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13 aprile 2025

The infinity news

 Ieri pensavo che se un mio vicino di casa venisse assassinato col veleno, il mio bellissimo libro sulle piante velenose non deporrebbe a mio favore.

Sono quella persona silenziosa, che non esce mai, quella che salutava sempre, quella che lavora da casa e ha pochissimi contatti col mondo esterno. Faccio così fatica che a volte guardo il calendario e penso "Mio Dio, questa settimana mi tocca uscire per ben 4 volte di fila".

Oggi fanno due giorni senza il farmaco per l'ADHD. Ho cominciato la terapia, non ricordo esattamente quando. Forse 2 mesi fa? Tre mesi fa? Sta di fatto che alla prima assunzione ho sentito una calma, un silenzio mentale che mi ha rasserenata. E dico un'altra cosa. Dopo quel primo effetto WOW non ne ho avuti altri, anzi.

Ma alla fine tutto parla chiaro. Molta ansia lavorativa (che non mi faceva dormire la notte) è svanita, faccio meno fatica a leggere (perché mi distraggo meno) e di conseguenza a studiare. Solo che non me ne sono accorta finché non sono finite. Le pastiglie.

Mea culpa. Facendo parte di quei farmaci stupefacenti la cui ricetta deve essere ancora scritta a mano, mi tocca attraversare la città per andare dal mio medico di famiglia, e l'unico giorno in cui lo studio è aperto fino alle 19 è il mercoledì. L'aumento del dosaggio le ha esaurite in fretta e mi sono accorta che avrei dovuto chiederne altre solo quando ormai non mi sarebbero bastate. Così ho ridotto autonomamente il dosaggio a 2 pastigliette al giorno ma quando giovedì sono riuscita ad andare in farmacia mi hanno comunicato che forse non sarebbero arrivate in tempo nemmeno per sabato. Ed eccomi qui, modalità zombie, con mille pensieri che si accavallano e una paralisi costante nel fare le cose.

E mi rendo conto ora che sono così, che questa è sempre stata la mia modalità. Che in verità il farmaco funziona. 

Anche se al lavoro compio spesso errori di distrazione almeno LO PORTO A TERMINE, cosa prima quasi impossibile perché di fronte a una richiesta, a un problema, mi era impossibile spacchettarlo in pezzi più piccoli. E dopo i primi mesi di panico assoluto ora un po' mi piace.

Rispetto a Java il PL/SQL è più gestibile anche se spesso mi incarto ancora sulle cose più banali.

A fine dicembre io e il mio adorato Cliff siamo stati a San Pietroburgo. Me ne sono innamorata.

Il freddo, la neve, i russi che non parlano inglese, le zuppe, la vodka, l'Ermitage, il silenzio nelle metro e le stazioni così belle, il cuore caldo dei sanpietrobughesi, le strade ghiacciate, l'interno delle case bollenti (dormivamo con la finestra aperta perché il riscaldamento non si poteva spegnere), i rubli, le cose ordinate a caso per incomprensioni di lingua. L'amore.

Da poco ho cominciato a leggere "Delitto e Castigo", abbiamo camminato nelle stesse strade di Raskol'nikov e Sonja, abbiamo visitato la tomba di Fëdor Michajlovič Dostoevskij e ogni volta che si nomina un posto in cui siamo stati, non posso fare a meno di pensare a quanto sia stato bello essere lì.

Piccola ulteriore grande novità. Ho aperto la partita IVA come fotografa. Per ora sta lì, ci sarebbe anche un sito e tutt'cos. Ma il sito non è ancora online, sicuramente aggiornerò anche il blog quando lo sarà.

Stay tuned.


Felicità sul fiume Neva ghiacciato


04 novembre 2024

Il mio anno per il rotto della cuffia

 Ho scoperto oggi di aver passato, per il rotto della cuffia, un esonero di psicologia dello sviluppo avanzato. Non avrei dato 1000 delle vecchie e ricchissime lire per questo risultato. Ultimamente è il mio motto: mantenere in piedi tutte le cose che faccio, con l'impegno minimo sindacale per non impazzire.

L'università? Ok: l'esame è scritto? Lo diamo. Orale? Si darà quando e se mi passerà l'ansia di parlare in pubblico, probabilmente mai. Lo scritto? Leggiamo distrattamente qualche giorno prima dell'esame gli appunti presi qua e là da gentilissime compagne universitarie.

Vorrei avere, per gli esami orali, la stessa sicurezza nell'eloquio di quando cito la mia pseudopassione per la cultura ebraica (che nulla ha a che vedere con ciò che sta succedendo eh), snocciolando autori, presunti messia e folklore vario.

Lo studio si incrocia però con il nuovo lavoro, sfiancante mentalmente. Almeno per me. Anche qui il minimo indispensabile sperando che non mi licenzino, anche se continuo a fare colloqui.  Negli ultimi 3 anni avrò cambiato tre lavori, ma continuano a cercarmi. E da quando ho l'invalidità siamo ai livelli di stalking.

"Buongiorno, stiamo cercando una categoria protetta nello sviluppo in Java"

"La ringrazio ma ho appena cambiato impiego e valuterei un colloquio solo per un lavoro in ambito sistemistico"

"Va bene lo stesso, mi dica quando possiamo contattarla"

Disperati, più di me.

Nell'ultimo colloquio mi sono capitate cose che mai nella vita. La primissima domanda dopo le presentazioni e ormai il classico "DIAMOCIDELTÙ" è stata "Quanti anni hai?". Io spiazzata.

Poco più avanti però la situazione è peggiorata notevolmente con un "Posso chiederti perché sei invalida?" e quando, dopo essermi arrampicata sugli specchi perché il mio cervello desidera sempre dare una risposta ma non volevo specificare tutto perché, regà, è una domanda piuttosto illegalina, la signorina diamocideltù mi ha chiesto la RAL e ha specificato che forse era un po' alta per loro, e la fatidica domanda "Di quanto saresti disposta a scendere?" non ha tardato a fare capolino. Ovviamente la questione è stata corredata da una giustificazione del tipo "In effetti se questo è il lavoro dei tuoi sogni magari puoi scendere un po', tanto poi con l'esperienza ci arrivi di nuovo a quella RAL". Nini, non funziona così: se è alta mi fai un'offerta e io decido.

Ci mancava solo "Ma è fidanzata? Ha intenzione di restare incinta?".

Quando il recruiter che ci aveva messo in contatto mi ha chiesto un feedback è rimasto basito dal mio resoconto ma ha comunque più o meno cercato di porre rimedio. E qui, la fierezza di una persona che tende a non mettersi mai di traverso in queste situazioni: "Scusa se ti interrompo, ma non sono d'accordo".

Loro vorrebbero proseguire e io, dopo queste premesse, 'nsomma.

Già mi vedo a chiedere la mutua e la signorina diamocideltù che fa capolino chiedendomi "MA COME MAI STAI MALE?".

In tutto questo, per il rotto della cuffia ho ripreso violino. Ho fatto la prima lezione con una nuova insegnante a cui ho chiesto di riprendere da capo, dalle corde vuote perché per un anno intero non avevo fatto nulla. Poi ho saltato le successive due lezioni.

Esami, troppe cose da fare. Troppe cose da tenere in piedi per il rotto della cuffia.

Finalmente io e Cliff riusciremo a fare il nostro secondo viaggio insieme (non conto Venezia per il mio compleanno del 2022 perché è stata più una gitarella) e abbiamo optato per San Pietroburgo, perché ci piace complicarci la vita.

Abbiamo preso i voli per Tallinn da cui poi partiremo con il bus della speranza per attraversare la frontiera. Ah no, aspettate: la frontiera sta su un ponte che è chiuso per lavori fino, forse, al 2026, così il bus ci lascia prima della frontiera, la attraverseremo come dei piccoli fiammiferai a piedi, e poi prenderemo un altro bus per San Pietroburgo.

Amiamo complicarci la vita.

I circuiti Visa e Mastercard non funzionano e per non viaggiare con troppi contanti penso che apriremo una specie di conto russo che però non potrà essere ricaricato online quindi attendo risposta da un paio di banche a cui ho chiesto informazioni.

Un mio amico mi ha comunicato di avere segnati i posti descritti ne "Il Maestro e Margherita" e non posso lasciarmi sfuggire l'occasione di passarci. (edit: il libro è ambientato a Mosca, ma si sa mai nella vita, magari riusciamo ad andare anche lì).

Inoltre Cliff è un grande appassionato di letteratura russa (o "i grandi mattoni russi", come li chiamo, sembra non possa leggere cose meno lunghe di 700 pagine) e da tempo pensavamo di fare un salto lassù.

P.s. Sto attraversando un periodo curioso che chissà se è depressione o cosa, in cui faccio fatica a lavarmi, pranzo e ceno con le patatine, mi addormendo sempre più tardi, mi sveglio due minuti prima di accendere il pc. Ho anche fatto foto a un matrimonio nel vano tentativo di tenere in piedi una quarta cosa, partita con le migliori intenzioni ORAFACCIOSUBITOILSITOEMISPONSORIZZO.

Inutile dire che le foto sono rimaste in qualche cartella sperduta - la mia nuova Fujifilm x-t5 fa foto pesantissime -  e se sono riuscita a elaborarne qualcuna, indovinate? Ebbene sì, è solo per il rotto della cuffia.

Per fortuna c'è Cliff che in questo caos autogeneratosi da me stessa, medesima, tale, è un porto sicuro. Ma lui, e solo lui, non per il rotto della cuffia.

23 dicembre 2023

Di avventure polacche

 In partenza per la mia bellissima Varsavia con il mio stupendo Cliff. Tante sono le cose da scrivere, ma passo davvero i miei giorni solo a lavorare e studiare. Sto imparando tanto al lavoro, ero terrorizzata di non farcela, eppure piano piano a piccoli passi, sto andando avanti. Sto anche raggiungendo buoni traguardi con lo studio, pur avendo poco tempo. E sono al passo con gli esami, incredibilmente. 

