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04 novembre 2024

Il mio anno per il rotto della cuffia

 Ho scoperto oggi di aver passato, per il rotto della cuffia, un esonero di psicologia dello sviluppo avanzato. Non avrei dato 1000 delle vecchie e ricchissime lire per questo risultato. Ultimamente è il mio motto: mantenere in piedi tutte le cose che faccio, con l'impegno minimo sindacale per non impazzire.

L'università? Ok: l'esame è scritto? Lo diamo. Orale? Si darà quando e se mi passerà l'ansia di parlare in pubblico, probabilmente mai. Lo scritto? Leggiamo distrattamente qualche giorno prima dell'esame gli appunti presi qua e là da gentilissime compagne universitarie.

Vorrei avere, per gli esami orali, la stessa sicurezza nell'eloquio di quando cito la mia pseudopassione per la cultura ebraica (che nulla ha a che vedere con ciò che sta succedendo eh), snocciolando autori, presunti messia e folklore vario.

Lo studio si incrocia però con il nuovo lavoro, sfiancante mentalmente. Almeno per me. Anche qui il minimo indispensabile sperando che non mi licenzino, anche se continuo a fare colloqui.  Negli ultimi 3 anni avrò cambiato tre lavori, ma continuano a cercarmi. E da quando ho l'invalidità siamo ai livelli di stalking.

"Buongiorno, stiamo cercando una categoria protetta nello sviluppo in Java"

"La ringrazio ma ho appena cambiato impiego e valuterei un colloquio solo per un lavoro in ambito sistemistico"

"Va bene lo stesso, mi dica quando possiamo contattarla"

Disperati, più di me.

Nell'ultimo colloquio mi sono capitate cose che mai nella vita. La primissima domanda dopo le presentazioni e ormai il classico "DIAMOCIDELTÙ" è stata "Quanti anni hai?". Io spiazzata.

Poco più avanti però la situazione è peggiorata notevolmente con un "Posso chiederti perché sei invalida?" e quando, dopo essermi arrampicata sugli specchi perché il mio cervello desidera sempre dare una risposta ma non volevo specificare tutto perché, regà, è una domanda piuttosto illegalina, la signorina diamocideltù mi ha chiesto la RAL e ha specificato che forse era un po' alta per loro, e la fatidica domanda "Di quanto saresti disposta a scendere?" non ha tardato a fare capolino. Ovviamente la questione è stata corredata da una giustificazione del tipo "In effetti se questo è il lavoro dei tuoi sogni magari puoi scendere un po', tanto poi con l'esperienza ci arrivi di nuovo a quella RAL". Nini, non funziona così: se è alta mi fai un'offerta e io decido.

Ci mancava solo "Ma è fidanzata? Ha intenzione di restare incinta?".

Quando il recruiter che ci aveva messo in contatto mi ha chiesto un feedback è rimasto basito dal mio resoconto ma ha comunque più o meno cercato di porre rimedio. E qui, la fierezza di una persona che tende a non mettersi mai di traverso in queste situazioni: "Scusa se ti interrompo, ma non sono d'accordo".

Loro vorrebbero proseguire e io, dopo queste premesse, 'nsomma.

Già mi vedo a chiedere la mutua e la signorina diamocideltù che fa capolino chiedendomi "MA COME MAI STAI MALE?".

In tutto questo, per il rotto della cuffia ho ripreso violino. Ho fatto la prima lezione con una nuova insegnante a cui ho chiesto di riprendere da capo, dalle corde vuote perché per un anno intero non avevo fatto nulla. Poi ho saltato le successive due lezioni.

Esami, troppe cose da fare. Troppe cose da tenere in piedi per il rotto della cuffia.

Finalmente io e Cliff riusciremo a fare il nostro secondo viaggio insieme (non conto Venezia per il mio compleanno del 2022 perché è stata più una gitarella) e abbiamo optato per San Pietroburgo, perché ci piace complicarci la vita.

Abbiamo preso i voli per Tallinn da cui poi partiremo con il bus della speranza per attraversare la frontiera. Ah no, aspettate: la frontiera sta su un ponte che è chiuso per lavori fino, forse, al 2026, così il bus ci lascia prima della frontiera, la attraverseremo come dei piccoli fiammiferai a piedi, e poi prenderemo un altro bus per San Pietroburgo.

Amiamo complicarci la vita.

I circuiti Visa e Mastercard non funzionano e per non viaggiare con troppi contanti penso che apriremo una specie di conto russo che però non potrà essere ricaricato online quindi attendo risposta da un paio di banche a cui ho chiesto informazioni.

Un mio amico mi ha comunicato di avere segnati i posti descritti ne "Il Maestro e Margherita" e non posso lasciarmi sfuggire l'occasione di passarci. (edit: il libro è ambientato a Mosca, ma si sa mai nella vita, magari riusciamo ad andare anche lì).

Inoltre Cliff è un grande appassionato di letteratura russa (o "i grandi mattoni russi", come li chiamo, sembra non possa leggere cose meno lunghe di 700 pagine) e da tempo pensavamo di fare un salto lassù.

P.s. Sto attraversando un periodo curioso che chissà se è depressione o cosa, in cui faccio fatica a lavarmi, pranzo e ceno con le patatine, mi addormendo sempre più tardi, mi sveglio due minuti prima di accendere il pc. Ho anche fatto foto a un matrimonio nel vano tentativo di tenere in piedi una quarta cosa, partita con le migliori intenzioni ORAFACCIOSUBITOILSITOEMISPONSORIZZO.

Inutile dire che le foto sono rimaste in qualche cartella sperduta - la mia nuova Fujifilm x-t5 fa foto pesantissime -  e se sono riuscita a elaborarne qualcuna, indovinate? Ebbene sì, è solo per il rotto della cuffia.

Per fortuna c'è Cliff che in questo caos autogeneratosi da me stessa, medesima, tale, è un porto sicuro. Ma lui, e solo lui, non per il rotto della cuffia.

27 giugno 2023

La nostra maturità

 C'è una certa massima che spopola nell'ambito del self-help, ed è "Impara ad accettarti per quello che sei, solo così potrai essere felice". Almeno, più o meno la sintesi è questa.

Posso dirlo? Non sono d'accordo. La strada per l'autoaccettazione è un po' come quell'incubo delle scuole superiori. Non potrai andare bene in tutto. Il trucco sta lì, nel capire quale materia dovrai tenere sotto per dedicare le tue energie a cosa ti riesce meglio.

Se in inglese sei una pippa, perché sforzarti a ottenere un 5? Tieniti il 4 e dedicati a un'altra materia (sì lo so che i fedeli dell'impegno massimo in tutto stanno storcendo il naso, ma non si può patire sempre, impegnarsi sempre, sudare sempre. C'è anche il meritato riposo in questa merdosa società che corre).

L'autoaccettazione funziona alla stessa maniera. Ci saranno delle cose di te che adori, altre che potrai accettare e altre ancora che dovrai tenere sotto perché la fatica che fai per farti fare "meeeh" (sospiro di sopportazione) a quella cosa che di te proprio detesti, non vale la candela.

Proprio come per le altre persone: fan dell'amore incondizionato, vi rivelo un segreto: la cosa che detestate di quella persona non riuscirete ad accettarla. Sarà lì, oggi, domani, dopodomani, finché morte non vi separi a farvi dare le capocciate nel muro. Ma una volta trovato l'elemento disturbante (prendete con le pinze questa parola) potrete concentrarvi su ciò che vi piace davvero dell'altra persona. Tutto quello che vi farà dire "wow ma che figata!" (come la matita labbra "sfilata" che Neve Cosmetics mi ha regalato nell'ordine ricevuto oggi).

Quindi imparate ad amarvi, anche se non vi accettate totalmente. Lasciatela qualche materia sotto, e concentratevi sul resto.

E sarete comunque promossi.


P.S. facendo workout a casa mi sono fatta male alla gamba destra, ma questo è un altro post (pieno di inutili lamentele sul fallito matrimonio tra me e l'esercizio fisico). Ma ho perso 3 kg, quindi appena mi rimetto in forma, riprendo.

01 maggio 2022

Sembrava fosse un gatto in calore e invece era un violino

violino e spartito

 Quando le persone mi chiedono quale fosse stato il mio primo amore musicale rispondo quasi istantaneamente "il basso". Ma un bacio perugina mi allertò, un giorno, dicendomi che l'amore vero è quello che muore se non rivelato.

Ed ecco che tornata in gianduiottolandia scovo il mio violino, ben chiuso nella custodia, buttato sotto la scrivania, totalmente impolverato. Decido di portarlo a casa Tasso, la mia tana. Mal che vada posso appenderlo, penso.

La mia storia d'amore con questo strumento è, per l'appunto, di quelle mai dichiarate. Ha cominciato a piacermi da piccina, forse facevo le scuole medie, qualche volta ho osato chiederlo in regalo ma al suo posto è arrivata una chitarra classica, comunque apprezzatissima, finché non me lo regalarono nel Natale del lontano 2000. 

Qualche anno dopo ci provai, ma il corteggiamento durò poco. Come per alcuni libri, per i quali non sempre è il momento giusto di affrontarli, il violino tornò nella sua custodia e lì ci rimase fino a questo ottobre quando, dopo una preiscrizione piena di dubbi al Centro di formazione musicale di Torino, ho cominciato effettivamente a prendere le lezioni sotto lo sguardo attento del Maestro (che chiameremo Sensei Massimo).

Del resto una supplente di musica delle scuole medie me lo disse: "Continua a studiare musica, sei portata".

Essere portati però col violino serve a poco, a volte è più uno smadonnamento (anche dei vicini di casa) fatto di stridii senza alcun senso e di lezioni composte solo di "No, è stonato, ripeti", "No, ancora", "Calante, ricomincia".

Come nella migliore delle mie tradizioni dopo qualche mese stavo per mollare, non vedevo miglioramenti ma proprio nell'ottica di un cambiamento radicale della mia persona ho insistito. E insistere è servito.

Mi sono imposta almeno mezz'ora di suonata/stridìo al giorno, all'inizio le dita mi facevano malissimo, ma non ho smesso. 

Finito il turno di lavoro imbracciavo il violino e andavo avanti, anche se non avevo voglia, anche se ero stanca. Lo avevo preso come un secondo lavoro, il turno della suonata. Era l'unico modo in cui potessi affrontarla.

