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03 novembre 2025

Com'è strano raccontarsi una sera al Blah Blah

 Che sia chiaro, finirò il diario di viaggio.

Giusto per aggiornare, alla fine non ho vinto il concorso letterario. Sia io che Dado eravamo però in finale e ci siamo divertiti a parlare di ciò che abbiamo scritto, al Blah Blah, durante il salottino letterario del ToHorror.

Qui mostro il mio bellissimo quadruplo mento

Con Andrea Cavaletto (colui che ha letto e giudicato le sceneggiature), sceneggiatore di Dylan Dog (tra le altre cose) e scrittore di un sacco di robine carine.

In attesa di raccontarci

Io che cerco di vincere la mia paura di parlare in pubblico. Più o meno

Qualche giorno dopo siamo andati alla premiazione al cinema Massimo. Il premio era una bellissima mannaia, che peccato non aver vinto. Avrei trovato un posto bellissimo in casa ahaha.





A proposito di casa.

Succede che sta per cominciare, finalmente, dopo 4 anni, la convivenza. Ho il compito autoinflittomi di cercare una casa in affitto, perché qui è piccino per noi e Rohan. Ma non sapevo quanto la situazione immobiliare fosse disastrosa. Così disastrosa che le mie avventure a vedere case e a interagire con gli agenti immobiliari meritano decisamente un post a parte.

Nel frattempo il mio delirio (che ora ha un nome, ADHD) si manifesta nei modi peggiori. La casa è diventata una fogna. Lascio navigare l'entropia finché la situazione diventa insostenibile poi cerco di porre rimedio, ma devo porre rimedio tutto in una volta se no le cose restano a metà (quindi ancora più caos in alcune zone della casa). La cosa che mi pesa di più in assoluto è buttare la spazzatura. Così la accumulo finché non devo dargli un nome e fargli pagare l'affitto. Poi butto tutto (ed è capitato una volta, anche cose che non devo). 

Decido che voglio fare un tipo di foto. Compro un flash da studio (usato, perché sono povera) che resta inscatolato perché la voglia di fare quella foto è passata. Mi dico che almeno devo provarlo che se non funge posso fare un reso. Mi accorgo che il periodo per il reso è passato da un pezzo.

Una sera mi dico che è arrivato il momento. Monto lo stand per i fondali, metto il flash su uno stativo, arrangio il set ma manca un adattatore per il flash.

Lascio tutto montato e lo ordino.

Ma quando arriva il pezzo il sentimento è passato. Solo che non smonto niente perché: e se poi torna?

Quindi sono qui che ogni mattina mi sveglio, vedo la tenda rossa, scavalco il piedino dello stativo per andare a tirare su la tapparella e mi chiedo quanto ci metterò a smontare tutto per poi dirmi "Ah cavolo, potevo lasciare tutto attaccato, così facevo la foto in un attimo".

Restate sintonizzati per il finale (anche se ormai leggiamo solo io e la mia seconda personalità).

16 marzo 2020

L'ultima storia

"Mamma, mamma, mi racconti ancora di quando tu e papà vi siete conosciuti?"

"Ancora? Ma non ti sarai stufata?"

"No dai, ancora una volta, l'ultima."

"E va bene, dai. Era l'anno 2019, gli inverni stavano diventando sempre più caldi e già si respirava un clima da panico per emergenza globale. C'erano tanti attivisti in giro per le strade d'Italia a manifestare. E una ragazzina dall'impermeabile giallo..."

"Greta Thunberg?"

"... sì, lei. Aveva risvegliato una sorta di coscienza globale, i ragazzini finalmente avevano voglia di unirsi per qualcosa di più importante delle occupazioni a scuola per le serrature nei bagni che mancavano, come accadeva quando ero piccina io.
Era, in parte, bello. Sembrava ci si sentisse parte di qualcosa di importante.

Io e papà ci siamo conosciuti prima di quel momento, ma ci siamo avvicinati proprio in qelle giornate, tra le mani che si stringevano nelle manifestazioni, anche se non fisicamente lì, sempre vicini.
All'inizio non è stato facile, tuo padre è una capatosta, come avrebbe detto il nonno, ma alla fine abbiamo trovato una quadra."

"Capatosta?"

"Sì, testardo, cocciuto, ma ci siamo innamorati anche per questo. Diversi e vicini.
Il 2019 è stato un anno bello, considerato l'anno precedente: sembrava di riuscire a respirare un po'. E poi è arrivato il 2020."

"Questa è la parte che preferisco!"

