Nell'arco di una quindicina di minuti arriva un infermiere che mi chiede il foglio.
Lo guardo dubbiosa.
Non sono certa di volerglielo dare.
Ah se non me lo dà può aspettare qui tutto il giorno.
Sorride.
Con aria dubbiosa e scherzosa gli consegno il foglio e davvero in 10 minuti mi chiamano.

È incinta?
No.
Di solito a questo punto insistono. Chiedono più volte. Ma no, si limitano a darmi il camicione di piombo da mettere in grembo. Mi fanno sedere accanto all'apparecchio per le radiografie.
Poggi la mano.
zzzzzzz
Ora metta la mano di lato chiudendo tutte le dita e lasciando solo il mignolo
zzzzzzz
Ora faccia l'ok con le dita
zzzzzzz
Ora giri il palmo verso l'alto
zzzzzzz
Attenda fuori.

Il mio referto dice che non ho nulla. Insieme al referto un cd con le mie foto interne della mano. Da dentro ho una bellissima mano, da fuori un po' meno.
Torno dal Pirata che spero mi offra un goccio di Grog.
Ha visto? Non ha niente!
Io ho male
Ma sarà la botta, passerà. Sa che ho conosciuto il bassista Nome e Cognome? Sa chi è?
Sì, ne ho sentito parlare (mento spudoratamente, ora il dolore ai piedi ha la priorità mentre compare una grande Ara sulla spalla del Pirata).
Suona in NomeGruppo, lo conosce?
Qualcosa mi dice. (fammi andare a casa che devo tagliarmi via i piedi)
Stia bene eh! L'ho scritto anche nel referto che sta benissimo.

Medito se camminare sull'asfalto senza scarpe.

Zoppicando e accaldata arrivo alla fermata del bus. Zoppicando e accaldata mi siedo. Zoppicando e accaldata cammino fino alla fermata del secondo bus. Zoppicando e accaldata salgo sul bus, scendo, cammino verso casa, tolgo le scarpe prima di salire le scale bestemmiando a ogni passo. Zoppicando mi faccio il famoso pediluvio freddo. Avrò perso l'uso del mellino?
È acciaccato e rosso, eppure esiste.





02 luglio 2019

La svolta a sinistra

Sottotitolo:
Come perdere la pazienza cercando di non far perdere una signora.

Ho le cuffie, sto bene. Sono appena stata dal parrucchiere. I miei capelli erano un disastro, dovevo decolorare solo la radice ma la decolorazione ha fatto un po' quel cazzo che gli pareva, decidendo di colare anche sulle punte e lasciandomi un paglierino che non ha più nulla a che vedere con l'allegro crine.
I Rammstein mi tengono compagnia.

Arriva il 49.
Du hast.

Trovo finalmente posto.
Sonne.

Una signora chiede a un vecchietto dove si trova corso Novara. La signora sembra totalmente sperduta, siamo quasi in Barriera di Milano e quando lei afferma di non essere mai stata da queste parti, il vecchietto con fare da cowboy sentenzia Qui è il Bronx.
Chi ci abita afferma la comodità di non dover cercare spacciatori per nessun tipo di sostanze, a volte basta fermarsi sul portone di casa o se sei più fortunato, scendere un piano.

Mi tolgo le cuffie.
Ci troviamo di fronte a un impasse. La signora vuole andare in corso Novara, e vuole scendere alla prima fermata di corso Novara ma ciò che non sa, e che il cowboy non riesce a spiegarle, è che il 49 percorre Corso Novara - quindi scendere in corso Novara diventa un po' vago.
Signora dove deve andare?
In corso Novara.
Sì ho capito, ma il 49 è già su corso Novara.
Devo andare in via Candelo, mi hanno detto di scendere alla fermata Corso Novara.
Sì, signora ma corso Novara è lunga. Mi faccia controllare. 
(estraggo lo smartphone, imposto Google maps, mi oriento col cielo, sgozzo un gallo nero e faccio un cerchio di sale).
Allora signora, il bus va sempre dritto. Quando girerà a sinistra deve scendere. È la prima fermata dopo aver svoltato a sinistra.
Oh grazie grazie.

Il bus procede dritto.
Devo scendere?
No signora. Quando gira.
Le strade a Torino sono parallele e perpendicolari. Puoi raggiungere quasi ogni punto andando sempre dritto e girando a sinistra o a destra. Impossibile perdersi.
Devo scendere?
No signora, quando gira.

Il bus continua le sue fermate.
Devo scendere?
Signora glielo dico io quando scendere (già trema la palpebra). A un certo punto il bus si immetterà sul controviale a destra e poi girerà in via Bologna, e lì deve scendere.

Altre due fermate.

Scendo?
Mi sento un po' austroungarica e mi guardo attorno per capire se sbaglio qualcosa nel mio modello comunicativo. Dovrei sembrare una cazzo di punkabbestia ma evidentemente ho un aspetto rassicurante. Forse dovrei scollegare le mie eleganti cuffie bluetooth Marshall, scostare i capelli colorati freschi di taglio e piega dal parrucchiere [con trattamento idratante, please] e guardarla dall'alto dei miei costosissimi tatuaggi per farla a sentire a disagio.
No.
Sospiro.
No signora, guardi, ecco è la prossima.
Sorrido felice.
E quindi scendo?
Sì.
Sorrido.
Grazie eh? Grazie tante.

Mi rimetto le cuffie, posso tornare a isolarmi dal mondo.

Diamant.
Poesie.

09 novembre 2018

Ich Will

Oggi mi hanno commissionato un post. Ed è buffo perché chi me l'ha commissionato non potrà leggerlo, perché non ha il link a questo blog.
I miei colleghi si divertono parecchio con le mie storie, composte da stalker, maniaci, (dis)avventure.
Stavo appunto ricordando loro del vecchio che ha toccato, sul bus, l'unico rettangolino di pelle nuda del mio corpo, ovvero il ginocchio che spunta fuori dai jeans strappati.
Il che ha causato ilarità perché non è l'unica cosa che mi è capitata. Ogni giorno porto in scena le mie avventure e oggi mi è stato detto "Dovresti scrivere un libro".
Me lo dicono spesso, ma in realtà anche se per qualcuno scrivo bene, io mi sento un po' caghereccia.
Sicuramente Moccia scrive meglio di me.
E ci fa i soldi, mortacci.

"Bhe io ho un blog, da 12 anni"
"Davvero? Vogliamo il link"

Certo che no, perché parlo anche del lavoro, di alcuni colleghi, dei fatti miei, e non si sa mai in che mano a chi potrebbe capitare il link.

