Sono le 12 e vieni in ufficio. Dici che mi devi portare in qualche posto, che non so. Spero ci mettiamo poco, devo rientrare, non posso stare fuori dall'ufficio troppo tempo.
Così ci incamminiamo e la strada è lunga, io sono visibilmente agitata. Devo rientrare al lavoro, ma non dico nulla.
Forse lo capisci, allora mi dici che posso stare tranquilla, che è la mia ora di pausa pranzo e abbiamo tutto il tempo. Camminiamo per strade che non conosco, attraversiamo un ponte sul fiume, ma non so qual è, e arriviamo a una fabbrica gigante con un soffitto altissimo.
Solo a quel punto spacchetti una specie di regalo, ma mi dici "Avevo scelto questo per te, ma preferirei che ne scegliessi uno che senti tuo" e tra le mani hai una pecie di orologio a cucù, moderno e tutto colorato. Mi guardo intorno e l'interno della fabbrica è tappezzato di orologi da parete. Grandi, piccoli, a cucù, con altri meccanismi, colorati o solo in legno.
È una fabbrica di orologi.
Io resto a bocca aperta, è un posto bellissimo. C'è l'odore del legno, un incessante ticchettare, ne individuo uno. Ha la forma di una casetta, mi sembra intima e dolce.
E' sera, sono per le strade di Barcellona, da sola. Fa moderatamente caldo e decido di camminare senza una meta, magari andare verso il mare. Chissà, forse stasera c'è qualcosa. In giro ogni tanto vedo persone altissime vestite da boia, il cappuccio scuro a coprire il viso, una tunica lunga dello stesso colore del cappuccio. Dove sono presenti minuscoli fori per gli occhi, questi sono chiusi da piccoli lucchetti, conferendo al "costume" qualcosa di ancora più inquietante. Con un paio di loro mi scontro perché non guardavo avanti ed ero distratta. Non si muovono e restano impassibili.
Percorro poi strade deserte, vicoli stretti, pochi lampioni. In poco mi prende una sorta di panico. Qui non c'è nessuno. se qualcuno mi ruba il telefono non posso più fare nulla ma ancora peggio, qualcuno potrebbe farmi del male e nessuno se ne accorgerebbe.
Apro gli occhi, è domenica, sono nella mia stanza di Benevento. Da domenica scorsa ho traslocato in una stanza più grande, una delle coinquiline è andata via e ora siamo rimaste in due. E io sono bloccata qui dal Covid da martedì. Nonostante fossi l'unica a indossare ancora la mascherina, poco si può fare se le persone vengono in ufficio malate starnutendoti addosso, dato che siamo così schiacciati in un ambiente piccolo e caldissimo. E per mangiare comunque la mascherina devi toglierla. Aggiungi quel minimo di interazione sociale (davvero ai minimi livelli, i miei colleghi fanno sempre serata, io mi sarò concessa un paio di uscite) e lunedì già mi sentivo raffreddata. Niente di trascendentale, martedì sono rimasta a casa e visto l'alzarsi della temperatura, ma davvero di poco, ho deciso di fare un tampone di sicurezza, convinta fosse negativo. Non sentivo niente di più di un forte raffreddore.
Visto che il test però sembrava dubbio, essendo la linea T molto più marcata della linea di controllo, quasi invisibile, ho rifatto il test in farmacia. Positivo.
Dopo 3 anni a schivarlo come nemmeno Neo in Matrix mi trovo chiusa a casa, incazzata perché ieri sarei andata a Roma con le mie amiche di Torino, una cosa che programmavamo da prima della mia partenza per questa landa nebbiosa e piovosa e poi sarei corsa da Cliff che per fortuna sono riuscita a stringere per due settimane nelle vacanze che ci han concesso a Natale/Capodanno.
Da ieri non sento i sapori e gli odori. L'altroieri sgranocchiavo patatine al pepe rosa e lime e sentivo un lieve sapore, un gusto lontano, ma dato che erano tarocche e non di marca non mi sono preoccupata. Ieri invece niente. Al contrario del raffreddore, dove i sapori sono attenuati, con il covid sento solo la consistenza e il calore. E alcuni odori o sapori. L'amaro lo sento molto marcato, l'odore dell'aglio è lieve.
Sapendo che in alcuni casi questo sintomo è persistente e i sensi non vengono più recuperati sto vivendo in un mezzo panico inutile, non posso prevedere il recupero che comunque in alte percentuali è presente.
Quindi che altro fare se non leggere e ammazzarmi di serie e videogiochi?
Quando ero piccola e stavo male, Madre mi portava sempre un pensiero. Un ovetto di cioccolata, oppure passava in edicola e mi prendeva un topolino o un giornale che sapeva mi piacesse, uno di quelli sugli animali.