 "Perché ti ricorda tanti quei vecchi film horror che guardiamo insieme. Il casino è scoppiato in un luogo molto molto lontano da qui, a fine dicembre del 2019. Molta gente cominciava a stare male ma non si capivà perché. Facevano fatica a respirare e presto hanno trovato la causa."

"Un virus!"

"Sì, un virus, che sembrava non cattivissimo, o forse le notizie arrivate qui non erano preoccupanti. Tant'è che abbiamo continuato a viaggiare, uscire, fare la nostra vita."

"E poi?"

"E poi, come tutti gli ospiti indesiderati o inattesi, è arrivato. Portato dagli aerei, dai turisti, dai treni, e presto eravamo circondati. Ma sottovalutavamo ancora il problema. Mamma ad esempio andava a fare aperitivi con le amiche, brindando con la birra Corona. Che per noi era una semplice influenza, così pensavamo. Poi l'esplosione."

"Come una bomba?"

"Più o meno, ma senza rumore. Si era scoperta l'alta infettività, qualcuno diceva che una volta preso, ci si poteva reinfettare. Così nessuno ha cominciato a sentirsi al sicuro. La nostra nazione è stata chiusa, prima un paio di regioni, poi tutta l'Italia. I voli sospesi. La vita come la conoscevamo è stata modificata. In quel frangente io mi trovavo con papà e lì sono rimasta, muovermi sarebbe stato complicato. Non potevo tornare a casa perché la Nonna aveva un'età a rischio. Le persone non potevano uscire e facevano piccoli concertini dal balcone, soprattutto nelle grosse città. Io e papà in quel paesino stavamo insieme e continuavamo a fare tante cose in attesa che la situazione si sbloccasse. E da lì non ci siamo più separati."

"E poi sono arrivata io."

"Sì, tutto era rimasto sospeso, alla fine le persone si sono stancate. Il disordine sociale ha avuto la meglio, per un po' ha regnato l'anarchia, qualcuno è uscito nonostante gli avvertimenti, qualcuno è rimasto chiuso in casa un po' per paura del virus e un po' per la violenza dilagante. Gli stati che sono partiti con l'isolamento e la quarantena dopo di noi hanno portato altri infetti e così via. Ci avevano sconsigliato di avere un figlio in quel momento così delicato e avevamo tanti dubbi anche noi, ma c'era pressione da parte dello stato per avere figli, perché stavamo diventando pochi, poi sai, sei una bambina speciale."

"Perché io sono immune."

"Già, perché tu sei immune a quel virus e quindi devono capire come puoi aiutare gli altri"

"Per quello sono qui, per aiutare tutti."

"Per quello sei qui"

Tolse il dito dal citofono perché cominciava a farle male. Tanto lei stava già dormendo, poteva vedere attraverso il vetro che li divideva il petto alzarsi e abbassarsi in modo regolare. La tuta con respiratore a cui era attaccata le cadeva pesante addosso e non vedeva l'ora di togliersela.
"Non sospetta nulla?"
"Sembra di no, crede sempre che io sia la madre"
"È dolce che le racconti la nostra storia, potrebbe darle un po' di speranza. La rende coraggiosa."
"È ingiusto, non etico, e lo sai."
"Il mondo ha pochissime speranze di tornare com'era, non abbiamo altra scelta"

Lungo quel corridoio, ogni giorno più lungo, le finestre mostravano un luogo diverso rispetto a qualche anno prima. Gli alberi non più potati e i rampicanti avevano preso possesso di ogni palo, ogni muro, ogni auto, ogni oggetto.

"Domani tocca a te il racconto del pisolino post prelievo. Ah, e ci serve ovviamente un nuovo campione di sangue"
Segnò una nota sul calendario:  Ratto 00842 non reagisce agli stimoli immunitari. Soppresso.

Era il 20 maggio 2040.

06 febbraio 2017

L'attesa

Da dove arrivava non si sa, forse era portato dal lieve vento autunnale. Nulla di troppo freddo, nulla di caldo. Un vento che ha il solo pregio (pregio?) di arruffare i capelli nel modo più fastidioso possibile. Eppure era lì.
Faceva freddo e c'era dell'acqua. Salata, dolce, ha importanza?
L'attesa.
Non so cosa sia per voi l'attesa; a tratti mi rende triste, come se quel qualcosa o qualcuno ritenesse poco importante la puntualità di un appuntamento e quindi, me.
Ma l'eccitazione era forte. Lei lo attese.

