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03 novembre 2025

Com'è strano raccontarsi una sera al Blah Blah

 Che sia chiaro, finirò il diario di viaggio.

Giusto per aggiornare, alla fine non ho vinto il concorso letterario. Sia io che Dado eravamo però in finale e ci siamo divertiti a parlare di ciò che abbiamo scritto, al Blah Blah, durante il salottino letterario del ToHorror.

Qui mostro il mio bellissimo quadruplo mento

Con Andrea Cavaletto (colui che ha letto e giudicato le sceneggiature), sceneggiatore di Dylan Dog (tra le altre cose) e scrittore di un sacco di robine carine.

In attesa di raccontarci

Io che cerco di vincere la mia paura di parlare in pubblico. Più o meno

Qualche giorno dopo siamo andati alla premiazione al cinema Massimo. Il premio era una bellissima mannaia, che peccato non aver vinto. Avrei trovato un posto bellissimo in casa ahaha.





A proposito di casa.

Succede che sta per cominciare, finalmente, dopo 4 anni, la convivenza. Ho il compito autoinflittomi di cercare una casa in affitto, perché qui è piccino per noi e Rohan. Ma non sapevo quanto la situazione immobiliare fosse disastrosa. Così disastrosa che le mie avventure a vedere case e a interagire con gli agenti immobiliari meritano decisamente un post a parte.

Nel frattempo il mio delirio (che ora ha un nome, ADHD) si manifesta nei modi peggiori. La casa è diventata una fogna. Lascio navigare l'entropia finché la situazione diventa insostenibile poi cerco di porre rimedio, ma devo porre rimedio tutto in una volta se no le cose restano a metà (quindi ancora più caos in alcune zone della casa). La cosa che mi pesa di più in assoluto è buttare la spazzatura. Così la accumulo finché non devo dargli un nome e fargli pagare l'affitto. Poi butto tutto (ed è capitato una volta, anche cose che non devo). 

Decido che voglio fare un tipo di foto. Compro un flash da studio (usato, perché sono povera) che resta inscatolato perché la voglia di fare quella foto è passata. Mi dico che almeno devo provarlo che se non funge posso fare un reso. Mi accorgo che il periodo per il reso è passato da un pezzo.

Una sera mi dico che è arrivato il momento. Monto lo stand per i fondali, metto il flash su uno stativo, arrangio il set ma manca un adattatore per il flash.

Lascio tutto montato e lo ordino.

Ma quando arriva il pezzo il sentimento è passato. Solo che non smonto niente perché: e se poi torna?

Quindi sono qui che ogni mattina mi sveglio, vedo la tenda rossa, scavalco il piedino dello stativo per andare a tirare su la tapparella e mi chiedo quanto ci metterò a smontare tutto per poi dirmi "Ah cavolo, potevo lasciare tutto attaccato, così facevo la foto in un attimo".

Restate sintonizzati per il finale (anche se ormai leggiamo solo io e la mia seconda personalità).

07 ottobre 2025

Le trasmissioni riprenderanno il prima possibile

 Non mi sono dimenticata del diario di viaggio, che comunque è lì bello pronto, in forma cartacea. Ma ho come sempre un bel po' di cose da fare, e non riesco a stare dietro a tutto.

Intanto una bellissima notizia: sono finalista di un concorso letterario per il To Horror Film Festival (per una minuscola sceneggiatura, incredibile).

Ringrazio il mio amico Dado per avermi spinta a partecipare (anche lui finalista, per la sezione racconti) e nel frattempo sarò al Blah Blah in via Po a Torino, il 22 Ottobre dalle 19.30, a chiacchierare un po' delle baggianate che ho scritto. Io e Dado saremo presenti nella stessa serata. Vi attendiamo numerosi!



Sono quella del titolone lungo lungo.

26 maggio 2024

I biscotti della discordia

 Dopo il fantomatico digiuno ho deciso di proseguire con la dieta chetogenica, più comunemente chiamata keto. Questo mi ha permesso di mangiare e sentirmi sazia senza prendere un grammo. Sono entrata in vestitini e gonne che non mettevo da secoli. 

L'unica rottura è evitare i carboidrati: #sapevatelo, sono ovunque. Si nascondono in tantissimi piatti e quando si va a mangiare fuori navigano in vari composti incogniti dai nomi più variegati, come salsa dello Chef, sughetto ai mirinzetti spaiati, contorno di pura fantasia primaverile. Lo zucchero, nemico numero uno, è in quasi tutte le salse (senza le quali i piatti cotti della cucina fusion dei finti ristoranti giapponesi non avrebbero più sapore). 

NON SI DOVREBBE FARE UNA KETO FAIDATE, i vari gruppi di fissati impongono.

Esattamente quello che ho fatto, seguendo il mio diktat Sii ribelle - ma solo sulle cose inutili, of course.

Dopo il digiuno e cominciata la keto, il buon Cliff deve aver notato il cambiamento e, conoscendo la mia sensibilità sulla forma fisica, non lo ha esplicitato. Ma ha inziato anche lui la sua guerra silenziosa contro i carboidrati (perdendo svariati kg).

Questo lungo preambolo era necessario per raccontare l'assurda serata di ieri in cui ho lasciato Cliff ai fornelli per fargli preparare una luganica alla piastra con contorno di friarielli mentre io mi dedicavo alla preparazione dei biscotti per fare un tiramisù.

Ricordate la guerra ai carboidrati?

Non potevo usare i classici savoiardi, ma nella keto sono permesse farina di mandorle e farina di cocco, nonché dolcificanti (con parsimonia, il famoso eritritolo che Cliff chiama sempre tritolo). E mentre lui armeggia ai fornelli, io accendo il forno e comincio a mescolare gli ingredienti.

Se c'è una cosa che non faccio mai, è pulire il forno. È un compito che lascio volentieri ad altri (ma vivendo da sola non serve continuare per spiegarvi le sue condizioni). Purtroppo il mio forno contiene vari caduti in battaglia di mozzarelle sciolte e precipitate sul fondo da pizze precotte, formaggi colati, impasti spalmati e ormai carbonizzati in una sorta di crosta nera e dura che non saprei neanche come levare. Ed è per questo che quando lo accendo lui mi ricorda di pulirlo sbuffando un fumo grigio e denso che mi costringe ad aprire la finestra e chiudere la porta che dà verso la camera da letto.

Avendo una sola aria succede a volte che mi capiti di aprire l'unica finestra opposta a quella che dà sulla strada, che però è sulle scale. Tutto abbastanza bene, finché con la coda dell'occhio non vedo un lampeggiante blu dalla finestra della cucina, sulla strada.

Vivo in una zona molto trafficata e le ambulanze sono non all'ordine del giorno, ma all'ordine del minuto. Così confesso di non aver prestato attenzione alla sirena che si era fermata poco prima appena sotto casa. Pensavo che qualcuno si fosse sentito male nel palazzo, così mi sono affacciata e ho visto questo:


Un secondo per fare due più due.

Forno con residui e fumo, molto fumo. Finestra aperta sulle scale. Fumo per le scale. Pompieri che arrivano con sirena accesa.

Il tempo di comprendere questo e sento bussare fortissimo alla porta, come se qualcuno stesse colpendo con il palmo della mano e non con le nocche.

