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31 dicembre 2017

Dolce adrenalina

Giovedì 28 ricevo una chiamata dall'ospedale "La chiamo per l'agobiopsia, pensiamo sia meglio farla perché abbiamo valutato le sue precedenti analisi e vogliamo controllare meglio".
Tachicardia.
"Sì, mi dica"
"Le abbiamo prenotato l'agobiopsia per il 4 gennaio, deve portare l'impegnativa del medico"
"No, per fare l'impegnativa per la risonanza magnetica ho dovuto tribolare: il medico non mi fa l'impegnativa se non c'è la richiesta del medico specialista all'interno della quale è presente codice fiscale e numero di iscrizione all'albo del medico che la richiede"
"Mhm, aspetti un attimo, vedo se riesco a fargliela internamente"
Silenzio, cuore che batte.
"Riesce a venire domattina alle 8.30, così le prepariamo noi l'impegnativa? Perché altrimenti la dottoressa non riesce"
"Ah quindi domattina passo a ritirare l'impegnativa?"
"No domattina viene direttamente per l'agobiopsia"
Tachicardia. Controllati Carla, non è niente. Tanto lo sai che avresti dovuto farla. Controlla la voce, non deve tremare, controlla il battito.
"Ok, posso fare colazione? Ci sono raccomandazioni?"
"Ha preso antinfiammatori o antidolorifici negli ultimi 2-3 giorni?"
"No, nulla"
"Perfetto, se ha qualche problema prenda solo la tachipirina 1000. Può fare una colazione leggera. A domani."

Non so come mai non ci penso ma non controllo su internet cosa sia. Forse sono troppo agitata a valutare le mie reazioni presenti che sono sempre troppo esagerate.
O forse no?
Provate a mettervi nei miei panni, queste chiamate e questi esami nel corso della mia vita non sono state mai foriere di belle notizie. Alla fine di questi esami nessuno mi ha chiamata mai per dirmi: "Carla, la chiamo per comunicarle che tutti gli esami sono negativi, lei sta benissimo!"
In genere è sempre stato "DObbiamo fare altri accertamenti"
"Deve venire in tale data per fare questo accertamento"
Concluso con "Purtroppo abbiamo trovato delle celluline maligne e dobbiamo asportare la parte" oppure "Deve venire per un consulto terapeutico".
L'unico nodulo che non mi ha mai tradito, ma è lì da 18 anni quindi non mi spaventa, è quello sulla tiroide. Sarà cresciuto di un massimo di 2 mm in questi anni, è quasi una presenza rassicurante: qualcosa che quando faccio l'ecografia alla tiroide: "Dottore, c'è ancora il nodulino?"
"Sì, certo, eccolo lì"
"Ah meno male."

Quindi ecco il perché della mia reazione. Non potete capirlo, se non avete avuto per tanti anni questo tipo di chiamate. Sapevo sì di dover fare l'agobiopsia, ma il mio cervello ha cercato nell'amigdala i ricordi delle precedenti chiamate, di come sono finite. E il cuore accelera, i pensieri vanno. È così che funziona, ed è assolutamente normale.

Ho avvisato chi potevo e volevo avvisare e le reazioni sono state più o meno le stesse "Bhe meglio, così te la levi".
Capisco anche la risposta, ma vorrei stilare un manualetto di vicinanza per gli amici. Quando accadono queste cose non si vuole essere consolati, si cerca solo vicinanza emotiva. La risposta esatta e corretta è sempre la stessa : "Ti sono vicino".
Lo so, è banale, sembrano le classiche condoglianze che tanto odio. Ma è inutile razionalizzare, queste emozioni non sono razionali. Non si ha bisogno di qualcuno che ti dica "Cerca di stare calma".
Se riuscissi a stare calma, non pensate forse che lo farei?
Seguono anche risposte ironiche, che apprezzo sempre tanto, come il mio amico M, ex compagno del corso java, che mi dice "Son degli stronzi ad anticipare così. Uno ha anche programmi".
Sì ok, mi ha fatto ridere.
C, che sta imparando a conoscermi, mi ha detto semplicemente che era con me.
Gigi vorrebbe essere con me. Lys chiede di accompagnarmi.
Il sardosabaudo mi ha fatto sorridere "Quindi? Vieni lo stesso a cena?".
Una cena è un ottimo modo per pensare ad altro (culurgiones, mammamia che buoni!).