Il mio grosso problema con le cose è che sono relativamente brava quando comincio. Al corso di Tedesco l'insegnante mi chiese se lo avessi già studiato perché la mia pronuncia era molto buona. Al corso Java erano tutti stupiti da come mi destreggiassi con la programmazione strutturata (sieee, una volta arrivata alla programmazione a oggetti mi sono arenata irrimediabilmente).

Poi arriva il momento in cui serve impegnarsi per andare oltre, e a quel punto mi chiedo se il gioco vale la candela. Voglio davvero impegnarmi per fare questa cosa, oppure posso cominciare a impararne una nuova?

Inutile che ve lo racconti perché lo avrò scritto un milione di volte su questo blog, passo oltre e comincio una cosa nuova.

Per tutta una serie di cose, questa volta non solo non è successo, l'impegno costante mi ha dato nuova energia, tanto che ora suonare non è più un lavoro ma un piacere, la lezione non è più una forzatura ma attendo con ansia quel giorno della settimana. 

Suono da sei mesi, son pochi, pochissimi, eppure non vado male. Ovvio, se mi sentiste suonare  vi dovreste munire di tappi per le orecchie per proteggere i timpani ma ho le mie buonissime ragioni per dirvi e dirmi che poteva andare molto peggio (e se lo dico io che son bravina, c'è solo da fidarsi). Questo strumento del demonio sta diventando mio amico e non solo parteciperò al saggio (cosa che fino a un paio di mesi fa avrei evitato volentieri) ma proseguirò con la scuola l'anno prossimo e so già quale nuovo violino acquistare (a rate, il mio secondo acquisto a rate, viva la povertà e i debiti, miei prossimi amici).


Vi odio e poi vi amo e poi vi odio e poi vi amo...

Vorrei consigliare a tutti di imparare a suonare uno strumento, uno qualsiasi. Difficile, strano, stupido, qualsiasi cosa che permetta di capire cosa significhi amare e odiare nello stesso tempo, che spinga ad affrontare l'ansia e la paura di sbagliare e mettersi in gioco. 

Sono soddisfatta, per lui e per tante altre cose.
Cliff mi sopporta e supporta, ascolta pazientemente le mie steccate ed era con me alla prima lezione quando, uscendo saltellando, gli dissi quanto fossi entusiasta e come la lezione fosse andata bene. E quando uscivo affranta e frustrata mi ricordava quanto fossi brava e che in poco tempo avevo raggiunto ottimi risultati. Che l'impegno dava i suoi frutti. Che il violino è uno strumento difficile.

E ora mi tocca affrontare la mia balena bianca: il vibrato.


26 ottobre 2021

Chiedi alle rughe

I miei 40 anni sono passati quasi inosservati: c'è una ragione a tal proposito. Temevo di morire.

In parte è quasi un gioco, ne ho parlato altre volte qui, in parte un po' è stato così. Quando dico che è stato un gioco si è trattato proprio di una lettura di mano che mi feci da piccina: la mia linea della vita spezzata in quello strano modo, con una croce, non mi dava scampo secondo il libro. Sarei morta di una morte improvvisa a 40 anni. Anche se non ci ho mai creduto, per me i 40 anni sono diventati, da quel momento in poi, una sorta di deadline. Segnavano un limite per qualcosa.

E seppur non volendolo, così è stato.

A partire da circa sei mesi prima, una sorta di voragine scura ha cominciato a inghiottirmi. Sentivo una pesantezza addosso mai provata, tentacoli di un essere che mi trascinava via, dai quali non riuscivo a liberarmi.

In tutto questo, una pandemia che non accennava (e accenna) a finire e altri problemi che non sto qui a riportare. Il mondo si era fermato, e con una certa lucidità stavo cercando di fermarmi anche io. Il mio diario riporta piccoli appunti di questo progetto, diario che lasciavo accuratamente in giro sperando, non so cosa, forse che qualcuno mi facesse rinsavire. Poi d'improvviso, come destata da un brutto sogno, mi sono chiesa che cosa stessi facendo. E seppur ancora intrappolata tra le spire d'un mostro che continuava a portarmi giù con sé, seppur senza forze che mi permettessero di ribellarmi ho lasciato andare quel progetto disastroso con l'unico effetto di chiudermi ancora di più nel mio bozzolo dove nulla arriva, da dove nulla esce e che salvo rarissimi casi, mi impediva di esternare qualsiasi sensazione o emozione.

Del resto i miei 40 anni stavano arrivando, la mia deadline era vicina e io non avevo e non ho concluso nulla.

Ma tirando sempre fuori i nostri tarocchi, la carta della Morte non è una carta negativa, indica un cambiamento. Troppi mi stavano crollando addosso e pochi realizzando con le mie mani. In una lettura è importante controllare le carte che seguono quella del triste mietitore: belle carte indicano un cambiamento positivo. Ma le mie carte giacevano ancora coperte sul tavolo e io non volevo, né potevo, girarle.

Ed è così, cercando di girare quelle carte, che mi sono trovata, appena una settimana prima del mio compleanno, in una casa vuota ma tutta mia. Con un letto, un divano, un tavolo e quattro sedie.

Sola.

Poche volte ci si sofferma sulla tristezza di chi fugge, di quanto il cuore sia pesante, delle notti insonni e le lacrime di un progetto fallito, il senso di rabbia per non aver colto prima i segnali o di non averli voluti proprio vedere. Sentirsi addosso la responsabilità della tristezza di un altro essere umano a cui ci si sente intimamente legati. 

E una casa vuota.

E l'ennesimo fallimento.

Ci sono persone che si amano, si amano davvero, ma con le quali non riusciamo a comunicare. I loro pensieri vengono espressi nei modi peggiori e insieme si crea un connubio di potenza e devastazione che distrugge ogni cosa. Si entra in una risonanza negativa dove ci si fa del male.

Qualcuno mi disse, anni fa, eoni fa, che per produrre il minor numero di danni possibili, in quei casi, bisogna essere deserto. E così ho fatto.

Con tutte le difficoltà del caso di una persona che non nega mai una parola a nessuno, nemmeno allo sconosciuto che la ferma per la strada. 

Ci sono cose che però si rompono dentro, con microfratture che piano piano vanno a intaccare la struttura portante e succede che si cade. E possono accadere due cose. Si continua a scavare per seppellirsi o ci si rialza. Con grande fatica.

Mi sono rialzata, con grande fatica. Passando mesi di lacrime e lotte intestine in cui nemmeno io sapevo più chi fossi e cosa volessi e che ci facessi qui. Momenti in cui pensavo sarei rimasta sola per sempre e forse mi sarebbe anche andato bene, in cui pensavo che l'amore non esistesse e che anche la felicità (il famoso brambonodonte) fosse una chimera. 

In verità i miei 40, quel famoso compleanno festeggiato in una casa vuota con qualche amica più cara, non sono ancora passati. È come se quella lunghissima giornata stesse ancora scorrendo, verso però un futuro più luminoso, verso una notte senza tenebre, in attesa di un vero risveglio.

In verità i 40 anni non hanno decretato la mia morte. Sono viva, più viva.

Aspetto la fine di questo interminabile compleanno cominciato il 26 aprile del 2021 per poter assaporare questo nuovo anno. Consapevole di ciò che è stato, tenuto ciò che volevo tenere, buttato ciò che andava buttato.

Lo specchio mi restituisce (finalmente) l'età che ho.

16 giugno 2021

X

Ho finito da poco X, di Valentina Mira e ho avuto bisogno di un qualche giorno per digerirlo. 

Non è che si devono usare delle scorciatoie. Il libro parla di uno stupro, racconta di come questo l'abbia accompagnata in tutta la sua vita, la vita dell'autrice. E affronta il racconto attraverso delle lettere che scrive al fratello, sparito da casa poco dopo il fatto.

Racconta di fascismi, di violenza, e lo fa con la consapevolezza di non voler concedere sconti a nessuno.

Basita. F4, direbbero in Boris. Ci va coraggio.

E ci va tanto coraggio, tanto di più, perché non è uno stupro dove lei è finita quasi ammazzata a suon di botte, compiuto per strada di notte magari mentre rientrava da una serata, con una gonna inguinale che i più indicherebbero come responsabile della violenza. Eh no, lei era alticcia, e il responsabile uno con cui già aveva flirtato.

Se mai si finisce per sentirsi sbagliati a vita, è questo il momento. Quello in cui sai di aver subìto un torto enorme ma le persone a cui apri il tuo cuore minimizzano, sminuendo di fatto l'accaduto. E cominci a farti domande, non solo su ciò che è accaduto in sé, ma su diverse situazioni nella vita in cui pensavi di aver subito. Ma allora forse no. E se espandi il cerchio finisci a chiederti chi sei, chi sei mai stata, se sei mai esistita e via così, cominci a mettere in dubbio tutto, a mettere e a metterti in dubbio.

Io e la protagonista della storia abbiamo molte cose in comune. Intanto la voglia di essere anonime ma di distinguerci (lei si è rifatta il naso, andando a operare in maniera pesante sul suo aspetto, io mi tingo i capelli. Entrambe ci vestiamo come per nasconderci, per non dare modo a nessuno di giustificare comportamenti squallidi).

No, per fortuna non ho vissuto quel tipo di violenza: ma più avanti nel libro si scopre che (e noi donne lo sappiamo molto bene perché tutte, chi più, chi meno lo abbiamo subito) anche lei ha sperimentato altri tipi di violenze. Del libro non voglio parlare, se volete potete leggerlo, e ve lo consiglio. Forse la scrittura non è eccelsa ma qui non parliamo del suo stile ma del suo coraggio.

Oltre alla violenza le altre, piccoli soprusi di cui sei vittima ma ti rendi anche un po' carnefice. Che se non ci passi non capisci, che se non capisci che giudichi a fare? Essere donna è anche questo, subìre. Perché ricordo che a 16 anni non volevo mettermi la gonna perché la gente avrebbe fischiato per strada, o fissato, o salutato o "ciao bella", e in nessun luogo esiste un rifugio tranne sentirsi sicuri coi maglioni, con i jeans, rinunciare volentieri a quella parte di femminilità che mette a disagio e ripararti dagli sguardi altrui.