"Eddai"
"Non se ne parla"

Qualche settimana fa sono andata a vedere una partita di volley con un mio collega. Purtroppo a entrambi piacciono i maschietti, quindi nemmeno da dire "Oh Carla finalmente sei uscita con qualcuno". Nein, nada, nisba. Ma mi sta simpatico e condividiamo l'odio per il Natale e per il mondo in generale. E ci piacciono i maschietti, appunto come dicevo.
Non condividiamo affatto la sua smodata passione per la pallavolo.
"Carla, ti sei iscritta al fantavolley?"
"Avevo da fare"
"Cosa c'è di più importante del fantavolley"
"Mi dovevo tagliare le unghie dei piedi"

Però una volta siamo andati a vedere insieme una partita: un altro mio collega, che ho scoperto essere il direttore sportivo della squadra, ci ha dato i biglietti scontati a un euro.
"Uh che bella cosa, e come mai la pallavolo come sport per fare il direttore sportivo?"
"Bhe a me non interessa, volevo solo vedere culi"
(è stata la prima frase che ci siamo scambiati, potete immaginare la mia reazione a riccio immediatamente successiva).

"Sì ma Carla devi fare il tifo se vieni"
"Guarda se c'è una cosa che so fare, è fare casino"

Ed è vero, sono andata a vedere diversi eventi sportivi di cui mi importava marginalmente (leggi: "me ne battevo altamente la ciolla") eppure sono stata l'unica udita a chilometri di distanza.
Ho rotto il clacson della mia vecchia Y10 Fila facendo carosello non ricordo nemmeno più per quale squadra di calcio (e io detesto il calcio).

Così andiamo a vedere questa partita e resto subito sconcertata, non esiste più il cambiopalla.
"Eh Carla, sono 20 anni che non c'è più il cambiopalla"
Nel frattempo ho già scordato le due regole che mi ha insegnato.

Così ecco, lui, proprio lui, mi dice "Dai, perché non parli di ToroFurioso?"
Esiste un nuovo sex symbol in azienda. E' eterosessuale, ha un bel viso, una bella voce, ma troppo grossino per me.
A lui invece piace un sacco.

Sarà forse per l'aspetto da ispanico, o per quello sguardo profondo, lo ha ribattezzato ToroFurioso. Ogni volta che passa, sbuffa dalle narici e accompagna questo suono con la frase "Senti come sbuffa il nostro Toro".
Così finisce che lo guardo più io di lui, e sicuramente penserà male, e potrebbe essere uno dei miei racconti fatti alle colleghe nel breve-medio termine.

"Però lo vedo sempre con una sciacquetta al bar" mi aggiorna.
"Uh no mi sa che ha una relazione a distanza" replica la collega alla sinistra "perché lo becco sul bus ed è sempre al telefono che parla".
Io sto nel mezzo e confermo il completo disinteresse per il soggetto. Solo quando ci passa davanti sgomito verso il collega "Guarda, c'è il tuo Toro"
E lui sbuffa. Sempre.

Anche io sbuffo oggi, perché sono anni che vorrei andare a vedere i Rammstein a Berlino e da ieri a oggi i biglietti sono soldout e ho addosso una frustrazione che non si spiega.
Ci volevo andare, ma andare da sola ai concerti è una cosa che mi mette tristezza e dato che faccio già una marea di cose da sola... ecco.

Ich Will.

05 novembre 2018

Il mio fiume in piena

Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.

Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.

È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.

Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.

Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".

Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.

Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.

Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.

Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.

Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.

È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"

Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare.
STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."

Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.

Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.

Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.

Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre

Serracapriola (FG)

A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)



Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)





Canzone del giorno: Daniele Silvestri Ma che discorsi

17 giugno 2018

La mia fiducia nel mondo

Estate.
Tempo di gambe scoperte e di furti di smartphone.
Era luglio l'anno scorso, un dopocena, esco di casa per andare da Gigi: forse per guardare un film, non ricordo.
Porto anche un pezzo di torta con la sua bella confezione di cartone.
Ti passo a prendere?
Ma figurati, prendo il bus.
Con le mie cuffione colorate di blu, il mio affezionatissimo Oneplus One in mano che proprio quel dicembre avrebbe compiuto 3 anni, l'unico telefono di cui io sia stata pienamente soddisfatta, le dita incastrate nelle apposite fessure del contenitore di cartone della torta nell'altra mano mi avvio.

Il 57 però è a corsa limitata, quindi dovrò fare un pezzo a piedi, tenuto conto che era un po' che stavo aspettando, decido di prenderlo comunque.

Scendo e attraverso una zona non proprio bella. Da quando sono qui sono stata sgridata diverse volte perché giro a piedi passando anche in zone particolari ma mi sono sempre sentita abbastanza tranquilla.

Sono ormai in via A. e incrocio un ragazzotto sulla mia sinistra che in un istante mi strappa via di mano il cellulare e corre via.
Rimango interdetta.
Un ragazzo dal balcone mi urla di andare verso il parchetto. Ma poi? Lo raggiungo e poi?
Gli chiedo se per cortesia mi rida' il cellulare? Guarda fammi fare un backup delle foto e poi domani te lo rendo. Seriamente oh.
Arrivo a casa di Gigi, entro e tutta agitata esclamo
Mi hanno rubato il cellulare.
Ma dove?
Qui sotto.
Imbraccia il suo marsupio Andiamo
Ma andiamo dove? Ascolta fammi usare il pc che lo cerco e lo blocco.
Android ha la possibilità di trovare il telefono usando la geolocalizzazione (Ma perché la tieni attiva che consuma un sacco di batteria? Ma perché blocchi il telefono? Ecco perché) e in effetti il telefono si trova in un palazzo non troppo lontano.
Andiamo
Ma andiamo dove? Gigi stai calmo. Cosa facciamo? Citofoniamo a tutto il palazzo chiedendo dove tengono il telefono? Pace, è andata, calmati.
È paonazzo in viso. Gigi è molto protettivo nei miei confronti. Fa avanti e indietro in casa.
Non se ne capacita, forse si sente un po' in colpa. Cerco di tranquillizzarlo per quanto posso.

Sistemo il mio vecchio Nokia N70 e lo uso con gli SMS, adorabilmente vintage. Poi acquisto lo smartphone migliore con il budget che ho, il Huawei P9.