Vi lascio il tempo di immaginare la scena, il rumore di gente che parlotta sulle scale, io in ciabatte e minigonna che intanto avevo fatto in tempo a chiudere la finestra che affaccia sulle scale e che vado ad aprire con aria innocente mentre un vigile del fuoco mi incalza "SIGNORA TUTTO BENE A CASA?".

Con aria innocente replico "Probabilmente siete accorsi per colpa mia, stavo facendo dei biscotti ma il forno fa un po' di fumo perché ci sono dei residui".

Entrano in due, confermano il fatto. Cominciano a spalancare lo spalancabile (in tutto questo Cliff chiuso in bagno perché non stava bene). Spostano il portascarpe per aprire la seconda anta del portone, mi chiedono le chiavi per aprire il balconcino per le scale. Mi chiedono i documenti e compilano un verbale "Mi farete una multa?"

"Certo le arriva poi il conto a casa." risponde quello.

Il secondo pompiere mi fa cenno di no e sorride, io continuo a chiedere scusa imbarazzatissima e non sapendo che fare chiedo se vogliono un caffè. Sono realmente mortificata ma la situazione è così assurda che ho uno strano sorriso stampato sul volto.

Il secondo intanto fa "Non vogliamo usare il sistema di ventilazione elettronica per areare?"

"No, lasciamo tutto aperto. Signora lasci aperto per almeno un'ora, poi però pulisca il forno che qui la gente non sapendo cosa era successo si è preoccupata" - sorride - "Vede cosa succede a fare i biscotti?".

La gente intanto ammassata per le scale chiede "Ma cosa è successo?".

Il pompiere esce: "Tutto a posto, la signorina ha bruciato la cena"

Chiacchiericcio "Oh che peccato". Continuo a scusarmi, se già potevo non stare simpatica per la mia tendenza a non socializzare e il mio aspetto da punkabbestia integrata in società, ora è definitiva la mia esclusione anche dai saluti imbarazzati in ascensore.

I pompieri vanno via e mi lasciano sola a riflettere sull'accaduto e sento per le scale residui di vociare:

"Ma chi è? Son giovani?"

"Sì son giovani (grazie), quella con i capelli viola, no blu, ha i capelli blu"

"Eh succede".

Fine della cena: io e Cliff (finalmente uscito dal bagno) che non riusciamo a smettere di ridere, con finestra e porta d'ingresso spalancate.

Oggi però mi sono sentita un po' una cacca pensando a quanto gli altri inquilini possano essersi preoccupati, così ho finalmente deciso di pulire il forno (nei prossimi giorni) acquistando un prodotto apposito:


Sempre che, prossimamente, abbia ancora una casa.

01 ottobre 2023

Giovine tra i giovini

Ho tante novità che giustificano questo mio piccolo silenzio:
per le mie due settimane di ferie, ad agosto, ho studiato per un test di ingresso universitario. L'ho passato e ora sono ufficialmente (e nuovamente) una matricola. Il test più complesso è stato però riuscire a districarsi nel sito di UNITO e nella burocrazia universitaria, tenere il passo coi 5000 messaggi delle varie chat whatsapp e telegram, superare l'annoso dilemma tra due facoltà che mi piacciono tanto, dover mollare, almeno per quest'anno, il violino.

Per farla breve, mi sono iscritta al primo anno di Scienze e tecniche psicologiche a Torino (avrei passato anche il test a Padova, e mi faceva tanta gola per le lezioni da remoto, oltre che per il fatto si tratti di una ottima università, ma dare gli esami ogni volta laggiù sarebbe stato un problema).

Sono successe anche altre cose e spero di avere tempo e modo di scriverle tutte.

18 giugno 2023

Quel treno lungo 650 km che ci separa

"Hai lasciato il tuo odore sul letto?"

Ecco perché stanotte ero abbracciata al cuscino dove di solito sei tu. Ecco perché non tolgo mai il secondo cuscino, mi dà l'impressione di poter allungare la mano e trovarti. Posso anche sentire il tuo respiro se mi concentro, nonostante il caos che, ora che le finestre sono aperte, arriva da fuori, dalla strada.

Questa notte qualcuno ha accelerato di colpo facendo un rumore fortissimo e mi sono svegliata di colpo, spaventandomi. Ti ho pensato: tu non avresti fatto mezza mossa. E vedendoti così sereno, in quel sonno profondo senza sogni, mi sarei subito tranquillizzata. 

Sopporti la mia insana passione per gli horror, anche se ogni tanto esclami "Ma qui non esplode niente!", non hai mai da ridire sulle mie scelte ma mi appoggi, anche se sembrano scelte un po' bizzarre. Non litighiamo mai, e anche se qualche volta capita di chiuderci nei nostri mutismi, sei sempre pronto ad ascoltare. Non ho mai sentito una tua parola fuori posto, una minima mancanza di rispetto nei miei confronti, nessuna sfumatura negativa. Cammini pianissimo e mi devo ancora abituare, ma so che ogni tanto vai più veloce e che lo fai per me. Adoro starti vicino anche solo quando giochi ai videogames, mentre leggo uno dei 16 libri attualmente in lettura. Sopporti anche le mie lamentele su quanto sono ingrassata e mi fai comunque sentire sempre bella. 

Sogno mille momenti così, pieni di gioia e momenti che solo tu puoi creare.

Divergevano due strade in un bosco
ingiallito, e spiacente di non poterle fare
entrambe uno restando, a lungo mi fermai
una di esse finché potevo scrutando
là dove in mezzo agli arbusti svoltava.
Poi presi l’altra, così com’era,
che aveva forse i titoli migliori,
perché era erbosa e non portava segni;
benché, in fondo, il passar della gente
le avesse invero segnate più o meno lo stesso,
perché nessuna in quella mattina mostrava
sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
dubitavo se mai sarei tornato.
lo dovrò dire questo con un sospiro
in qualche posto fra molto molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, ed io…
io presi la meno battuta,
e di qui tutta la differenza è venuta.

(Robert Frost)










28 maggio 2023

Perdere due chili in due giorni?
Ora puoi!

 Si chiama gastroenterite virale.

Il brutto è che anche se stai a casa non puoi fare altro che cercare di riprenderti, perché sei debolissimo (e nonostante sia stata male praticamente solo mercoledì sera e giovedì, ancora oggi mi gira la testa), e non puoi fare niente delle cose che avevi programmato di sistemare per il weekend. Insomma, un po' uno schifo.

Ieri pomeriggio però non ce la facevo più a stare a casa e anche se fare due passi mi faceva venire il fiatone sono andata da Camera a vedere la mostra di Eve Arnold. Le ho dato priorità perché termina il 4 giugno e mi sarebbe spiaciuto perdermela. Dopo un'assenza dalle mostre abbastanza lunga, ora che ho la tessera musei, non mi spiace ogni tanto guardare qualcosa. Ad esempio se non sapete che fare, alle sale Chiablese di Palazzo Reale c'è una bella mostra su Ruth Orkin.

Ma soprattutto spero il primo sabato possibile, dato che sarei dovuta andare questo ma stomaco e intestino han deciso per me, c'è la mostra su Robert Capa ad Aosta, al Centro Saint-Bénin.