Lo attese finché non spuntò da dietro un angolo. La piazza, il fresco, il calore dell'abbraccio. Null'altro.

Quegli occhi scuri profondi che a tratti la scandagliavano, la studiavano ma lei cercava di non abbassare lo sguardo.
Due forze che si incontrano, due mine vaganti, nessun tipo di equilibrio.
Eppure lei lo sapeva che se mai fossero andati oltre si sarebbero incrociati in quel preciso punto, nella metà perfetta.
Perché due forze uguali e contrarie si annullano generando un equilibrio tra le forze. Generando lo zero, il punto perfetto, l'armonia.


20 luglio 2011

Libera.

Fruscc, fruscc.
Che rumore fa il vento? Secondo me questo. Fruscc fruscc. C'è pace e quiete e un po' ti invidio. In fondo te non ci volevi rimanere su questo pianeta. Non hai mai dato l'impressione di combattere per rimanere tra noi. Ti sono sempre piaciuti gli eccessi e ora eccoci.
Mi sento un po' in colpa perché è tanto tempo che non passo a salutarti. Potrei addurre mille scuse, ma la verità è che non me la sentivo. Non credo nella vita dopo la morte e mi sono chiesta: cosa vado a fare? A pulire i tuoi fiori finti?
Sì lo so che alla fine l'ho fatto. E ti ho rimesso a posto anche la rosa bianca secca che pare abbia messo Chicco. Te lo ricordi Chicco? Sì lui sta bene, si è sposato e ora vive a Pescara. Ho saputo che è passato a trovarti.
Ci sono un sacco di cose che vorrei dirti.
Più che altro è passato tanto tempo. Sei andato via che mi dovevo ancora diplomare. Bhe sappi che non me la sono cavata male. Dopo il tuo "E' passata appena con la sufficienza" detto a mia sorella quando ti aveva riferito che ero passata per la qualifica professionale con 67, alla maturità sono passata con un bel 91.
Tanto lo so che cosa avresti detto. Quello che dicevi sempre quando prendevo un bel voto, ovvero che da un albero di mele non può uscire una pera. Però mi avrebbe tanto fatto piacere un minimo di sostegno. Una volta ogni tanto, così. Comunque se ti può consolare nemmeno la mamma da' tante soddisfazioni. Dev'essere una cosa del sud quella di non esprimere affetto ai figli, altrimenti ci si sente deboli e vulnerabili. Chissà.
E' passato tanto di quel tempo papà.
Io dopo il diploma ho pensato bene di fare l'università ma è durata poco. Il primo anno, anzi i primi due ho avuto bei voti, ho ottenuto la borsa di studio, ma poi ho lasciato perdere, ho cominciato a lavorare. Io e Chicco ci siamo lasciati lì, credo, al primo anno di università, o al secondo, non ricordo.
Ma cosa ci sto a fare qui, sei lì mangiato dai vermi, non mi starai certo a sentire.
Che pace che c'è qui. Mi piacciono molto i cimiteri, ogni tanto entro in qualche cimitero a caso. E' il luogo dove davvero si pensa "mammamia come riposano in pace".
Ogni tanto penso che mi manchi. Ma solo ogni tanto. Avevi un caratteraccio terribile, sappilo. Vivere con te non è stato facile.
Ma dopo tanti anni ho capito. Non è stato facile nemmeno te vivere così. Fare la vita che non volevi fare, con due figli che probabilmente non volevi avere. E poi la responsabilità di mantenere una famiglia, gli straordinari al lavoro, la salute che insomma. Io lo capisco.
Però mi ci è voluto tempo e non sei in vita perché io possa dimostrartelo.
Che fatica stare qui, coi lucciconi agli occhi, io detesto piangere. Ma qui non c'è nessuno.
Dopo l'università ho lavorato, ho viaggiato, ho amato.
Ho vissuto in altre città.
Questo non mi sarebbe stato possibile se tu fossi stato qui. Me l'avresti impedito, e io mi sarei sentita in colpa perché lo avresti fatto pesare a mamma. O forse lo avrei fatto comunque, chissà. Ora sono a Bologna, sono qui a Torino in questi giorni perché sto dando degli esami per il corso Java che ho seguito in questi mesi. Sta andando anche inaspettatamente bene.
Forse saresti stata orgogliosa di me, forse no.
Qualche anno fa presi anche lezioni di violino. Sai quanto mi piaceva.
Poi smisi, arrivo a un punto quando, bhe sai. Poi smetto.
Il mio insegnante diceva che era un peccato, perché sono portata. Mi dava pezzi più difficili di queli che dava ai miei compagni. E' anche un violinista famoso. Ma smisi.
Era solo per dirti, magari la bravura nella musica me l'hai passata te. Chissà se nel DNA ci sono queste cose. Ora però devo dirti una cosa importante.
Per tutti questi anni mi sono sentita enormemente in colpa nei tuoi confronti. Non sono stata una buona figlia. Non ho dato grandi soddisfazioni. Però ora lo so, non ero io. Non è stata tutta colpa mia. E' vero io non ci sono stata quando sei stato male. Ma durante le mie chemio non sei venuto in ospedale. Forse una volta, forse due. Ma ero sempre io, con mamma e Vi.
Per questo un po' ti devo ringraziare, ho imparato a cavarmela da sola, a non aspettarmi favori. Nemmeno quando ho incidentato: solo due persone si sono seriamente offerte, ma ho rifiutato perché potevamo fare da sole io e RagnoB.
Però volevo dirti, la colpa non è stata tutta mia.
E poi che insomma. Ti perdono.
Ora sei libero, ora sono libera.