(Quasi) estate.
Tempo di gambe scoperte e furti di smartphone.
Era ieri, vado alla fermata del bus per avvicinarmi al centro e fare un po' di foto al Torino Pride ma del bus non c'è traccia. Molti sono stati deviati per l'evento e gli orari dei passaggi non sono propriamente aggiornati. Penso che c'è il sole, e non è male passeggiare fino in piazza Sofia per prendere il 18.
Cellulare in mano (per un periodo non lo tiravo nemmeno più fuori dalle tasche o dalla borsa ma ultimamente ho attraversato anche zone particolari e non è mai capitato niente. Vedo le altre persone tranquille e ho riacquistato la mia fiducia nel mondo), cuffie nelle orecchie e in compagnia dei Megadeth mi avvio per piazza Sofia. Prima di arrivare al ponte sulla Stura incrocio due persone, non le vedo bene in viso ma mi seguono con lo sguardo e dicono qualcosa, anche se non penso siano rivolte a me.
Non ti voltare Carla, non è niente. Non ce l'avevano con te.
A circa metà del ponte sento una mano estranea sulla mia mano destra. Mi volto e cerco di tenere il telefono anche con la mano sinistra. Lo guardo bene in volto. Occhi chiari, capelli rossicci e ricci, magro, alto, pelle rossastra. Mi strappa il telefono dalle mani e corre via, velocissimo.
Una gazzella. Lo perdo quasi istantaneamente di vista.
Potrebbe avere preso il sentiero dentro il parco Colletta o avere girato per lo stradone che porta al curvone delle cento lire. Non penso di avere perso di nuovo un telefono. Penso alla mia cartella con le foto dell'intervento, di quando ero in ospedale con C. Non ho sue foto e anche se lì non si vede perché è voltato mentre dorme sulla sedia, stanco, appoggiato al muro, è l'unica foto che ho. Penso alle foto del seno ferito che stavo seguendo medicazione dopo medicazione per vedere i progressi, tutte in una scheda esterna e facilmente accessibili. E in un istante mi prende lo sconforto. Non mi interessa dover spendere dei soldi (anche se scarseggiano sempre) per un nuovo telefono, ma ho smarrito tutto il resto.

Ho una rabbia, sto girando per casa come un pazzo.

La mia fiducia nel mondo, nelle persone, che sento sta venendo a mancare.
E quel silenzio, così pesante, come l'assenza delle immagini che non potrò più guardare.

02 marzo 2017

"Ma tu li ascolti i Rancid?"

Ti ho riconosciuto da lontano, hai una tuta azzurra con cappellino da basket coordinato. E passeggi con un bellissimo cane lupo cecoslovacco. Mi hai già fermato altre due volte.
Abbasso il capo (non lo faccio mai, io rispondo e sono gentile con tutti) ma tu mi scodinzoli la mano dall'altra parte della strada e attraversi verso di me noncurante delle macchine. Mi indichi col dito, non posso ignorarti ancora. Mi tolgo le cuffie.
"Ma sei punk? Eh sei punk?"
"Guarda, ci siamo parlati almeno altre due volte e..."
"Ma li ascolti i Rancid eh? Li ascolti i Rancid?"
"Io bhe, li conosco e.."
"Ma ci vai al concerto a giugno eh?"
Affretto il passo per superarlo.
"No guarda io non.."
"Ma sei punk eh? Ma i Rancid li ascolti eh?"
La voce si fa più fievole e lontana
"Ma sei punk eh? Ci vai al concerto dei Rancid? A giugno eh?"
Mi rimetto le cuffie.

Mi allontano velocemente.

Il non dare retta alle persone mi provoca senso di colpa e frustrazione. Vorrei fare qualcosa per tutti, dedicare due minuti anche a lui, ma il peso grava sulle spalle, voglio tornare a casa, ho bisogno di fare qualcosa per me.

Canzone del giorno: Elisa Eppure Sentire (Un senso di te)

06 febbraio 2017

Golem - chi ben comincia.

Riassunto della mattinata: mi sveglio all'alba, vado lì, lo aspetto mezz'ora, lo chiamo "ah scusa non me l'ero segnato, devo andare a una visita medica, oggi". A questo punto penso sia un problema mio dato che la gente fraintende spesso i miei appuntamenti (eppure sono certa di avergli detto "cominciamo lunedì, alle 9.30, vero?" - forse dovevo specificare giorno, mese e anno). Confermato inizio per domani (bestemmie volanti), ho trovato il bar (bar vintage, molto peso) più bello del mondo con una cliente settantenne con i capelli rosa ("vorrei un mondo fatto di gente con i capelli colorati" - parole sue), il gestore che cantava con me pezzi italiani anni '70 ("ma sei giovane come fai a conoscerli?"), che ha messo il vinile de "le orme" dietro mia richiesta e nel quale, dice, i clienti possono stare da lui quanto vogliono, anche a leggere o ascoltare musica. E sono felice che sia lì vicino. ora sono a casa, sonno della madonna. ho solo voglia di svaccarmi e andare a danza stasera, indossando la mia canotta di YouPorn.

19 dicembre 2016

Tornare a fare cose

Da quando ho avuto l'incidente ho guidato poco. Praticamente niente. È capitato qualche volta, ma si possono contare sulle dita di una mano e l'incidente è stato quasi sei anni fa. Non amavo guidare nemmeno prima: ricordo ancora le prime volte in autostrada, diciamo che ho colto l'occasione dell'incidente per dichiarare apertamente di non volere guidare (avevo ora una scusa senza dover dare troppe spiegazioni: la paura degli insetti, dei ragni, dei luoghi affollati sono paure socialmente accettate).
Per intenderci, non è una fobia, è una cosa che faccio solo se strettamente necessaria.
Però d'altro canto non avendo più guidato diciamo che ho avuto modo di alimentare una sorta di fobia. Mannaggia quanto scrivo male stamane.
Comunque.
Questo weekend siamo stati a Treviso, Cividale del Friuli e Udine con una coppia di amici. Loro sarebbero andati in treno e noi li avremmo raggiunti a Treviso in macchina. Durata del viaggio da Cömo, circa 4 ore.
Fry sbuffa un po', è indeciso, 4 ore non sa.
Gli dico che se vuole me la sento di fare metà viaggio all'andata e metà viaggio al ritorno. Però se faccio storie, di insistere, di avere polso con questa cosa.
"Ma poi dici che sono rompicoglioni"
Se insisti su altre cose sì, ma su questa ti chiedo io di insistere!
Ok.

Partiamo, con moccoli trattenuti (perché il mio impegno per il 2017 è non bestemmiare) ma ce l'ho fatta (senza la necessità di insistere).
Con scleri vari ma ce l'ho fatta, al ritorno abbiamo anche beccato nebbia e ho persino canticchiato.

So che è una piccola cosa, ma per me è una grandissima cosa. Vi faccio un esempio: io adoro ragni e insetti. Ma se chiedessi al 90% delle persone di farsi camminare un insetto addosso, probabilmente sclererebbe e non lo farebbe mai.
Per me è questa sensazione, l'essersi fatta camminare addosso diversi miriapodi senza battere ciglio (io li amo, ma è per fare capire cosa ho provato).
Quindi sono molto orgogliosa di me stessa.