Qui nei dintorni si aggira un gatto nero, sono a piano terra, vorrei cercare di avvicinarlo e adottarlo, magari mettendo del cibo sul balcone e lasciando la finestra aperta. Ma forse è meglio di no.
Fino a ieri avevo sempre fame, ma col fatto che sento solo la consistenza dei cibi, la voglia di nutrirmi è passata, preparo un piatto di pasta in bianco senza sale e null'altro.
E mentre il progetto di team va avanti e io continuo a faticare e a capire poco, anche se qualcosa di molto piccolo sono riuscita a portare avanti, mi si presenta l'ennesimo bivio che non so se prendere. Continuare per questa strada o cambiare?
Purtroppo le promesse iniziali sono ben diverse dalla realtà a sentire i miei colleghi che son più avanti, e quindi prendere una strada nuova, peraltro immacolata anche per loro, mi rende più che dubbiosa.
A parte le mie piccole paranoie, ieri facevo il classico riepilogo dell'anno passato e devo dire che ho fatto enormi progressi. A parte questo, parlo con una ex collega autistica che vede in me i suoi stessi sintomi e dato che un po' di dubbi li avevo anche io (anche in base ad alcuni test ufficiali fatti nel 2019) ho prenotato una visita al centro di salute mentale di Torino a fine febbraio, nonostante il parere contrario del mio terapeuta secondo il quale non dovrei rientrare nella casistica (ma con lui affrontiamo altre problematiche e non quella del masking - che a questo punto chissà se c'è - e vari ed eventuali disagi sociali).
La cosa positiva di tutto questo è che ora mi importa meno di dire di no, non uscire se non ho voglia (soprattutto se non ho una via di uscita autonoma) ma sempre specificando, come suggerisce il terapeuta, che non mi stanno sulle palle ma è semplicemente una mia esigenza. Questo perché, indipendentemente dall'appartenere allo spettro o meno, è importante ascoltare le proprie esigenze, anche se regole sociali imporrebbero altro.
Nell'arco della mia vita in effetti mi sono sentita rimproverata per questa mancanza di interazioni, perché ero troppo silenziosa e in disparte, mi hanno anche dato dell'egoista perché non mi andava di vedere gente quando altre persone ne avevano bisogno, quindi ho imparato a essere socievole e a stare in mezzo alle persone ma sempre per un tempo limitato. Dopo cominciavo a sentirmi a disagio. Ora nel momento in cui comincia il disagio saluto tutti e vado.
In tutto questo la terapia mi ha dato e mi sta fornendo piccoli trucchetti per sopravvivere senza troppi drammi, esercizi per incanalare le mie angosce, nuovi punti di vista per elaborare la mia realtà.
E sono più che fortunata ad avere trovato Cliff che mi sorregge, mi fa ridere, rende tutto meraviglioso anche quando sembra solo piovere.
Sono a Berlino, ospite della coppia di miei amici di Bologna che lì vivono, per qualche strana ragione dormo in soggiorno con il "lui" della coppia.
Mia sorella intanto mi consiglia il nome di una tatuatrice per farmi un piccolo Totoro. Sembra, tra le altre cose, che sia divisa in due. Una parte di me è nello studio della tatuatrice che sembra l'antro di una strega (lei, capelli neri corvini, tutta tatuata, bellissima) e l'altro gira per Berlino.
Fatto sta che mi sveglio nello studio della tatuatrice, sembra che mi abbia stregata o addormentata, perché apro gli occhi e mi rendo conto di avere tutto il corpo tatuato (il dolore non mi ha svegliata o non ne ho provato). Non vedo Totoro in nessuna parte del corpo, ma tatuaggi scuri e neri che, seppur belli (vari mostri, il disegno delle ossa e dei piedi su gamba e piede destro). Il panico è totale, non solo non ho il tatuaggio che volevo, ma la tatuatrice ha coperto tutti i tatuaggi che già avevo. Non c'è più teschio o formica o papavero. Sono sconvolta.
E' un danno permanente a cui non posso rimediare. Non so nemmeno so ho i soldi per poterla pagare. Glielo dico "Ho solo 700 euro, non riuscirò a pagarti".
Mi guarda: "Non preoccuparti, il cliente prima di te ha pagato 80 euro".
Mi guardo, la mia pelle è diversa, non era quello che volevo, non era quello che avevo scelto. Il primo pensiero è di denunciarla, ma come farò a spiegare di non essermi accorta del tatuaggio, di non averla bloccata?
Sono arrabbiata e frustrata. Decido di chiamare Cliff, magari riesce a calmarmi.