Mi sto mettendo tanto alla prova su tutti i fronti e sono soddisfatta.

Questo è il nostro primo viaggio insieme, a parte tre giorni a Venezia un anno e mezzo fa. Purtroppo le ferie non coincidono mai e finalmente siamo riusciti a ritagliarci un po' di giorni per noi. Ho comprato un piccolo tapis roulant, non troppo costoso, non troppo economico. Mi dedico mezz'ora al giorno a camminate velocissime dato che sono praticamente quasi sempre a casa.

Seguiranno strabilianti racconti di vodka, birra, milky bar sperduti, avventure fredde ma bellissime. 

Stay tuned.

23 maggio 2023

Chi fermerà la musica?
Io, se continuo a stonare.

Il mio sensei ben predisposto alla lezione di domani

 




Sto guardando un horror talmente coinvolgente che ho pensato di scrivere sul blog.

Oggi riflettevo sulla mia fortunata realtà lavorativa in un periodo, questo, di crisi per tutti. L'azienda di Maleventum sta licenziando con scuse assurde, dopo tutta la fatica di stare lì, accettare eventuali trasferimenti, e via discorrendo. Sembra che a nessuno interessi la salute psicologica delle persone. 

Ho solo un problema coi miei attuali colleghi: loro si conoscono da una marea di anni e io non mi sto facendo conoscere; il mio terapeuta, David Gnomo, si è raccomandato di andare a pranzo con loro, di farmi conoscere, ma io nada. Me lo hanno chiesto qualche volta poi si sono (giustamente) chiusi in un silenzio tombale. 

Io passo la pausa pranzo in un bar accanto a una palestra dove fanno arrampicata. Dalle vetrate trasparenti vedo gente di ogni età che sale e cade, sale e cade, mentre mi bevo un (vero) caffè americano e leggo. 

A dire la verità sto leggendo enne miliardi di libri tutti insieme, il che mi porta a mollare delle cose e continuarne altre per poi tornare indietro. Il caos.

I due principali che stavo leggendo ora sono:

Ho anche sentito un audiolibro, era quello che durava meno tra quelli che avevo, circa 4 ore:
Nel mare ci sono i coccodrilli. Vi prego, leggetelo ma non fate come me, non ascoltate l'audiolibro in mezzo alla strada piangendo lacrime amare al pensiero di quello che è capitato.
Leggetelo a casa, sotto le coperte calde, al sicuro. Piangete tutto quello che avete da piangere (perché vi assicuro che lo farete) a casa.

Ma è subentrato un altro libro: La dama della chiatta e altri racconti. Quando si tratta di racconti un po' gotici e di Abeditore, cedo.

Così mi isolo, è quello che riesco a fare meglio. Ma soprattutto una cosa stranissima che non mi è mai capitata, i miei colleghi si fanno i cazzi loro. Ma in maniera estrema. Sapevano che ho male al ginocchio perché zoppico ma non chiedono nulla, sapevano del mio saggio di violino, ma niente. Ho rifatto tinta e mi sono tagliata i capelli, nulla.

Penso che se entrassi nuda in ufficio, farebbero un cenno del capo e, senza alcuna inflessione, pronuncerebbero il solito Buongiorno.

Non che mi dispiaccia, ma è strano, anche se lo vedo più vicino alla mia realtà. 

Mi rendo conto di non avere ancora scritto de La Scarzuola, ma mi ci va un po' perché è un luogo particolare. Più del luogo, il proprietario del luogo (che fa da guida) è la persona più assurda che abbia incontrato nella mia vita. Dico solo che dovrò tornarci perché non ho fotografato nulla per sentire le sue follie.



13 dicembre 2022

Malevento

Ci vuole a volte un po' di coraggio e sconsideratezza nella vita.

Se no non potrei scrivervi da un appartamento condiviso, senza WiFi, in quel di Benevento dopo aver lasciato un lavoro che cominciavo seriamente a detestare e senza nulla di certo nel futuro.

Ma partiamo dall'inizio, o dalla fine. A volte coincidono.

Da inizio pandemia il mio lavoro che tutto sommato non odiavo particolarmente ma era una sorta di impegno che mi permetteva comunque una rendita sicura, ha cominciato lentamente a cambiare. I cambiamenti nelle cose a volte sono così piccoli e lenti che dopo qualche anno ti ci trovi a chiederti: "Ma com'è successo?".

In primis hanno attivato una linea telefonica specializzata, destinata a pochi di noi, che serviva a raccogliere chiamate da clienti che avevano bisogno di assistenza. In concomitanza, e sempre lentamente, è stato attivato un passo, tenere il passo era quindi divenuta cosa fondamentale ma anche la qualità non sarebbe dovuta mancare. Qualità e velocità: due aggettivi che male si accoppiano.

Poi il centralino è stato esteso a tutti, ma solo per i siti e-commerce. Poi una parte è stata destinata a un altro centralino che si occupava di un altro prodotto relativo ai social. Poi il passo è diventato sempre più stretto, con un semaforo che potevamo regolarmente guardare per poterci costantemente migliorare.

Poi tutti han cominciato a prendere entrambi i tipi di chiamate. Intanto, già da tempo, era stato inserito l'obbligo di chiamare per ogni tipologia di ticket.

E in men che non si dica, contro ogni previsione e sotto effetto di una potentissima gastrite, ero tornata a lavorare in un call center.

Inutile raccontarvi come non fossi né veloce né felice di essere rimessa al telefono, dopo una vita di svariati call center e con la contentezza di non lavorare in un settore in cui fosse previsto l'aggancio al filo del telefono. E inutile dirvi anche delle svariate chiamate ricevute dai vari livelli gerarchici sopra di me, per ricordarmi quanto fossi lenta e, quindi, inadeguata.

Mi sono chiesta se davvero avessi voglia di passare la mia vita al telefono, a cercare di essere veloce senza riuscirci e ad attendere la chiamata di lavata di capo da cui non se ne veniva fuori.

Con questo spirito d'animo mi sono detta basta.

E ho ripreso a studiare Java.

Come mai vi scrivo da questa stanzetta?

Semplice, a metà ottobre ho fatto un colloquio per un'azienda e l'ho passato. 10 settimane di formazione, mi forniscono l'appartamento in condivisione, e se tutto va bene andrò a lavorare presso uno dei loro clienti a Torino. 

Ieri ho festeggiato la prima settimana che ho passato con il desiderio di mollare tutto e di piangere un istante sì e l'altro pure. Oggi sono più tranquilla, continuo a non capire moltissimo ma ogni tanto, come piovuto dal cielo, ho un lampo di illuminazione e ho l'illusione che sia tutto più chiaro.

Ho scritto a un centro per chiedere quale sia l'iter per la diagnosi di autismo in età adulta (ma è un'altra storia).

Ho chiesto a Cliff di sposarmi. 

Cercherò, salvo serate immerse dallo studio, di raccontare tutto un po' meglio quando riesco. Sappiate solo che il mio trolley (preso in prestito perché non ne ho) era così pesante che mi han dovuta aiutare, e che tra zaino, violino, valigione ero più imbranata che mai.


Canzone del giorno: Amen Halestorm

01 novembre 2022

Il freddo deve ancora arrivare

 Settembre è stato un mese mogio. Cliff era lontano per lavoro e non siamo riusciti a festeggiare il nostro anniversario. Ed è volato un po' così, con questo senso di malinconia e distanza. A volte succede che per impegni di lavoro non ci si riesca a vedere, ed è capitato di saltare un mese.

Un mese.

Un mese è lunghissimo.

Ma passa, come tutto il resto. Le sue braccia come una casa che mi accoglie restano sempre lì. Quando ti fidi di una persona, quando non temi che scappi o che ti possa far del male intenzionalmente alla fine alleni la pazienza, perché non la devi sfruttare in altre occasioni.

Pazienza e tempo.

Ed eccoci qui, anche Ottobre è passato. Le mie amiche dicono che il 2022 è un anno di cambiamenti. Correggo un po' il tiro, per me anche il 2021. Ma decisamente il 2022 ha svoltato in modo inaspettato.

Da tempo immemore stanca del mio lavoro (che sì, mi ha permesso e mi permette tutt'ora di essere indipendente ma è diventato noioso, ripetitivo, squalificante per tanti aspetti) ho cominciato a guardarmi attorno. Il mercato del lavoro è un po' come il mercato immobiliare a Milano: si trova poco (alla mia portata) e quel poco tendenzialmente fa cagare. Non mi sono arresa, riuscendo a mantenere una media di 4 curriculum al giorno inviati (sì ma il weekend si riposa). Ho anche ottenuto un paio di colloqui per un lavoro che forse mi sarebbe anche potuto piacere, ma mi hanno liquidata in maniera cortese, come si fa quando si dice a qualcuno "lei è troppo qualificata per questo lavoro". No, dimmi che mi hai scartata, è più semplice.

Così mentre una sera giocavo a Darl Souls 3 con Cliff controllo gli annunci e lo vedo. Non avevo minimamente le competenze richieste, ma in testa mi suonava il monito di S, ex collega rinato a nuova vita grazie a un nuovo lavoro che gli piace molto: "Manda, manda sempre, anche se pensi di non avere le competenze indicate, tu manda".

E così ho mandato. Ma dentro di me gli rispondevo: "Ok, ma non mi chiameranno mai".

Invece mi han chiamata, per programmare un primo colloquio conoscitivo su teams che si è concluso più o meno così: "A noi non interessano molto le competenze tecniche, perché quelle possiamo insegnartele noi, ci interessa il potenziale e la motivazione".

Sul potenziale possiamo anche soprassedere, ma la motivazione c'è. C'è eccome.