A voi le foto (in elaborazione) della gita. Perdonate se non ho fotografato palazzi storici e piazze turistiche ma mi sto concentrando sulle sensazioni. È difficile avere uno sguardo personale sulle cose.
Se pigiate sulla foto vi si apre l'album di flickr. Molto probabilmente le prime due foto andranno al macero, per ora non è ancora l'album definitivo.

La foto dell'omino illuminato di rosso è quella che preferisco. Ma c'è un motivo. Eravamo dentro questa chiesetta molto semplice, soffitto con travi in legno, buia, piccola. Questo signore (il custode? un prete? chissà) passeggia e ci osserva. D'un tratto si va a sedere sotto una stufetta elettrica a infrarossi e viene illuminato da un raggio di luce rossa.

Era una scena molto simpatica che non sono riuscita a fotografare al meglio. Gli ho chiesto se potevo fargli una foto e lui ha acconsentito. In realtà ho fatto diversi scatti e non sono nemmeno sicura di avere scelto il taglio migliore, ma l'idea di un pretino illuminato col colore del peccato mi garbava abbestia.


Udine o Udire?

08 dicembre 2016

Il mio "banchiere ambulante"

Quando, tra marzo e aprile, la mia storica banca (ex Sanpaolo, poi Intesa Sanpaolo, poi CarisBo quando mi sono trasferita a Bologna) ha deciso che io non potevo più accedere al mio conto online (io quasi mai andata fisicamente in banca), nonostante abbia cercato di risolvere qui a Cömo senza esserci riuscita ho deciso di fare il salto nel buio. Banca Etica.
Ci sono alcune scelte che impiegano anni per maturare, come quella di non mangiare carne, per le quali mi impongo limiti assurdi.
Per la carne è stato: "Ok, compro il libro 'Se niente importa' - lo tengo lì e so già che una volta terminato di leggere non mangerò più carne".
Per la banca è stata pigrizia. Non volevo riaprire un nuovo conto presso la Banca Intesa come suggeritomi dal ragazzotto della banca comasca.
Nonostante la nuova chiavetta per l'accesso e i passaggi che io, da brava nerd, ho seguito pedissequamente, l'accesso non mi era consentito.
Così ho dato il benservito alla CarisBo a Bologna e mi sono avventurata all'apertura del conto presso Banca Etica.
Perché Banca Etica? Me ne aveva parlato millenni fa un amico (molto alternativo, un ragazzotto che lavorava prima come barista per stare a contatto con la gente, poi si è rotto i coglioni e ha fatto un corso di programmazione java ed è diventato programmatore, aveva i dread ma se li era tagliati per andare in tibet in vacanza, ecc), io ero affascinata da questo nuovo concetto di banca che investe su energia alternativa, progetti locali e che ti offre la possibilità di essere socio e votare alle loro assemblee.

Dai, gambe in spalla e facciamo questo salto nel vuoto. Decido di aprire il conto online per medici senza frontiere. Ogni tot vengono devoluti mi pare 6 euro a medici senza frontiere.
Anche se apro il conto online ho comunque bisogno di recarmi presso i loro uffici per firmare alcune robe.
Peccato che la loro sede più vicina sia a Milano.
Peccato che in quel periodo stessi lavorando.

Così sul sito trovo una soluzione che fa al caso mio: il banchiere ambulante!

Non potete immaginare per quanto tempo io abbia fantasticato su questa figura mitologica, per me a metà tra un carrello della spesa piena di fogli e metà banchiere. E su come sarebbe avvenuto l'incontro: avrebbe allestito un banchetto in mezzo alla strada? Nel mio immaginario era nel mezzo di piazza Vittoria a Cömo, con una bandierina del colore di banca etica, blu e gialla. Un omino con gli occhiali, stile rag. Filini.

Ovviamente le mie (ex) colleghe ancora mi prendono in giro per questa cosa, commentando il fatto con "Solo tu, Carla, solo tu!". Prendo appuntamento con il banchiere ambulante che può incontrarmi, manco a dirlo, in un negozio di prodotti equo-solidali in via Milano.
Anche questo è stato oggetto di scherno pesante, ma come dar loro torto?

Mi reco nel luogo X (OT: stavo cercando in questo istante su Google il sito di Banca Etica e, lapsus, ho digitato Bamba etica) ed entro. L'omino è impegnato e io girovago nel negozio trovando già due capi di abbigliamento che poi comprerò effettivamente e che mi daranno l'aria da scappata di casa che tanto mi piace - un vestitino che pare cucito usando le tovaglie a quadri della nonna e una maglietta stile indiano arancione che, lavato, darà quell'aria di foto vintage a tutti gli altri capi di abbigliamento compagni di sventura presenti all'interno della lavatriste.

L'omino è in effetti somigliante al rag. Filini, ha gli occhiali come immaginavo, ha una sorta di banco tutto suo, con un computer, una stampante e ricoperto di fogli.

Non ho molte domande da fargli, voglio solo firmare e andare via. Anzi, no, ho una sola domanda che però lo mette in agitazione assoluta: ricevendo io un bonifico dalla Svizzera, quanto mi costa questo passaggio?
Silenzio.
"Ah-ehm, devo controllare".
Cömo è zona frontalieri, il passaggio di soldi dalla Svizzera all'Italia è roba quotidiana, rimango un po' basita, ma tant'è. Scartabella il contratto (il pdf online che ho anch'io tralaltro ma che per pigrizia non ho guardato) e mi dice che non dovrebbero esserci spese. "È sicuro?"
Silenzio.
Non voglio metterlo in difficoltà, così lo liquido con un "Bhe non importa, al primo versamento controllerò io".
Firmo i miei fogli, saluto e me ne vado.

A parte l'esperienza buffa del banchiere ambulante, per ora con questa banca mi trovo molto bene, le operazioni online sono semplici, l'app (dopo un primo momento di smarrimento) è fruibile. Per cambiare i massimali della carta di credito è stato sufficiente mandare loro un messaggio tramite la piattaforma online.

Se volete provare un'esperienza mistica e avere una banca davvero differente io ve la consiglio. Poi, oh, vuoi mettere, conoscere la figura mitologica del terzo millennio?
Ora vi saluto, vado dal parrucchello, ma solo perché sol capello liscio e a metà lunghezza mi paio la madonna. Un po' punk ma pur sempre madonna.