Non ricordo se lo chiamo o no, alla fine. So che c'è un modo per capire se è reale o meno. Se è un ricordo o un sogno. Se è fantasia o sta accadendo. A volte mi capita, nei sogni: non sono sogni lucidi ma in qualche modo mi accorgo che c'è qualcosa che non va. "Ora apro gli occhi", mi dico "e controllo".
Apro gli occhi. Mi guardo la spalla destra. C'è il teschio.
Era tutto un sogno.
Paradossalmente proprio quel giorno vado a recuperare un libro, "Il cimitero del Batavia" presso un punto di ritiro. Mentre il tizio me lo consegna esclama "MA HAI UN CAPOLAVORO SUL BRACCIO!"
"E pensare che stanotte ho rischiato di non averlo più"
Ho sognato che esisteva un universo parallelo dove si poteva rimediare ai propri errori. Non ricordo come era stato aperto il varco, ma ricordo questa ragazza, bionda e nasino all'insù, occhi grandi e azzurri. Lei doveva rimediare con una persona. Il problema di questo luogo è che era molto lynchiano, e le persone non si comportavano come si sarebbero comportate nella nostra realtà, nel nostro universo.
Inoltre esistevano più esseri con lo stesso aspetto, più versioni della stessa persona. A volte cambiava una caratteristica, a volte cambiava l'età. Vedevo questa ragazza destreggiarsi con le più versioni di quella persona e tenere duro nonostante le reazioni spropositate e assolutamente illogiche di quell'essere. Io non so perché fossi lì, ma mi era ben chiaro che era difficile uscirne. Ormai lo scopo era quello. C'era una mamma che voleva rimediare con i figli che probabilmente non c'erano più, c'era questa ragazza che voleva rimediare con questo uomo. Forse un tradimento, chissà. E c'ero io. In questo strano universo popolato di persone che non avevano regole una signora mi invitò a ballare, temevo la reazione perché non sapevi mai cosa poteva capitare in queste occasioni. Era piccola bassa tonda e curva. Cominciò a battere i piedi secondo il suo ritmo anche senza una musica. Cercai di imitarla ma lei mi guardò come se stessi facendo la cosa più goffa del mondo anche se mi muovevo stranamente meglio di lei. Temevo una risposta ma sbuffò e andò a ballare da sola un po' più in là.
C'era il serio rischio di morire, se una delle entità si fosse arrabbiata Dio solo sa cosa sarebbe potuto capitare. Dovevamo trovare il portale, e quello divenne il nostro nuovo scopo.
Ricordo un portale rettangolare con i bordi un po' curvi stile Portal ma non ovale. In un posto scovato a caso.
Propongo un'agenzia che fa pagare per attraversare il varco ma la situazione sfugge di mano e le persone restano intrappolate lì o alcune entità attraversano il portale cercando di accedere alla nostra dimensione.
Fa davvero effetto leggere che anche nei miei sogni le persone non lineari, con picchi emotivi improvvisi mi generino tanto terrore da cercare una via di fuga.
Mi sveglio con questa strana sensazione che provo da giorni. Non è un mal di testa, ma non riesco a spiegarlo altrimenti come una sorta di prurito in un punto preciso del mio emisfero cerebrale sinistro.
Un prurito intracranico.
Non so come alleviarlo. Apro gli occhi: dal letto a soppalco vedo l'ombra scura di C girato di spalle. La luce dei lampioni che entra dalla finestra disegna strane fantasie sui muri, amplificate dalla tenda
Massaggio il cuoio capelluto sperando di sentire meno fastidio. Ed ecco che arriva l'altro problema. Sembrano alternarsi. È come se una bestia strisciante si facesse largo tra i miei capelli sul retro della testa. I capelli si spostano, pochi, la sensazione è quella. Come un dito che passa accanto alla radice dei capelli.
Forse è mattino, forse tra poco suona la sveglia, ma sono le due.
Ho appena fatto un sogno strano, ma nel mio caso è uno dei miei soliti sogni.
Nella notte (e "col favore delle tenebre") le persone scappano dalla pandemia. Gli spettacoli che includono persone sono vietati e così vengono organizzati spettacoli clandestini con marionette e burattini. Tinder non permette più di incontrarsi, è ormai un altro tabù. Ma le persone riescono comunque ad accedere a questi spettacoli per adulti e a far incontrare il proprio pupazzo (anche piccolo pochi cm) con un altro. Le riproduzioni in miniatura dei palazzi al cui interno avvengono gli incontri lasciano poco spazio all'immaginazione. All'interno delle stanze la luce accarezza i vetri delle finestre, le ombre sono più che esplicite.
Il prurito all'interno del cranio prosegue e con esso, la sensazione sul cuoio capelluto della bestia strisciante.