Ho in mente una cosa, tra le tante. E nel libro ci sono diverse analogie. Ho una grossa curiosità e nessuna qualifica. Dai 20 anni ai 30 ho giocato spesso con Linux, mi piaceva mettere su server a caso, avevo due, tre pc a casa e ci avevo messo diverse distro di Linux. Mi ero impuntata: volevo diventare sistemista. Così ho mandato curricula a raffica a tutte le aziende informatiche di Torino, avevo 24-25 anni, ottenni un paio di colloqui. Un'azienda mi fece anche un test, per loro (rarità) non erano importanti le qualifiche ma la passione. Avevano un loro consulente che faceva l'operaio, in precedenza. Uno dei migliori, sapeva tutto di sistemi. Feci il colloquio con il gatto aziendale in braccio. Mi piaceva tanto, mi avevano fatto un'ottima impressione. 

Il secondo colloquio fu diverso. 

Intanto a entrambi i colloqui ero vestita più o meno bene, io non amo vestirmi bene, ho fatto anche colloqui in leggins sotto al ginocchio e maglietta con disegno degli zombies. Comunque avevo una gonna lunga in velluto viola, degli stivali neri al ginocchio e un maglioncino bianco attillato a coste un po' scollato, che poi portando una prima, capirai che mai avrei potuto mostrare. 

Il secondo colloquio fu con uno che mi fece subito una brutta impressione. 

Aveva l'alito che puzzava di latte (gli piaceva prendere il cappuccino sempre, come poi scoprii), mi dava l'idea di essere sporco, con questa barba incolta (non di chi la vuole incolta, ma proprio da scappato di casa. E a me piace la barba). Mi disse che volevano organizzare dei corsi da tenere su Linux e che ne sarei stata docente, mi spiegò un po' di cose e poi interrompendosi a metà a un certo punto mi disse "Che begli occhi che hai!". Lo trovai immensamente fuori luogo e, come ogni donna in quelle situazioni, mi sentii inutilmente in colpa. E arrabbiata. Ero lì non per i complimenti, non era il momento e il luogo adatto. Mi sentii in imbarazzo. 

Quando lo raccontai mi sentii anche dire "Eh bhe? Che ha detto di male?". 

Mi propose subito di lavorare per lui, dovevo accettare così su due piedi, pensai che comunque era un'opportunità e accettai. Mi disse anche "Però mi raccomando, hai preso un impegno, non è che ci abbandoni eh?". Stupido senso del dovere. Qualche giorno dopo mi chiamò l'azienda del gatto per propormi un secondo colloquio, perché ero piaciuta. Niente, ormai ero già "sposata" a questo tizio che presto capii era un cazzaro e nessuna delle cose proposte si avverò mai. Nessun corso per me, fui tenuta parcheggiata finché dopo qualche mese non mi mandarono via, avevano ragione, non mi facevano fare nulla. E così per colpa sua (ma soprattutto mia) persi una buona occasione. Inutile dire che questo personaggio si rivelò più sudicio di quello che pensassi alla prima occhiata. Mi raccontava in continuazione delle persone con cui faceva sesso e come. Si riteneva un genio e non aveva problemi a esplicitarlo verbalmente. Non ci ha mai provato ma non mi sentivo sicura con lui. Quando restavamo fino a sera tardi da soli nel suo ufficio io guardavo sempre la porta, troppo distante dalla mia posizione. Mi portò una volta a presentare a Milano quelli che dovevano essere i corsi in partenza e che poi non partirono mai. "Ti puoi vestire come al colloquio, che eri vestita bene?". Niente, mi sentivo in trappola. Non cedetti però alla richiesta sull'outfit. 

Andammo a Milano insieme in macchina ma al ritorno a un certo punto gli dissi "Lasciami pure qui, prendo la metro e il treno". "Ma perché? Torniamo insieme". Presi la metro e tornai in treno con la scusa che dovevo fare delle commissioni a Milano e che poi sarei tornata tranquillamente in treno, che mi piaceva. 

Una volta mi raccontò di una 69 che fece con una tizia. Del sesso che faceva con la moglie da cui era separato. Lui e quell'alito di latte. Una volta per sbaglio (così disse) mi toccò il fianco e io, letteralmente, saltai. Forse dissi anche "Non mi devi toccare". Replicò dicendo che io pensavo che ci volessi provare ed ero troppo sull'attenti. Sono stata felice di andarmene, sono stati mesi che non mi hanno dato niente e mi hanno fatto capire (e non era la prima volta) quanto fosse difficile essere donna. 

Una volta mi mandarono in un back-office bancario a installare dei nuovi pc. Arrivai e mi presentai come il tecnico. Mi guardarono dall'alto in basso "Davvero?". 

È così, dobbiamo sempre dimostrare qualcosa, di essere forti, indipendenti, non bastano le nostre capacità. Ed è logorante, a lungo andare, mina e intacca continuamente l'autostima (di cui, guardacaso, io sono quasi totalmente priva). Essere continuamente valutate come un guscio vuoto, che si sia o non si sia belle per i canoni estetici continuamente accettati. Eppure ho passato una vita a essere presa in giro per il mio aspetto. 

Possibile che si debba sempre lottare, in questo mondo? 

Penso che faccia bene tirare fuori il marcio, soprattutto per liberarsi dalla sensazione sempre presente che si tratti di marcio tuo. Invece no, è una muffa che ti hanno attaccato e che cresce, è cresciuta, piano piano, fino quasi a dimenticarne i contorni. Di chi è la colpa? È mia? Sua? Sicuri? 

Serve a disegnare dei confini netti che dopo tanto tempo sono diventati sfumati Facendo una distinzione, una delle conseguenze peggiori è, per me, la reazione delle donne verso le donne stesse. Il giudizio sul guscio esterno che si fa sempre più pesante. Una volta ero a Lugano con C e incrocio due ragazze. Nemmeno le guardo perché sono impegnata a chiacchierare e in genere cammino sempre con lo sguardo basso (ho imparato sin da subito che non incrociare lo sguardo degli altri non da' alcun pretesto per attaccare bottone o fare qualsivoglia commento, che inferno) quando lui mi dice "Ma ti sei accorta?" - "No, di cosa?" - "Stavano ridendo di te". Avevo una felpa fatta a quadratoni colorati, tipo quelle che si vendono nelle bancarelle finto afro, con un cappuccio da elfo, lungo e a punta che dietro arrivava sotto al sedere, dei normalissimi jeans e degli stivaletti marroni. Mi giro e in effetti erano perfette. Tailleur con giacchino attillato, gambe scoperte, tacchi e uno sciarpino probabilmente chissà di quale marca costosa. 

Ecco cosa siamo diventate, anche noi. 

Sono estremamente sensibile alle critiche che gli altri fanno all'abbigliamento e all'aspetto altrui. Sono sempre stata magra ma se qualcuno si azzarda a dire "cicciona" a qualcuno scatto, come se (e un po' è così), quell'inutile offesa fosse fatta anche a me. Ma non solo a me, a tutti gli esseri umani del pianeta.

A 16 anni mi successero due cose che val la pena raccontare, proprio così, perché non si può sempre tacere, perché qualcuno capisca finalmente che certe cose sono profondamente sbagliate, che se qualcuno vi racconta una cosa del genere non dovete minimizzare, mai e poi mai dire "Eh ma tu allora, eh ma non avresti dovuto dire, fare, baciare, lettera o testamento", mai e poi mai anche solo pensare "Eh ma che ne sai tu di come stava soffrendo?", chi, cosa, ma quando?

Intanto ero in terapia, un fagottino sperduto senza capelli, con occhi giganti che attendevano solo la fine di quel piccolo inferno in cui, tuttavia, avevo trovato una mia strada, un mio modo, come a dire un piccolo ambiente in cui potevo essere utile a qualcuno, col mio sorriso, mi dicevano, illuminavo la stanza in cui entravo. Mi sentivo piccola e importante e mi facevo coraggio perché in mezzo a tutta quella sfortuna ero comunque molto fortunata. Io a 16 anni in mezzo a bambini che avevano meno della mia età e tutto avrebbero dovuto fare fuorché stare chiusi in una stanza d'ospedale per giorni e giorni, con fluidi velenosi che scorrevano nel loro corpo.

Avevo 16 anni, appunto e partecipai alla festa di Natale dell'associazione di volontariato dell'ospedale per dare una mano. M sentivo un po' sperduta, come alle peggiori festa in cui non conosci nessuno. Mi avvicinò un tizio, non so quanti anni avesse, ma sicuro almeno il doppio dei miei anni. "Vieni, montiamo i cavallini a dondolo di cartone". E così cominciammo. 

Devo dire a mia discolpa che ho più fiducia negli sconosciuti che nelle persone che conosco bene. Anzi direi che il mio cerchio della fiducia funziona al contrario. Più una persona mi è distante emotivamente e meno credo possa ferirmi, ma tendo a essere guardinga quando mi lascio andare perché se ci metto il cuore, vederlo poi calpestato per me è una cosa impensabile.

Mi disse di accompagnarlo col furgone a prendere delle bibite per la festa di natale. 

So cosa state pensando "Eh ma tu, non avresti dovuto dire, fare, baciare, lettera o testamento". No, leggete più su, vi prego. E ricordate che questo è il giudizio che le persone danno a una ragazza che ha messo una gonna secondo voi troppo corta e che è stata molestata. Ed è profondamente errato.

Si occupava di conosegne, forse, ma non ricordo. Devo dire che di quel giorno ricordo poche cose. Qualcosa sì. Non appena sul furgone e immediatamente dopo essere partiti mi ha raccontato della figlia di 3 anni con la leucemia o forse me lo disse mentre montavamo i cavallini, non so. Ma me lo disse.

Quasi subito dopo mi confessò di essere leghista, accese la radio su una frequenza "di parte" e cominciò a raccontarmi del suo membro e di come facesse sesso con la moglie. Anche anale, per lei non faceva differenza. Lui disse di sé di essere molto "dotato".

Guardai fuori dal finestrino, eravamo in una statale sperduta. Provavo a calcolare quanto mi sarei fatta male gettandomi fuori e rotolando via.