Canzone del giorno: Here With Me Dido


Favola del giorno: L'Inverno e la Primavera di Esopo
La Primavera e l'Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite a trovare la corretta armonia per andare d'accordo. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando compare una deve umilmente ritirarsi l'altro.

Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la giovane signorina Primavera. L'anziana stagione, con quella sua aria sapiente prese a dire: "Mia cara amica, tu non sai essere decisa e determinata. Quando giunge il tuo periodo annuale, le persone e gli animali ne approfittano per precipitarsi fuori dalle loro case o dalle loro tane e si riversano in quei prati che tu, con tanta premura, hai provveduto a far fiorire. Essi strappano i giovani arbusti, calpestano senza pietà l'erba e assorbono ogni sorso di quel sole splendente che, col tuo arrivo diventa più caldo. I tuoi frutti vengono ignobilmente raccolti e divorati e infine, con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace. Invece io incuto timore e rispetto con le mie nebbie, il freddo e il gelo. La gente si rintana in casa e non esce quasi mai per paura del brutto tempo e così mi lascia riposare tranquillo".

La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose: "Il mio arrivo è desiderato da tutti e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare cosa significhi essere tanto apprezzati. E' una sensazione bellissima che non potrai mai provare perché con il freddo che porti al tuo arrivo anche i cuori più caldi si raggelano". L'inverno non disse più niente e si fermò a riflettere. Forse, essere ammirati ed amati dagli altri, poteva anche essere una bella sensazione.

Per ottenere rispetto ed amore non serve utilizzare la forza ed incutere paura invece i migliori risultati si ottengono con la bontà a la sensibilità.

14 luglio 2011

Ho saputo con estrema felicità che entrambi i blog vengono letti da alcuni miei compagni di corso e che i racconti sulla "monnezza" sono piaciuti tantissimo.
Ebbravi Iolao Badguy e Me.

11 luglio 2011

R'acconti

Come forse avevo già accennato, io e BadGuy ci siamo divertiti a scrivere dei racconti su un tema scelto da noi. In questo caso il tema, l'ho scelto io, era la monnezza.
Ed eccovi i racconti:

Carla

Una questione di cestino

E’ difficile spiegare come sono arrivata a questo punto, come sono arrivata qui, in questo ospedale, e perché io mi senta così intorpidita dalla luce che mi viene sparata sugli occhi per verificare cosa poi? Forse il fatto che io sia viva.
I ricordi si intrecciano nella mia mente, come fotografie sfuocate mescolate in un cassetto. E’ troppo difficile riordinare. E’ troppo complicato ricordare. Ma devo provarci.