Tutto compreso (anche Robert Capa) nella mia fantastica tessera musei.

Oggi invece, gratis alla Mole Antonelliana la mostra su Stefano Bessoni, La Mole delle meraviglie.

Ci sono andata perché V. ci era andata tempo fa e mi aveva detto "Vai, ti piace sicuro.". In effetti soprattutto un suo disegno


parla proprio di me.

Inoltre è un appassionato di coleotteri, e molti suoi disegni sono dedicati a insetti e a Darwin.

Carina e gratuita, quindi straconsigliata. Ma sono stata brava e non ho comprato né il catalogo della mostra né gli ennemila suoi libri illustrati nonostante fossi tentata.

Per quanto riguarda invece Eve, carico qualche foto fatta alla mostra. Ma come sempre per le foto (che vuoi i riflessi, le luci, le mie foto storte) van viste dal vivo.















Dato che non ho abbastanza libri in lettura, e che con Blackwater (vedi post precedenti), ho ormai oltrepassato la metà, comincio "Il volto del male" di Stefano Nazzi. Sono fan del suo podcast "Indagini" e ho, ovviamente, il libro autografato.


Oggi ho visto un vecchio amico: abbiamo condiviso insieme una chemio e parecchia sofferenza. È strano vederci grandi, adulti, ad affrontare il mondo. Abbiamo la corazza spessa, ma le persone riescono comunque a trovare l'unico punto in cui la corazza è scalfita e ad affondare la lancia, e a ferirci. 

10 maggio 2020

More than a feeling

Non riesco a concentrarmi.
Il mio Poldo non sta bene, era inevitabile. 17 anni e non sentirli, e tutt'a un tratto, sentirli tutti.
I reni che peggiorano, il ricovero giovedì sera con la chiamata della veterinaria che, da quando il nostro veterinario di fiducia ha aperto il suo studio più vicino a casa, segue i nostri cani, ormai il nostro cane. Perché tutti sono passati a miglior vita.
Forse capisco un po' Madre quando dice che non vuole più animali. Sono una delle gioie più grandi ma anche una delle tragedie peggiori quando decidono di abbandonarci. Riceviamo aggiornamenti quotidiani dalla clinica, sta bene, è coccolato, vuole la sua copertina, non mangia se non imboccato.
Poldo, che ho visto nascere. Poldo che ho portato in braccio dal veterinario quando trascinava una delle zampette posteriori e sospettavo (cosa poi confermata) un'ernia del disco. Poldo che ora con la cataratta mi abbaia sempre ma non appena mi avvicino e sente l'odore mi lecca le mani.
Per poterlo salutare, credetemi, ho attraversato un confine e due regioni italiane: in mezzo all'inferno rischiando di non poter né andare da lui, né tornare indietro. E rischiando di non poter più rientrare.
Ma comunque si mettano le cose non potevo permettermi di non salutarlo, so che a lui fottesega, gli animali vivono il presente e probabilmente da bravo cagnolino vorrà andarsene, un giorno, spero ancora più in là di quanto pensi, vorrebbe una situazione tranquilla, in solitudine, senza l'ospedale di mezzo, senza flebo e dottori e senza la nostra presenza.
In un altro post, forse più avanti quando tutto sarà più calmo, racconterò questo incredibile viaggio durato 6 ore, tra esercito, controlli, autocertificazione, mascherina ffp2, guanti, bus, treni (che per pulirli dovrebbero usare il napalm) e una pandemia che non si arresta, non si ferma, e il terrore di non riuscire a tornare, e il terrore di non arrivare.

Ora che sono qui, anche per una visita medica aziendale (nel bel mezzo di una pandemia, oserei dire), penso a come sarebbe bello essere su, in quella casa che sento anche un po' mia, anche con Poldo. Però il Poldo di 10 anni fa aveva quando ancora tutto il pelo fulvo, senza incanutimenti, con quella codina sempre rotta da quando è nato, magari a scarpinare in montagna mentre lui abbaiava a ogni cosa e cercava di catturare le lucertole che puntualmente tentavo di strappargli di bocca. Quelle nanne insieme con lui sempre attaccato. Sul balcone mentre prende il sole fino quasi a cuocersi il cervello.

Quello sguardo sempre felice di vedermi, nessun giudizio, solo affinità.



02 luglio 2019

La svolta a sinistra

Sottotitolo:
Come perdere la pazienza cercando di non far perdere una signora.

Ho le cuffie, sto bene. Sono appena stata dal parrucchiere. I miei capelli erano un disastro, dovevo decolorare solo la radice ma la decolorazione ha fatto un po' quel cazzo che gli pareva, decidendo di colare anche sulle punte e lasciandomi un paglierino che non ha più nulla a che vedere con l'allegro crine.
I Rammstein mi tengono compagnia.

Arriva il 49.
Du hast.

Trovo finalmente posto.
Sonne.

Una signora chiede a un vecchietto dove si trova corso Novara. La signora sembra totalmente sperduta, siamo quasi in Barriera di Milano e quando lei afferma di non essere mai stata da queste parti, il vecchietto con fare da cowboy sentenzia Qui è il Bronx.
Chi ci abita afferma la comodità di non dover cercare spacciatori per nessun tipo di sostanze, a volte basta fermarsi sul portone di casa o se sei più fortunato, scendere un piano.

Mi tolgo le cuffie.
Ci troviamo di fronte a un impasse. La signora vuole andare in corso Novara, e vuole scendere alla prima fermata di corso Novara ma ciò che non sa, e che il cowboy non riesce a spiegarle, è che il 49 percorre Corso Novara - quindi scendere in corso Novara diventa un po' vago.
Signora dove deve andare?
In corso Novara.
Sì ho capito, ma il 49 è già su corso Novara.
Devo andare in via Candelo, mi hanno detto di scendere alla fermata Corso Novara.
Sì, signora ma corso Novara è lunga. Mi faccia controllare. 
(estraggo lo smartphone, imposto Google maps, mi oriento col cielo, sgozzo un gallo nero e faccio un cerchio di sale).
Allora signora, il bus va sempre dritto. Quando girerà a sinistra deve scendere. È la prima fermata dopo aver svoltato a sinistra.
Oh grazie grazie.

Il bus procede dritto.
Devo scendere?
No signora. Quando gira.
Le strade a Torino sono parallele e perpendicolari. Puoi raggiungere quasi ogni punto andando sempre dritto e girando a sinistra o a destra. Impossibile perdersi.
Devo scendere?
No signora, quando gira.

Il bus continua le sue fermate.
Devo scendere?
Signora glielo dico io quando scendere (già trema la palpebra). A un certo punto il bus si immetterà sul controviale a destra e poi girerà in via Bologna, e lì deve scendere.

Altre due fermate.

Scendo?
Mi sento un po' austroungarica e mi guardo attorno per capire se sbaglio qualcosa nel mio modello comunicativo. Dovrei sembrare una cazzo di punkabbestia ma evidentemente ho un aspetto rassicurante. Forse dovrei scollegare le mie eleganti cuffie bluetooth Marshall, scostare i capelli colorati freschi di taglio e piega dal parrucchiere [con trattamento idratante, please] e guardarla dall'alto dei miei costosissimi tatuaggi per farla a sentire a disagio.
No.
Sospiro.
No signora, guardi, ecco è la prossima.
Sorrido felice.
E quindi scendo?
Sì.
Sorrido.
Grazie eh? Grazie tante.