Non riesco a prendere sonno e la mente vaga.
Forse ho uno di quei parassiti del cervello, magari ho mangiato qualcosa che non dovevo. Sushi? No, è un millennio che non lo mangio.
La carne di pollo era abbastanza cotta? Sì, ma anche fosse...
Forse è un tumore, cominciano così, magari fa pressione all'interno del cranio.
Oppure è un ictus che arriva.
Mi giro verso il muro.
Ci sono, è colpa delle onde elettromagnetiche, questo sibilo continuo che sento quando il telefono è sotto carica, è lui, sicuramente è lui.
Stacco la spina e il sibilo smette. Forte della convinzione di avere estirpato la causa di ogni mio male, mi riaddormento. Nonostante l'evidente delirio da dormiveglia e la mia stranissima lucidità (per un istante, uno di quei rarissimi casi in cui tutto è limpido e chiaro) mi addormento di nuovo.
Il fastidio è cessato, per ora. Altri sogni strani mi daranno motivo di pensare.
Sogno il mio Poldo, che non sta bene e dobbiamo portarlo continuamente in clinica, sogno il Balôn e sogno che si trova in mezzo a un bosco di città (come potrebbe essere il Treptower Park di Berlino), sogno di andarci con una persona anziana (mio nonno?), sogno di perdermi tra alberi e cianfrusaglie e di essere felice di perdermi, da sola, in quel bosco.
Sogno poi di vivere in una casa diversa da questa, con Cristiano. La coppia di vicini un po' invadenti, lui si chiama Pedro. C'è qualche dettaglio che mi suggerisce che io non viva esattamente lì, proprio come sta capitando adesso. È come se fossi di passaggio perché il nome di lei non lo conosco e mi dico "Se vivessi qui dovrei saperlo". La casa è tutta bianca e sembra non intonacata in quel misto di rustico e moderno. Su un tavolo (oltre ad alcuni libri) è poggiata una Polaroid compatta dentro una custodia pantone color bianco e carta da zucchero. La Polaroid, nella mia memoria da sogno è un parallelepipedo quadrato fatto esattamente come il logo di instagram, penso in quel frangente che ogni tanto ci potrei scattare. Scatto meno con la Polaroid perché la pellicola costa molto, ma se non scatto mai a che mi serve?
Faccio sogni strani, dicevo.
Sogno di essere in Russia, di finire in un appartamento al quinto o sesto piano e restarne imprigionata. I miei carcerieri non parlano una parola della mia lingua e dal quinto o sesto piano posso scendere solo con ascensore che è rotto. Sono bloccata.
Stamani mi sono riaddormentata sul divano.
Dei bambini vanno a caccia di nazisti, nazisti che li hanno imprigionati e torturati.
Mostrano loro degli scrittoi, con libri su cui hanno segnato le torture a loro impartite. Bambini fuggiti, bambini coraggiosi.
I miei sogni sono diventati molto simili tra loro. C'è una situazione di pericolo e devo portare tutti in salvo. Mi sveglio in una situazione casalinga e tranquilla, in cui la percezione del pericolo è pari a zero, eppure i TG e i giornali (e i social) mi riportano drasticamente alla realtà.
Siamo nel bel mezzo di una pandemia.
La premessa al sogno che ho fatto stanotte in aggiunta al mio solito è che continuo a non volere figli, quindi non preoccupatevi.
Ma sono di essere nel letto in cui dormo in queste notti, accanto a C e che sto partorendo.
Non sento dolore e non vedo cosa accade lì sotto, ma non ricordo la presenza di medici o situazioni ospedaliere. C'è una bella luce, le lenzuola sono candide. Guardo C e dico "Taglia il cordone".
Lui prende le stesse forbici che usiamo per qualsiasi cosa, dal taglio del pacco di pasta al taglio dei negativi in comode strisce da 6 foto.
Mi sveglio.
"Sai, ho sognato che partorivo"
"Ah sì?"
La protezione civile ci invita a non uscire, dalla sua camionetta con megafono incorporato. So che nelle grandi città sono presenti i militari in gran numero che effettuano i dovuti (e doverosi) controlli.
Forse sono fortunata a essere bloccata qui in questo momento, in cui non si sente forte la pressione delle forze dell'ordine (ma soprattutto non si sentono i vicini di casa cantare dai balconi).
Sembra che il tempo sia sospeso e nonostante i miei sogni alla Zombieland (in alcuni qualcuno muore e, come da regia tarantiniana, spruzza sangue ovunque) il bimbo sconosciuto di questa notte è un messaggio rassicurante.