A fine colloquio mi dice che sarà previsto un secondo colloquio in sede da loro (in una regione lontanissima e da me mai visitata) di due giorni.

E resto un po' stordita. Ma deciso di andare. Anche David me lo avrebbe consigliato e quando ne ho parlato con Cliff ho risentito un po' il terapeuta David Gigante Gnomo: Vai, devi andare, anche solo per capire come si svolge un colloquio tecnico.

In effetti David aveva usato le stesse parole tempo prima: Deve cercare di arrivare a un colloquio tecnico, in modo da sapere più o meno come si svolge e capire cosa deve studiare.

Così prendo ferie, per i due fatidici giorni, e coraggio, e comincio a ripassare tutto quello che so sull'argomento. A tratti questa cosa mi butta giù: ripassare una cosa del genere in due settimane è come cercare di preparare un esame in una settimana. Ma procedo.

Ho sempre tentato, ho sempre fallito. Mi richiama all'ordine la dedica sul libro del mio amico Dado. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

Mi lascio liberi solo un weekend con Cliff e un giorno in cui il mio amico entomologo ma soprattutto bottonologo mi chiede di non prendere impegni (ma non so perché).

Studio, ripasso e parto.

Il viaggio in notturna lo faccio con Cliff. Dormiamo nella stessa cuccetta, scendiamo nella stessa stazione. Restiamo stretti finché entrambi non dobbiamo riprendere il treno per le rispettive mete.

Per me la novità assoluta è il fatto che mi paghino il posto in cui dormire. E' la prima cosa che ho detto a chi mi ha chiesto informazioni: Oh, due giorni di colloquio e mi pagano anche l'albergo!

E' una cosa che ho visto fare, ma per persone molto skillate, per lavori molto particolari. Sapevo che saremmo stati in gruppo, e anche se penso di non poter entrare nei dettagli del colloquio, del posto, del gruppo (tutti giovanissimi), abbiamo tutti una sensazione strana. Qualcosa non torna ma non sappiamo cosa. Il colloquio sembra andato bene per tutti, anche il secondo giorno, e dopo un veloce pasto ci salutiamo. Ognuno torna alla sua città e alla sua vita, tutti convinti che saremo presi.

Del nostro gruppo di sei persone, sei personaggi in cerca di lavoro, in realtà abbiamo passato la selezione solo in due e l'altro ha deciso di non accettare.

Per farvela breve, ho dato preavviso e finirò di lavorare qui il 30 novembre.

E il 5 dicembre mi devo trasferire in questa (per me esotica) località per 10 settimane.

Ah e il mio amico entomologo bottonologo, niente, si sposa e mi ha chiesto di fargli da testimone (io felicissima ma panico, COSA DEVE FARE UN TESTIMONE DI NOZZE?).

Inutile dire che Cliff mi appoggia per tutto (altri sarebbero stati molto più critici) anche se la cosa è un po' fumosa sotto certi aspetti, e anche David Gigante Gnomo che mi ha detto: Complimenti! Si è fatta i complimenti per questa cosa?

Sì me li sono fatti. E se è come penso, per me sarà un cambiare totalmente lavoro e vita.

Ho anche installato la spirale (sì, spoiler, fa male inserirla e non pensavo, ma dopo due giorni un po' così non si sente più nulla) e per metterla ho dovuto fare altre 5000 visite che han decretato la quasi morte della mia fertilità. E' proprio per quel quasi che ho deciso di metterla lo stesso.

Ma questa è davvero un'altra storia che meriterebbe un post tutto per sé dato che è da luglio che ho chiesto l'inserimento e ho dovuto fare così tante analisi che anche un medico le ha guardate e ha detto "ma davvero deve fare tutta questa roba? Questo (indicando un esame) non so nemmeno cosa sia".

Ovviamente ho ricominciato la scuola di violino, mi mancava un po', mi mancava il mio sensei che appena mi ha vista mi ha abbracciata e abbiamo passato la prima lezione a chiacchierare sull'estate e le novità (e sì, faremo lezione da remoto e ci sarà da ridere. E sì sentirò David Gigante Gnomo in videochiamata e ci sarà da ridere ancora di più).

Questa svolta mi è terapeutica anche per altre cose. Sono costretta a chiedere aiuto, che per me è difficoltoso, ad appoggiarmi un po' agli altri e fare cose per me totalmente nuove, per esempio vivere in un appartamento in condivisione con delle persone che potrebbero avere la metà dei miei anni. Stay tuned.

27 dicembre 2018

Ti respiro e ti trattengo per averti per sempre oltre al tempo di questo momento

Pronti per un nuovo strabiliante viaggio in Polonia? Sì?
Bene, io no.
Insetti stecco da sistemare presso amico ma solo dopo averli provvisti di rovi, prova peso zaino da fare, cercare ancora diversi collegamenti, guida italiana per la foresta di Białowieza che non risponde ai miei messaggi, ricerca spasmodica di roba invernale a casa, partenza dopodomani.
Ah e domani ho un colloquio.
Di lavoro.
Come grafica.
Editoriale.

Dio non c'è, e se c'è ha un gran senso dell'umorismo di merda.

Stay tuned, che stavolta si gela. Prevedo antipasti, colazioni, merende e cene a base di Vodka.

Canzone del giorno: Mentre Dormi Max Gazzè


[Mentre dormi ti proteggo
E ti sfioro con le dita
Ti respiro e ti trattengo
Per averti per sempre
Oltre il tempo di questo momento
Arrivo in fondo ai tuoi occhi
Quando mi abbracci e sorridi
Se mi stringi forte fino a ricambiarmi l'anima
Questa notte senza luna adesso
Vola tra coriandoli di cielo
E manciate di spuma di mare
Adesso vola
Le piume di stelle
Sopra il monte più alto del mondo
A guardare i tuoi sogni
Arrivare leggeri
Tu che sei nei miei giorni
Certezza, emozione
Nell'incanto di tutti i silenzi
Che gridano vita
Sei il canto che libera gioia
Sei il rifugio, la passione
Con speranza e devozione
Io ti vado a celebrare
Come un prete sull'altare
Io ti voglio celebrare
Come un prete sull'altare
Questa notte ancora vola
Tra coriandoli di cielo
E manciate di spuma di mare
Adesso vola
Le piume di stelle
Sopra il monte più alto del mondo
A guardare i tuoi sogni
Arrivare leggeri
Sta arrivando il mattino
Stammi ancora vicino
Sta piovendo
E non ti vuoi svegliare
Resta ancora, resta per favore
E guarda come
Vola tra coriandoli di cielo
E manciate di spuma di mare
Adesso vola
Le piume di stelle
Sopra il monte più alto del mondo
A guardare i tuoi sogni
Arrivare leggeri
Vola, adesso vola
Oltre tutte le stelle
Alla fine del mondo
Vedrai, i nostri sogni diventano veri]

29 novembre 2018

La mia (s)quadra

Oggi ho lavorato 9 ore e mi sono ricordata il significato di squadra.
A parte che in questi giorni ho ricevuto messaggi vocali molto carini dai miei colleghi "Carla, ci manchi, quando torni?" (sono stata impupata 3 giorni) e oggi avevamo un obiettivo record che a detta di tutti non avremmo mai raggiunto.
Eppure quando la responsabile ha chiesto chi fosse disponibile a restare un'ora in più oltre le 4 ore di straordinario già concordate, pochi sono andati via. Più che altro per i figlioli, penso, ma anche tra chi li aveva qualcuno è riuscito a smollarli al familiare libero di turno. E alla fine, indovinate, ce l'abbiamo fatta.

Io non ho avuto la fortuna di fare sport. Ma nella sfortuna sono stata comunque fortunata.
Leggi pure "fottesega dello sport, io". I miei compagni sfoggiavano belle medaglie per le gare di nuoto, coppe per le partite di pallavolo e/o calcio e/o basket.
Per fare sport servivano soldi e qualcuno che ti venisse a riprendere la sera.
Io non avevo né l'una né l'altra cosa.

Così quelle poche volte che a scuola organizzavano partite di pallavolo o altro ero scoglionata due volte. Non sono mai stata competitiva, e sono sempre stata l'ultima a essere scelta per formare una squadra di qualsivoglia sport.

Non so se siete stati i classici sfigatelli come me, ma in quei frangenti io penso che i ragazzini non riescano a fare gioco di squadra. Pur di vincere gli sfigati vengono lasciati in fondo, senza dar loro nessuna possibilità di miglioramento. E in questo probabilmente gli allenatori fanno la loro parte. Dico male? Chissà.

Dai, siate sinceri, avete passato la palla al compagno che è stato scelto per ultimo, pur sapendo che magari non avrebbe azzeccato un tiro? Pur sapendo che vi avrebbe tolto il punto che vi avrebbe portato alla vittoria?
Io ero quel compagno. E avrei avuto anche gli occhiali se non mi fossi categoricamente rifiutata di portarli fino a che non mi sono resa conto di salutare (o no) la gente a caso per la strada (quindi parecchi anni dopo).

Una delle mie amiche era la persona più competitiva che conoscevo. Anche a basket, dove il passaggio della palla è essenziale, lei era capace di correre da una parte all'altra del campo da sola, senza fare alcun passaggio e fare canestro.
Era snervante.

In genere, quando accadeva, io mi sedevo annoiata in fondo al campo attendendo la fine della partita, con l'insegnante di educazione fisica che diceva "Dai Colombo, almeno sta' in piedi".

Non avevo medaglie, avevo solo voglia di giocare a palla prigioniera scavalcando il recinto per entrare nel campetto della chiesa del "Fungo" (così veniva chiamato il parchetto di zona). O a nascondino. O a qualsiasi cosa dove ci si potesse divertire e muovere senza per forza dover vincere, o dove comunque la vittoria non era lo scopo.