Canzone del giorno: Lo schiaccianoci Tchaikovsky (eh bhe oggi l'è così)
Chiedo scusa per gli errori, non ho avuto modo di rileggere


06 novembre 2016

Colpa del tassista

[post ripescato dalle bozze del 2008 credo]

Sabato sera siamo andati in un pub triste triste. Ma era sabato o venerdì? Non ricordo. Il pub a dirla tutta è molto bello, è grande, tutto di legno. Il classico pub dove si va tra amici a chiacchierare. E’ totalmente vuoto, quindi c’è vasta scelta di tavoli. E’ una cosa non da poco.
Peccato che il gestore ci mette un bel po’ a fare i cocktail che lasciano un po’ a desiderare: ma se si ha lo stomaco forte va bene. E poi è un po’ buio, la luce è data da piccole abatjour con ragnatele annesse, inserite tra un tavolo e l’altro. E poi è freddo, c’erano le finestre socchiuse.
Ma per fare 4 chiacchiere non c’è niente di meglio.
Ieri e l’altroieri sono stata a Torino per delle visite. Tutti mi dicono “Ma perché ti sbatti fino a lì per farti visitare che qui c’è Careggi blablabla?”. Risposta: “Quando trovi un medico di cui ti fidi non lo lasci così facilmente”.
Parto l’altroieri da Firenze Rifredi, nemmeno a dirlo, il treno ritarda di mezz’ora. Certe cose non cambiano proprio mai. Arrivo insomma già abbastanza tardino, visto e considerato che un folle seduto accanto a me aveva sul tavolino la foto (ritagliata da un giornale, in bianco e nero) di Sarah Miller e ogni tanto chiacchierava con la foto. Proprio così. Appena c’era un po’ di baccano lui guardava la foto, rideva, e borbottava qualcosa. Io non so, cercavo solo di dormire, ero un po’ cotta perché mi ero svegliata abbastanza presto (povero Roccio che doveva anche andare al lavoro). Ogni tanto mi voltavo verso il signore e lui smetteva: assomigliava a Robert De Niro, la versione italiana con i capelli bianchi e tanta pancetta.
Arrivata a casa di mia mamma mangio velocemente qualcosa e porto a spasso Poldino, intanto un forte mal di testa dovuto al troppo sonno sul treno mi devasta. Mi doccio veloce, mi sistemo alla meno peggio e vado in centro. Magari due passi mi fanno passare il male.
Scopro che in piazza Castello hanno aperto una nuova libreria, molto bella. Qualcosa come “libreria.coop” o “coop.libreria”. Ci faccio un giro e trovo un sacco di libri che vorrei comprare. Ho la mania compulsiva dei libri. Poi non riesco a stare dietro agli acquisti e si accumulano nella libreria. Quanti libri belli. Quanta carta stampata, quanti bei colori di copertine, quante cose su cui vorrei documentarmi.
Meglio uscire. Esco e mi avvio verso la fnac, ma anche lì c’è la libreria. Mi riperdo tra i libri, cerco testi sul Madagascar (all’altra libreria ne avevano di più). Mi chiedo cosa sarebbe meglio se Madagascar o Australia, sono due mete ambitissime, tutta natura, tante bestie, tanta avventura. Rimando la decisione e corro in farmacia a prendere qualcosa per il mal di testa che intanto è aumentato.
Torno a casa di mia mamma mangio qualcosa (si era ormai fatta ora di cena) e prendo la pastiglia. Il giorno dopo ho la visita, anzi le analisi, mi toccherà passare tutta la mattinata in ospedale. E poi devo fare il prelievo, e come al solito ho paura del prelievo.
Per andare all’ospedale ci sono due opzioni: prendere il bus e svegliarmi parecchio prima o prendere il taxi e svegliarmi a un orario decente. Opto per la pigrizia e la spesa allucinante. Il taxista infatti fa strade inesplorate e mi fa spendere circa 21 euro, e mi saluta con “Auguri”. Tutti sanno che non si fanno gli auguri in questi casi ma bisogna dire “In bocca al lupo” mannaggia a te taxista.
Mi tocco le palle che non ho, ma dato che sto decidendo di diventare superstiziosa quasi quasi le espianto a Roccio e le impianto a me: dato che in salute non vado fortissima almeno ogni volta che vado in ospedale e qualcuno prova a farmi gli auguri mi tocco le pallediRoccio e magari la scampo.
Vado al bancone di legno del C.O.E.S. detto altrimenti Centro Onco Ematologico Subalpino, però lì mi mandano a fare la coda: che strano, per gli ex pazienti del Regina Margherita di solito consegnano direttamente loro le impegnative fatte dall’ospedale. Però non dico nulla, in un anno cambiano tante cose,anche le procedure.
Quindi mi accodo e vado a fare il prelievo. Entro come sempre terrorizzata. L’infermiera è un donnino che parla come la Littizzetto (uh come lo sento l’accento piemontese adesso. Mi sembra così alienante) e urla come una foca in calore. Mi vede, penso, tremolante, mi rassicura dicendo che ha lavorato tot anni in Ematologia al Regina Margherita, l’ospedale infantile, e difatti dopo tanti anni mi becca al primo colpo la vena e non mi fa nemmeno male, visto e considerato che mi ha bucato sul dorso della mano, zona abbastanza sensibile. Non deve nemmeno farmi due buchi perché ha azzeccato tutto, io penso checulocheho e vado a mettermi in coda per l’ecografia alla tiroide.
Il dottore che mi fa l’ecografia era una volta un assistente. Mi aveva visitata assieme al mio endocrinologo circa 3 anni fa. Lo avevo notato perché era un bel ragazzotto alla Tom Cruise, lampadato ed aitante. Il mio antitipo ma medico, quindi comunque da notare.
Lo rivedo però più stanco, non più lampadato e con le occhiaie. Era tornato dalla notte e l’ultima visita del suo turno ero io. Era davvero a pezzi.
Mi dice di nuovo che la tiroide probabilmente è da togliere. Mi tocco le pallediRoccio e spero che si possa rimandare all’infinito.
Intanto arriva il mio endocrinologo, gli chiedo come mai al bancone di legno non mi hanno consegnato l’impegnativa. Parte arrabbiato a fare il cazziatone alla signora che avrebbe dovuto farlo e torna con la mia impegnativa.
Mi rimane solo quella che credevo essere una mammografia ma si rivela (come appunta l’endocrinologo) per ora “solo” un’ecografia al seno.
Vado a fare colazione che ho una fame boia e spero mi facciano passare prima dato che sono le 10 e ho l’appuntamento alle 12.40. Ma arrivata in reparto radiologia capisco che non c’è speranza. C’è gente che aspetta da ore ed era prenotata ore prima. Il mio problema è il treno. Devo prendere il treno ma prima devo tornare a casa di mia mamma a recuperare lo zaino. Questo vuol dire che per prendere in tempo il treno delle 17 devo uscire dall’ospedale alle 14. Mi ci vuole un’ora e mezza per andare a casa di mia mamma dall’ospedale e un’altra ora per tornare in stazione. 15 minuti per mangiucchiare qualcosa ce le vogliamo mettere?
Insomma si fanno le 13 e sono ancora lì. Meno male ho il libro sulla PNL che tralaltro ha proprietà soporifere su di me, mi basta leggerne una pagina e svengo collassata, come in catalessi, oberata da tanti termini e diciture. Per dirla breve la gente comincia a sfavarsi e partono le polemiche.
Così ci spostano in un altro reparto che fa la stessa cosa. Chiedo a una signora per quando era prenotata. Mi dice che era prenotata per le 10 (sono le 13.20), perdo speranze di passare perché le dico che sono prenotata per le12.40 ma, miracolo, mi chiamano. Quindi la signora si sfava perché ora sa che la sua prenotazione veniva prima, però la dottoressa dice che mi sono registrata prima di lei e quindi non ci sono cazzi. La ringrazio e le spiego che ho anche un treno da prendere, quindi attacca a ecografare. Mi spoglio, mi sdraio, guarda bene, riguarda bene e parla con un collega. Parla di nodulini. Mi fanno rivestire e mi spostano al reparto dov’ero prima per farmi fare una mammografia. Ma come mammografia, non dovevo fare solo un’ecografia? Comprendo bene che c’è qualcosa che non va.
La mammografia, per chi ha poche tette come me, è una tortura. Devono schiacciarti il seno tra due ripiani e il medico ce la mette tutta, me le tira, me le palpa, me le strizza. Un male cane insomma. Poi le rifà più volte perché non gli riesce: col senone (come direbbe mia mamma) sarebbe tutto più semplice ma un senino non ha mammografia che tenga. Mi chiedono di rivestirmi e mi fanno rifare un’altra ecografia con una dottoressa con più esperienza.
Parla di linfonodi e di gruppi calcificati, io non ci capisco molto, ma continuo a capire solo una cosa: che qualcosa non va.
Mi chiedono di rivestirmi dopo aver fatto un segno sul seno destro con un pennarello indelebile nero. Mi piazzano un cerotto con una sferetta incollata all’altezza del puntino disegnato. Mi fanno fare un’altra mammografia ma i segni non coincidono. Mi chiedono ancora di vestirmi e il dottore mi spiega che ci sono un gruppo di formazioni calcificate e un nodulino ma non sanno altro. Fare un’agoaspirato non si può, troppo piccino. Vogliono farmi una biopsia chirurgica.
L’11 saremo di nuovo a Torino per una visita dall’endocrinologo ci dirà lui poi, guardando gli esami, cosa fare. Certo, ho paura.
Però c’è Roccio con me (che dolce, mi ha regalato un fiore di girasole), e anche se un piantino me lo sono fatta ieri, non posso davvero lamentarmi di niente.
E poi, lo so bene, la colpa è tutta del taxista.