Andammo a prendere le bibite, mi raccontò che sapeva aprire i chrakra e che se avessi voluto sarei potuta andare a casa sua per provare. Mi diede anche il suo numero, poi andammo a prendere la moglie e la figlia che lasciò in ospedale. Ricordo che cercò di passeggiare con me tenendomi per mano ma gli dissi che mi sentivo a disagio, non riusciva a capire proprio come mai. Mi toccò il seno. Ma per fortuna non fece altro. Io, come Valentina Mira, in queste situazioni mi paralizzo. È una sensazione orribile, non riesci a muovere un muscolo, vorresti essere trasparente o per lo meno non provare più nulla.

La cosa morì lì ma fu strano, e se ci penso oggi assume contorni ancora più inquietanti per la situazione, il luogo, la modalità e sì, certo, anche la mia assoluta mancanza di giudizio. Ma prima tutto il resto.

Ma forse peggio di questo è stato l'altro avvenimento.

Immaginate sempre questo fagotto pelato ma questa volta ricoverato in ospedale. Chemio da più giorni e via. Una ragazza di 16 anni in un ospedale infantile si annoia, e anche parecchio. Le uniche persone adulte con cui puoi scambiare quattro chiacchiere sono le infermiere che però lavorano, i volontari che spesso sono troppo adulti, la tua famiglia e i genitori degli altri ragazzi ricoverati.

Feci amicizia con una ragazza di 14 anni in stato terminale. L. Lei costretta a letto, gonfia da cortisone, non parlava più emettendo solo dei gemiti quando provava dolore per la posizione in cui era costretta a letto e per evitare le piaghe l'amorevole padre, tra uno sbuffo e l'altro, le spostava cuscini, spostava lei, cercava di metterla a proprio agio. Pur innervosendosi spesso, il che provocava in lei pianti devastanti.

L. aveva una sua vecchia foto sul letto. Per vecchia intendo prima della terapia, ed era bellissima. Ora, sdraiata lì, era irriconoscibile. Le facevo spesso compagnia e le raccontavo delle cose. E la sera giocavo con suo padre, guardia giurata, a scala 40. Sono una frana a carte, perdevo sempre. L era in una posizione in cui poteva guardare le carte del padre, a volte le scappava da ridere e mi guardava come a dire "Sei fregata".

La comunicazione è una potenza, non ha davvero bisogno di parole.

Comunque una sera lui mi disse che avremmo potuto scommettere, senza dirci cosa c'era in palio però. "Ok, dai", già sapevo che avrei perso ma forse dentro di me pensavo a uno spettacolino per la figlia, a 5000 lire da mettere sul piatto.

Giocammo e persi. Inevitabile. Non ricordo se facemmo 3 partite o ne bastò una. Comunque persi e ripersi, nel caso.

Ok, gli chiesi allora che cosa mi toccasse pagare. "Non te lo posso dire". Come no, dai! Un debito di gioco si paga sempre.

Io, pelata, in pigiama, L dormiva, lui con più del doppio della mia età.

Dopo varie insistenze cedette: "Non volevo dirtelo perché ci tengo alla tua amicizia. La posta in palio è un bacio".

Vi ricordate cosa dissi poco più su? Paralizzata. Mi infilò una mano sotto il pigiama per accarezzarmi la schiena.

Non so quanto tempo passò ma per me fu lunghissimo, probabilmente nel mondo reale non passò nemmeno un minuto. Comunque dopo quel tempo che per me fu interminabile le mie gambe cominciarono a funzionare. "Devo andare", dissi e tornai nella mia stanza. Inutile dire che lo evitai, mia madre mi chiese come mai non passassi più da L e io adducevo scuse. Quando purtroppo mi capitò di incrociarlo, nella stanza di L (era inevitabile, lui era sempre lì mentre sua moglie con un altro loro figlio ricoverato in un altro reparto) usò la tecnica del senso di colpa. "Non vieni più a trovare L?". Lei mi guardò con occhi accusatori, io mi sentii malissimo. Per questa vicenda mi sentii dire un bellissimo "Eh ma tu non sai come ci si sente, magari stava solo soffrendo molto".

L morì poco dopo. È stato uno dei miei primi lutti, ed era un venerdì santo. Andai in ospedale a trovarla (i miei cicli comprendevano un ricovero per due settimane e poi tempo di recupero a casa) ma le infermiere mi dissero che non c'era più: "Ah è stata dimessa?" - "No, siediti".

In quel momento tutto quello che accadde passò in secondo piano ma spesso mi chiedo cosa possa passare nella mente di un uomo che attua queste modalità. Persone che dall'esterno sembrano normalissime, con un lavoro normale, una vita (bhe in questo caso forse nemmeno troppo) normale, con moglie e figli, ma che succede nella loro testa, cosa scatta affinché vadano a molestare una ragazzina in crescita già piena di problemi. E so, perché lo so, e non perché lo leggo dai giornali ma perché qualcuno si confida, mi racconta, cosa è successo una volta, forse due, di cose ben più gravi. E io vorrei che davvero saltasse fuori tutto il marcio, che questa muffa non cresca solo dentro, ma che venga portata fuori, che non ci si senta più inutilmente in colpa per cose non fatte. Che nessuno più debba dire "Eh ma non dovevi dire, fare, baciare, lettera o testamento". Che si comprenda quanto è grave tutto e quanto spesso accade e non ci rendiamo conto. 

Questa muffa deve lasciare lo spazio al bello, alla tranquillità di non sentirsi sbagliati, inadeguati.

Dobbiamo riscattare quella vita in cui queste cose sono accadute e dobbiamo liberarci.

Evacuare, liberarci, abbandonare quella ragazzina (o quella giovane donna che al colloquio si sentì dire "Che begli occhi che hai" - e non fu l'unico colloquio imbarazzante) e fare come Valentina Mira. Dare al mostro che non siamo noi, un nome, prenderlo a calci e proseguire dritto senza più voltarsi indietro.

19 giugno 2020

Il dolce Stilnox

(tempo di lettura: 4 minuti)

Ricevo una email da un medico.
In allegato, la ricetta per un farmaco.
C'è il nome nell'intestazione, ma non sono io. L'anno di nascita è diverso, la residenza, insomma una mia povera omonima sta aspettando la ricetta di questo farmaco ma non l'avrà mai.
In calce un avviso scritto in maiuscolo: QUESTO MESSAGGIO E' INTESO PER I SOLI INTERESSATI E CONTIENE INFORMAZIONI CONFIDENZIALI E SENSIBILI; SE RICEVUTO PER ERRORE, SI PREGA DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE IL MITTENTE E CANCELLARE IL MESSAGGIO SENZA TRATTENERNE COPIA. GRAZIE.

Rispondo: Buongiorno, si tratta di un errore di omonimia. Il mio codice fiscale è diverso e non uso il farmaco della ricetta

Buona giornata


Qualche ora dopo mi viene inoltrata nuovamente la stessa ricetta.
Rispondo: Buonasera. Sono sempre la Colombo Carla sbagliata. Si faccia dare l'indirizzo email corretto, probabilmente nome e cognome sono invertiti o c'è qualche numero in fondo alla user

Buona giornata 


Passano due settimane tranquille, ricevuto due email dallo stesso medico con ricette per due farmaci diversi.
Lo chiamo. Non risponde.
Lo chiamo il giorno dopo. Risponde la segreteria telefonica in cui mi comunicano che sono chiusi e di chiamare negli orari indicati.
Chiamo negli orari indicati. Non risponde.

Mentre decido il da farsi per la mia omonima che sta aspettando questi farmaci importanti devo affrontare un nuovo piccolo trauma: il mio medico è cambiato.

Lo aggiungo ai piccoli microtraumi già affrontati e mal superati in passato, e racconto un breve sunto di questa piccola avventura.

Ho 16 anni e il mio tumore è tornato, che sfiga. Ma ho la fortuna di essere ancora seguita dall'ospedale pediatrico. Le pareti azzurre, il personale gentile, nessun vecchio che scatarra in giro. Nella sfiga sono relativamente fortunata.
Quando ho qualsiasi problema di qualsiasi tipo chiedo ai miei medici, mi trovano sempre uno specialista pronto a torturarmi per capire cosa c'è che non va.

Pochi mesi prima della mia ricaduta un mio caro amico si ammala di una roba simile alla mia, un po' più merdosa però. Lui finisce dritto all'ospedale dei vecchi.
Lo vado a trovare, pieno di vecchi, per l'appunto, pareti gialle (non si capisce se ingiallite o dipinte in quel modo), medici e infermieri che se hai culo becchi quello gentile.

A seguito del mio rientro in ospedale ce la meniamo.
"Nel mio ci sono le pareti azzurre e ci vengono i clown (bhe io i clown li odio, proprio per questa ragione ma se ne parlerà in un altro momento)"
"Nel mio ci sono specialisti affermati"
"Bhe io ho una stanza tutta mia e tv con videoregistratore"
"Dai, solo perché stanno ristrutturando oncologia e dato che sei una delle pazienti più grandi ti hanno spedito al reparto isolamento"
E via così.

Accadono cose che mi fanno vincere a tavolino.
Prima dell'intervento per errore, al mattino, gli danno la colazione. Non potendo fargli l'anestesia totale, decidono di procedere per la locale, anestetizzando strato dopo strato mentre procedono. Una brutta cicatrice, a quanto pare.
Vero, anche io sono stata aperta dove non dovevo, ma avevo già una cicatrice sotto, fatta 3 anni prima, per cui non lo considero un grave danno.

In più mentre gli mettono una flebo, il tubicino cade, e senza disinfettare il gommino dentro cui avrebbero inserito il farmaco con la siringa, procedono lo stesso.

Lo sfanculizzo "Vedi in che ospedale di merda sei finito?".
Ride.

Arrivano i 18 anni, cominciano a vedere che la mia tiroide da' di matto, mi programmano altre analisi, comincia la mia neverending story con l'Eutirox, mi stringono la mano e annunciano "È ora di passarti al nomeospedalepervecchi". È così ingiusto crescere.
Primo trauma.

L'endocrinologo da cui vengo spedita è guardato con sospetto per i primi 3 anni. In verità fa un lavoro figo, segue le persone che hanno avuto un tumore in età pediatrica per tutta la vita. Mi sento quasi importante, i miei dati potranno servire per risistemare terapie e tossicità ai piccoli pazienti del futuro, dimenticandomi che già in quegli anni le terapie sono migliorate, la famigerata radioterapia a mantellina è un brutto ricordo dell'era di Chernobyl e molti protocolli sono già cambiati.