Lei no. Riusciva a essere competitiva anche a nascondino.
Barava a visual game.
Si arrabbiava quando perdeva, stravolgendo le regole a suo favore.

Oggi eravamo lì e anche se sappiamo tutti che non è il lavoro della vita, è stato carino affrontare questa giornata devastante insieme. Mangiando come dei maiali, scherzando come se non ci fosse un domani, e lavorando per una vittoria comune.

Questo, per me, è un bel lavoro di squadra.

Canzone del giorno: Sick Tamburo Il fiore per te

09 novembre 2018

Ich Will

Oggi mi hanno commissionato un post. Ed è buffo perché chi me l'ha commissionato non potrà leggerlo, perché non ha il link a questo blog.
I miei colleghi si divertono parecchio con le mie storie, composte da stalker, maniaci, (dis)avventure.
Stavo appunto ricordando loro del vecchio che ha toccato, sul bus, l'unico rettangolino di pelle nuda del mio corpo, ovvero il ginocchio che spunta fuori dai jeans strappati.
Il che ha causato ilarità perché non è l'unica cosa che mi è capitata. Ogni giorno porto in scena le mie avventure e oggi mi è stato detto "Dovresti scrivere un libro".
Me lo dicono spesso, ma in realtà anche se per qualcuno scrivo bene, io mi sento un po' caghereccia.
Sicuramente Moccia scrive meglio di me.
E ci fa i soldi, mortacci.

"Bhe io ho un blog, da 12 anni"
"Davvero? Vogliamo il link"

Certo che no, perché parlo anche del lavoro, di alcuni colleghi, dei fatti miei, e non si sa mai in che mano a chi potrebbe capitare il link.

"Eddai"
"Non se ne parla"

Qualche settimana fa sono andata a vedere una partita di volley con un mio collega. Purtroppo a entrambi piacciono i maschietti, quindi nemmeno da dire "Oh Carla finalmente sei uscita con qualcuno". Nein, nada, nisba. Ma mi sta simpatico e condividiamo l'odio per il Natale e per il mondo in generale. E ci piacciono i maschietti, appunto come dicevo.
Non condividiamo affatto la sua smodata passione per la pallavolo.
"Carla, ti sei iscritta al fantavolley?"
"Avevo da fare"
"Cosa c'è di più importante del fantavolley"
"Mi dovevo tagliare le unghie dei piedi"

Però una volta siamo andati a vedere insieme una partita: un altro mio collega, che ho scoperto essere il direttore sportivo della squadra, ci ha dato i biglietti scontati a un euro.
"Uh che bella cosa, e come mai la pallavolo come sport per fare il direttore sportivo?"
"Bhe a me non interessa, volevo solo vedere culi"
(è stata la prima frase che ci siamo scambiati, potete immaginare la mia reazione a riccio immediatamente successiva).

"Sì ma Carla devi fare il tifo se vieni"
"Guarda se c'è una cosa che so fare, è fare casino"

Ed è vero, sono andata a vedere diversi eventi sportivi di cui mi importava marginalmente (leggi: "me ne battevo altamente la ciolla") eppure sono stata l'unica udita a chilometri di distanza.
Ho rotto il clacson della mia vecchia Y10 Fila facendo carosello non ricordo nemmeno più per quale squadra di calcio (e io detesto il calcio).

Così andiamo a vedere questa partita e resto subito sconcertata, non esiste più il cambiopalla.
"Eh Carla, sono 20 anni che non c'è più il cambiopalla"
Nel frattempo ho già scordato le due regole che mi ha insegnato.

Così ecco, lui, proprio lui, mi dice "Dai, perché non parli di ToroFurioso?"
Esiste un nuovo sex symbol in azienda. E' eterosessuale, ha un bel viso, una bella voce, ma troppo grossino per me.
A lui invece piace un sacco.

Sarà forse per l'aspetto da ispanico, o per quello sguardo profondo, lo ha ribattezzato ToroFurioso. Ogni volta che passa, sbuffa dalle narici e accompagna questo suono con la frase "Senti come sbuffa il nostro Toro".
Così finisce che lo guardo più io di lui, e sicuramente penserà male, e potrebbe essere uno dei miei racconti fatti alle colleghe nel breve-medio termine.

"Però lo vedo sempre con una sciacquetta al bar" mi aggiorna.
"Uh no mi sa che ha una relazione a distanza" replica la collega alla sinistra "perché lo becco sul bus ed è sempre al telefono che parla".
Io sto nel mezzo e confermo il completo disinteresse per il soggetto. Solo quando ci passa davanti sgomito verso il collega "Guarda, c'è il tuo Toro"
E lui sbuffa. Sempre.

Anche io sbuffo oggi, perché sono anni che vorrei andare a vedere i Rammstein a Berlino e da ieri a oggi i biglietti sono soldout e ho addosso una frustrazione che non si spiega.
Ci volevo andare, ma andare da sola ai concerti è una cosa che mi mette tristezza e dato che faccio già una marea di cose da sola... ecco.

Ich Will.

07 novembre 2018

Il principio di incoerenza

Pioggia pioggia via di qui
Torna pure un altro dì
La piccola Carla vuol giocar.

Stamani c'era il sole. Nubi lontane minacciavano il nostro domani odierno (semicit.) ma il parco Dora era illuminato dai raggi del sole.

Al lavoro ero a maniche corte.

Non l'ho scritto, ma mi hanno rinnovata fino a ottobre del 2019, sarei scaduta e stata gettata nell'umido a fine dicembre 2018 in caso contrario.
La precarietà è il mio forte, mi piacerebbe dire.
In verità ho avuto contratti lunghi.
Quando lavoravo come grafica avevo un contratto di apprendistato, idem quando lavoravo a Firenze, di ben 4 anni.
Ho avuto un indeterminato qui a Torino, prima di andare a vivere a Firenze.
E ho avuto l'indeterminato in Schfizzera, dove però rischiavo di entrare ed essere nuovamente accompagnata alla porta pochi minuti dopo.
La verità infima e tosta è che non riesco a vedermi fare lo stesso lavoro per tutta la vita, come è successo al mio babbo, per dirne una eh?

Così guardo con ammirazione i miei colleghi che lavorano lì da 10 o 15 anni, e li studio come potrei fare con le mie piccole bestiole a 6 zampe.

Annoto nel mio taccuino immaginario le strategie di sopravvivenza adottate sperando che possano essermi utili in caso decidessi di impegnarmi a fare una cosa che mi costerebbe molto, per esempio chiedere nuovamente l'invalidità.

Dopo che a Firenze mi era stata tolta, sono rimasta così delusa e sfiduciata che non ho più voluto tentare. O meglio, avevo fatto un mezzo tentativo ma ero rimasta a terra, perché rifiutato in malo modo (ne parlo qui, ma anche qui e in altri svariati post).
Questo potrebbe legarmi in maniera quasi indissolubile a Torino ma mi darebbe l'opportunità di trovare lavoro più facilmente, magari anche un lavoro più vicino a ciò che vorrei, e perché no arricchire il mio curriculum vitae di cose utili, che ora sembra un pout pourrì di robe messe a caso.

Tra il dire e il fare c'è di mezzo e il, e io, che so benissimo quanto sia falso l'assunto per cui valga sempre la pena provarci e che non si abbia nulla da perdere (male, male, falso, si ha sempre molto da perdere: tempo, speranze, energie), sto mettendo sui piatti della bilancia i pro e i contro.
E anche se ci sono svariati pro, non so quanto io possa essere pronta a un altro rifiuto.
"Questo è il mio anno dei rifiuti. Ormai sono bravissima"
"Dai, ormai puoi lavorare all'AMIAT"
Ho cominciato a studiare per prendere la certificazione Google. Non mi servirà, o sì? Nel dubbio la prendo. Dovrò impostare il mio sito, anche se praticamente non scatto più foto.

Ora capisco il mio amicollega quando dice che ha la nausea di fare foto. Anche quando mi porto dietro la Fuji resta così, come l'ho messa. Non mi sento ispirata, non mi sento fotografa, non mi sento. Punto.

Ogni tanto ho qualche idea, che per lo più è su me stessa non volendo/potendo permettermi modelle ma l'idea lì rimane, esattamente come la mia Fuji nello zaino.
Entità che non può prendere forma, schiacciata da altri pensieri che in questo momento non riesco a mettere via.


Canzone del giorno: Anouk Who Cares

05 novembre 2018

Il mio fiume in piena

Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.

Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.

È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.

Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.

Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".

Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.

Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.

Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.

Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.

Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.

È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"

Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare.
STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."

Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.

Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.

Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.

Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre

Serracapriola (FG)

A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)



Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)





Canzone del giorno: Daniele Silvestri Ma che discorsi

29 ottobre 2018

🤣

Qualcuno ti ha convinto, o ti sei convinta, che tu devi accontentarti di quel poco che arriva perché sei una stracciacazzi.
E invece sei avorio.
Un avorio che si crede legno.

Sono spaventata da una ricaduta da tumore, lo ammetto. E ne ho di ben donde.
Ma ciò che mi spaventa ancora di più è il male interiore: la depressione.

Non penso di averla mai inquadrata bene: ho sempre pensato che fosse un'immensa tristezza, un'angoscia che provi dentro e che piano piano permea tutta la tua realtà. In verità è più subdola.
La depressione, a parer mio, viene raccontata bene in un libro illustrato dalla famosa ideatrice di un meme, che si intitola "Un'iperbole e mezza". Tendenzialmente metterei il link al sito Amazon o meglio ibs, ma penso siate abbastanza scafati da trovarvelo da soli e se siete di Torino fate uno squillo alla libreria "I sette pazzi" che ve lo procura in breve tempo. Sono ragazzi simpatici, fighissimi e insomma Amazon per i libri ha anche un po' rotto la minchia.