Comunque la notte non è stata tranquilla, non ho dormito bene. E mi sono svegliata presto. Arrivata al reparto di senologia radiologica delle Molinette l'unica cosa a cui penso è di volermi sdraiare nel lettino, ma il pensiero mi agita.
L'attesa è snervante e la sala d'attesa è piena di donne tutte molto più grandi di me. Una donna piange. La privacy non è assicurata in nessun modo. Le dottoresse non hanno uno spazio dove poter parlare con le pazienti e spesso questo viene fatto in corridoio, qualunque referto si abbia in mano. E tutti sentono. Non è per niente bello.

Mi ricordo di internet, cerco la parola "agobiopsia". Consigliano di venire accompagnati. Sono da sola.
Non importa, penso, al massimo chiamo un taxi.

Mi chiamano per firmare il consenso informato. Mi fanno le solite domande di routine, se sono allergica a qualche farmaco, all'anestesia locale, se ho preso antinfiammatori nei 3 giorni precedenti l'esame. La dottoressa mi spiega che faranno una puntura di lidocaina per anestetizzare la parte, allargheranno il buco con il bisturi e faranno entrare quest'ago per, come spiega una mia recente conoscenza, compiere la biopsia tru cut (sic). L'ago ha un'anima in metallo e farà un rumore, uno scatto forte e sarà finito. Faranno 3 prelievi nell'area, metteranno alla fine del ghiaccio perché l'unica controindicazione è la formazione di ematomi.

Firmo, torno in sala d'attesa.

Più o meno mi richiamano alle 9.30. La sala è quella ecografica già vista. La dottorina giovane della scorsa volta (che è anche quella che mi ha chiamato, riconosco la voce insicura e dolce di chi ha ancora non ha il cinismo medico) mi ripete l'ecografia e mi chiede di attendere. Tremo, un po' perché sono agitata, ma ho anche freddo. Mi da' una traversina per coprirmi e mi chiede di attendere. Sparisce.

Tornano in 3. C'è la direttrice del reparto della scorsa volta, la dottorina di prima e un'altra dottoressa giovane. La direttrice ripete l'ecografia e mi dice che quest'area scura non era stata evidenziata nelle scorse ecografie/mammografie/risonanze, quindi è meglio controllare. Arriva l'altra direttrice del reparto, ora sono in 4. Mentre la direttrice numero 1 esegue l'ecografia, l'altra osserva. La tirocinante accende e spegne la luce. La dottorina giovane a un certo punto si dilegua "Siamo troppe, non servo qui".
Io tremo.
"Vedi? È quest'area"
L'altra direttrice annuisce.
"Sono un po' agitata"
"Eh, come facciamo? Vuole andare a prendere qualcosa?
Mentre io immagino una dose potente di tranquillanti, lei mi consiglia una camomilla. Probabilmente dovrei prenderne una vagonata. Dico che no, va bene così.
"Ora sentirà una punturina".

La lidocaina brucia. L'ago nel seno fa male. Stringo i denti. La direttrice però è molto brava, infila pianissimo l'ago, lo osservo mentre entra, sento solo il pizzicore iniziale e da lì mi rilasso. Anche quando inietta la lidocaina lo fa lentamente. Credo che anche la paura abbia fatto.
La paura in queste situazioni è utilissima, l'adrenalina mandata in circolo, ne sono convinta, ha fatto sì che io non sentissi male, che io non sentissi troppo male.
Sfila l'ago.
"Tutto bene?"
"Sìsì, benissimo, dottoressa è stata bravissima, non ho sentito quasi niente!"

Prende il bisturi monouso: vedo tutto, tranne il taglietto che fa. Non sento. Non sento nulla.
Mentre la direttrice numero uno continua a tenere l'apparecchio ecografico sul mio seno, la direttrice numero due infila l'ago per la biopsia tru cut nel seno.
D2: "Qui?"
D1: "No, un po' più su, perfetto così"
La dottorina giovane è pronta a schiacciare il pulsante sul corpo verde e parallelepipoidale della siringa, ma prima mi intima "Sentirà un rumore forte, non si spaventi e non si muova."
"Ok"
TAK
Lo scatto della biro ma un bel po' più forte.
Mettono una strisciolina di circa 5 mm su un vetrino. Sembra carne di pollo, è molto chiara.
"Tutto bene?"
"Sìsì non sento niente"
Ormai mi sono rilassata.

Procedono col secondo prelievo.
TAK.