Sarebbe vero se non fossi io, ma il sogno della nascita di un pupo è per me più inquietante di una qualsiasi copia di un horror truculento a base di emergenze sanitarie e incidenti mostruosi.
Questa è la cosa preoccupante.
"Stasera mi sa che prenoto un viaggio per Berlino. Partenza venerdì 18 gennaio, ritorno domenica sera. Me ne vado da sola, tranquilla" "Non puoi imprigionare nel palmo ne' una rondine ne' Carla"
Sono a Torino ma sembra Cömo. In quella landa desolata che è il terreno dei sogni, dove ogni cosa è uguale a se stessa ma sempre diversa. Mutamenti visibili e percettivamente non spiegabili.
Mi vieni a trovare, tu. Ma non sei tu. Io so chi sei, ma il tuo aspetto è esattamente l'opposto. Sei alto, biondo, occhi azzurri.
Passeggiamo, per stare un po' insieme finché una persona che identifico essere Papadopoulos (io la chiamo così ma non è il suo nome, è un'amica di un amico e io non l'ho ancora mai conosciuta) ci spiega che se vogliamo possiamo partecipare a una specie di concorso, e fare in modo che i nostri nomi siano tra i 12 prescelti. Non ricordo per cosa.
Le dico che se si tratta di una gara di resistenza fisica, con me, non attacca.
Ma tu sei entusiasta.
Ci portano in un campo fangoso, e tutti cominciano a correre. Dritto davanti a noi ci sono delle persone in tenuta militare che ci lanciano addosso dei frisbee. Continuo a correre ma percorro pochi metri prima di essere investita da uno di questi oggetti volanti. Mesta torno al punto di partenza uscendo dal campo di gioco, convinta di essere stata squalificata.
Io non so le regole.
Così un membro della giuria mi dice che non è questo il modo per essere squalificati e posso proseguire. Riprendo a correre, il percorso è tortuoso e non so come ti ritrovo accanto a me. Anzi, poco più avanti. Solo che la strada è chiusa e c'è una specie di portavetri per accedere al resto del percorso, penso. Scrivo penso perché in realtà non so, non so cosa sto facendo, non so dove sto andando, non so per cosa sto gareggiando, non so cosa potrei vincere.
Tu sembri così sicuro.
Ti arrampichi in cima al muretto di terra che è accanto a te, ti seguo. In cima c'è una botola, la apri e dentro è buio. "So io dove andare" e mi tendi la mano.
Mi guardo attorno, non mi fido ma non ho molta scelta. Cominci tu a scendere per questa scala a pioli di legno. Scendo io.
Buio.
Ti scrivo una email, chiedendoti come mai non rispondi ai miei messaggi.
A quel punto mi rispondi. Ti chiedo:
"Perché mi hai bloccata?"
"Ma io non ti ho bloccata, avevo spento il telefono perché sto reinstallando tutti i server dell'azienda e non potevo tenere il telefono acceso"
"Ma tu non ti occupi di server"
"No, lo so, ma in questo caso sì, credimi"
"No"
Non so le regole del gioco a cui giochiamo. Non potrò mai vincere, né pareggiare. Sono destinata al fallimento.
Canzoni del giorno: Chris IsaakWicked Game, CranberriesDreaming my Dreams
È l'alba o il tramonto. Il sole è basso sull'orizzonte, probabilmente è il tramonto perché è quasi buio. Sono sulla spiaggia e guardo verso il mare. Tu hai il vestito buono, quello di un matrimonio con cui ti ho visto un'unica volta in cui sei venuto a trovarmi al b&b a Firenze. Io ti avevo aperto la porta scompigliata, con una maglietta lunga che fungeva da pigiama. E tu eri bello, ma per me avresti potuto indossare un sacco di juta e ai miei occhi saresti stato bello lo stesso perché, a differenza tua, non ho nessun interesse per quei lembi di stoffa che ti coprono la pelle.
Stai dentro l'acqua, che ti arriva alle cosce, tra il ginocchio e la vita. Il bordo della giacca bagnato dall'acqua. Il vestito logoro. Tu sporco. Ci siamo solo io e te in questo scenario ma non mi vedi. Continui a camminare parallelamente alla riva. Forse stai piangendo.
Esci e ti siedi sulla sabbia. I pantaloni strappati, sembra che non ti cambi da secoli. Guardi fisso davanti a te come a cercare qualcosa che ormai è lontano.
Sembra che tu abbia bisogno di aiuto ma non ti soccorro.
Non mi fai pena e non ho nessuna pietà. Non provo nessun senso di colpa per questa sensazione.
Ti giro le spalle, vado via.
03 luglio 2018
Ho sognato mio padre. Lo sogno molto raramente.
Aveva comprato un'auto nuova "Ma la Giulietta?"