Comunque il libro è da ridere, tantissimo, stile Leo Ortolani. Ma a tratti diventa riflessivo, e anche un po' angosciante. In maniera molto autoironica l'autrice racconta del suo periodo di depressione, di come senza preavviso è arrivata, e di come nello stesso modo se ne è andata.
È cominciata con una tristezza infinita per poi concludersi con un'assoluta mancanza di emozioni, come il nulla.
Un vuoto cosmico.

Io oggi.
Arrivo al lavoro e non ricordo come ci sono arrivata. Dovessi fare mente locale, posso solo ricordarmi di avere mandato una foto via Whatsapp in cui mostro che piove, e che sono dentro uno dei due mezzi che prendo per andare al lavoro. Non ho ricordi di come ho preso il primo bus, né del cambio. So che sono arrivata al lavoro a un certo punto, ed ero un po' fradicia per la pioggia, dato che non uso ombrelli. E ricordo di aver mandato un'altra foto a testimonianza.

Ho cominciato a lavorare e so che sono stata sballottata tra due attività. Poi ho smesso di sentire emozioni. Ma non sono andata in apatia. Sapevo di essere triste ma non provavo tristezza. Non provavo le sensazioni fisiche associate alla tristezza, non so spiegarlo.

E anche se ridevo e scherzavo con i miei colleghi, non sentivo allegria, era come se stessi indossando un guscio che agiva per me.

Ho aspettato poi mezz'ora il bus per andare via, ma è stato un tempo indefinito, che ho saputo quantificare solo guardando, a un certo punto, l'orologio.

"Ah ma è mezz'ora che aspetto, e piove, piove forte con vento".

E così senza sapore ho mangiato, mi sono struccata con i gesti automatici che ormai ho acquisito, mi sono lavata senza sentire l'acqua calda addosso.

Non mi sono mai sentita così. Vuota.

Canzone del giorno: Soundgarden Black Hole Sun

09 ottobre 2018

Con i miei occhi verdi

Non puoi andare lontano dalla tua psiche.
Hai bisogno di disintossicarti e vuotare il cranio
Tu scrivi. Lo sai fare, lo fai bene, ti fa bene. Farà male scrivere quelle cose, ne sono certo, ma devi farlo, come spurgare un veleno.


Oggi è stato l'ultimo giorno di lavoro di una mia collega: 18 anni di lavoro lì dentro. È entrata che aveva 16 anni, ancora col vecchio libretto di lavoro, e alla fine anche lei ha ceduto. Anni tra vertenze e demansionamenti, e solo negli ultimi giorni seduta dietro di me, al folletto aziendale (e non nel senso di aspirapolvere). Perché oltre a chiamarmi CarlaOhCarla con le c aspirate come se fossi toscana (ma nessuno aveva detto loro che ho vissuto a Firenze e del mio accento gianduiotto ne vogliamo parlare?) a volte mi dicono che sono un folletto.
Io e lei non ci siamo mai parlate moltissimo, di lei avevo scritto, tra le righe, un'altra volta in cui notandomi con un vestitino mi aveva detto, senza guardarmi, Che bella che sei. A volte le capitava di ridirmelo, quando ero vestita in modo particolare, con fare indifferente, come se la cosa fosse naturale e di nessuna importanza.
Lei però è bella davvero, ha un bel sorriso, dei begli occhi, un bello sguardo.
Oggi glieli guardavo, avevano qualcosa di familiare.
Sono solita fare complimenti alle donne, a volte mettendole in imbarazzo, ma non a tutte. Ma credo che un complimento di una donna etero valga più di quello di qualsiasi maschietto. Come quando a S dissi Te lo devo dire, qui dentro (e siamo 250) sei la ragazza più bella. E più dolce.
Scoprii poi che a S piacciono gli insetti e aveva anche allevato un bruco di Papilio macaon.

Mentre lei, Occhibelli, ha un ragno casalingo che ha chiamato Bartolomeo.

È il mio superpotere e ne vado fiera, fare in modo che le persone provino a guardare il micromondo con occhi più curiosi e meno disgustati.
Ma ho anche la facoltà di mettermi nei panni degli altri, nonostante l'egoismo cui mi sto obbligando per cercare di vivere meglio.

Sai che hai degli occhi stupendi? Te lo volevo dire da sempre, mi spiace che non abbiamo avuto modo di conoscerci meglio.
Ha parlato!, mi ha detto.
Aspetta, le dico, ma abbiamo gli stessi occhi.

In effetti sembrano un po' diversi solo perché io ho la pelle molto chiara e lei invece è molto abbronzata, ma è lo stesso verde con aura giallina vicino alla pupilla e cerchio esterno più scuro.

Pensa te.

In questi pochi giorni di vicinanza abbiamo parlato poco, ma ho sentito molto mio il suo cinismo.
Di come sentisse ormai tossico quell'ambiente a cui io invece mi sono affezionata, perché da novellina non conosco le dinamiche aziendali, non so cosa c'è stato e posso solo essere solidale ma in maniera parziale sperando, intimamente, di non essere rispedita a casa con un calcio nel sedere a fine dicembre.

I luoghi tossici, le persone tossiche, sono così. Entri in maniera euforica in quella vita, convinto di non cadere in nessuna trappola e piano piano invece le trappole diventano la tua casa e ci fai talmente l'abitudine che quasi non te ne rendi conto. Finché un giorno smetti di dormire, hai mal di stomaco, non riesci a mangiare. All'inizio non comprendi cosa stia succedendo, ma se sei fortunato hai la possibilità di vedere com'è vivere senza la sostanza. Stare un po' meglio, respirare, disintossicarti.

Se ci ricaschi è finita.

Anni fa un mio amico era stato insieme a una eroinomane e mi aveva passato un faldone che trattava di dipendenza. La predisposizione alla dipendenza dipende da vari fattori, e io ne avevo molti. Compresi, ma lo sapevo già a 12 anni, che dovevo tenermi bene a distanza dalle sostanze che possono dare dipendenza perché avrei fatto difficoltà a smettere.
Droghe, alcol, fumo (per quello fumo la pipa circa una volta al mese, forse meno).
Faccio fatica a smettere di fare ciò che mi piace fare anche se è dannoso per la salute, anche se ne sono consapevole.

Poi, bhe, sono fogli stampati, è tutta teoria. La pratica è un'altra cosa e dato che non sono mai stata dipendente di nulla (a parte l'acquisto compulsivo di libri), posso ritenermi soddisfatta e missione compiuta.

Oggi Leonard mi ha detto di scrivere, scrivere come atto di sfogo, scrivere per decidere, scrivere in maniera razionale. Ho avuto un Deja-Vu. Anche Elisa me lo disse mesi fa, ma non l'ho mai fatto.

Si può quindi ridurre tutto a una tabella? Forse no. Ma è necessario provare.



Fisso le pagine vuote su cui non posso riportare nulla.
I pro di cosa? I contro di cosa?
Non c'è effettivamente nulla da valutare.

Non dormo bene da qualche giorno, mi sembra di non essere più capace, razionalmente, di valutare le persone. Ho il radar sfasato.

Una parte di me vuole cedere all'impulso di riprovare determinate sensazioni.
L'altra parte, quella che sto allenando, la mia cieca visione a lungo termine, mi dice che starò male e gli effetti sono già qui. Che questa è la tipica situazione in cui ripetere, come un mantra, Rasoio di Occam. "A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire".
Per quanto faccia male e sembri impossibile. Chi mai farebbe male a una persona a cui dichiara tutto quel bene?

Accendo la pipa, guardo il cursore lampeggiare.

Non puoi andare lontano dalla tua psiche.
Dice il saggio Leonard, colui che studia il microcosmo ed è così sensibile al macrocosmo.
Nel frattempo un'ape entra in stanza, la sento ronzare, la vedo svolacchiare. Non si ferma o posa da nessuna parte, è in ricognizione, sicuramente un'esploratrice. Tornerà all'alveare dopo aver trovato fiori e polline e lo dirà alle sue compagne. Dirà loro la distanza e la direzione e poi partiranno insieme e troveranno, senza esitazione, il luogo indicato.

Non c'è nulla di complicato in niente, se lo si riduce ai minimi fattori. Alla fine è tutto o bianco o nero, e queste varie sfumature di grigio che tanto declamavo si spostano nello spettro visivo fino a raggiungere uno dei due limiti.
Bianco o nero.
Non ci sono grigi al 18%. Non più.




27 giugno 2018

"Cosa fai? Stai dormendo? Sei a 1700, lo sai che devi arrivare almeno a 4000"
Annuisco imbarazzata.
"Vieni ti affianco a lui" e mi indica una persona a cui stanno togliendo monitor e computer per sostituirli con una tastiera gigante, larga almeno un metro e profonda 50 cm. Beige e rossa, di un materiale morbido tanto che quando la appoggiano sulla scrivania sembra quasi un grosso pezzo di pan di spagna che, tenuto ai lati, si affonda al centro. I tasti sono grossi e non appena la collegano alla corrente mi rendo conto che funge anche da computer. "Come un vecchio Commodore" esclamo.
Mi guardo intorno, non è l'ufficio luminoso dove ho lavorato fino a ieri. Non sembra nemmeno un garage o un seminterrato, quanto proprio una rimessa per auto. Le pareti sono dipinte di blu scuro, i neon illuminano piccole zone e lasciano il resto al buio.
Mi rimetto al lavoro ma so che devono arrivare gli amici di A. da Ginevra. Mi destreggio male tra lavoro e impegni. Arriva L. con una persona imprecisata e mi dice di seguirli. Attraversiamo un portellone rosso aperto e ride. "Dai non ho tempo da perdere, qui rischio il lavoro!" e ridendo se ne va.

Mi sveglio di scatto, è tardi, devo avere spento la sveglia nel sonno.