1° giorno.
E’ il mio primo giorno di lavoro e sono entusiasta. Ci sono immagini non definite ma so per certo che ho cercato di socializzare. E mi ricordo il caffè del bar. Non era buonissimo ma per me i caffè sono tutti uguali. E poi ovviamente la mia scrivania, un po’ isolata dagli altri ma meglio. Nessuno mi romperà le scatole se scarico la posta ogni tanto, se mi infilo le dita nel naso, se scrivo sul blog.
Così mi viene un attimo fame e tiro fuori dalla borsa la mia merendina. Noto però che sotto la mia scrivania non c’è il bidoncino della spazzatura. Cosa buffa, perché nemmeno sotto la scrivania accanto alla mia. Penso che sia normale, in fondo queste due scrivanie prima del mio arrivo erano vuote, così mi alzo alla ricerca di un cestino e lo trovo sotto alla scrivania di M.
M. è l’unico autoctono tra i miei nuovi colleghi, gli altri arrivano tutti da fuori: fa un po’ il boss ma sembra simpatico. Mi chino a lanciare l’involucro del mio pasto all’interno del sacchetto scuro ma ecco che nell’aria avverto qualcosa.
Vi è mai capitato, nel silenzio più totale, di accorgervi di sentire qualcosa, una presenza? E di girarvi e accorgervi che, nonostante il silenzio e la mancanza di altri indizi, quella presenza è davvero lì. E quanta inquietudine quando invece vi voltate e non vedete nessuno alle vostre spalle? Fermate quella inquietudine, fissatela. E’ quella che provo ora. Il silenzio è totale e quando mi volto tutti mi stanno guardando. La mia risatina isterica li scuote un attimo: mi sento in estremo imbarazzo, ma la cosa finisce così. Nessuno ne parla più e ognuno torna alle sue mansioni.
2° giorno.
Non è che ci sia tanto da fare. Quando mi hanno assunta non avevano previsto che ci sarebbe dovuto essere qualcuno ad affiancarmi. Ma non può nessuno perché sono tutti molto impegnati. E io non so cosa chiedere e a chi chiedere. E’ una questione di timidezza penso. Non voglio disturbare, non voglio passare per ignorante, non voglio che uscita da quella porta qualcuno possa pensare male di me. E’ che quando sono nervosa mangio, e non so ancora dove posso buttare la mia spazzatura, dato che continuo a non avere un cestino.
Mi ricordo la strana sensazione provata il giorno prima ma mi convinco che si trattasse solo di una mia impressione, quindi mi alzo e cerco. M. mi guarda malissimo ma non capisco proprio come mai, così mentre passeggio con lo sguardo basso, cercando il famoso unico cestino di tutto l’ufficio, mi sistemo i capelli, eterna fonte di preoccupazione femminili - è il primo pensiero quello dei capelli, quando qualcuno ti fissa.. Peccato che il cestino non sia più sotto alla scrivania di M. “Scusate ma qui c’era un cestino, dov’è finito?”.
Nessuna risposta. Metto in tasca l’involucro della mia merendina e lascio passare quella stana sensazione.
3° giorno.
I miei colleghi sono proprio simpatici, in uno scherzo mattutino mi hanno staccato e scotchato tutti i cavi del pc facendomi perdere un’allegra mezz’ora. Sono qui da molto poco ma mi trovo davvero benissimo. Lo faccio presente anche a loro che mi massacrano di battute e devo dirlo: sono stata davvero fortunata. Appallottolo tutto lo scotch e mi metto nuovamente a cercare il cestino che, oggi, è in un angolino dietro l’attaccapanni, parzialmente coperto dai vestiti. Solo che quando mi ci avvicino succede qualcosa. Qualcuno, che in quel momento si trova dietro di me, mi da’ una lieve spintarella in avanti e per poco non cado. Ma quando mi giro non c’è nessuno. Mi chiedo davvero cosa ci sia legato a questo stupido cestino. Forse una questione di leadership. Per allentare la tensione sorrido a come possa essere possibile collegare questa parola a un semplice sacchetto della spazzatura. Ma ho un piano B.
4° giorno.
Appena arrivata poso la mia borsa sulla scrivania, saluto e vado ai piani alti. Infatti il mio ufficio, o meglio open space, è al primo piano ma al terzo ci sono i supercapocci. C. mi accoglie nel suo enorme ufficio semivuoto. Gli spiego la situazione, del cestino, della strana sensazione, e in un attimo mi sento stupida, si metterà a ridere, penso. Invece mi guarda con aria grave, appoggia la schiena sullo schienale in pelle nera della sua poltrona e unisce la punta delle dita delle due mani in un gesto pensieroso. Poi cambia atteggiamento: “Suvvia, che sarà mai? Si tratta solo di spazzatura. La getti fuori”.
Non conosce la frase “è una questione di principio”, ma che principio può legare spazzatura, ufficio e astio?
Lo saluto e decido di passare a un’altra strategia. In pausa pranzo vado al supermercato qui sotto e compro un bel cestino. Entro trionfante in ufficio portando tra le mani il cestino già corredato di sacchetto. Silenzio.
Lo poso sotto la mia scrivania ed esco a mangiare.
Peccato che, una volta tornata, trovo il mio cestino completamente distrutto. E’ in mille pezzi, e non ho nemmeno idea di come possano essere riusciti a ridurlo così. Non so come mai ma mi sento così frustrata, così impotente. E tutto per uno stupido cestino. Non so cosa mi è preso, ho cominciato a girare per l’ufficio, quasi correndo, nervosa, per cercare quello stupido oggetto di contesa. M. fa come per alzarsi mentre io sollevo il cestino e comincio a urlare “E’ per questo vero? E’ solo per questo? E’ solo un cazzo di cestino” e, sollevatolo sopra la testa comincio a vuotarlo per terra mentre M. mi corre incontro e F. lo segue a ruota. In poco tempo ho due persone a tenermi ferma. E davvero non so cosa sia successo, comincio a sbattere qua e là il cestino per romperlo ma non riesco, M. e F. sono due uomini, grandi e grossi, eppure fanno fatica a bloccarmi così, anche se poco, mi rimane un po’ di movimento.
In un impeto di rabbia, o follia, o non so cosa, prendo le forbici che trovo sulla scrivania di I. e le pianto in pancia a M. che finalmente molla la presa. Ora tocca al taglierino, che uso per sgozzare F. Non capisco più quale sangue mi scorre addosso mentre loro scivolano via da me e cadono a terra, in una pozza rossa. Con la forbice ripresa dal ventre di M. comincio ad “accoltellare” il cestino e giuro, mi pare di aver sentito uno strano suono provenire da lì.
E mi sembra di aver visto qualcosa fuoriuscire dalla plastica, un liquido, come se quel cestino non fosse solo un pezzo di plastica, ma come se avesse dei fluidi vitali dentro di sè.
Questo è quello che ho detto, quando l’ambulanza mi ha portata via.
Questo, ma loro non mi hanno creduta. E ora qui, tra morbide pareti bianche, non ho più bisogno di un cestino. Non più.