"La volevo cambiare. Sicuramente tutti se ne lamenteranno. Posso considerarti mia alleata?"
"Ma certo papà, è solo un oggetto. Se può renderti felice, perché non comprarlo?La vita è troppo breve per accontentarsi"
Hai sorriso.
Nella tua nuova macchina rossa sportiva.
Eh, sentire la tua voce grottevole mi dispiace molto. Capisco, capisco il momento e la volontà di chiudere tutto fuori o chiuderti dentro te. C'è sempre questo paradosso che mi fa un po' ridere: le persone come me e come te che sono viste tipo come eroi che sconfiggono malattie innominabili rimangono sotto per questionisentimentali e si sentono disarmate rispetto a tutto quanto per una batosta sentimentale che forse dimostra che, mha, magari non dimostra un cazzo ma forse è indicativo di come siamo.
Se puoi mandami una volta ogni tanto una riga per dirmi che ci sei ancora.
Una riga dalla grotta
Vorrei tatuarmi un insetto. Ma dimentico sempre che addosso ho la bellissima Acherontia atropos.
Sono diversi giorni che evito il mondo. Conto malamente i giorni con delle tacche sul muro. Ma non ricordo mai se ho già disegnato la tacca, quindi nemmeno quello è affidabile.
Affronto le serate sociali con nonchalance, come se stessi bene. Esaurisco quindi le mie energie. Tra un sorriso forzato, una battuta forzata. E a casa svengo sul letto, come se avessi corso un'ora. Vorrei non vedere nessuno, ma non so più come defilarmi. Il lavoro è diventato un evento altrettanto faticoso. I miei colleghi vogliono interagire con me.
Sono sotto medicazione avanzata. Un'infermiera sconosciuta mi ha procurato questa medicazione portentosa, pare. La più antibatterica di tutte, all'argento.
Dura una settimana, poi dovrei già vedere dei miglioramenti.
In un ospedale di Milano circolano le foto della mia ferita, la mia amica RagnoB le ha mostrate a chiunque per capire cosa si possa fare. Un chirurgo di Vicenza è disponibile a vedermi gratuitamente, per dire.
La sentenza è unica, si sospetta Pseudomonas, un batterio bastardo resistente agli antibiotici. Dopo 4 mesi è abbastanza comune avere un'infezione.
Devo trovare un piano, disinfettarlo bene, lavarmi le mani per almeno tre minuti, asciugarle con asciugamano pulito. Disinfettare le forbici con una soluzione alla clorexidina, la stessa soluzione la uso sulle mani che non si sa mai. Con la fisiologica pulisco la pelle attorno alla ferita, è sporca di essudato giallastro.
Sì, fa schifo anche a me.
Mi pulisco di nuovo le mani con la soluzione alla clorexidina.
Apro la confezione della supermedicazione. Chissà che credevo, pare una retina elastica ma scura. Devo ritagliarne un pezzetto delle stesse identiche dimensioni della ferita. Poggiarla sopra. Poi apro la confezione della copertura. È una sorta di spugnetta che va posizionata sopra e assorbe l'essudato oppure crea umidità. Si autoregola a seconda di cosa ha bisogno la ferita.
Taglio la copertura in quattro. Prendo un quarto e tolgo la plastica che copre l'adesivo. Posiziono il quarto sopra l'argento. E copro tutto con cerotto Fixomull (del modico costo di 29 euro).
Per una settimana lascio così, a fare il suo lavoro. Promettono miglioramenti già dopo la prima medicazione, ma boh. Attendo.
Nel frattempo dovrei evitare di bere alcol, ma una birretta ci sta.
Prendo i beveroni proteici perché le proteine dovrebbero aiutare e ho ricominciato a mangiare carne. Fino a oggi solo fuori casa ma stasera ho addentato una polpetta. Cioè tre.
Ho fatto un video da mostrare a RagnoB per capire se medicavo bene. Rivedere il mio piccolo seno dimezzato nel video mi ha fatto un po' male.
Ma non è quello il motivo della mia grotta.
RagnoB dice che potrei chiedere anche un paio di settimane di mutua per stare a casa, ferma e immobile. Aiuterebbe tanto.
Ci sto pensando, potrei stare nella grotta e non dovrei andare al lavoro, ma dovrei giustificarlo a casa (ricordate che Madre non sa nulla).
In effetti ho cominciato a lavorare subito dopo l'intervento, proprio nell'unico periodo dove un po' di riposo mi avrebbe fatto bene.
Senza volerlo mi sono tramutata in farfalla. Ma ho perso le scaglie dalle mie ali e non posso volare.
Vorrei essere un Geotrupidae. Almeno loro mangiano merda. Sarei già un bel po' avanti.