22 giugno 2018

La (triste) fine di una Drosophila

Ti mando una canzone, ascoltala quando puoi. Un po' triste ma molto bella. Un po' come te oggi.

Non ho avuto cure parentali. Nel mio DNA è scritto cosa devo fare. Mangiare, defecare, riprodurmi e poi morire.
Non conoscevo la parola Morte finché un'altra Drosophila con me in questa colonia non me ne ha parlato. Dice che i Grandi Bipedi ne hanno un sacco paura. Prima di essere catturata e introdotta in questa colonia si era intrufolata in uno strano alveare, pieno di Bipedi Giganteschi che lui ha soprannominato Grandi Bipedi. Uno di loro muoveva le ali in modo confuso e aveva una frequenza tonale alta. La Drosophila vibra le ali cercando di farmi capire ma dice che non è la stessa cosa.
Parlava della Morte, e versava del liquido dall'apparato oculare. Che spreco di risorse! I liquidi sono importanti, io lo so, che cerco sempre di averne un po' dalla frutta in decomposizione.

La Drosophila dice anche che un altro Grande Bipede aveva detto a un altro che noi siamo importanti. Perché pare che il nostro DNA lo abbiano studiato per filo e per segno. Ecco perché conosco la parola DNA.
Non so cosa sia esattamente il DNA e perché interessi così tanto ai Grandi Bipedi che con un movimento di ali possono provocare la fine del nostro ciclo vitale.

Io spero almeno di arrivare alla riproduzione.


Non ricordo esattamente quando sono uscita dall'uovo. Ero una piccola larva e di sicuro mi sono sgranchita le estremità. Poi ho cercato cibo.
Forse è scritto anche questo del DNA. Praticamente ho scoperto che tutto quello che facciamo è scritto nel nostro DNA.

Molte delle altre larve sono annegate nel cibo. Sciocche, bisogna stare bene aderenti alle pareti del barattolo e cercare di non scivolare, ma non è facile.

Piano piano è poi arrivato il momento di impuparsi.
Ho trovato un posto adatto e solitario, anche se probabilmente poi è stato colonizzato da altre larve, e mi sono fermata.

Ed eccomi qui.

Il mio ciclo vitale sarà breve, ancora poco e dovrò cercare di fare delle uova. Anche se qui lo spazio è piccolo e non riesco a sgranchirmi le ali. Ogni tanto la superficie superiore di questo spazio si apre ed entra la luce. I miei fratelli si lanciano all'esterno e io posso vederli attraverso la trasparenza delle pareti della colonia in cui vivo che saltellano su una superficie piatta e grigia, sono liberi. Ma non riescono bene a volare, forse perché qui dentro c'è poco spazio e nemmeno loro riescono a sgranchirsi le ali.

In fondo non si sta male, c'è cibo, ci sono tanti compagni e la riproduzione sarà facile.

Ma raccontano che alcuni di quelli che escono sono in realtà liberati da un Grande Bipede come pasto per un un ottapode, che i Grandi Bipedi definiscono Ragni.

Perché un Grande Bipede dovrebbe impedirci di riprodurci, e concludere serenamente il nostro ciclo vitale?
Non so cosa significhi serenamente, ma la Drosophila che conosce tanto bene i Grandi Bipedi la usa spesso. Quindi ho deciso che la userò anche io.

L'ottapode è in un'altra struttura trasparente, più piccola della nostra colonia. C'è solo lui e una serie di fratelli morti. Non appena qualcuno dei nostri fratelli scivola lì dentro, l'ottapode gli salta addosso, mentre gli altri guardano la scena terrorizzati. Non possono scappare.

Non so cosa significhi la parola terrorizzati, ma ho sentito il Grande Bipede che lo diceva.  Quindi ho deciso che lo dirò anche io.

Dunque è questa la Morte?
Forse la Morte è solo quando un Grande Bipede non conclude il ciclo vitale e viene mangiato da un enorme ottapode. Non so.

Ho scoperto delle cose sui Grandi Bipedi. Per esempio fanno sempre le stesse cose alle stesse lunghezze d'onda dello spettro fotometrico.

Una volta il Grande Bipede ha detto "È tardi" mentre si agitava freneticamente cercando di aprire la parete superiore e l'ottapode si lustrava le otto strutture oculari con i pedipalpi.

Io non attenderò la Morte tra i pedipalpi dell'ottapode.

Voglio studiare i Grandi Bipedi. Così forse potrò completare il ciclo vitale, aiutare i miei fratelli a scappare.

Attendo la radiazione solare giusta e l'apertura superiore del contenitore che avviene, come previsto, sempre nello stesso momento.

Salto in una struttura cespugliosa che copre il capo del Grande Bipede. Ha una lunghezza d'onda di 490 nm circa ed è strano perché l'altro Grande Bipede che vive nel Grande Alveare (hanno questo Alveare gigantesco con delle celle più o meno regolari e nessuno spazio per le uova, né per le larve o per le pupe! Incredibile! Dove le metteranno le uova?) ha una struttura cespugliosa di tutt'altra lunghezza d'onda. Magari esistono più specie di Grandi Bipedi e io sto sottovalutando la cosa.

Resto lì nascosta e aspetto.

Esce dal Grande Alveare e lo chiude con una struttura piena e pesante, sembra. Come farà poi a disintegrarla? La costruisce e la disintegra ogni volta per entrare o uscire? Forse è come il coperchio del posto in cui stavo con la mia colonia, si può spostare e rimettere. Ingegnosi questo Grandi Bipedi. Così i grossi predatori non ammazzano le loro larve.
Poi una cosa buffa. Scivolano sulle zampe inferiori senza usare le ali. Perché non volano? Sono forse troppo grandi e pesanti? O forse ingombrerebbero tutto il cielo dato che sono tanti?

Comunque dopo un po' di questo scivolamento il mio Bipede è entrato in una cella mobile. Non era un alveare ma solo una cella e anche questa cella scivolava via. C'erano tanti altri Grandi Bipedi e quasi tutti maneggiavano queste cose che parevano delle tavolette di cioccolata ma senza mangiarle e queste non si scioglievano. Alcune di queste tavolette avevano un filo collegato, che poi si divideva in due e le estremità erano infilate in due buchi posti ai lati del capo dei Bipedi. Decisamente buffi.

Non ronzavano, né vibravano le ali. Nessuna frequenza sonora, solo quella della cella in movimento. Nessuno pensa ad accoppiarsi o a riprodursi. O a procurarsi cibo. Cosa mangeranno i Grandi Bipedi?

Il mio Grande Bipede si era posizionato ripiegando le zampe inferiori su una struttura apposita e guardava attraverso una superficie trasparente.

È rimasto così immobile per un po', finché non ha esteso di nuovo le zampe posteriori, è scivolato all'interno della cella, è uscito da una fessura abbastanza grande (e di nuovo richiudibile! Avrei tanto da imparare da loro) e ha continuato a scivolare.
Che vita poco interessante. È passato tantissimo tempo e finora non ha fatto altro che scivolare. Non si è preso cura di nulla, non ha cercato cibo, non ha vibrato le ali, non si è pulito le zampe.

Forse hanno un ciclo vitale molto più lungo del nostro e possono permettersi di impiegarne gran parte a fare queste cose prive di senso. Forse è scritto nel loro DNA (nota: se fosse un DNA diverso dal mio? Avrebbe tutto senso).

A un certo punto ha preso la tavoletta di cioccolato e l'ha portata davanti al capo. E dentro la tavoletta si vedeva quello che c'era lì di fronte al suo apparato oculare. Incredibile. Perché vedere dentro una tavoletta quello che l'apparato oculare (nota: non hanno occhi composti) può osservare benissimo da solo? Forse non vedono bene e sono apparecchi che permettono loro di osservare l'ambiente circostante.

Potrebbero essere dei rilevatori di predatori.

Così, scivolando con la tavoletta in mano, ha cominciato a procedere in senso obliquo verso l'alto. Questa struttura obliqua e con pedane di altezze regolari, con una frequenza di circa 650 nm, era piuttosto lunga e sconnessa. A un certo punto ha esclamato "Uff, una ragnatela" e io ho pensato alla parola Ragno. E speravo non ci fossero ottapodi in vista.

Sono rimasta all'erta per un po', poi forse è stato un falso allarme (nota: gli ottapodi giganti potrebbero essere predatori dei Grandi Bipedi? Se così fosse potrebbe avere un senso che lo abbia dentro il suo Alveare. Forse lo sta studiando per difendersi).

Dopo tutto questo ondeggiare siamo arrivati su una struttura alta. Drosophile come me non arrivano a questa altezza, non ha senso. Non c'è cibo. Né altre Drosophile (perché non c'è cibo), quindi non ci si può accoppiare. Ho avuto per un attimo paura di completare il ciclo vitale senza accoppiarmi.

Non so cosa significhi la parola paura, ma ha un bel suono, quindi penso che la userò.

Dopo aver spaziato con la tavoletta in tutte le direzioni per assicurarsi che non ci fossero predatori ha ripreso la struttura obliqua scendendo verso il basso. Non ha più la tavoletta in mano, come a fa a vedere così?

Morirò senza riprodurmi?

Comincio ad annoiarmi. Non c'è niente di interessante nel ciclo vitale di questi bipedi. Ci credo che hanno studiato il nostro DNA, io non studierei mai il loro DNA. Vorrei tornare alla colonia ma devo attendere che il Grande Bipede torni all'alveare.

Peccato che si reca in un altro alveare. Enorme e grigio.

Prima entra in una cella strettissima con delle porte richiudibili (frequenza circa 700 nm) con altri Grandi Bipedi che producono onde sonore altissime. Mi vibrano le ali!

Poi esce da questa cella e ci troviamo in un posto diverso da dove siamo entrati. Questo sistema di scivolamento è eccezionale! Sarà scritto nel loro DNA?