BadGuy

Monnezza

Il vestito di seta bianco era sul letto, un semplice velo, quasi trasparente, dell’eleganza che solo i disegni più
semplici possono avere. Quasi galleggiando nella luce soffusa, si avvicinò al letto e indossò l’abito sulla pelle
nuda in modo che cadesse perfettamente a disegnare le sue forme. Acceso lo specchio olografico, Karima
spostò con una mano i capelli corvini e sorrise maliziosa alla sua immagine 3D, poi, con un gentile gesto
delle dita, fece ruotare la figura olografica ed osservò compiaciuta il tessuto che le incorniciava la schiena
e le accarezzava le gambe. Tutte le sue insicurezze sparirono per un attimo in quel sensuale vestito che la
faceva sentire finalmente donna e ripeté a se stessa che, davvero, davvero era stata fortunata .

Seguita dalla microcamera dello specchio olografico andò a spostare le lunghe tende di morbido nylon
lasciando che un fascio di luce accendesse la polvere sospesa nell’aria, avvolgendo l’ologramma di una
superficie brillante e illuminando il suo primo incredibile regalo di nozze.

Era un one-way magic- hole costruito in un prezioso mobiletto di mogano sovrastato da un piccolo vassoio
dorato. Si trattava, anche tecnicamente, di un modello del tutto particolare, che, invece di usare il sistema
standard di distribuzione, quello giù al porto, lasciava passare direttamente gli oggetti dalla terra!

In quel vassoio, una settimana fa, era comparso il secondo regalo: un anello d’oro con un rubino: due
materiali rarissimi che, se mai qualcuno gli avesse dato un prezzo, sarebbero probabilmente costati più del
castello stesso.

Dietro al mobiletto stava appeso un modesto calendario di carta riciclata con un cuore disegnato a
pennarello rosso sul 3 di dicembre: era il suo diciassettesimo compleanno; come diceva spesso a suo padre,
il pretore Hosnisayiddi Ibrahim, troppo tardi per sposarsi.

Scalza, come voleva la tradizione, uscì sulla scalinata esterna, si fermò e, lasciandosi accarezzare dal fresco
vento invernale inspirò percependo il familiare odore dei cantieri. Oltre le mura osservò il suggestivo
paesaggio di cangianti polveri cristallizzate, vivide come una distesa di ghiaccio al sole. Quello sarebbe stato
il suo regno. Per qualche istante lasciò i grandi occhi grigi liberi di inseguire i corvi che disegnavano neri
cerchi attorno alle torri maestose riflettendo su quanto stava per succedere.