Si consultano
D1: "Non so se fare un altro prelievo ma lì c'è il muscolo pettorale. Però vedi qui?"
D2: "Sì in effetti non saprei"
"Ma no, io direi che va bene così"
Ridono.

"Sì, va bene così" dice la direttrice numero 1.
"Ora le farà la medicazione, tra due settimane può venire a ritirare il referto"

La dottorina mi mette gli steristrip e una medicazione col cerottone.
"Ora le metto anche il ghiaccio, le verrano delle supertette!"
"Ah non vedo l'ora, guardi!"

"Domani può togliere il cerotto. Non bagni la ferita, gli steristrip si staccheranno da soli in circa 3 giorni. Se ha male usi solo tachipirina 1000, se le viene un ematoma è normale"

Avviso tutti, per me e per il momento, il peggio è passato. Faccio colazione alternativa al bar dell'ospedale Molinette con Lys che mi corre incontro in lacrime.
Nota per il futuro: non sono l'unica vittima delle mie paranoie emotive.
Mi ha portato un melograno, porta bene, "mangiatelo a capodanno".

Sento un po' di male ma per me che soffro di emicranie pazzesche è quasi più un pruritino.
Torno a casa, dovrei fare mille cose ma il calo di tensione mi impedisce di muovermi, sono immensamente stanca.

La cosa buffa è che il giorno prima scrivo al mio medico, il dott. Brignardello per aggiornarlo. Non c'era alcun tono polemico né preoccupato nella mia email, eppure lui mi risponde con un "Capisco il suo disappunto".
In effetti sì, c'era del disappunto, ma non nella mia email. Effettivamente dopo 18 anni deve avere imparato a conoscermi, o forse sa che non è mai bello fare certi esami.

Ora si aspetta, e ancora una volta una piccola cosa mi ricorda quanto è fragile la nostra esistenza su questo pianeta e quanto poco io stia facendo per vivere appieno la mia vita. Questo ultimo anno poi è stato vissuto un po' in ibernazione, in letargo. Letargo delle mie capacità, soprattutto, oltre che lavorativo e tutto il resto. Questa sera festeggerò con alcuni tra i miei più cari amici; auguro per me stessa, per questo 2018, un anno di movimento, un anno di potenziale espresso. Disfare le scatole, trovare un lavoro che sia mio, fare un viaggio (ma meglio più di uno), sentirmi a mio agio e a posto nel mondo.

Poca roba, eh?

Canzone del giorno: Welcome Home (Sanitarium) Metallica

14 dicembre 2016

Per quest'anno non cambiare,
la mammografia ti tocca fare

Da quando sono stata operata la sentenza definitiva è: visita alle tette una volta l'anno.
Inizialmente si pensava a fare solo delle mammografie ma dato che il tumore era stato radioindotto (da questo post "due radioterapie di cui una a mantellina a 36 Gy e 2 chemioterapie - per intenderci, per fare 1 Gy ci vogliono le radiazioni di 100 radiografie al torace") c'è stato un condono ad alternare risonanza magnetica al seno e mammografia.
La risonanza magnetica è un terno al lotto, tantoché mi sono rassegnata a farle a Monselice in provincia di Padova, in una struttura che fa solo risonanza. Perché?
Perché la risonanza magnetica al seno può essere fatta solo tra il settimo e il quattordicesimo giorno di ciclo altrimenti può dare falsi positivi E dato che gli appuntamenti in un qualsiasi ospedale per la RM vengono dati da qui a 6 mesi, capite come sia impossibile calcolare i giorni esatti del ciclo.
A Monselice, in questa struttura, riescono a darti appuntamento da una settimana all'altra perché fanno davvero solo quello.
Ovvio, ci impiego una giornata intera ma tant'è, finora non ho trovato altre strutture equivalenti in zona.
Pro della RM: no radiazioni. Contro: devono bucarmi per iniettare il liquido di contrasto e l'ultima volta ha bruciato da matti perché, secondo me, non era perfettamente in vena l'ago.

La mammografia è più semplice. Prenoti in qualsiasi struttura nel comasco o nel milanese, prendi e vai.
Pro della mammografia: non ti bucano. Contro: ti schiacciano le tette fino a farti male e ovviamente le radiazioni.

L'ospedale designato è Villa Aprica, sulla strada per andare a Chiasso.
Già da fuori ha un aspetto assolutamente degradato ma poco male, potrebbe essere interessante.