Entra poi in una cella ENORME. La temperatura è più bassa dell'esterno, spero di non rallentare il mio ciclo vitale. O forse è meglio, così ho più tempo poi e sono certa di potermi riprodurre. Scivola scivola e sento una gran quantità di onde sonore.
Per lo più "Buongiorno", o "Ciao".
Qualcuno parla al mio Grande Bipede dicendo "Oh Carla".
Sarà il nome della sua specie?

Oh Carla si posiziona come sulla cella che si muoveva, piegando le zampe inferiori, maneggia con una scatola scura e si accende una luce su una piattaforma rettangolare. Lunghezza d'onda circa come la massa cespugliosa di Oh Carla. Che immensa noia.
Ancora nessuna preparazione alla riproduzione.

Non so cosa significhi la parola noia, ma ogni tanto la Drosophila che conosce bene i Grandi Bipedi la usava. Mi piace molto, da quando l'ho sentita la uso spesso anche io.

La temperatura bassa mi impedisce di muovermi. Come fanno a vivere con questi delta termici? Forse hanno un ciclo vitale così lungo perché si ibernano di proposito in modo da avere più tempo per la riproduzione.

Noto che molti Grandi Bipedi hanno le zampe inferiori ricoperte da qualcosa mentre altri hanno un tessuto rosa che dovrebbe chiamarsi pelle.

Penso che le femmine di queste specie (sono così diversi per forma e dimensioni che credo non siano tutti della stessa specie) abbiano le zampe inferiori scoperte e i maschi invece no.

Oh Carla è sicuramente un maschio.

"Buon lavoro".

Cosa sarà mai il lavoro? Sta di fatto che ho passato il periodo più noiosamente lungo del mio ciclo vitale su quell'ammasso cespuglioso.
"Ma cosa hai fatto ai capelli?" dice un Grande Bipede maschio, e con l'ala strofina il masso cespuglioso e per poco non cado.

Forse il masso cespuglioso si chiama Capelli. Prendere nota.

Ogni Grande Bipede ha dei Capelli diversi. Qualcuno pare non averne, mettendo in mostra la pelle del capo.
Queste differenze serviranno sicuramente alla riproduzione. La femmina sceglierà il maschio con i capelli più belli anche se sembrano le femmine ad avere capelli più belli. Tranne Oh Carla, lei ha dei capelli bellissimi. Avrà tanto successo con le femmine della sua specie.

Forse usano la parola lavoro per indicare la riproduzione. Non vedo deposizioni di uova né celle atte al mantenimento delle stesse. Non capisco la finalità del loro ciclo vitale.

Dopo tanto, tantissimo tempo, Oh Carla decide di scivolare via. Ma in realtà tutti i Grandi Bipedi scivolano via. Forse vanno finalmente a caccia di cibo.

Saranno frugiferi? Se apprezzano la frutta marcia posso mangiargliene un pochettino, ho un po' fame.

Scivolando a una temperatura più calda, facendo lo stesso percorso a ritroso di qualche tempo fa, piega nuovamente le zampe posteriori in un posto più carino.

Ci sono altri esapodi, alati e non, e finalmente mi sento al sicuro. Se fossi un impollinatore avrei tanto cibo ma non vedo frutta marcia, mi toccherà attendere.

Oh Carla prende la tavoletta di cioccolato ma non sembra volerla mangiare. Certo, che stupida. Se gli serve per i predatori non la mangerà mica! Però produce onde sonore verso di essa.

Sento la parola triste, non so cosa significhi ma è una parola da far vibrare le ali. Penso che la userò anche io. Potrei forse bere un po' dai suoi occhi non composti, che sembrano raccogliere del liquido. Ma non mi fido, potrebbe essere una soluzione all'insetticida e io sarei Morta senza essermi riprodotta. E nutrita.

E poi sono già svuotati. Forse hanno bisogno di far uscire l'acqua per mantenere la temperatura corporea. Ingegnosi, questi Grandi Bipedi.

Però ora che ricordo, la Drosophila mi ha detto che svuotano gli occhi non composti di liquido quando parlano della parola Morte, e che è un evento non bello. Quindi forse triste significa evento non bello.

Ecco, lo immaginavo, è colpa mia. Deve essersi accorto che sono scappata. E d'improvviso pensa a un evento non bello. E rigetta liquido dagli occhi non composti.

Forse è vitale per Oh Carla darci in pasto all'ottapode. Se l'ottapode è anche un loro predatore e non riesce a nutrirlo magari poi arriva l'ottapode gigante e la divora. In fondo sembra che per riprodursi ci mettano tanto tempo. Da quando sono uscita dalla scatola non ho visto larve, né uova.

***

È passato tantissimo tempo. Se avessi saputo che avrei passato gran parte del mio ciclo vitale a studiare gli umani avrei rinunciato. A parte la tavoletta di cioccolato contro i predatori e i vari sistemi di scivolamento trovo il loro ciclo vitale piuttosto noioso. Da quando siamo usciti dal Grande Alveare a quando siamo tornati non saprei quantificare il tempo trascorso.
Forse ventimila miliardi di bzzz.

Ora devo fare la mia scelta. Posso tornare nella colonia restando tra i Capelli finché non c'è la lunghezza d'onda giusta di luce perché si apra la colonia, o entrare di mia spontanea volontà dall'ottapode. E salvare Oh Carla da morte certa.

In fondo sono sfortunati questi Grandi Bipedi, vivono spostandosi da una cella all'altra, conducono una vita noiosa e pare sia molto difficile riprodursi. Si nutrono a stento e anche con abbondanza di cibo sembrano non terminarlo, o non metterne via.

Sono costretti a ronzare in continuazione in celle fredde, senza uova né larve e senza cibo a disposizione.

In fondo sono fortunata, la mia colonia continuerà a vivere e a riprodursi anche se non lo farò proprio io. Qui non vedo colonie, e quando ci sono non hanno finalità.

I Grandi Bipedi sembrano per lo più solitari, ronzano solo se si incontrano, ma non ronzano tutto il tempo.

Magari posso aiutare la sua colonia dall'invasione dei Grandi Ottapodi e offrirmi io al piccolo ottapode. Magari l'ottapode mangia le loro larve.

Sapete cosa faccio? Attendo la lunghezza d'onda giusta e dai capelli scivolerò in un lampo tra i pedipalpi dell'ottapode. Per me non è un grosso sacrificio.

Non so cosa significhi la parola sacrificio, ma vibra tanto e mi sembra una parola impegnativa, quindi penso che la userò.

Pazienza per la riproduzione. Oh Carla e la sua colonia potranno riprodursi e generare Grandi Uova, e poi Grandi Larve e così via.

Per me sarà un momento. Forse per lui biliardi di biliardi di bzzz.

Alla fine dicono che il tempo sia relativo. Non so come faccio a saperlo, forse il mio DNA è stato mescolato con quello dei grandi bipedi mentre lo studiavano e io so molte più cose degli altri membri della mia colonia. O forse qualcuno lo ha detto vibrando le ali a Oh Carla.

Fatto sta che non mi pesa scivolare lentamente tra le zampe del Ragno attendendo la Morte.

È un breve istante.
Fatto circa di un milione di bzzz.


Canzone del giorno: Starsailor Way To Fall

05 giugno 2018

Essere un mediocre non è una pena. La pena è accorgersene. Ma è un mediocre chi s'avvede d'esserlo?

Ti sforzi eccome. Ti forzi. In diverse cose.

Da ieri ho una nuova postazione al lavoro. Sono accanto alla finestra. Vedo una parte del parco Dora e i palazzi color pastello.
"SÌ CARLA MA FANNO SCHIFO"
Sempre il mio collega.

Eppure a me piacciono. Di concezione moderna, parrebbero dei palazzoni popolari se non fosse per la loro altezza diseguale e i colori pastello. C'è il palazzo azzurro, il giallo, il rosa, il verde.
A una certa ora del mattino la luce colpisce i balconi in modo da creare un'ombra grigia a 45 gradi sotto di essi.
Li voglio fotografare da quando sono entrata lì ma non mi è possibile.

Così ho smesso di parlare con le persone. Non per qualche forma di protesta sociale, sono molto carini i miei colleghi, ma sempre (posso dire, in maniera non cattiva) inutilmente allegri.

Spargono sorrisi e battute con una dimestichezza incredibile, come se lo facessero da sempre. Lo stand up comedy dell'ufficio.
E io guardo i palazzi.

Ogni tanto sento un vociare "CARLA COME STAI OGGI".
"Ho sonno".

E guardo i palazzi.
Ogni tanto mi concedo qualche sorriso qua e là, ma pare più una paresi che un sorriso sincero. Ho fatto un po' di improvvisazione teatrale, credevo potesse servirmi solo per i colloqui, mica per tutti i giorni.
La responsabile con lo sguardo preoccupato mi sorride sempre, e a volte mi tocca la spalla e mi accarezza i capelli. È come se mi capisse.

Badate bene, non disprezzo il lavoro, non più di quanto io abbia disprezzato tutti gli altri (bhe no dai, ne salvo un paio e tutto sommato questo è meglio, davvero meglio di tanti, tantissimi altri): è come se un'apatia mi investisse.

Tutti crediamo di essere venuti al mondo per dimostrare di essere speciali, di avere una qualche specifica funzione che d'un tratto, ci si rivelerà.

È buffo invece avere la consapevolezza di essere mediocre tra i mediocri, di sentire di non avere nessuna particolare dote e di non riuscire a canalizzare quelle poche capacità che si credono di avere.
Questo, spesso, non passa all'esterno perché molti mi trovano estremamente intelligente, brillante e creativa. Ma io sento di non essere nulla di tutto questo.

E se questa frase scritta sopra mi avrebbe fatto arrabbiare o intristire fino a poco tempo fa, ora mi lascia come quasi tutto il resto, apatica. Non posso lottare troppo contro quella che sono.