Mi rimetto le cuffie, posso tornare a isolarmi dal mondo.

Diamant.
Poesie.

03 giugno 2019

Storia di un tatuaggio

La formica di fuoco.


Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.

Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.

Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.

Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?

A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.

Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.



Io sono Carla invicta.

Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love

11 novembre 2018

Tajine

"Dai vengo al Gran Balôn allora, riesco a essere lì per le 11"
Guardo l'orologio: sono quasi le 10.
Devo ancora farmi la doccia, truccarmi, sistemarmi, prendere il bus, arrivare.
"Cavoli! Dammi un po' di tempo, mi ci vuole almeno mezz'ora, quaranta minuti per essere lì, più doccia e resto. Secondo me prima delle 11.30-12 non ce la faccio"
"Ti passo a prendere, tanto mi cambia poco"

Leonard sta diventando un ottimo amico. Ormai siamo in sintonia. Lui e Dado sono forti punti di riferimento per me. Del tipo che se conoscessi qualcuno mi chiederei "Ok, Dado o Leonard farebbero mai questa cosa? E quest'altra?"
Una sorta di metro di paragone, anche perché io ormai non sono più in grado di valutare in maniera obiettiva.
In modo del tutto razionale mi sono accorta che uso delle scorciatoie mentali assolutamente arbitrarie e non veritiere (sì sono i fottutissimi Bias, Fry mi direbbe "Hai visto? Te l'avevo detto").

No, Carla, no.

Leonard è il mio bottonologo preferito. Esperto del nulla, collezionista di cose inutili, sensibile come pochi.
Ho 14 euro e questo sarà il mio budget per oggi. Esclama deciso.

Perché al Balôn o al Gran Balôn funziona così: vai con un budget predefinito, altrimenti rischi di lasciarci anche le mutande. Tutto quello che trovi diventa improvvisamente indispensabile. Una macchina da scrivere Olivetti 32, un grammofono del 1945, un videogioco non funzionante per la PS1, un vecchio Dylan Dog a cui manca la copertina, un manuale sulla perfetta donna di casa, un guanto solitario.

Pioviggina.

Gli avevo detto di venire perché trovo sempre tante cose e so che lui è un esperto di prime edizioni e quello sarebbe il suo habitat naturale. Riesce a comprare a 10 euro cose che ne valgono 400.

Immagino un documentario sulla sua vita: "In questo passaggio potete vedere l'habitat naturale di un bottonologo, il mercatino dell'usato"

Prima bancarella: spulcia dei fumetti.
Quanto vuoi per tutti questi? Con una sua mano (che piccola non è) recupera una serie indefinita di volumetti con copertine colorate.
Mhm facciamo 35?
Me li metta da parte, vado a ritirare.

Funziona davvero così, al Balôn.
Funziona che mentre lui ritira i soldi al bancomat penso "Va bhe dai 20 euro li prendo anche io, che non si sa mai, tanto dopo andiamo a mangiare, almeno non devo impazzire a cercare una banca".
E funziona che mentre cammini c'è la solita bancarella con le maschere antigas e Leonard ti dice che occhio, quella è tenuta bene, è della prima guerra mondiale sai.
Ed è qui che viene fuori l'esperto bottonologo.
Vedi le cinghie? Nella seconda guerra mondiale erano in cuoio mentre qui sono in stoffa, ha anche la sacchetta, non è niente male.
"Scusi, quanto viene questa maschera?"
"25 euro"
La guardo.
"Ho solo 20 euro"
"Va bene, prima vendo tutto e prima me ne vado"

La infila nel sacchetto di stoffa insieme a un filtro, mette tutto in un sacchetto di plastica. Leonard mi guarda: "Una bambina felice".

A quanto pare gli unici entusiasti di questo mio acquisto siamo noi due, ed E che ci raggiunge dopo pranzo. Al resto del mondo non interessa. Né comprende perché io voglia usarla per le foto. Né capisce a che cazzo possa servire un oggetto per il semplice piacere di possederlo.

E che i miei 20 euro non siano durati nemmeno 10 minuti.

Alla sua domanda "Dove andiamo? A destra o a sinistra?" rispondo "Che domande mi fai? A sinistra, ovvio"
Ride.

Prendiamo a stomaco vuoto del Vin Brulè, ci sediamo sulle panchine messe lì per gli avventori. Ci saluta un insetto volante nero e giallo.
"Sarà una Polistes?"
"No, forse un Sirfide"
"Non aveva il volo del Sirfide"
"Sarà un'ape?"
"Ma non era pelosa"
"Ce ne sono alcune che non lo sono"
e via così.

Decidiamo di fermarci a mangiare da Al Jazira, è un posto economico e molto buono.
Per 7 euro prendo un'ottima tajine, la carne morbidissima, si scioglie in bocca, la verdura ottima, io che faccio versi da film porno.
"Se lo vuoi sapere questa è la mia faccia da orgasmo"
Ride.

Siamo all'esterno, nel dehor che è un po' rialzato rispetto alla strada. Riesco a vedere il mondo che si muove tra le bancarelle sotto di me.
Sorseggio the alla menta e penso che in fondo questo è un posto dove mi piacerebbe restare, dove ho imparato a vivere con colori diversi, odori e culture diverse dalle mie. Un posto che vorrei che fosse di esempio, tutti dovrebbero passare di qua, il mondo in cui Anna non era una pazza che ballava al ritmo di qualsiasi musica, ma dove era la ballerina ufficiale del Balôn. È un luogo in cui non esiste spazio e tempo, dove non esistono confini o barriere, o forse è tutto solo illusorio.
Ma è un'illusione che fa bene al cuore.

Ci raggiunge E, decide di fare una passeggiata mentre noi finiamo di mangiare. La recuperiamo dopo in stato di euforia perché ha trovato un paio di stivali a 5 euro e una gonna a tubino. Leonard ci saluta, torna a casa.
"Ti serve un passaggio o resti?"
"No resto dai, faccio un altro giro con E".

E è in forma: troviamo dei ragazzotti che suonano, le dico che sono carini, peccato piccoli. "Ma vero" conferma "dovremmo avere adesso 20 anni, ci sono dei fighi della madonna. Ma ora io non lo voglio il ventenne, voglio il quarantenne o il cinquantenne che però se gli si rizza è già un miracolo" e illustra la sua filosofia a due signore che si sganasciano dalle risate.

Torniamo da Al Jazira a prenderci un the, parliamo. Prendo in giro il suo gatto, che è piccino di età ma ha un faccione da criceto che prende provviste per l'inverno. Gli suggerisco di mettergli il mascara a colorargli delle improbabili sopracciglia e di soprannominarlo Pavarotti.

Sta facendo passi da gigante. Da quando l'ho conosciuta sembra un'altra persona.
Lo capisco da una banale frase. "Ho la pancetta, ma non mi importa. A 40 anni un po' di pancetta posso concedermela, alla fine sono magra, vado bene così".
"Ti rendi conto del percorso che stai facendo? Ero già pronta al solito dramma della pancetta e della dieta e della palestra, ma niente"
La abbraccio, sono orgogliosa di lei.