Entro e cerco l'accettazione: in tutti gli ospedali funziona così; entri, fai due chiacchiere con la tipa che controlla tesserino sanitario, impegnativa medica e orario dell'appuntamento e poi, teek, a sedersi in punizione.

Ma non è così, faccio la mia bella codina e quando è il mio turno l'allegra signora mi dice che devo andare alla "cassa".
La cassa?
Va bhe, non sto a sindacare anche se non devo pagare nulla perché ho la mia bella esenzione.

Vado alla cassa, non c'è nessuno. Due sportelli di cui uno impegnato con una signora.
Prendo comunque il numerino.

Mi avvicino alla cassa libera: "Mi scusi?"
"Chiamiamo noi il numero!"

Faccio un passo indietro.
La signora nel frattempo sembra non stare facendo nulla, ma anche qui non sto a sindacare.
Aspetto qualche minuto e compare il mio numerino sul display.
"Prego venga"
Sistemate le solite faccende vado al seminterrato dove sempre, in tutti gli ospedali, c'è il reparto radiologia. Quando mi chiamano, una voce nascosta nel nulla, io effettivamente non so dove andare. Così mi muovo a caso finché una dottoressa, giovane e bionda, non mi fa accomodare in uno stanzino minuscolo che comprende una seggiola dove posare i miei vestiti e l'apparecchio per la mammografia. Rimango delusa, in tutti gli altri ospedali spogliatoio e stanza con l'attrezzo sono separati, inoltre di solito la stanza è abbastanza ampia e comprende anche altri macchinari. E io che speravo di poter chiedere di fare una foto decente, ma in quello stanzino non c'è quello che vedevo nella mia testa. Così rinuncio.

Il resto non sto a descriverlo, per chi ha il seno piccolo è abbastanza una tortura la mammografia. La dottoressa mi sprimaccia le tette per cercare di schiacciarle all'interno dell'apparecchio. Il gesto potrebbe sembrare quello di un contadino che munge una mucca: acchiappa, tira e spreme. Da sopra per tutt'e due le gine, di lato per tutt'è due le gine.

Mica finita: ecografia.

L'ecografa è giovane, probabilmente polacca dall'accento. Come la radiologa mi chiede info sul mio trascorso di salute e scartabella gli altri esami che le ho portato. Chiede se ho familiarità per il tumore al seno, dico che no, mia mamma ha avuto un tumore all'utero. Ma essendo certa della mancanza di familiarità per quello, mi sento piuttosto serena.
Scrive sul monitor "Familiarità per K all'utero". MA COME? MI AVEVANO DETTO CHE NON C'ERA FAMILIARITÀ. Uff, non devo bestemmiare.

Procediamo.

Fa i complimenti ai chirurghi di Torino perché la mia cicatrice non si vede dall'esame mammografico, infatti si volta per guardarmi il seno e capire dove si trovi il taglio.
L'ecografia principia. Dopo tanti anni posso dire che l'ecografia è l'esame che mi rilassa di più. Sei sdraiata, cosparsa di questo gel tutto sommato non sgradevole ed essendo io magra di solito non devono premere troppo con lo scanner a ultrasuoni e così mi godo quel piacevole massaggio che ne deriva e, se ci sta, qualche chiacchiera sul più e sul meno.
L'ecografia che preferisco in assoluto è quella al cuore.
Soprattutto se l'ecografo è disponibile e ti spiega le cose.

Non solo sei sdraiato a goderti il massaggio, ma se hai il monitor a portata di vista, vedi proprio il pulsare della vita, e il suono del battito del tuo cuore (e nel mio caso la valvola mitralica un po' prolassata, ma niente di compromettente per la salute).
Il suono del cuore è più o meno questo: pschhtt pssschchttt psschhttt.
Una volta mi sono rilassata così tanto che l'ecografa mi ha chiesto se fossi una sportiva, perché il mio cuore batteva molto lentamente. No, ero solo in fase di relax totale.

Finito, mi chiede di accomodarmi fuori che presto arriverà il referto, "E in bocca al lupo!".

Per farla breve il mio seno è sanissimo, probabilmente lo sono anche io, quindi mi concedo di tornare a casa a piedi (un'ora circa di cammino).

Venerdì mattina probabilmente farò il mio prelievo annuale così finisco gli esami da fare nel comasco, mentre a gennaio mi attende l'ecografia della tiroide e la visita a Torino.

Oggi sono ottimista.

Vista dall'ospedale.