Una volta qualcuno me lo disse, mi disse di non essere una mediocre. Di trovare qualcosa che fosse mio, e soltanto mio, e portarlo avanti.

E io guardo i palazzi. Scovo la bellezza dove gli altri non la vedono. Controllo la regolarità delle discromie dell'asfalto, conto i gradini di metallo che mi portano alla passerella sopraelevata del parco Dora, cerco gli insetti cittadini che si nascondono tra le piante che irrompono violente e bellissime nelle crepe di qualsiasi cosa.

Allontano la superficialità dell'apparenza per fare mia la ricerca della vera essenza delle piccole cose.

31 maggio 2018

No makeup: day #4
La mia aura

"La sua vita era esemplare, e tuttavia la consumava senza tregua una disperazione interiore. Tentava continue metamorfosi, come per sfuggire a se stessa; il colore dei suoi capelli e la loro acconciatura erano famosi per la loro instabilità. Così pure cambiavano il sorriso, l'incarnato, il taglio degli occhi" (L'Aleph - Borges)

Da qualche anno mi sono accorta di soffrire di emicrania con aura. Non sento di aver bisogno di andare dal medico perché mia sorella ne soffre e ha fatto delle visite neurologiche, probabilmente anche Madre (che è della vecchia scuola di chi non va dal medico nemmeno in punto di morte).


L'emicrania con aura può non presentare il tipico mal di testa da voglia di decapitarsi. In me il mal di testa arriva sempre.

Nel mio caso comincia con la vista che presenta degli spot bianchi. Divento incapace di leggere.
È difficile da spiegare. Vedi tutto l'insieme ma ti mancano dei pezzi, delle lettere. Devi muovere spesso gli occhi per poter catturare più dettagli possibili.

Il secondo step consiste in piccoli puntini luminosi. Quelli che vedete se avete la pressione bassa, per intenderci. O per lo meno molto simili.


Il terzo step sono le coroncine luminose. Si presentano a bordo del campo visivo. Luminose, colorate e frastagliate.


È meglio non aspettare molto tempo per prendere la pastiglia per il mal di testa. In breve arrivano il senso di pesantezza, il forte mal di testa, la nausea (che impedirà di cibarvi e quindi di prendere la pastiglia della felicità).


La cosa buffa è che queste visioni sono comuni a tutte le persone che hanno questo tipo di emicrania. Sembra che siano dei pattern dovuti a una sorta di scossa elettrica che attraversa le zone visive del cervello.


In tutto questo ti senti però anche confuso, stanco. I colori diventano più brillanti anche se la vista fa fatica e poi *bam* parte il dolore.


Può accadermi in qualsiasi momento ma penso sia legata a fattori stressanti o di luce. Ho notato che quando ho la luce che mi arriva da lato destro (luce del sole) è più facile che si presenti.

Una volta ero sul tram e stavo leggendo sul mio ebook reader quando d'improvviso comincio a non leggere più bene. Non mancavano le lettere ma intere parole.

Quando sono scusa, anche la realtà mancava di pezzi. Mi sono fiondata in un bar a mangiare qualcosa e a prendere una pastiglia, appena in tempo prima che il dolore cominciasse.


In realtà, e per fortuna, sono episodi rari. Mi capita ogni 3-4 mesi a esagerare, quindi è piuttosto gestibile. Anche la mia emicrania senza aura ha diminuito di frequenza e mentre prima si presentava quasi ogni weekend, ora possono passare mesi senza ch'io l'abbia.


A discapito di tutto, continuo con il mio progetto senza makeup. Incredibile come la gente lo noti proprio.


Tra i "Ma che faccia sbattuta che hai, Carla"
"No, sono solo senza trucco"

"No no hai anche una faccia stanca"

E i "Ma come mai non ti trucchi più?"


Quasi fosse un atto dovuto. Immaginate se mi chiedessero "Ma come mai non ti tingi più i capelli?"

O "Come mai non indossi più le Superga?"

E la mia domanda invece diventa un "C'è un modo per non essere sciatte senza combinarsi la faccia con troppo trucco? Come poter essere belle naturalmente?"





Ieri poteva facilmente essere il bestemmia day. Ma sono stata brava.
Al primo lavoro ho dovuto discutere con una collega che non ha capito assolutamente che siamo tutti nella stessa barca, che le postazioni NON sono fisse anche se lei in maniera molto infantile ha incalzato con un tipregotipregotiprego. Per fortuna mi passa subito anche se non ho mancato di consigliarle caldamente di essere più elastica, come il luogo richiede. Sì, hai RAGIONISSIMO.

La collega che mi guardava in cagnesco in realtà ha mille problemi e ieri non ha mancato di elencarmeli tutti mostrandomi le gocce di xanax che porta in borsa. Credo che più che cagnesco fosse uno sguardo stanco di un po' di cose.

Avevo dimenticato il cavo per collegare il mio Huawei P9 al powerbank. Questo cazzo di telefono ha un'autonomia bassissima. Parto da casa alle 7.30 che sono al 100%. Arrivo al lavoro alle 9.00 che sono già al 70%. Alle 13 sono al 35% e spesso arrivo al secondo lavoro che sono al 20%.
Così in pausa pranzo sono corsa all'ipercoop a prendere un cavo (così almeno uno lo tengo a casa e uno sempre in borsa che non si sa mai). E sono in risparmio energetico, eh?

Il secondo lavoro ha cambiato sede, e soltanto ieri mattina scopro che il turno del pomeriggio comincia alle 13.30.

Certo, io ho il teletrasporto.

Ed è cominciata più o meno così nella chat di lavoro, che è una delle chat che andrebbe abolita in ogni modo (come, mi raccontano, le chat di gruppo delle mamme dei ragazzotti a scuola).

"Ragazzi ASCOLTATE TUTTI è importante"
[segue messaggio vocale]
"Ehm scusa, io non posso ascoltare, puoi scrivere?"
[segue ALTRO messaggio vocale].

Per fortuna per me faranno un'eccezione, dato che non posso in nessun modo cominciare alle 13.30 inizierò come sempre alle 14.30. Ma forse, correndo un po' riuscirei anche a lavorare dalle 14 alle 18 in modo da essere a casa prima.

Ieri, in mezzo al diluvio universale, ci siamo visti io e l'amico barbuto dei giochi e del blog. Ormai cerchiamo di vederci almeno una volta a settimana nonostante gli impegni. L'amico barbuto sa tutto quello che mi accade da questo blog, ma non conosce sfaccettature e dettagli che possono solo essere comunicati solo davanti a una merenda ipercalorica e a volte a una quantità indefinita di fazzolettini virtuali. Anche se ci conosciamo da poco conosco il suo sguardo da "Carla, che cazzo stai facendo" ma io sono, come dice lui e come diceva mio padre, capatosta. E mentre verbalizzavo una questione importante per me mi sono accorta, in quel preciso istante, del perché fosse così importante. È stato come attraversare la nebbia e vedere finalmente il cielo limpido e dirsi "Ok, ora mi è chiaro. Piove sempre ma c'è il sole, posso vedere tutto con maggiore chiarezza".

Quindi io, col piedino che sguazzava nell'acqua (metafora a parte, incidente dovuto a un calcolo errato di salto di pozzanghera, nuova disciplina olimpionica che verrà inaugurata alle prossime olimpiadi e dove i torinesi saranno già campioni del mondo), lo saluto abbracciando prima lui e poi un suo regalo, un gioco da tavolo che porterò a Cömo con le mie amiche questo weekend (loro sono il test ufficiale per i giochi da tavolo che mi passa o mi consiglia l'amico barbuto. Si scompisciano talmente tanto che penso sia impossibile annoiarsi giocando con loro).

Non c'è tempo di riposarsi, mi vedo con E per andare al cinema. Il film lo ha scelto lei ma non mi interessava molto, avevo piacere di vederla perché so che è a pezzi. Quando arriva, infatti, mi intima di non avvicinarmi o abbracciarla ed entra in un loop pericoloso in cui non riesco a entrare per calmarla. Non posso fare altro che ascoltarla, ma non ho soluzioni per lei, come non le ho per me.

Però lo psicologo da cui va (che è il mio insegnante di psicologia criminale e sessuologia) le dà un consiglio formidabile. Perché non ci ho mai pensato?

Le ha consigliato di cacciare. Si scelga lei un uomo con le caratteristiche che vuole. Finora lei si è sempre fatta scegliere e non ha mai scelto. Scelga lei. È una bella donna, è intelligente. Se va a una festa e ci sono tre uomini appoggiati al muro, uno di questi sicuramente si staccherà dal muro per venire da lei. Faccia il contrario, vada lei.

Le ho chiesto di appuntarsi questi consigli e di portarmeli e poi facciamo a metà per pagare lo psicoterapeuta.

Scherzo, ma è una cosa su cui riflettere. Certo, senza farsi mancare il sonno. Niente che impedisca di poter continuare a vivere la propria vita facendosi scegliere, ma è come se un amico a cui racconti i tuoi problemi e il tuo vissuto un giorno ti dicesse "Perché non provi a fare così? Vedo che è una strategia che non hai mai attuato".

Poi allora puoi continuare sulla stessa strada di sempre, conscia che probabilmente avrai gli stessi risultati di sempre, o attuare nuove strategie che magari non portano a nulla, o forse ti portano a nuove opzioni.

Ah, non sono catastrofista. Probabilmente in questo momento della mia vita la scelta è così complessa è articolata che non si può riassumere come sopra. Se c'è stata una scelta primaria, ad oggi sono io che sento di avere scelto. E con la chiarezza di cui sopra ho capito anche perché.

P.S. Chiedo scusa per la formattazione di merda ma non ho tempo di sistemarla ora. Neh?