Ci sono comportamenti autodistruttivi che sembrano piccoli e insignificanti, ma come il tarlo rode piano piano il legno facendo fuori in breve tempo intere case, questi atteggiamenti rodono le fondamenta di quella che potrebbe essere una vita serena. Sembra banale ma non lo è: questo è solo il contorno di tanti suoi cambiamenti più radicali e profondi che, sono certa, la porteranno a una vita diversa.

Sta facendo un percorso di analisi importante, faticoso, doloroso. Ma quando la vedo e ogni volta che la vedo, è sempre più luminosa, sempre più bella.
"Sono pure stata dall'estetista e non ho fatto la ceretta integrale. Alla fine è dolorosa e sai che c'è? Qualche peletto me lo posso pure lasciare"

Io ed E ridiamo un sacco, parliamo tanto, e mi è stata sempre molto vicina in questo anno. Anche accompagnando i miei silenzi che sono stati innumerevoli. Anche dietro ai miei secchi Non ne voglio parlare. Non ne voglio più sentire parlare. Siamo due persone complesse e lunatiche, forse per quello ci siamo piaciute subito.

L'accompagno alla macchina, torno a prendere il bus, ho la festa di compleanno di mio nipote.
Salgo sul 4.

Torino è casa mia.

[piccole note di telepatia tra sorellanze. Mi sono fatta bionda. Lo ha fatto anche mia sorella qualche giorno fa e non ci siamo parlate, non ce lo siamo dette. Qualche settimana fa a un evento siamo andate vestite uguali. Inutile dire che solitamente ci vestiamo in modo diverso. Qualche volta sono triste, qualche volta lo è anche lei e non ne sa la ragione]

Canzone del giorno: Slipknot Duality

06 novembre 2018

Va tutto bene, è solo una merda

Oggi ho pranzato con Leonard, l'entomologo.
Mi fa piacere averlo conosciuto, è una delle persone più calme che io conosca. Ma quella calma che ti fa intuire che se mai dovesse arrabbiarsi farebbe a pezzi tavoli, mangerebbe persone, getterebbe bombe a mano e si cucirebbe le ferite da solo (probabilmente appena imparerà a cucire lo farà davvero).
Dicevo, abbiamo mangiato le stesse cose, tantissimo. Eravamo sazi da matti, tanto che se io ero tentata di slacciarmi i pantaloni per cercare di evitare di morire soffocata, lui comunque stava piuttosto bene e dato che di solito mangia il triplo di me ho capito di avere dato il mio meglio in cibo.
Cioè di aver mangiato come una scrofa grassa.
Mi fa tenerezza, lui. Perché come me vive in un mondo tutto suo. Come me e la maggior parte delle persone che conosco. E non è un insulto. Secondo me siamo dei supereroi che vorrebbero salvare il mondo ma non riescono nemmeno a salvare se stessi. Il che fa ancora più tenerezza.
Dicevo dopo aver mangiato come due bufali grassi lui torna al lavoro e io vado a vedere il World Press Photo. Ci ero già stata con un'amica ma era un giorno di festa ed era stracolmo di gente.
Oggi eravamo pochi così ho avuto modo di vedere più e più volte le foto di mio interesse. Capire con che obiettivo erano state scattate. Cercare di leggere le didascalie ma oh, quello non è proprio il mio forte. Lasciarmi andare ai lucciconi e ricominciare da capo.

Non contenta ho deciso di comprare un'altra crema corpo. Quelle che ho stanno finendo e io ho bisogno di qualcosa di un po' più grasso per il corpo, una crema cicciona perché se la pelle del viso è cicciona di suo, quella del corpo ha bisogno di più idratazione.

Così vado da naturasì e subito vengo braccata da una commessa.
"Posso aiutarla?"
"Ehm no, guardi, sto solo dando un'occhiata" (e dentro di me "Ma dove cazzo le avete messe le creme corpo?").
Così cedo, è un male cedere alle commesse, ve lo dico con esperienza. Io le ammiro, loro. Hanno un sacco di pazienza, darei fuoco alla gente per molto meno.
"No scusa, senti, dove sono le creme corpo? Avrei bisogno di un barattolone di crema un po' grassa per il corpo"
Mi segue, mi scruta, mi guarda la pelle delle mani, mi tira su le maniche del giacchino, mi tocca la pelle delle braccia. "Eh ma guardi che non è così secca".
"Bhe sì un po' sì, dopo la doccia ho bisogno di qualcosa di corposo"
"Eh ma rischia di otturare i pori, di impedire alla pelle di creare il film fosfolipidico, insomma poi la fa seccare ancora di più"
La guardo.
Mi guarda.

Mi torna in mente che ho sempre da discutere per avere quello che voglio, pur pagando.
Come quando vado dalla parrucchiera.
"Vorrei solo tinta e piega, grazie, non li voglio tagliare" - anticipando quello che poi, puntualmente, avverrà.
"Ma sarebbero da tagliare un pochino, solo spuntare, un centimetro. Sono rovinate le punte"
Le parrucchiere donne sono andate a lezione da parrucchieri uomini, per i quali si sa, le dimensioni contano e vengono sempre amplificate. Un centimetro di una parrucchiera corrisponde a quasi cinque centimetri reali.
"No, non li voglio tagliare"
"Eh ma poi la tinta non prende sulle punte"
"Me ne assumo la responsabilità, faccia pure" (poi mi chiedono perché me li tingo a casa)
"Eh ma poi non ottiene il risultato sperato"
E così via ad libitum.

"Guardi c'è questa crema che è un po' corposa ma si assorbe subito"
Osservo la scatola verde scuro che sa di prodotto creato negli anni '80. 70 ml, 19 euro. Scritta a lato "Usare solo su parti secche e molto screpolate del corpo ". Sottinteso, se la usi tutti i giorni dopo la doccia su tutto il corpo potrebbe cascarti l'epidermide in toto.
"Ehm no, mi sembra un po' eccessiva"
"Allora, ecco c'è questa Weleda, alla Rosa Mosqueta"
Guardo la scatola, rosa, per pelli da normali a secche, 200 ml 17 euro.
"Sì, meglio"
Mi guarda.
La guardo.

Sono affezionata alla Rosa Mosqueta perché l'olio mi ha aiutata nei periodi post cicatrice dopo il mio primo intervento al seno.

Pago, esco dal negozio, ha ricominciato a piovere. Prendo il bus di corsa, passo vicino a casa sul ponte che da' sul fiume Stura. Il fiume è agitato, fangoso.
È sempre più gonfio.

Un po' come i miei coglioni, se solo li avessi.

A casa, Madre al telefono con qualcuno, esclama "Eh, hanno spento anche i termosifoni, ci hanno lasciati al freddo"
Guardo il termostato: 24,5 gradi in casa. Sono a maniche corte e ho caldo.

Fuori piove più forte.
E piove forte anche dentro.

Canzone del giorno: Deftones Passenger

05 novembre 2018

Il mio fiume in piena

Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.

Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.

È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.

Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.

Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".

Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.

Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.

Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.

Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.

Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.

È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"

Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare.
STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."

Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.

Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.

Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.

Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre

Serracapriola (FG)

A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)



Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)





Canzone del giorno: Daniele Silvestri Ma che discorsi

16 giugno 2018

cleena has quit #satanacorp

Sei preziosa.

Guardo il mio corpo nudo allo specchio. Se fossi un uomo probabilmente mi piacerebbe. È magro, ma morbido.
Accarezzo con la mano destra la curva del fianco, ci sarà una formula matematica che la descrive ma è più bella se toccata con mano.

Sono soddisfatta di quello che vedo: un po' meno del viso. Sto anche quasi accettando il mio povero seno ferito e impari. Sì, per avere 37 anni e non fare praticamente nulla sono fortunata.

Sei sicura di non avere 20 anni?

Quando torno nel mio vecchio quartiere sento un odore particolare, che è un odore di ricordi e di veri amici. Penso a loro e il ricordo si confonde con le immagini del film "Stand by me". Sempre insieme, noi, sempre in pattini per un certo periodo.


Ero l'unica ragazza del gruppo.


Avevo 16 anni, ed era l'estate prima della mia biopsia che rivelò il secondo tumore. Campeggio a Levanto con Alelè e Ivano. Mai andare in campeggio con due ragazzi, loro volevano solo cercare fanciulle e io mi sentivo un ostacolo.
Una sera uscirono lasciandomi da sola in tenda a piagnucolare. Così uscii da sola e conobbi una signora in campeggio che mi invitò a una spaghettata di mezzanotte da lei e dalla figlia, mia coetanea.

Arrivò il ragazzo dello spaccio. Lo avevo visto qualche giorno prima, gli avevo chiesto del burro per la pasta. Mi guardò intensamente e mi disse Offro io. Fisso sui miei occhi. Un viso che i seguaci di Lombroso stanno ancora scrivendoci sopra un trattato.
Chiacchierarono del più e del meno. Lui si allontanò un attimo e la signora mi disse Questo ragazzo ha un problema, scopa troppo.
Tanta schiettezza mi lasciò perplessa. Lui aveva 26 anni, Ivan.
Mi divertii, senza i miei amici, e a fine cena Ivan tirò fuori un gettone della doccia.
Ci facciamo una doccia insieme?
Va bene ma non ero molto convinta.

Non facemmo la doccia ma mi portò direttamente nella sua roulotte. Ivan scopava troppo, a sentire la signora, ma non aveva protezioni. Quindi non facemmo niente e gli raccontai la mia storia.
Dormii lì e l'indomani tornai alla tenda.
Alelè mi fece una lavata di capo che ancora la ricordo. Che erano preoccupati, che non sapevano dove fossi, che lui era responsabile (?) per me. Continuò anche sul treno nel viaggio di ritorno, io guardavo fuori dal finestrino.
Non ne parlammo più, non ne parlai più.

Qualche tempo dopo mi arrivò una lettera da Ivan, non ricordo come mai gli diedi il mio indirizzo, forse aveva espresso l'intenzione di scrivermi. In allegato un braccialetto e una sua fototessera.
Diceva di essersi innamorato, con una grafia infantile, tutta in maiuscolo.
Diceva che pensava al mio intervento e che aveva pianto per me.
Tu para me es una chica mui preziosa.
Mi scrisse.
Hasta luego mio amor Punkarla.
Avevo i capelli biondi alla radice e arancioni sulle punte. Erano quelli, anni (sono questi, anni) in cui a settembre i miei compagni di classe non sapevano come sarei arrivata conciata.

Non ho mai risposto. Non gli ho mai mandato la foto che mi aveva chiesto. Ho indossato il braccialetto fino a quando non mi ha lasciato segni blu sul polso, poi l'ho riposto da qualche parte e lì è stato dimenticato. Come la lettera, come Ivan.

La storia di una canzone.


Avevo 21 anni, forse 22. Chattavo ai tempi su IRC e conobbi tante persone con cui ancora oggi mi sento e che non ho mai visto dal vivo. Internet è cambiato, noi siamo rimasti più o meno simili.
Lui si chiamava Sebastiano.
Un musicista, mi mandava i suoi pezzi e io gli scrivevo le immagini che mi arrivavano, violente, senza alcuna premeditazione. La spiaggia, il fuoco sulla spiaggia, persone che danzano, il buio.
Sebastiano a volte mi chiamava sul fisso di casa, si sfogava tanto con me. Catanese e i capelli lunghi, magro, magrissimo, sembrava un'iconografia di Gesù come ce l'hanno sempre propinato.
A me un po' piaceva Sebastiano.

Lo avevo conosciuto da un tale Angelo che frequentava la stanza #satanacorp, una chat di piccoli hacker. Io ero amica di Hyo, Rubin e Angelo (di cui stranamente non ricordo il nick - ricordato alla fine della stesura del post. Era Green_Beret). Angelo era venuto a Torino da Catania per un hackmeeting e con lui c'erano Rubin e Red_Owl di Parma.

Io ero bionda e carina. Parcheggiai la macchina fuori dalla cascina in cui i ragazzi si erano accampati. Molti di loro si erano portati il computer fisso e giravano con questi enormi case. Si erano collegati a una rete in maniera illegale, ovviamente, e così avevano anche portato la corrente lì dentro.
Io cercavo Rubin.
Le stanze in questo posto avevano nomi particolari che non ricordo. Mi guardavano.
Tra i nerd io ero Penny e ancora Penny non esisteva nell'immaginario collettivo. E mi sentivo tremendamente osservata e fuori posto.

Scusa, conosci un tale Rubin?
No, aspetta. EHI QUI DENTRO C'È QUALCUNO CHE SI CHIAMA RUBIN?
Silenzio. Teste ricciolute intente a guardare fisso il monitor, rumore di tasti pigiati ossessivamente.
No, qui non c'è.

Rubin era molto carino e consapevole di esserlo. Io poi mi presi una cotta per Hyo che non era lì ma che conobbi a Genova in un'altra situazione. Ma questa è un'altra storia. Ora Hyo è un fisico ricercatore coi controcazzi ma sapevo che aveva un cervello della Madonna.
Lui era quello che mi faceva connettere gratis a internet. Quello che mi aveva aiutata al telefono a installarmi linux.

Io, la sapiosessuale già allora, prima che coniassero il termine.

Sebastiano non l'ho mai conosciuto. Ho avuto la possibilità per un periodo perché venne a studiare a Milano come fonico, in una scuola importante e costosa. Ma C mi fece una scenata di gelosia. Sebastiano a quel tempo già non mi interessava più.

Ogni tanto mi mandava dei pezzi non suoi e mi faceva scoprire nuove canzoni.
Mi passò quella canzone che ogni tanto torna nella mia vita (è una ninna nanna, eccola qui).
Ne parlai qui nel mio blog.

A quel post rispose l'autore della canzone con cui sono rimasta in contatto negli anni. Finché non ho chiuso il mio account (cosa che fece anche lui, tralaltro).

In questi giorni ho ripensato alla dolcezza di quella canzone, all'essenza di cui parla. Ho cercato l'autore della canzone di cui non ho più il contatto su facebook. Trovo la sua pagina, gli scrivo. Mi risponde quasi subito.