Dai, smetto di bere lunedì. I lunedì sono fatti apposta: per dimostrare i fallimenti dei buoni propositi della settimana precedente.
Per ora mi stappo una birra ghiacciata.
Ti ho sognato. Mi urlavi addosso una cattiveria. Eri aggressivo. Il giorno dopo mi mandasti una lettera di scuse.
27 giugno 2018
"Cosa fai? Stai dormendo? Sei a 1700, lo sai che devi arrivare almeno a 4000"
Annuisco imbarazzata.
"Vieni ti affianco a lui" e mi indica una persona a cui stanno togliendo monitor e computer per sostituirli con una tastiera gigante, larga almeno un metro e profonda 50 cm. Beige e rossa, di un materiale morbido tanto che quando la appoggiano sulla scrivania sembra quasi un grosso pezzo di pan di spagna che, tenuto ai lati, si affonda al centro. I tasti sono grossi e non appena la collegano alla corrente mi rendo conto che funge anche da computer. "Come un vecchio Commodore" esclamo.
Mi guardo intorno, non è l'ufficio luminoso dove ho lavorato fino a ieri. Non sembra nemmeno un garage o un seminterrato, quanto proprio una rimessa per auto. Le pareti sono dipinte di blu scuro, i neon illuminano piccole zone e lasciano il resto al buio.
Mi rimetto al lavoro ma so che devono arrivare gli amici di A. da Ginevra. Mi destreggio male tra lavoro e impegni. Arriva L. con una persona imprecisata e mi dice di seguirli. Attraversiamo un portellone rosso aperto e ride. "Dai non ho tempo da perdere, qui rischio il lavoro!" e ridendo se ne va.
Mi sveglio di scatto, è tardi, devo avere spento la sveglia nel sonno.
Mi trovo in un posto al confine con la Germania. Non so quale confine. Sono in vacanza con mia sorella, i miei nipoti e mio cognato.
In quella sorta di albergo in cui alloggiamo c'è una specie di piscina pertanto decidiamo di immergerci. Io cerco di fare attenzione ma mi rilasso e mi distraggo e bagno la ferita. Cioè la immergo proprio. Tant'è che il cerotto si insaguina subito e mi spavento. Decido di andare al pronto soccorso.
Per fortuna in quel posto indefinito parlano tutti italiano, anzi, hanno tutti un accanto marcatamente del Sud. Non so dove andare e finisco in un corridoio che somiglia molto al corridoio che c'è nel piano interrato delle Molinette a Torino. Una signora mi chiede se ho bisogno e le mostro il cerotto.
Ah, è meglio se ti controlliamo. Stanotte resti qui.
Ma non mi portano in una stanza di ospedale. È una sorta di biblioteca, tutta arredata in legno. Non accendono le luci, è sera e le luci dei lampioni entrano dalle finestre illuminando a tratti quella stanza tutta marrone scuro. Un materasso da salto in alto, un po' più sottile a dire il vero, di colore verde è sistemato sul pavimento.
Ma ho il cellulare quasi scarico e non ho il caricabatterie, così chiedo a mia sorella di portarmelo. Mentre mi affaccio dalla finestra di quella stanza vedo però dei ragazzini che corrono attraversando la strada e hanno il mio zaino, proprio quello che tantissimi anni fa mi regalò mia sorella, nel periodo in cui facevo su e giù da Torino a Firenze. Ehi, quello è il mio zaino!
Guardano in alto e si fermano.
Vi prego, dentro c'è della roba con del valore affettivo. Vi do' 200 euro se me lo restituite.
Facciamo 800.
600.
Andata.
Entrano in ospedale, mi portano lo zaino e sono preoccupata perché non posso pagarli, ma chiamo mia sorella che intanto sta arrivando e penso Bhe, lei chiamerà la polizia, così siamo a posto.
In realtà questo non accade, arrivano soltanto e mentre loro sono lì vedo che hanno anche dei miei scatoloni pieni di libri. I miei libri.
Li guardo e non riesco a separarmene, eppure anche nel sogno mi dico Carla, questi libri non li hai nemmeno sfogliati e forse non li sfoglierai mai, ma non riesco a pensare di separarmene.
In un attimo di distrazione riesco a chiamare la polizia e la faccenda risulta conclusa, mentre per un attimo di distrazione la mia ferita riparte da zero.
Sarà l'età che avanza, ma il buio che accompagna la sera sta diventando sempre più un'anticamera per i mostri.
Negli anziani la chiamano sindrome del tramonto.
Il sogno di stamattina riguardava i miei onischi. Li ho gettati nel terrario delle lumache nostrane solo l'altroieri. Nel sogno si riproducevano a dismisura a scappavano da ogni pertugio.