30 ottobre 2016

La mia memoria (corta), la mia nuova Mantova

Chissà quanti post doppi ci sono su questo blog: ho una memoria tremenda. Ho però una memoria abbastanza visiva: mi ricordo i volti, le situazioni, ma non riesco a collegare le situazioni con le date o i volti con i nomi. A volte cancello delle cose e il mio cervellino le sostituisce con altre.
Sarei un pessimo testimone durante un processo.
Al lavoro mi ha sempre dato problemi questa cosa:
"Te l'ho spiegato un mese fa!"
"Ma sei sicura?"

E qui arriviamo al nocciolo della situazione. I supporti di memoria. Non potendo usufruire di un HD esterno dove poter andare a salvare i dati in eccesso, lascio che lo facciano per me altre cose.
Il supporto principale è per me la scrittura. Anche questo blog. Quando non ricordo quando è successa una cosa la cerco qui. Fino a poco tempo fa al mio (ex) lavoro ci era vietato prendere appunti per una questione di paura (terrore) di furto di dati. Era la mia fine.

Ricordate Twin Peaks? Quando lo davano ero piccola: capivo la metà delle cose e me ne sono accorta riguardandolo poco tempo fa.
Amo Lynch perché nei suoi film non si capisce un cazzo. Quindi ognuno ha titolo per dire quello che gli pare tipo "Secondo me in Mulholland Drive la seconda parte è l'incubo della prima e la scatolina è una metafora della scatola di fagioli che aveva mangiato il giorno prima e che le era risultata un po' indigesta".
Nein, amo Lynch perché amo i sogni e il suo mondo onirico mi affascina da morire.
Comunque in Twin Peaks il protagonista aveva un registratore. Ohibò, non appena l'ho visto ho capito che dovevo possederlo. Fu così che i miei cedettero al mio capriccio e mi presero un piccolo registratore a microcassette. Lo portavo ovunque. Nelle gite parrocchiali, nelle gite di classe, all'oratorio, forse anche a scuola (non ricordo) e lo usavo per studiare.
Non avendo una cameretta mi chiudevo nel cesso, leggevo le pagine del sussidiario e riascoltavo la mia voce tante volte da farmi venire la nausea, finché non riuscivo a far entrare le nozioni nella mia testolina da criceto. Il mio primo supporto alla memoria. Erano le elementari.

Ovviamente non è durata molto, anche se nelle vecchie cassettine si possono ascoltare ancora canzoni cantate in gruppo, barzellette sconce raccontate dagli amichetti, stralci di noiosissime nozioni.
Il supporto che più ho amato e che ancora adesso è con me è la macchina forografica.
Un giorno mi regalarono una Ricoh automatica. Una di quelle macchinette che scatti e non devi fare altro, con flash incorporato. Una scatola (nera) magica.
Ben presto molti istanti furono immortalati. Capodanni, natali, compleanni, grigliate, follie tra amici (chissà dove ha messo il mio caro amico - ora fotografo - una foto di me quindicenne in cui indosso i suoi boxer, ho le pinne ai piedi e il collare con le borchie al collo, seduta sul water chiuso mentre faccio finta di bere da una bottiglia qualcosa di imprecisato e coi capelli acconciati con una cresta imperfetta). Il mio nuovo supporto: immagini che potevo codificare. Non importava quando erano accadute quelle cose, c'erano state e non erano una fantasia della mia mente.
Ho cantato in un gruppo metal, ho le foto a dimostrarlo. Stavo insieme al bassista.
Giravo con dei ragazzotti punk, sìsì check.
Una volta avevo i capelli lunghi fino al sedere.
La mia migliore amica aveva una bellissima casa in campagna.

Con il digitale è stato diverso. La compatta era sempre con me. Processionarie in fila: click. Cartello strano: click. Sbronza allucinante: click (un po' mossa, eh?)

Sono sul treno per Firenze e sto procedendo a zig zag senza una direzione, vediamo dove arriviamo.
Oddio IO procedo a zig zag, non il treno. Ci tengo a specificare.

Comunque ho abbandonato la compatta per la mia fedelissima Canon 7d.

Mantova: centro storico patrimonio Unesco.
Concorso.
Andiamo a Mantova.