Facendo un rapido calcolo ad oggi sono 21 anni che mi segue. Ci vediamo una volta l'anno e ormai mi sono abituata al suo modo di reagire agli eventi "Non vorrei esagerare e farla preoccupare, ma nemmeno che prendesse questa cosa sottogamba".

E penso che lui si sia abituato alle mie dimenticanze di visite, esami vari ("ma la visita dalla senologa non l'ha fatta? E la visita dermatologica? Gli esami del sangue me li invia la settimana prossima?"), ai miei ritardi, ai miei cambiamenti di città ("Dove vive ora?").

Da circa 3 anni mi visita costantemente insieme a un dottorino più giovane (di cui ho forse già parlato). Quando gli mando le email lo inserisce sempre in copia conoscenza e ben presto ha cominciato a rispondere direttamente il dottorino ai miei quesiti.

Ricevo una email qualche giorno fa dal dottorino. Il mio endocrinologo non è in copia. Cattivo segnale.

Sarà andato in pensione senza salutare i suoi pazienti?

È come una separazione non consensuale, dove uno prende armi e bagagli e se ne va e l'altro rimane pensando che 21 anni non sono pochi. Che ora dovrà affrontare questo viaggio merdoso con uno sconosciuto, chi lo dirà ai bambini?
Nessuno pensa mai ai bambini.

Canzone del giorno: Janis Joplin Piece Of My Heart


27 gennaio 2020

Il posto dietro

Dovresti stare tra le mie braccia.

Quando ero piccina, il risultato di uno stupido test sentenziò:
Che cazzo ci stai a fare dietro le quinte a vedere scorrere la tua vita? Sii il protagonista della tua vita. Cazzo.
Non sono certa dell'esattezza delle parole ma più o meno il significato era quello.
E mi rivedo oggi a 38 anni (ehi, oggi me ne hanno dati 30, 5 in più rispetto a qualche anno fa ma sono quasi 10 anni in meno, f*ck) pensando al risultato di quello stupido test.
Mi immagino dietro le quinte in attesa di entrare in scena e di recitare un copione che, finora, ho soltanto seguito, osservando stupide comparse dai capelli colorati susseguirsi al mio posto.
Nella mia docile indole mi sono adagiata, lasciando che caterpillar di vario spessore gravassero su di me, senza muovermi, immobile. Remissiva.

Sono in Umbria, una terra che non conosco, un clima che non conosco, con persone che ho appena conosciuto, adagiata sul sedile posteriore di un'auto mentre il conducente e il passeggero accanto a lui chiacchierano del più e del meno.
Mi piace il posto dietro, mi permette di non dover sottostare alla regola della conversazione forzata (non ho molto da dire, e quando parlo non dico in realtà nulla) e di guardare fuori dal finestrino. Adoro guardare fuori dal finestrino mentre viaggio.
Le persone sembrano imbarazzate dal silenzio e cercano di riempirlo in ogni modo.

Vuoi ascoltare della musica o preferisci il silenzio?
Il silenzio, grazie.

E io mi sento in imbarazzo a percepire l'imbarazzo, in un circolo vizioso che si interrompe con la chiacchiera di circostanza.
Dicono che domani farà bello.

Del resto, con gli anni ho imparato a stare bene anche in mezzo alle persone e a chiacchierare non solo del tempo. Si è trattato di sopravvivenza. Certo, piuttosto che fare l'ascensore con qualcun altro mi faccio 10 piani a piedi Ma non hai detto che odi l'attività fisica? - Sì ma sono a corto di endorfine, ciao.
Dal non proferire parola coi colleghi che nulla sapevano di me se non il mio nome al, persino, intrattenerli con giocose battute e bevute di tutto rispetto.
Lo sai chi ti saluta? Stocazzo.

Il sedile dietro offre spunti di riflessione degni di nota, ma anche visioni magnifiche.
Il buio, la notte, il gelo. Anche l'asfalto sbuffa dal freddo, e la terra crea quella nebbiolina bassa da film horror, lieve.

Penso al titolo per un horror ambientato in queste terre, come Un lupo mannaro scheggino e pascelupano a Buotano, o Le streghe di Norcia. O un fantasy intitolato Cronache di Narni.

I fari illuminano chilometri di niente fino a quando, in una curva, una macchia bianca attira la mia attenzione.
Ci siamo, penso, finalmente un fantasma. Potrò vivere di rendita, come ospite a inutili trasmissioni pomeridiane della mediasettitudine, dove grasse signore si fanno dare consigli ovvi Dovrebbe mangiare un po' meno, e ragazzine brufolose di 12 anni piangono l'amore perduto Non amerò mai più così.

E io: Ho visto un fantasma
Signora (ormai sono signora anche nella mia immaginazione), com'era fatto?
Mha, una macchia bianca, in una stradina tra le campagne umbre.
E le ha detto qualcosa?
Sì, lo sai chi ti saluta? Stocazzo.

Quando l'auto curva e la macchia bianca è posizionata proprio davanti ai miei occhi (dovrò dare quanti più dettagli possibili quando me lo chiederanno) mi accorgo che in realtà si tratta di una bestia immensa, bianca, con le corna. È una vacca, probabilmente chianina.

Le storie che si possono raccontare su una vacca, in strada, nel nulla, di notte, al gelo sono infinite.

Ma la prima, primissima cosa a cui ho pensato è stata Dioniso. Uno degli animali a lui sacro e in cui si era trasformato, era il toro.

E a guardare, in quell'attimo, quella macchia bianca tramutatasi in un toro, o vacca, ho pensato a una trasmutazione voluta.

Così, mio caro Dioniso, da quale baccanale sei fuggito per trovarti in quella strada buia e fredda?

Sai, ho visto una vacca bianca.
Ma dove?
Per strada
Ah sì? Non l'ho vista.
Eh, sì, eri sul sedile davanti.

14 luglio 2019

Le mie misure sbagliate

Non ho sonno.


Ho un corpo strano, io.
Se da sempre indosso il 37 di piede può capitare che da un giorno all'altro diverse scarpe con quel numero mi vadano strette. Ma che provandole in negozio la cosa non si palesi.
È dopo aver camminato tanto, su questi piedacci larghi, che il problema si manifesta. Che sia il tallone sfregato e rosso, o il mignolino accartocciato, o la pianta del piede devastata perché troppo incurvata (post del 21 settembre 2015 su Facebook La podologa ha sentenziato: addio converse, addio scarpe con il collo del piede basso (in effetti mi fanno malissimo, Virginia vuoi un po' di scarpe numero 37?), solo scarpe running (queste di decathlon che ho addosso vanno benissimo - mi dicono: "Ma sono orribili!"). Inoltre ho il piede cavo, molto cavo, TROPPO cavo e quindi, vista questa mia deformità, in futuro forse potrei soffrire di alluce valgo, dito a martello, morte improvvisa per piede orrendo. Una di queste o tutte e tre, non ricordo. E io che credevo di avere avuto problemi di salute più gravi! Scherzi a parte, bravissima la podologa ad aver sopportato i miei assurdi discorsi da stress da timidezza acuta. Ora almeno saprà come coltivare piante carnivore!).
E il reggiseno? Uguale.
Una prima non è sempre una prima, sapevatelo.
Cambia, e la mia è una prima molto piccola, diciamo una mezza. Passo dall'averle schiacciate a navigarci dentro.

Le misure sono un problema anche nei prodotti tecnologici, smartwatch che non vanno bene (grandi da uomo - che però a me piacciono) o non fanno cosa dico.
Telefoni da usare con due mani e poi, tornando al vestiario, il vestitino nuovo taglia 38 o 40? Nella 38 respiro a malapena, nella 40 mi sembra di navigarci.

E così vale anche per il resto. Nelle relazioni, dove non posso usare la matematica, ne esco sconfitta e perdente. Laddove non esiste una procedura standard non riesco a capire come comportarmi. Mai.
Nelle misure delle emozioni, della tristezza, del languore ma anche dell'eccitazione, della gioia, mi sembra sempre di non essere opportuna, all'altezza.
Riscopro che non c'è da piangere se voglio piangere e che non c'è da ridere nei momenti in cui voglio farlo. Che invitata a parlare non dovrei farlo, che invitata al silenzio dovrei esprimermi.

In questa confusione di scarpe strette, vestiti larghi, smartwatch che smettono di funzionare (e ti costringono a cercare riparo alla svelta, sbagliando), lacrime facili, c'è un disegno che mi sfugge.
Anche se tento velocemente di afferrarlo, svanisce come un brutto sogno al risveglio.

Intanto nel depilarmi le ascelle venerdì mi è parso di sentire un linfonodo. Ogni tanto lo controllavo, ci sei? Non ci sei? In questo weekend sembrava palesarsi e svanire e così ho fatto finta di non averlo sentito.
Tanto se ho ben capito, domani è già ieri e l'avvicinarsi a un buco nero determina un rallentamento del tempo che lo porta quasi a fermarsi.
E per uscire dal buco nero dovremmo viaggiare nel presente.
È in questa frase del cazzo che il mio tatuaggio Qui e Ora assume un senso.
Non è possibile viaggiare nel presente perché il tempo va in una unica direzione.
Ma se il tempo si ferma non restiamo sospesi in una sorta di infinito presente?

Il mio linfonodo non esiste, i pianti sono inutili, i reggiseni saranno sempre diversi e non avrò mai una taglia che si conformi al mio corpo bizzarro, magro sopra e normale sotto.

Le scarpe non saranno 37 quando dovranno esserlo, e quando cercherò un 38 saranno larghe e lunghe tipo scarpe da clown.

Il tempo non si ferma. Ogni evento ha un suo passato e un probabile futuro e niente sarà scordato.

Il mio cono di luce è questo. Io mi sento un punto (un evento) che sa bene il passato e può a malapena vedere la probabilità degli eventi futuri che gli si manifesta davanti.

08 luglio 2019

Il prezzo della felicità

Sai cosa mi impensierisce, cosa mi fa pensare?
Che non lo nomini mai.
E' come se temessi.
Di rompere qualcosa.
Questo mi impensierisce.