Certo che mi ricordo, felice di rivederti! Ti ho appena inviato richiesta di amicizia, ho chiuso il vecchio account precipitosamente tempo fa e mi sono perso un sacco di amici. Per accordi e brano nessun problema, ora sono in giro ma appena ho un momento te li mando! 

Gli ho chiesto gli accordi, voglio riarrangiarla in ukulele. Ci penso un attimo.
Gli rispondo.

Non voglio sembrare una stalker, ma ti lascio il mio numero.

Ma che stalker, figurati. Ti lascio anche il mio, nel caso ci smarrissimo ancora tra i flutti digitali.

Io non lascio quasi mai il numero di telefono. Ma siamo in contatto da 12 anni. Seguivo il suo blog che ora non esiste più. Sentivo i suoi pezzi riarrangiati, li ascoltavo nel mio lettore mp3. La sua versione di Alleluja è ancora la mia preferita.

Penso alle persone che sfiorano di tanto in tanto le corde della mia vita, qualcuna suonando davvero qualcosa di importante, qualcuna a margine, come un ritornello stonato e dimenticato.
Poi però qualche nota riemerge, ed ecco il racconto, la storia.

Ecco Franci Omi, uno sconosciuto che ha suonato corde che tornano di tanto in tanto, con quel pezzo e altri suoi.
C'è il calore qui, c'è il tuo odore qui; segni semplici del tuo vivere.

Penso alla storia de Il Grande Omi, che ai tempi comprai anche un libro che ne parlava (anche l'autrice del libro commentò quel post).

Penso ad Hyo e chissà che fine ha fatto Rubin. E Red Owl pieno di paranoie che temeva lo spiassero. E Sebastiano. E Ivan.

E io? Chissà se faccio parte di qualche storia, chissà se ho suonato qualche corda. Chissà se sono rimasta nella memoria di qualcuno, se ho cambiato di un piccolo angolo la traiettoria di vita di qualcuno di loro. Penseranno mai a quella biondina che è arrivata all'hackmeeting quella sera? Si chiederanno che fine io abbia fatto?

Qualcuno scriverà di me nel suo diario immaginario? E che musica mai potrò essere?

red_owl: Oh ma quella cagacazzo che alla fine ci ha portati a mangiare al McDonald's come si chiamava? cleena mi pare.
rubin: Sì cleena che pareva il nome di una marca di fazzolettini.
green_beret: Chissà che fine ha fatto
hyo: Io l'ho vista poi un paio di volte, è anche venuta a Parma a trovarmi
rubin: Ah sì dai, l'avevamo vista anche a Genova, quando giravamo col furgone di tuo padre e ci lavavamo con le bottiglie d'acqua minerale per strada.
red_owl: Era l'hackmeeting del 2003, quanto tempo.
rubin: Va bhe, ciao ragazzi vado a dare la pappa alla bambina, ci si sente.
hyo: Sì anche io torno sul mio progetto.
red_owl: Oggi è pieno di scie nel cielo.
green_beret: Tu non sei normale. IMHO. Vado anche io che lunedì ho un'udienza. È stato bello risentirvi.
hyo has quit #satanacorp
green_beret has quit #satanacorp
rubin has quit #satanacorp
red_owl has quit #satanacorp

cleena has joined #satanacorp
cleena has quit #satanacorp

31 dicembre 2017

Dolce adrenalina

Giovedì 28 ricevo una chiamata dall'ospedale "La chiamo per l'agobiopsia, pensiamo sia meglio farla perché abbiamo valutato le sue precedenti analisi e vogliamo controllare meglio".
Tachicardia.
"Sì, mi dica"
"Le abbiamo prenotato l'agobiopsia per il 4 gennaio, deve portare l'impegnativa del medico"
"No, per fare l'impegnativa per la risonanza magnetica ho dovuto tribolare: il medico non mi fa l'impegnativa se non c'è la richiesta del medico specialista all'interno della quale è presente codice fiscale e numero di iscrizione all'albo del medico che la richiede"
"Mhm, aspetti un attimo, vedo se riesco a fargliela internamente"
Silenzio, cuore che batte.
"Riesce a venire domattina alle 8.30, così le prepariamo noi l'impegnativa? Perché altrimenti la dottoressa non riesce"
"Ah quindi domattina passo a ritirare l'impegnativa?"
"No domattina viene direttamente per l'agobiopsia"
Tachicardia. Controllati Carla, non è niente. Tanto lo sai che avresti dovuto farla. Controlla la voce, non deve tremare, controlla il battito.
"Ok, posso fare colazione? Ci sono raccomandazioni?"
"Ha preso antinfiammatori o antidolorifici negli ultimi 2-3 giorni?"
"No, nulla"
"Perfetto, se ha qualche problema prenda solo la tachipirina 1000. Può fare una colazione leggera. A domani."

Non so come mai non ci penso ma non controllo su internet cosa sia. Forse sono troppo agitata a valutare le mie reazioni presenti che sono sempre troppo esagerate.
O forse no?
Provate a mettervi nei miei panni, queste chiamate e questi esami nel corso della mia vita non sono state mai foriere di belle notizie. Alla fine di questi esami nessuno mi ha chiamata mai per dirmi: "Carla, la chiamo per comunicarle che tutti gli esami sono negativi, lei sta benissimo!"
In genere è sempre stato "DObbiamo fare altri accertamenti"
"Deve venire in tale data per fare questo accertamento"
Concluso con "Purtroppo abbiamo trovato delle celluline maligne e dobbiamo asportare la parte" oppure "Deve venire per un consulto terapeutico".
L'unico nodulo che non mi ha mai tradito, ma è lì da 18 anni quindi non mi spaventa, è quello sulla tiroide. Sarà cresciuto di un massimo di 2 mm in questi anni, è quasi una presenza rassicurante: qualcosa che quando faccio l'ecografia alla tiroide: "Dottore, c'è ancora il nodulino?"
"Sì, certo, eccolo lì"
"Ah meno male."

Quindi ecco il perché della mia reazione. Non potete capirlo, se non avete avuto per tanti anni questo tipo di chiamate. Sapevo sì di dover fare l'agobiopsia, ma il mio cervello ha cercato nell'amigdala i ricordi delle precedenti chiamate, di come sono finite. E il cuore accelera, i pensieri vanno. È così che funziona, ed è assolutamente normale.

Ho avvisato chi potevo e volevo avvisare e le reazioni sono state più o meno le stesse "Bhe meglio, così te la levi".
Capisco anche la risposta, ma vorrei stilare un manualetto di vicinanza per gli amici. Quando accadono queste cose non si vuole essere consolati, si cerca solo vicinanza emotiva. La risposta esatta e corretta è sempre la stessa : "Ti sono vicino".
Lo so, è banale, sembrano le classiche condoglianze che tanto odio. Ma è inutile razionalizzare, queste emozioni non sono razionali. Non si ha bisogno di qualcuno che ti dica "Cerca di stare calma".
Se riuscissi a stare calma, non pensate forse che lo farei?
Seguono anche risposte ironiche, che apprezzo sempre tanto, come il mio amico M, ex compagno del corso java, che mi dice "Son degli stronzi ad anticipare così. Uno ha anche programmi".
Sì ok, mi ha fatto ridere.
C, che sta imparando a conoscermi, mi ha detto semplicemente che era con me.
Gigi vorrebbe essere con me. Lys chiede di accompagnarmi.
Il sardosabaudo mi ha fatto sorridere "Quindi? Vieni lo stesso a cena?".
Una cena è un ottimo modo per pensare ad altro (culurgiones, mammamia che buoni!).