Ho un vago ricordo di Mantova. Palazzo Te e i suoi disegni, la camera degli sposi del Mantegna. Le vie acciottolate (che fanno urlare porca***onna a ogni passo) piccole.
Un mondo sospeso tra passato remoto e presente.

Con me la fedelissima T, testimone anche al Monte Sacro di Varese. Decidiamo di vederci al mattino per fare colazione in via borgovico e poi andare alla stazione con calma.
Mentre usciamo dal bar capiamo che la situazione di quella giornata non sarebbe stata normale. Un vecchino, con i tubicini dell'ossigeno al naso, stava cascando in terra appena ci ha viste. Ripresosi all'ultimo ha esclamato: "Non mi spaventate eh?".
Io e T ci guardiamo, il vecchino semimorente riprende la strada come se nulla fosse accaduto e rimaniamo in quell'attimo in cui ci chiediamo se effettivamente abbiamo sentito bene o se è stato tutto frutto della nostra immaginazione. Facciamo spallucce e andiamo in stazione.
Cömo - Milano Centrale
Milano Centrale - Mantova.
Lungo il tragitto salgono sul treno due poliziotti. Il secondo non riesco a inquadrarlo, non riuscivo a staccare gli occhi di dosso a quello che parlava con noi. GENTILISSIMO.
"Ragazze, cortesemente, posso chiedervi i documenti?"
Eh, certo, una mezza tossica e un'extracomunitaria, avrà pensato, ho fatto bingo.
Consegno i miei documenti, T il suo visto. Scaduto.
"Questo è scaduto"
"Eh sì sto aspettando che mi arrivino i documenti"
"Ma ha già avviato le pratiche?"
Quando T è nervosa ride. Comincia a ridere.
"No non ancora"
Il poliziotto fa una smorfia tra il compiaciuto e l'indeciso.
T continua "Sono sposata, sto aspettando i documenti"
"Ahhh va bene"
Altra veloce occhiata e se ne vanno.
Poco prima T mi aveva confessato di sentirsi a disagio quando c'erano poliziotti in giro perché sa che stanno cercando qualcuno e lei non ha ancora i documenti che però dovrebbero essere già suoi da tempo. Lentezze sudamericane.
Arriviamo a Mantova e, tempo due minuti, ci perdiamo. Dopo ovviamente aver incrociato un intero scuolabus con bambini appiccicati ai vetri che ci salutano e dei ragazzini che esclamano "Che cazzo hai fatto ai capelli?".
Google maps non ha nessun potere sul nostro istinto malevolo di orientamento. Gira a destra, gira a sinistra, e nulla. Il coso per mangiare tramezzini non c'è. T chiede informazioni ma una signora le risponde male.
Meno male da qui in avanti i Mantovani si dimostreranno persino eccessivamente gentili. Troviamo appunto di che mangiare e proprio i ragazzotti che ci servono ci danno qualche indicazione spontanea su Mantova. Dove prendere le mappe, cosa vedere, ecc.

Io uso il mio nuovo (vecchio) obiettivo Helios e mettere a fuoco è un'impresa.

Ma non siamo qui per parlar di foto. Trottiamo come delle pazze per cercare di imprimere qualcosa di interessante ma  riesco a ricavarne poco. Bici. Foglie autunnali. Le solite cazzo di cose.

Con un po' di stanchezza, e dopo aver comprato della sbrisolona farcita da portare agli amici, arriviamo a Palazzo Te. Stormi di volatili in cielo.
Sembra di essere dentro una sceneggiatura del film di Hitchcock.

Presto o tardi sarebbe capitato.
Splat.
Sulla mia testa e sul cappotto e lo zaino di T.

Pulendoci alla meglio andiamo in stazione dove compriamo i biglietti per Cömo in biglietteria. Non quella automatica, c'era proprio l'omino. Ho vaghi ricordi di questa cosa, forse l'ultima volta che è successo è stato nel 2008. Ricordo sì, parlai con uno di questi omini mitologici, metà uomo e metà sedia, per un biglietto per Firenze.

Comunque T mi guarda e mi chiede: "Dobbiamo timbrarlo?"
"Ma va, ora anche i regionali hanno degli orari, figurati tranquilla.

Saliamo sul treno, controllore: "Questo doveva essere obliterato lo sapete?"
"Colpa mia, ero convinta che non si dovesse"
"Quindi la paghi tu la contravvenzione?"
Ride, gli chiedo di chiudere un occhio. "Ma per voi chiudo tutti e due gli occhi, si vede che avete fatto il biglietto oggi, tranquille"
Fiù

Salgono 3 capotreni/controllori Trenord. Uno con un accento del sud molto forte.
Attaccano bottone.
Stavo quasi per dire "Almeno voi no, ve prego" quando mi sono trattenuta. Alla fine siamo state al gioco, non hanno chiesto il numero o simili, cercavano solo di chiacchierare.
È una cosa che alla fine capisci al volo, dove vogliono andare a parare le persone che hai di fronte. Soprattutto dopo centinaia di approcci (anche senza alcun doppio fine, ovvio). All'inizio sei sperduto, specialmente quando ti insegnano che le persone cercano sempre di avere un ritorno e ci metti anni per fidarti nuovamente delle persone.

La nostra giornata è stata questa, la mia vita è quasi sempre questa. Una giornata lunghissima piena di avventure che continuerà nel prossimo post di Firenze.
Stay Tuned.

23 ottobre 2016

I miei siti Unesco

Ho deciso di partecipare a un concorso fotografico; devo fotografare alcuni siti patrimonio Unesco in Lombardia e mettere gli scatti (massimo 10) sui social.
Mi sembra una bella iniziativa, anche per conoscere qualche altro posto che non sia il centro di Cömo, il Birrivico, il Pura Vida d'estate, ecc.
Gambe in spalla e si va.
Il primo sito che scelgo di fotografare è il Sacro Monte di Varese. Trattasi di una montagnolina su cui sono piazzate 15 cappelle (sì, ho cercato un sinonimo ma niente) in salita. Una sorta di percorso spirituale insomma, fino ad arrivare al paesino in cima che è davvero una favola.

Per arrivare lassù io e la mia amica T dobbiamo prendere il bus da Cömo a Varese e poi un altro bus che ci lascia alla prima cappella da cui, proseguendo e salendo a piedi, vedremo tutte le altre. In prima battuta pensiamo di prendere la comoda funivia che ci avrebbe lasciato in cima per poi scendere con calma e fare foto in santa pace. Ma l'autista ci comunica che la funivia non va. Apprendiamo solo in seguito che viene attivata solo nei weekend.
Con (mio) grande disappunto cominciamo a salire. Vorrei descrivervi le chiesette ma sono davvero quasi tutte uguali e anche fotografarle non rende. Patrimonio Unesco sì, ma mi viene l'incazzo se penso al castello di Sammezzano che invece sta lì così in attesa: di cosa, poi, non so.