Mancava poco più di mezz’ora, molti degli operai dei cantieri avevano avuto giornata libera, al piano di
sotto il castello sarebbe stato già in fermento e suo padre, ne era certa, era già lì a controllare che ogni
ingranaggio del meccanismo organizzativo facesse esattamente il suo dovere.

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La sala riunioni, all’ultimo piano del grattacielo Mediahole, non spiccava certo per originalità ed avrebbe
avuto probabilmente bisogno di una rimodernata. Era di forma ellittica ed un vecchio DVI, dispositivo di
visualizzazione interattiva, ora in gran parte spento, ne costituiva di fatto l’unica parete. Lo schermo era
interrotto solo dalla porta a scomparsa con il grosso pulsante rosso e dalla grande vetrata sull’immacolata
distesa di neve. Lo spoglio arredamento contemplava il grande tavolo centrale, le sedie, un one-way magic-
hole a forma di cestino e un appendiabiti con due pesanti cappotti.

Silvius sedeva semisdraiato su una delle sedie, con la cravatta slacciata, ma si trovava, visibilmente, in uno
stato d’animo tutt’altro che rilassato:

-Sono stanco Giulius, questo è un impegno gravoso per me, non ho più l’età per fare queste cose.

Giulius, nel raffinato smoking verde si levò gli occhiali sporgendosi su Silvius ed indicò la zona del DVI
accesa:

-Troppo vecchio per quella pollastrella là eh? E’ Sicuro? Guardi che vestitino!

- Dai non scherzare sempre, dovremmo davvero trovare qualcun altro..

-Ma no, è solo nervoso, è il giorno delle sue nozze, è normale!

-Non è questo, non è la prima volta, sii serio, lo sai.

-E’ questo che vuole? Sarò serio allora. Quest’impero ha della necessità diplomatiche ed economiche: ci
sono venti regioni su Monnezza. Venti. Molte sono allo stremo e alcune hanno tentato una rivolta. Grazie
al portale, la loro regione ha assunto un evidente ruolo di leadership e deve rimanere sotto il più stretto
controllo. Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia: qui da noi la produzione è proporzionale ai suoi
scarti e se non si dà la possibilità di eliminare ciò che viene prodotto il mercato si saturerà di nuovo e noi
finiremo col culo per terra!

Silvius appallottolò la brutta del suo discorso e la gettò nel one-way magic- hole. Solo una sottile vibrazione
rese percepibile lo smaltimento.

- No, finiamo lì dentro, non per terra: abbiamo venduto l’anima al diavolo per averlo ed è finito tutto, tutto
lì dentro, da questo foglio ai miei processi, dalla spazzatura nelle discariche alle scorie radioattive, dalle
persone in eccesso alle bottiglie di plastica.

- Il one-way magic- hole ha salvato il nostro impero, non c’erano alternative, lo sa: avevamo esigenze
immediate e abbiamo ancora bisogno di denaro.

-Sì, il problema è che non c’è niente di magico, la materia non si crea e non si distrugge… al limite puoi
spedirla in un altro posto..

-O in un altro tempo… Ma non è questo il problema, il problema è che al di là del tunnel è nato un altro
mondo complementare al nostro. Monnezza lo chiamano i giornalisti, ma deve essere gestito, con la sua
religione magic-hole centrica, con il suo governo ombra…

- … e con le sue cazzo di principesse. lo so, ne abbiamo bisogno Giulius, ma questo non vuol dire che debba
anch’io passare i miei giorni in quella pattumiera!

-Si tratterà solo di qualche giorno ogni tanto, anche su Monnezza, tutti sanno che sei un uomo importante e
che hai mille impegni..

-Già troppi impegni, ma adesso è ora di andare, o faremo aspettare la sposa.

Ad un leggero tocco del pulsante una scritta verde “TWO-WAY” sembrò sollevarsi dalla superficie del DVI
mentre Giulius prendeva i cappotti dall’appendiabiti.

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Ḥosnisayyiddi era in cucina, con la tunica ufficiale e lo sguardo severo da pretore a tempo pieno, ma
Karima riconobbe subito la malinconia nascosta dietro l’abituale maschera paterna e corse ad abbracciarlo.

- Allora tesoro, come stai?

Karima sembrò formare un pensiero alternativo per un secondo, ma poi :

-E’ un uomo saggio e affascinante papà, è così simpatico quando racconta le sue storielle col suo buffo
accento terrestre, guarda, ho messo l’anello che mi ha mandato!

- Avrai grandi responsabilità, Karima, e dovrai saper usare al meglio le abbondanti risorse che ci giungono
dalla Terra.