"Documenti prego"
Si guardarono come se fosse stato nell'aria. Lo percepisci quando c'è qualcosa che non va.
Lei sospirò piano, come a farsi coraggio. Durerà poco vedrai, non perderai il treno, siamo partiti con tanto anticipo.
La poliziotta che lo accompagnava aveva gli occhi chiari e un trucco semplice.
"Anche il libretto della macchina"
Glieli sporse.
"Arrivo subito"
La poliziotta invece restò lì.
"Può abbassare i finestrini dietro?"
Lei percepì il nervosismo di Lui, gli tremava la mano più del solito.
"Meno male siamo partiti prima"
"Già" disse Lui.

Il poliziotto tornò con i documenti in mano. "Seguitemi"
Lei lo guardò.
Sono controlli di routine, fatti randomicamente. Eppure ci si sente sempre come se si fosse in difetto.
"Portate cellulari e zaini".
Lei ridacchiò pensando a un'avventura peggiore in Australia, quando le lessero i diritti e temette di non tornare più a casa. Ma quella è un'altra storia.
"Poggiate gli zaini sul tavolo, sedetevi laggiù" indicando una panca bianca. Bianca come le pareti, bianca come il tavolo di quel minuscolo stanzino.
La poliziotta si infilò i guanti monouso blu.
"Facciamo un piccolo test stupefacenti" il poliziotto ruppe il silenzio.
"Fate uso di stupefacenti?"
"No" esclamò sicuro Lui. "Ma ha visto dove lavoro?"
"Sì"
Quando a Lei toccava scegliere cosa mangiare, o che meta scegliere in un viaggio, poteva metterci diversi minuti prima di intraprendere una strada. Ma quando si trattava di scegliere in fretta, sapeva benissimo cosa dire. Era come se i pensieri prendessero un circuito cerebrale più breve.
"No" disse lei dubbiosa.
In un nanosecondo si chiese se fosse stato meglio dire la verità o mentire e con quale grado di sicurezza affermarlo. Aveva già una scusa in caso di test positivo, probabilmente poco plausibile, ma forse loro non se ne sarebbero accorti.
"Mi dia le mani"
Lui porse le mani, lei fece altrettanto. Ma con quell'anticipo a dichiarar quasi la sua colpevolezza.
"Signora, lei dopo".
Aprì una confezione monouso con un tampone e lo passò sulle mani di Lui.
Lei cominciò a sudare.
Quando toccò a Lei pensò, ecco, ci siamo. Ci fermeranno per altri test, perderò il treno, mi dirà qualcosa che non voglio sentire, lo incasinerò col lavoro, non vorrà più parlarmi.
Mentre la poliziotta frugava tra la sua roba, Lei cominciò a sudare.
Il poliziotto uscì, come a controllare un test dubbio.
Lei sudava.
"Sono negativi".
La poliziotta cercò di sistemarle lo zaino "No faccio io, le cose sono in un ordine, io, bhe. Non ci entrano dopo".
Ultimo controllo alla macchina.
Non erano in molti a passare il varco spaziotempo che divideva questa dimensione con quell'altra, di cui non era dato sapere nulla.
Il treno interdimensionale sarebbe stata l'unica occasione di fuggire da quel mondo malato, in cui il parassitismo dell'uomo lo aveva reso quasi del tutto arido e sterile.

La poliziotta schiacciò un pulsante e aprì un cancello in cui un vortice nero li chiamava nell'oscurità totale.
Lui la baciò "Non posso venire con te ora, ti raggiungerò quanto prima. Devo ancora concludere qualcosa al lavoro, qualcosa di molto importante".
Se quel test si fosse rivelato positivo, se qualcosa fosse andato storto, sarebbero stati condannati entrambi a restare lì. Ripeto, non erano in molti a passare.

Lo guardò a lungo prima di essere risucchiata via dal vortice nero. E poi, com'era venuto, scomparve.

Lui lanciò uno sguardo di disapprovazione ai poliziotti, lo mascherò un po'. Non voleva avere grane. Mancava poco anche per lui e presto si sarebbero riuniti.

Scomparve nella notte, in quella strada che chissà dove lo avrebbe portato.

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"Ehi, questo è il test...?"
"Sì". La guardò.
"Ma è positivo"
"Lo so ma mi sembrava abbastanza disperata. Abbiamo tutti una ragione per avere paura, per essere disperati. Non me la sono sentita di procedere. Non ricapiterà, dall'altra parte"
Lo squadrò con i suoi giovani occhi azzurri. Dietro quella divisa informe si sentiva affascinante e piena di potere, ma così piccola di fronte a quella scelta. Lei avrebbe eseguito gli ordini.
"Dai, bruciamo i test. Tra 15 minuti ci sarà una nuova partenza, dobbiamo essere pronti".


In un luogo lontano, in una galassia lontanissima, pare ci sia una fanciulla dall'aspetto mansueto e lo sguardo languido che attende una nuova vita.
La scelta apparentemente insignificante di un omino in divisa azzurra ha permesso un nuovo scenario, un nuovo futuro.
Un nuovo tutto.

In un luogo molto vicino, qualcuno sta lavorando per rendere possibile tutto questo.
Non dimentichiamolo.


Canzone del giorno: Addicted To Chaos Megadeth

03 luglio 2019

Bella dentro

SEI VOLGARE.

Ci sono giorni in cui c'è poco lavoro e per chi ha maturato tanti permessi, come la sottoscritta, c'è la possibilità di uscire prima.
Da circa 8 giorni avevo male al mignolo, probabilmente avevo preso una botta, ma va a capire. Erano successe tante cose quella notte che non riesco a ricordarle bene tutte.
Inizialmente si era un po' gonfiato. Poi era venuto su il livido e in ogni caso ancora oggi se stringo la mano a pugno, la base del mignolo mi fa male.
Così decido di impiegare le mie ore libere avventurandomi al pronto soccorso.
Andare dal medico non aveva senso, mi avrebbe al massimo fatto un'impegnativa per una visita ortopedica per la quale avrei avuto appuntamento tra 5 mesi.
Mi avevano avvertita che per un codice bianco del genere avrei atteso ore.

Poi al Centro Traumatologico Ortopedico non ero mai stata e ho girato un bel po' di ospedali non solo in questa città. Perché non andare anche lì?

Mi dirigo all'accettazione.
Un signore dall'aria severa mi guarda da sopra i suoi occhiali da presbite.
Che cosa ha fatto?
Penso di aver preso una botta, ho male al mignolo (su, digli che sei una famosa bassista e quel mignolo ti serve per suonare così ti sentirai meno in colpa)
E come è successo?
Non ricordo, boh, avrò battuto.
E ai capelli cosa ha fatto?
(fingo di apprezzare la battuta)
Ho preso una botta anche lì.
Sì ma di vernice! (ride)
Eheh in effetti (desideri omicidi).

Lo so, ma bisogna farci l'abitudine. Tra i capelli e i tatuaggi ognuno si sente in diritto (forse anche in dovere) di dire la propria. Io ci ho fatto il callo.
A Cömo le più carine erano le vecchiette, a volte mi prendevano il viso tra le mani e mi dicevano "Come sei bella, sembri una fatina".
E poi ci sono le secchiate di vernice, ecco.

Tenga il numero, la chiameranno al Triage.

Do per scontato che mi avrebbero chiamata col numero.

Ma in 5 minuti sento gracchiare dal microfono il mio cognome.

Zoppicando cammino verso il Triage. Ci manca pure che mi chieda quando mi sono fatta male alla caviglia. In verità zoppico perché cerco di allargare delle scarpe che ho comprato nel 2015.
Nel 2015.
Faccio un salto indietro di qualche anno. Non ho mai avuto delle Converse. Mai.
Me le regalarono e mi chiesero il numero. Online dicevano che le Converse calzavano grandi e tutti avevano comprato un numero più piccolo rispetto al proprio numero di scarpa.
Mi dico di non esagerare, indosso il 37 e prendo quindi il 36 e mezzo.

Quella scarpa mi fece sanguinare i piedi, solo dopo tanto riuscii a indossarle comodamente.
Forse qualche mese dopo comprai un altro modello (è proprio vero che il dolore fisico si scorda, o forse le donne sono progettate per farlo. Un po' per dimenticare il dolore del parto, un po' per dimenticare il dolore delle scarpe nuove indossate). Non volevo cascare nello stesso errore. Come minimo il 37.
Erano così strette e dolorose che non riuscivo a indossarle nemmeno a casa.

La settimana scorsa decido di cercare un allargascarpe. Dato che sto cercando di non comprare più su Amazon mi affido a Google per capire, a Torino, dove posso trovarlo.
Dmail.
Cazzo, Dmail esiste ancora.
Purtroppo anche se ho tenuto l'allargascarpe più di 24 ore nelle scarpe vi assicuro che avrei voluto strapparmi la pelle dai piedi e una volta a casa ho dovuto fare un pediluvio freddo.

Torniamo insieme al CTO.
Al triage mi chiedono che è successo.
Ho male al mignolo. Devo aver preso una botta. Se chiudo la mano ho male qui.
Va bene, la chiameranno con questo numero.

Vi dirò, non ho aspettato tanto, non c'era molta gente e quei pochi erano quasi tutti in codice bianco.
Chiamano il mio numero e il numero dopo il mio ma per ovvie ragioni lui è più svelto di me, così mi tocca aspettare la visita dell'ortopedico.
Che biascica e pare ubriaco.
Ah sapevo che era lei C******, allora cosa è successo?
(la so a memoria ormai)
Devo aver preso una botta, mi fa male il mignolo se chiudo la mano. Il mignolo mi serve per suonare il basso (aggiungo una battuta all'ormai noiosa tiritera).
Chiuda a pugno la mano, muova il mignolo, pieghi il polso. Lei non ha niente, ha una mobilità eccezionale.
E allora perché mi fa ancora male dopo 8 giorni?
Facciamo una radiografia, non sono un veggente, magari c'è qualcosa che non vedo. Così ci DISPREOCCUPIAMO
Rifletto sull'ultimo termine pronunciato. Rifletto. Rifletto.
Voce del verbo dispreoccupare.
Suona male anche all'infinito.
Comincia a battere una serie di caratteri sulla tastiera e lo fa usando solo l'indice della mano destra. Ora mi spiego le lentezze nei vari ospedali.
Ma no lasci stare, se dice che non è niente non è niente.
No, no, DISPREOCCUPIAMOCI. Ma il mignolo non si usa nel basso.
Come no? Se salto dal primo al quarto tasto lo devo usare.
Ma sì ma nemmeno tanto.
Come no?
Allora sei proprio una musicista brava, eh!
Mentre mi dice queste parole non posso non immaginarlo con una benda sull'occhio, ebbro di Grog e magari una gamba di legno.
Senta visto che siamo qui, ho male al pollice destro da un po'.
Chiuda il pugno, muova il pollice, pieghi il polso. Sono un chirurgo della mano, non c'è niente. Magari un giorno le verrà un po' di rizoartrosi, ma metterà un tutore e andrà bene.
Segua la linea blu, faccia la radiografia e torni da me.