Il paesello in cima invece è molto carino (ma sarà patrimonio Unesco? Mha) solo che dopo un breve giro ci tocca scendere. La fame chiama e vogliamo qualcosa di veloce da mangiare a Varese.

Non ho mai amato Varese: probabilmente l'ho già scritto ma quando io e Fry eravamo in procinto di trasferirci nel profondo nord stavamo cercando casa a Varese. Poi Zion mi disse "Perché non cercate a Como? È più carina e ci sono anche meno leghisti".
Nonostante Il luogo di lavoro di Fry sia più vicino a Varese ci siamo lasciati convincere soprattutto dalla seconda affermazione. Come poi abbiamo scoperto, a Varese celebrano anche il compleanno di Hitler.
Devastante.
Tornando ai miei siti Unesco la seconda avventura che vi propongo è stata al villaggio operaio di Crespi d'Adda. Convinta di dover fare meno chilometri me la sono presa con calma. La mattina in cui ho deciso di andare ho preso il treno alle 11.16. Fu così che ci misi 3 ore.
3 fottutissime ore.

Como Nord Lago - Milano Nord Cadorna
Metro verde fino a Gessate (lontanissima)
Autobus fino a Trezzo sull'Adda
E, dulcis in fundo, buona mezzoretta a piedi.
In tutto questo ho incontrato persone con istinti omicidi (oltre me) che sembravano ostacolare la mia già difficile propensione all'ottimismo, in una giornata in cui scattare foto (con quel cazzo di cielo bianchissimo) sembrava impossibile.
Il controllore di Trenord sembrava essere strafatto di caffeina. Io uso solo biglietti digitali comprati online che mostro poi a chi di dovere dall'app.
L'app di trenitalia è lentissima, per cui ci mette quei suoi buoni 30 secondi per aprirsi.
In tutto questo io portavo le mie dolcissime cuffione da isolamento sociale, insomma, la mia fabbrica di ottimismo (anche se non tutti comprendono che tenere sulle orecchie delle cuffione con musica metal a tutto volume significa "Non rompermi le palle, sono un'antisociale di merda e odio tutti" e cercano di calpestarmi i piedi ogni due secondi chiedendomi se il bus/il treno/la madonna sono passati).
Errore mio: non le ho tolte, ma in genere non serve.
Passa quindi il controllore e io cerco di aprire l'app.
Cerco.
Attendo.
A un certo punto vedo che muove la bocca: mi levo le cuffie e attacca così: "Certo, se io le parlo e lei ha le cuffie è ovvio che non mi sente. Ce l'ha o no questo biglietto?"
Quasi partito l'embolo.
"Certo, le indicavo lo schermo del cellulare per dirle di attendere un attimo che l'app si stava avviando"
"Eh certo ma se uno le parla e lei ha le cuffie!"

Bene, così mi sento anche in torto.

Procedo nel mio viaggio, arrivo a Milano Nord Cadorna e vado per prendere la metro. Peccato che sulla app non si possano prendere i biglietti per Gessate che è già fuori Milano. Così vado in tabaccheria e chiedo se è possibile fare da lì già i biglietti per Trezzo sull'Adda.
Controlla.
Non sa.
Mi dice che forse è meglio fare prima il biglietto per Gessate e poi lì fare quello per Trezzo sull'Adda.

Conto: 1, 2, 3
"Sa magari le do il biglietto sbagliato"
20, 21, 22..

Scendo in metro e la metro per Gessate passa dopo circa 10 minuti. Non so quantificare il tempo impiegato per il tragitto, invece.

Mi tocca quindi fare il biglietto per Trezzo sull'Adda e andare alla fermata. Il mio amato cellulare intanto è già al 60% di batteria.

Ovviamente so il nome della fermata a cui scendere ma non so dov'è, così dopo un tempo ragionevole chiedo all'autista dove posso scendere per la fermata Biffi.
"È la prossima!" risponde lui secco.
Dato che dopo 5 minuti o forse meno si ferma, chiedo conferma della cosa. "È questa?"
E lui "Ma se le ho detto che è la prossima! Non questa, la prossima!"

1, 2, 3...
Da che mondo e mondo per me "la prossima fermata" è quella che sta arrivando (e per capire se sono io che sto impazzendo ho chiesto conferma a tutti di questa cosa e sì, sono ancora quasi sana di mente).
"Dove sta andando?"
Gli spiego.
"Ah che bello, ma di dov'è lei?"
"Di Como"
"Ah bhe carina Como, però sono molto chiusi perché blabla io ogni tanto vado a Milano che blabla sono più aperti, blabla invece in queste cittadine, blabla per esempio lei coi capelli così blabla la guardano male invece a Milano nessuno ci bada blablabla"
"Mi scusi devo scendere"
"Sìsì, conti che c'è ancora un quarto d'ora buono di cammino da qui"

Detto che mi stava dando le indicazioni sbagliate ci ho comunque messo mezz'ora passando in strade non asfaltate, su ponticini di legno sopra fiumi, in mezzo a sentierini quasi di bosco alberati. L'umidità era talmente alta che presto i miei capelli sono diventati un nido arruffato per moscerini morti e le zanzare mi hanno sbranata.

Finalmente arrivo ed è un po' una delusione. A parte che i villaggi operai mi mettono tristezza (evviva! Il "padrone" di lavoro ti costruisce una casa accanto alla fabbrica così sarai schiavo per sempre, e felice di esserlo!) questo non è particolarmente bello. La fabbrica centrale è chiusa, alcuni edifici abbandonati. Le case non hanno un'architettura particolare e ci sono anche scolaresche in gita che mi impediscono alcune inquadrature.
Vado in quello che, sul loro sito, è indicato come il punto da cui iniziare la visita. Una sorta di centro turistico di accoglienza.

Appena arrivata trovo delle mappe della zone sparpagliati sul bancone e chiedo "Posso prenderne una?"
"Sì certo, sono 50 centesimi"
Mappe a pagamento? Alla fine me la regala.

Scopro che c'è un cimitero e il mio cervello comincia a calcolare quanto tempo mi ci vorrà a tornare a casa e in che ora devo fuggire da quel luogo per essere a casa a un orario decente.
Insomma giornata pessima, foto orribili, tempo indecente. Se non altro sono andata in giro che, sapete, per me chi si ferma è perduto.
Torno a casa alle 19.30 pensando che se voglio fare delle foto che spieghino la bellezza del patrimonio Unesco in Lombardia è bene che mi faccia venire in mente qualcosa perché finora il risultato è pessimo.
Così pessimo che nemmeno io ci vorrei andare!