- Già, ora però sto solo morendo di fame: ieri non sono riuscita a mangiare niente e sono a dieta da due
settimane!

Ḥosnisayyiddi, prendendo un vassoietto incelofanato dalla dispensa:

- Vuoi una pera?

- Me la sbucci tu papà?

Il pretore, aperto il pacchetto, pulì due pere mature con un panno e dopo averle divise in quattro spicchi
iniziò a sbucciarle per lei come aveva sempre fatto da quando era bambina, poi porgendole una fetta
matura e zuccherina:

- Assaggia questa principessa, scade tra due giorni. Quest’altra oggi. Non solo si possono mangiare
benissimo, sono squisite… Ma adesso andiamo o ti farò fare tardi!”

Karima entrò nella cappella stringendo la mano del padre, era la sala più ampia e importante del
castello, da bambina ne aveva sempre avuto un misto di paura e rispetto: ogni volta che accadevano
avvenimenti eccezionali c’era sempre qualcuno che usciva di li per dirgli cosa dovevano fare, ma la cosa più
impressionante era decisamente vederli tornare indietro sulla Terra.

Visto il suo ruolo a corte era abituata a vedere oggetti di ogni tipo comparire dai normali one-way magic-
hole: addirittura una volta, ai grandi cantieri Mediahole giù al porto, aveva visto la carcassa di una nave
uscire da uno degli enormi distributori principali, ma solo in quella cappella aveva visto persone ed oggetti
risalire magicamente la corrente del tempo verso la Terra.

L’ambiente, silenzioso, era debolmente illuminato da alte feritoie e dal fascio di raggi laser ad alta potenza
che chiudevano il portale. Due file di panche erano già gremite di invitati e, nel corridoio centrale, grosse
riproduzioni di animali terrestri, ormai da tempo estinti, digrignavano i denti ricordando ai fedeli quanto
poteva essere spietata la natura. Il grande pavimento di plexiglass nero piegava in leggera discesa verso il
portale temporale, dando a tutti la possibilità di assistere indisturbati all’avvenimento.

Quando dalla Terra fu abbassato il fascio di laser l’imponente portale parve fluttuare leggermente sul suo
altare in un sommesso ronzio, quasi che tutto quel legno tempestato di gemme potesse balzare in piedi da
un momento all’altro ed inghiottire l’intero castello.

Entrò prima Giulius, avanzando spedito verso l’officiante, con la ventiquattrore in mano e i due soprabiti
sull’altro braccio. A Silvius, invece, appena uscito dal portale, quasi si piegarono le gambe. L’odore dell’aria,
aspro da togliere il fiato, e il caldo asfissiante lo avevano colpito come un pugno allo stomaco. Cercando di
riacquistare lucidità focalizzò Ḥosnisayyiddi nell’istante in cui lasciava la mano della principessa.

Karima era esattamente quello che sperava: gli occhi di un cerbiatto impaurito e il corpo giovane e perfetto
che aveva visto dal DVI, sorrise compiaciuto e – Mi ci abituerò, anche stavolta – si disse semplicemente.

Lei lo vide entrare ed improvvisamente era vecchio. Non anziano, non saggio, come aveva creduto, ma
semplicemente, umilmente, vecchio. Altrettanto improvvisamente il suo regno e le sue responsabilità
furono avvolte da una densa nebbia, mentre la mente vacillava al pensiero che forse sarebbe dovuta
fuggire e che anzi nemmeno avrebbe dovuto essere li…

Ma…

O era forse era solo quello che passava per la testa di ogni ragazza al momento di salire sull’altare. E poi
tutti sapevano che entrare nel portale sarebbe stato fatale, che solo chi veniva dalla Terra sarebbe potuto
tornarci, eppure chi usciva da quel portale lo chiamava semplicemente two-way magic-hole! Avrebbe solo
voluto essere sola, che tutto si fermasse…

E agì senza pensare, si piegò sulle gambe agili e saltò, sotto lo sguardo attonito degli invitati, verso
l’ingresso del portale, mentre lui, ancora a disagio per il caldo, fissava stordito la figura che spariva.

Fuori dal grattacielo la neve continuava a cadere silenziosa. Karima nemmeno si era accorta del passaggio
e, solo per un istinto di sbattere la porta alle sue spalle, aveva premuto quel grande pulsante rosso
negando il ritorno ai possibili inseguitori. Ma adesso, in ginocchio davanti alla vetrata, con gli occhi grigi
colmi di lacrime e stupore, non sapeva far altro che guardare la neve.