Seguo zoppicando la linea blu, al lavoro sono stata senza scarpe perché non riuscivo a tenerle addosso nemmeno da ferma, da seduta. Aggiungendo ovviamente una stramberia a tutto il mio corredo. Capelli blu, tatuaggi, al lavoro scalza...
Appena arrivo nel corridoio di attesa per le radiografie mi siedo come se avessi corso una maratona stringendo in mano il mio foglio scritto con cura dall'indice destro del Pirata ChirurgoDellaMano.

Nell'arco di una quindicina di minuti arriva un infermiere che mi chiede il foglio.
Lo guardo dubbiosa.
Non sono certa di volerglielo dare.
Ah se non me lo dà può aspettare qui tutto il giorno.
Sorride.
Con aria dubbiosa e scherzosa gli consegno il foglio e davvero in 10 minuti mi chiamano.

È incinta?
No.
Di solito a questo punto insistono. Chiedono più volte. Ma no, si limitano a darmi il camicione di piombo da mettere in grembo. Mi fanno sedere accanto all'apparecchio per le radiografie.
Poggi la mano.
zzzzzzz
Ora metta la mano di lato chiudendo tutte le dita e lasciando solo il mignolo
zzzzzzz
Ora faccia l'ok con le dita
zzzzzzz
Ora giri il palmo verso l'alto
zzzzzzz
Attenda fuori.

Il mio referto dice che non ho nulla. Insieme al referto un cd con le mie foto interne della mano. Da dentro ho una bellissima mano, da fuori un po' meno.
Torno dal Pirata che spero mi offra un goccio di Grog.
Ha visto? Non ha niente!
Io ho male
Ma sarà la botta, passerà. Sa che ho conosciuto il bassista Nome e Cognome? Sa chi è?
Sì, ne ho sentito parlare (mento spudoratamente, ora il dolore ai piedi ha la priorità mentre compare una grande Ara sulla spalla del Pirata).
Suona in NomeGruppo, lo conosce?
Qualcosa mi dice. (fammi andare a casa che devo tagliarmi via i piedi)
Stia bene eh! L'ho scritto anche nel referto che sta benissimo.

Medito se camminare sull'asfalto senza scarpe.

Zoppicando e accaldata arrivo alla fermata del bus. Zoppicando e accaldata mi siedo. Zoppicando e accaldata cammino fino alla fermata del secondo bus. Zoppicando e accaldata salgo sul bus, scendo, cammino verso casa, tolgo le scarpe prima di salire le scale bestemmiando a ogni passo. Zoppicando mi faccio il famoso pediluvio freddo. Avrò perso l'uso del mellino?
È acciaccato e rosso, eppure esiste.





02 luglio 2019

La svolta a sinistra

Sottotitolo:
Come perdere la pazienza cercando di non far perdere una signora.

Ho le cuffie, sto bene. Sono appena stata dal parrucchiere. I miei capelli erano un disastro, dovevo decolorare solo la radice ma la decolorazione ha fatto un po' quel cazzo che gli pareva, decidendo di colare anche sulle punte e lasciandomi un paglierino che non ha più nulla a che vedere con l'allegro crine.
I Rammstein mi tengono compagnia.

Arriva il 49.
Du hast.

Trovo finalmente posto.
Sonne.

Una signora chiede a un vecchietto dove si trova corso Novara. La signora sembra totalmente sperduta, siamo quasi in Barriera di Milano e quando lei afferma di non essere mai stata da queste parti, il vecchietto con fare da cowboy sentenzia Qui è il Bronx.
Chi ci abita afferma la comodità di non dover cercare spacciatori per nessun tipo di sostanze, a volte basta fermarsi sul portone di casa o se sei più fortunato, scendere un piano.

Mi tolgo le cuffie.
Ci troviamo di fronte a un impasse. La signora vuole andare in corso Novara, e vuole scendere alla prima fermata di corso Novara ma ciò che non sa, e che il cowboy non riesce a spiegarle, è che il 49 percorre Corso Novara - quindi scendere in corso Novara diventa un po' vago.
Signora dove deve andare?
In corso Novara.
Sì ho capito, ma il 49 è già su corso Novara.
Devo andare in via Candelo, mi hanno detto di scendere alla fermata Corso Novara.
Sì, signora ma corso Novara è lunga. Mi faccia controllare. 
(estraggo lo smartphone, imposto Google maps, mi oriento col cielo, sgozzo un gallo nero e faccio un cerchio di sale).
Allora signora, il bus va sempre dritto. Quando girerà a sinistra deve scendere. È la prima fermata dopo aver svoltato a sinistra.
Oh grazie grazie.

Il bus procede dritto.
Devo scendere?
No signora. Quando gira.
Le strade a Torino sono parallele e perpendicolari. Puoi raggiungere quasi ogni punto andando sempre dritto e girando a sinistra o a destra. Impossibile perdersi.
Devo scendere?
No signora, quando gira.

Il bus continua le sue fermate.
Devo scendere?
Signora glielo dico io quando scendere (già trema la palpebra). A un certo punto il bus si immetterà sul controviale a destra e poi girerà in via Bologna, e lì deve scendere.

Altre due fermate.

Scendo?
Mi sento un po' austroungarica e mi guardo attorno per capire se sbaglio qualcosa nel mio modello comunicativo. Dovrei sembrare una cazzo di punkabbestia ma evidentemente ho un aspetto rassicurante. Forse dovrei scollegare le mie eleganti cuffie bluetooth Marshall, scostare i capelli colorati freschi di taglio e piega dal parrucchiere [con trattamento idratante, please] e guardarla dall'alto dei miei costosissimi tatuaggi per farla a sentire a disagio.
No.
Sospiro.
No signora, guardi, ecco è la prossima.
Sorrido felice.
E quindi scendo?
Sì.
Sorrido.
Grazie eh? Grazie tante.

Mi rimetto le cuffie, posso tornare a isolarmi dal mondo.

Diamant.
Poesie.

03 giugno 2019

Storia di un tatuaggio

La formica di fuoco.


Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.

Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.

Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.

Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?

A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.

Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.



Io sono Carla invicta.

Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love

16 aprile 2019

A volte

A volte ci si sente immensamente soli.
La solitudine in verità è una buona compagna: riesce a fare luce su tantissimi puntini neri fino a mostrarne la trama. Come quando nell'oscurità d'improvviso gli occhi si abituano e improvvisamente si fa tutto più chiaro.
Non luminoso, solo più chiaro.
L'ultimo baluardo di speranza si è spento: il faro, mio unico faro che ancora aveva speranza non c'è più.
Ed è così che ci si sente soli.
Quando alla fine si è davvero costretti a fare i conti con se stessi e con gli altri, senza alcun appoggio esterno.

E poi parte l'ansia, tradotta con una morsa al cuore.
"Mi scusi, vorrei un cuore nuovo, il mio non so cosa sia successo, ma è rotto. E non penso sia più in garanzia. No che non l'ho fatto cadere, ci sto attenta, sa".
Ai polmoni manca il respiro.
"Ah ecco, quasi scordavo. Vorrei riparare i polmoni. Non respiro più bene. Sì, sembrano funzionanti ma le assicuro che... Non mi interessa cosa dicono i suoi strumenti io faccio fatica a... Senta, vada al diavolo, le dico che non funzionano bene!"
Il sonno è perduto.
"Gli oggetti smarriti? Ho perso il sonno. Non ricordo se l'ho lasciato sul bus, sul treno, o è a casa ma ho rovistato dappertutto e nulla. Dovrebbe essere morbido e azzurro. Sì, ha delle figure stampate sopra. Ah, ed è caldo, molto caldo. Senza quello, tempo qualche giorno e divento matta. Ci sono molto affezionata".
L'appetito non è più così importante.
"Sono sempre io, sì mi faccia sapere se ritrova il mio sonno, ma l'appetito lo ha trovato? Forse li ho persi insieme. Non saprei, è più probabile che l'appetito sia qui da qualche parte ma che io lo ignori."

Li chiamano "periodi".
Io, in questi giorni, vorrei una navicella spaziale supersonica che mi porti a 55 milioni di anni luce da qui, verso l'orizzonte degli eventi, in un luogo in cui nemmeno la luce può sfuggire, figurarsi un essere umano di 45 chili cagati.

26 dicembre 2018

Hic et Nunc

Chi non ha posto in casa, non ha posto nel cuore.
Così mi diceva uno dei miei più cari amici, M.
Casa sua era una specie di porto di mare, la porta sempre aperta. Per cultura è molto ospitale, si mangia quello che c'è, senza preparare i lauti pasti che facciamo noi. A casa sei il benvenuto e mangi ciò che abbiamo.

Io non ho posto nel cuore. Non amo ospitare le persone, sono territoriale e faccio fatica anche se, certo, dipende dalla persona e dalla situazione.

Avere accesso alla grotta di qualcun altro è sempre una concessione non scontata.

Ricapitolando, entrare in casa di qualcuno è un po' come sapere che gli state entrando nel cuore. Io non so chi altri ha avuto questo onore, ma entro, mi tolgo le scarpe per non sporcare e cammino in punta di piedi.

Osservo bene come si muove l'altra persona, per capire in quali spazi posso esistere, che io sono sempre un po' goffa; osservo la grotta che lo ospita e comprendo, osservando dalla finestra, i vari motivi per cui l'ha scelta.

Mi siedo sul divano e lo guardo cucinare per noi, una coccola particolare che io apprezzo tantissimo.

È una normalità a cui non sono più abituata. Il fare la spesa, guardare un film abbracciati sul divano e addormentarsi l'uno sull'altra facendo l'amore prima, durante e dopo.

Prima, durante e dopo qualsiasi cosa.

Il picchio rosso però è lì in agguato. Si sente a chilometri di distanza e anche se ti tappi le orecchie il suono impercettibile c'è.