Comunque la notte non è stata tranquilla, non ho dormito bene. E mi sono svegliata presto. Arrivata al reparto di senologia radiologica delle Molinette l'unica cosa a cui penso è di volermi sdraiare nel lettino, ma il pensiero mi agita.
L'attesa è snervante e la sala d'attesa è piena di donne tutte molto più grandi di me. Una donna piange. La privacy non è assicurata in nessun modo. Le dottoresse non hanno uno spazio dove poter parlare con le pazienti e spesso questo viene fatto in corridoio, qualunque referto si abbia in mano. E tutti sentono. Non è per niente bello.

Mi ricordo di internet, cerco la parola "agobiopsia". Consigliano di venire accompagnati. Sono da sola.
Non importa, penso, al massimo chiamo un taxi.

Mi chiamano per firmare il consenso informato. Mi fanno le solite domande di routine, se sono allergica a qualche farmaco, all'anestesia locale, se ho preso antinfiammatori nei 3 giorni precedenti l'esame. La dottoressa mi spiega che faranno una puntura di lidocaina per anestetizzare la parte, allargheranno il buco con il bisturi e faranno entrare quest'ago per, come spiega una mia recente conoscenza, compiere la biopsia tru cut (sic). L'ago ha un'anima in metallo e farà un rumore, uno scatto forte e sarà finito. Faranno 3 prelievi nell'area, metteranno alla fine del ghiaccio perché l'unica controindicazione è la formazione di ematomi.

Firmo, torno in sala d'attesa.

Più o meno mi richiamano alle 9.30. La sala è quella ecografica già vista. La dottorina giovane della scorsa volta (che è anche quella che mi ha chiamato, riconosco la voce insicura e dolce di chi ha ancora non ha il cinismo medico) mi ripete l'ecografia e mi chiede di attendere. Tremo, un po' perché sono agitata, ma ho anche freddo. Mi da' una traversina per coprirmi e mi chiede di attendere. Sparisce.

Tornano in 3. C'è la direttrice del reparto della scorsa volta, la dottorina di prima e un'altra dottoressa giovane. La direttrice ripete l'ecografia e mi dice che quest'area scura non era stata evidenziata nelle scorse ecografie/mammografie/risonanze, quindi è meglio controllare. Arriva l'altra direttrice del reparto, ora sono in 4. Mentre la direttrice numero 1 esegue l'ecografia, l'altra osserva. La tirocinante accende e spegne la luce. La dottorina giovane a un certo punto si dilegua "Siamo troppe, non servo qui".
Io tremo.
"Vedi? È quest'area"
L'altra direttrice annuisce.
"Sono un po' agitata"
"Eh, come facciamo? Vuole andare a prendere qualcosa?
Mentre io immagino una dose potente di tranquillanti, lei mi consiglia una camomilla. Probabilmente dovrei prenderne una vagonata. Dico che no, va bene così.
"Ora sentirà una punturina".

La lidocaina brucia. L'ago nel seno fa male. Stringo i denti. La direttrice però è molto brava, infila pianissimo l'ago, lo osservo mentre entra, sento solo il pizzicore iniziale e da lì mi rilasso. Anche quando inietta la lidocaina lo fa lentamente. Credo che anche la paura abbia fatto.
La paura in queste situazioni è utilissima, l'adrenalina mandata in circolo, ne sono convinta, ha fatto sì che io non sentissi male, che io non sentissi troppo male.
Sfila l'ago.
"Tutto bene?"
"Sìsì, benissimo, dottoressa è stata bravissima, non ho sentito quasi niente!"

Prende il bisturi monouso: vedo tutto, tranne il taglietto che fa. Non sento. Non sento nulla.
Mentre la direttrice numero uno continua a tenere l'apparecchio ecografico sul mio seno, la direttrice numero due infila l'ago per la biopsia tru cut nel seno.
D2: "Qui?"
D1: "No, un po' più su, perfetto così"
La dottorina giovane è pronta a schiacciare il pulsante sul corpo verde e parallelepipoidale della siringa, ma prima mi intima "Sentirà un rumore forte, non si spaventi e non si muova."
"Ok"
TAK
Lo scatto della biro ma un bel po' più forte.
Mettono una strisciolina di circa 5 mm su un vetrino. Sembra carne di pollo, è molto chiara.
"Tutto bene?"
"Sìsì non sento niente"
Ormai mi sono rilassata.

Procedono col secondo prelievo.
TAK.

Si consultano
D1: "Non so se fare un altro prelievo ma lì c'è il muscolo pettorale. Però vedi qui?"
D2: "Sì in effetti non saprei"
"Ma no, io direi che va bene così"
Ridono.

"Sì, va bene così" dice la direttrice numero 1.
"Ora le farà la medicazione, tra due settimane può venire a ritirare il referto"

La dottorina mi mette gli steristrip e una medicazione col cerottone.
"Ora le metto anche il ghiaccio, le verrano delle supertette!"
"Ah non vedo l'ora, guardi!"

"Domani può togliere il cerotto. Non bagni la ferita, gli steristrip si staccheranno da soli in circa 3 giorni. Se ha male usi solo tachipirina 1000, se le viene un ematoma è normale"

Avviso tutti, per me e per il momento, il peggio è passato. Faccio colazione alternativa al bar dell'ospedale Molinette con Lys che mi corre incontro in lacrime.
Nota per il futuro: non sono l'unica vittima delle mie paranoie emotive.
Mi ha portato un melograno, porta bene, "mangiatelo a capodanno".

Sento un po' di male ma per me che soffro di emicranie pazzesche è quasi più un pruritino.
Torno a casa, dovrei fare mille cose ma il calo di tensione mi impedisce di muovermi, sono immensamente stanca.

La cosa buffa è che il giorno prima scrivo al mio medico, il dott. Brignardello per aggiornarlo. Non c'era alcun tono polemico né preoccupato nella mia email, eppure lui mi risponde con un "Capisco il suo disappunto".
In effetti sì, c'era del disappunto, ma non nella mia email. Effettivamente dopo 18 anni deve avere imparato a conoscermi, o forse sa che non è mai bello fare certi esami.

Ora si aspetta, e ancora una volta una piccola cosa mi ricorda quanto è fragile la nostra esistenza su questo pianeta e quanto poco io stia facendo per vivere appieno la mia vita. Questo ultimo anno poi è stato vissuto un po' in ibernazione, in letargo. Letargo delle mie capacità, soprattutto, oltre che lavorativo e tutto il resto. Questa sera festeggerò con alcuni tra i miei più cari amici; auguro per me stessa, per questo 2018, un anno di movimento, un anno di potenziale espresso. Disfare le scatole, trovare un lavoro che sia mio, fare un viaggio (ma meglio più di uno), sentirmi a mio agio e a posto nel mondo.

Poca roba, eh?

Canzone del giorno: Welcome Home (Sanitarium) Metallica