Tictictictictic
[bzz bzzzzz]


Sembra quasi un cigolìo.
Tictictictictic
[bzz bzzzzz]

Il suono del picchio è come il rubinetto che gocciola e che ti impedisce di godere di un buon sonno. Le premesse ci sono tutte, sei stanco, ti si chiudono gli occhi, hai anche la possibilità di farti quelle belle 8 ore di sonno ma.
Tictictictictic

Io ora sono il piccolo suricate di guardia, il collo allungato e lo sguardo attento alla ricerca di pericoli. Non riesco a essere tranquilla, non ci riesco.
Nonostante la bellezza di questi giorni, non riesco.

È che ho sofferto tanto e non voglio più stare male.
A livello razionale mi sento tranquilla, lo sento. A livello emotivo è scoppiato un allarme antincendio con evacuazione in atto e non so se si tratta di un'esercitazione o se è un incendio reale.

RagnoB mi consiglia di godermi il qui e ora, e poi si vedrà. Controllo il tatuaggio con la stessa scritta, è ancora lì? Sono ancora io quella persona che vive di istanti?

Il picchio non da' tregua ma quando cala la notte e la foresta si anima di presenze silenziose, posso chiudere gli occhi e sognare cose belle. Le mani che stringono le mie, una parola dolce appena sussurrata, una carezza inaspettata.

Allora posso dire al suricate che non c'è pericolo, il picchio dorme nella sua tana, il rubinetto smette miracolosamente di gocciolare.
Fino al giorno successivo.

Bzz bzzzzz.

Ich liebe dich.

Canzone del giorno: Heirate Mich Rammstein

02 dicembre 2018

Invictus

Tu sei forte Carla
Hai preso un sacco di calci
E ne prendi ancora
La tua indistruttibilita' mi stupisce
Sempre


Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all'altro
Ringrazio qualunque dio ci sia
Per la mia anima invincibile.

Nella stretta morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi avversi della sorte
Il mio capo sanguina ma non si china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe solo l'orrore della fine.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
Quanto impietosa la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

(Invictus, William Ernest Henley)

Grazie Dado.

13 novembre 2018

La persistenza del cavo

Mi dispiace.
So che a volte sorridi.
Anche se quello che hai dentro non e' un sorriso.
Che a volte non dici una parola perche' per spiegare quella sola parola ne servirebbero un milione di parole, e poi ci sarebbero delle domande, e sono un milione di parole a domanda, per questo non ne dici neanche una.
So che a volte ti senti sola.
E a volte non ti piaci.
Ma io ti ammiro. Sei un'anima tormentata ma libera. Piena di cicatrici ma forte. Sei una di quelle persone speciali che 20 anni dopo che non le vedi piu' te le ricordi ancora, e pensi: "Chissa' cosa sta facendo, probabilmente e' su un'isola ad allevare paguri".


Vivo circondata da oggetti.
Finirò come quei tizi sepolti in casa, trovata morta sotto una pila di libri, il peso che schiaccia la cassa toracica, manca il respiro, cala il sipario.
Gli oggetti mi danno conforto quando conforto attorno a me non c'è.

Riempiono, per poco, per pochissimo, un vuoto.

Ed è per questo che vi racconterò de

Le mie scelte irrazionali.

Fresh'n Rebel color indigo
Fry mi ha sempre ripetuto, a ragione, che l'Homo oeconomicus non esiste. Cioè l'uomo razionale.
Noi tutti facciamo delle scelte secondo logiche per lo più irrazionali.
Inutile che diciate "no, io no" e poi andiate a spendere 900 e rotti euro per un iPhone che fa le stesse identiche cose (e non meglio) di un Xiaomi preso al mercato nero dei telefoni.
Inutile fare tabelle con pro e contro per comprare una macchina, qualsiasi cesso con quattro ruote che abbia dei buoni sistemi di sicurezza andrebbe bene, ma ci soffermiamo poi sui dettagli, il colore, la plancia.
Ricordo bene quando Fry doveva comprare una macchina. Riceveva consigli apparentemente razionali a destra e a manca. "Prendila assolutamente nuova, a rate e che sia a metano, mi raccomando".
Lui andò in tilt.
Poi mi chiese consiglio: "Io vorrei questa macchina ma consuma tanto, non so"

L'ho guardato. "Fry, che macchina vuoi?"
"Bhe questa"
"Pigliati quella, non sarà quel poco di benzina in più che spendiamo, ci devi mettere tu il culo sopra, non gli altri"

Quel semplice consiglio, semplicissimo eh? Era un "Compra quello che ti piace, quello che vuoi TU", lo sbloccò.

Io sono più semplice, so già in partenza che tutte le mie scelte sono irrazionali. Quindi non bado moltissimo al resto. Quando scelgo un vino, a meno di non conoscerlo, decido in base all'etichetta e al prezzo, molti libri comprati dal nulla, senza avere nemmeno letto l'incipit, si basano sul titolo e l'armonia dei colori della copertina.

Circa due anni fa: devo comprare delle cuffie nuove. In genere cerco di non prendere roba che costi pochissimo a meno che non si tratti di marchi conosciuti. E le ho viste: Fresh'n rebel. Auricolari. Color azzurro. Il logo mi piace un sacco, il colore anche. Le prendo, suvvia.

L'incresciosa questione del cavo.

Non ricordo quanto sono durate, comunque a breve il cavo si è rotto e non ho più potuto sentire la mia amata musica, quella che non mi lascia sola mai e poi mai.
Era il periodo di Sense8, la serie.
Cominciata bene, poi l'ho mollata. Però, esteticamente, Riley, quanto era bella? Quanto erano fighe quelle cuffie?


Alvaro compra delle cuffie, con questo colore, sempre della Fresh'n Rebel. Mi piacciono un casino, poi preferisco le cuffie agli auricolari. C'è quel perfetto isolamento anche fisico col resto del mondo che non mi spiace affatto.
Non sono le cuffie di Riley, che costano molto di più. Quella di Alvaro hanno un prezzo decente e funzionano abbastanza bene, poi lui è fissato con l'audio quindi gli do' fiducia.
Le compro, mi piacciono. Un cavo a doppio jack si collega da una parte alle cuffie e dall'altra al cellulare. È il periodo dello stage dal fotografo di Milano. Tutti i giorni prendo il treno da Cömo, poi metro ammassata, poi studio fotografico, poi metro, poi treno. In tutti questi ammassamenti il cavo viene un po' tirato e strapazzato. Il cavo, di nuovo, si rompe.

Alla seconda qualsiasi persona lievemente razionale avrebbe detto "E mo' basta, cambio marca".
Nein!

Scrivo direttamente alla Fresh'n Rebel chiedendo dove avrei potuto comprare un cavo in sostituzione, non mi andava di smontare la colorimetria dell'apparato prendendo un cavo nero o uno bianco.

Mi scrivono chiedendomi l'indirizzo. Me lo spediscono gratuitamente.

qui si vede bene il cavo

Attacco il nuovo cavo e niente, sembra andare bene ma se volto la testa e il cavo si piega lievemente sento che il suono si amplifica. È come se normalmente mancassero una parte di "alti" che vengono attivati quando il cavo si piega. Non va bene un cazzo, soprattutto oggi mi stavano facendo impazzire.


Fresh'n Rebel bordeax (color rubino)
E quindi oggi mi è presa un'improvvisa voglia di cuffie bluetooth. Elimino alla radice il problema del cavo e posso tenere quel marchio che mi piace tanto.

Però non so se indigo ancora, ci sono bordeaux, che fighe. Essì fighe. Oddio su Amazon sono scontate di 20 euro, mica pizze e fichi, ma ci sono indigo e quei colori pastello che mi fanno cacare. Il bordeaux ce l'hanno solo con cavo. Uff.
Se le compro online da un'altra parte ci mettono secoli ad arrivare.
Basta, stasera prima di andare a casa passo in un negozio di elettronica e le cerco.

Alla fine le trovo, non costano 20 euro in meno ma 10, è ottimo. Ora però sono davanti a scatole con un sacco di colori e il bordeaux mi pare scuro. Se le riprendessi azzurre? Oddio c'è il verde militare.
Dopo aver passato 5 minuti a guardare le scatole mi convinco per il bordeaux. E non perché mi piaccia di più, occhio, il color indigo per me è sempre il meglio. Ma volevo qualcosa di diverso e ho spaccato le balle a tutti oggi per avere il bordeaux. E bordeaux sia.

Ora è sotto carica, non ci sono cavi da rompere anche se uno è incluso nella confezione (in caso si scarichi la batteria) che sicuramente romperò, ma che potrei usare anche sulle cuffie indigo in caso di abbinamenti particolari.
Scherzo, non abbino mai niente io.

Comunque tornando a casa, sul bus, un ragazzotto gentile si è spostato dal posto corridoio a quello finestrino per farmi sedere. E ha attaccato a parlare. In 20 minuti la sua vita, anche se dopo i classici preliminari sul tempo ha incalzato con un imprevisto "Sei sposata?".
Babbo a Marsiglia, mamma in Marocco a Marrakech, prima faceva il macellaio, ora l'imbianchino. A 15 anni ha smesso di studiare, ha imparato l'italiano partendo dal francese che conosceva bene, ogni tanto interrompeva i suoi discorsi chiedendomi come mai non fossi sposata "sei così bella". Dice che non ha amici qui, chiede se possiamo scambiarci il numero "No, il mio numero non lo do' mai a nessuno". Mi prende in contropiede chiedendo se ci andiamo a prendere un caffè, un sabato o una domenica.
"Ti lascio il mio numero, mi scrivi su whatsapp, io però mando vocali che non so scrivere bene in italiano".
Gli ripeto che non lascio il mio numero e che nessuno mi aveva chiesto così in fretta di uscire ma se vuole può aggiungermi su facebook. Mi rassicura, è in amicizia. Gli scrivo su un vecchio scontrino il mio nome e cognome sul social (che non sono nome e cognome reali ma quasi, molto quasi). Poi quando scendo penso che boh, probabilmente non mi troverà mai dato che come immagine del profilo ho un disegno.
Torno a casa, mangio, apro facebook e trovo 5 like, una richiesta di amicizia e un messaggio privato.

È vero che un caffè non si nega a nessuno, ma la mia asocialità scalpita.

Canzone del giorno: 4 Non Blondes What's up (Sense8 version)