In verità in parte è vero. Ieri, ricontrollando, mi sono accorta che gli onischi possono arrampicarsi lungo le lisce pareti di plastica del faunabox e arrivare al coperchio, passando anche le prese d'aria e quindi uscire fuori.
Ma non è l'unica cosa per cui sono dovuta correre ai ripari. Sul coperchio erano attaccate tante piccole lumachine. Non so quantificarle ma almeno una ventina. Più quelle sottoterra (amano interrarsi).
Le lumache si sono riprodotte. Nel cercare di capire il danno fatto dalla perdita di onischi ho smosso il terreno, trovando una lumava in procinto di fare le uova. Piccole, dal diametro di 4-5 mm, tonde, bianche e lisce.
Sono diventata mamma di una quantità imbarazzante di piccoli gasteropodi.
Ormai le piccole lumachine rimarranno, o saranno smistate tra amici che vogliono provare l'ebrezza del loro allevamento, mentre le uova dovranno essere liberate in natura, altrimenti rischio di trovarmi inconsapevolmente con un allevamento di lumache a pieno regime.
Madre lo ha definito un avvenimento importante. Mi aspetto di tornare oggi a casa e trovare fiocchi per bebè fuori dalla porta di casa. Di colore neutro, ovvio, che le lumache si sa, sono ermafrodite.
Sono convinta che oggi sia giovedì, il mio cervello ha saltato un giorno. Così convinta che ho preso anche il dosaggio di eutirox del giovedì.
Stamani, rinviando la sveglia, cercavo di indovinare il meteo odierno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Potrebbe esserci pioggia.
Sogno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Ma magari è solo nuvoloso.
Sogno.
E fu così amica pulcetta mia che ti ho sognato. Passeggiavamo di sera a Bologna e stava diluviando. Parlavi a bassa voce in tono serio, con il cappuccio della giacca che ti copriva mezzo volto. Pioggia così forte che anche il mio giacchino da montagna era zuppo. Non sentivo l'armonia e la musicalità della tua voce e le tue belle risate.
E nella folla per un attimo ci siamo perse, ma solo perché eri andata a prendere, per me, un biglietto del bus, per non so dove volessimo andare.
Io ero con delle persone. C'era un ragazzo che mi piaceva quando facevo le scuole medie, Alberto O.
Quando ero piccola sapevo che lui ascoltava una determinata radio e io la ascoltavo a casa. Un giorno ho sentito una sua richiesta radiofonica e l'ho registrata su cassetta. Era un bravo ragazzo Alberto O, doveva subire anche le angherie degli altri ragazzi perché lo "scarrafone" lo tampinava.
E pioveva, ed era buio.
Oggi devo assolutamente comprare la rafia e la nipagina per allevare le drosophile.
Che è già giovedì.
09 aprile 2018
Sono in stazione e aspetto un treno. Se sia in ritardo o se sia stato cancellato non mi è dato saperlo. Incontro lì una ragazza: è alta, magra, ha i capelli corti castani e gli occhi grandi, una pelle molto chiara. È carina, e non mi soffermo a parlare con lei. Devo andare via.
C'è gente un po' strana in giro, ricordo di aver pensato che dovevano essere usciti da un manicomio, ben conscia che i manicomi non esistono più; uno aveva anche un camice bianco. Prendo delle scale che mi permettono di vedere la stazione un po' dall'alto. E noto che questi personaggi strani camminano "sopra" i treni fermi e temo che si vogliano buttare di sotto. Ma sono forse lontana per richiamare la loro attenzione e noto che questa ragazza è anche lei, ora, in una posizione in cui può osservarli. Le faccio dei gesti per indicarle i due personaggi in questione che sono sempre girati di spalle e lei mi fa cenno di stare tranquilla. Usciamo insieme dalla stazione e incontriamo due mie amiche. Non ricordo chi siano perché ora sono concentrata e presa dalla mia nuova amica. Tant'è che camminiamo seguendo quest'ordine: io davanti con lei e le mie due amiche dietro.
Mentre camminiamo mi mostra un sacchetto che aveva con sé. Ci sono dentro un paio di autoreggenti, dice di volermele regalare. Forse mi sarebbero state grandi ma dico che non importa. Sono particolari, una è di colore grigio e l'altra è (guardacaso) rossa. La ringrazio e non vedo l'ora di tornare a casa a provarle.
Arriviamo in piazza Campanella, è nella mia vecchia zona: mi piaceva abitare lì. Ci sediamo su un gradino fuori da un negozio e cominciamo a parlare. Io però sono in ansia. Guardo l'orologio e sono le 19.13. Alle 20.30 devo fare qualcosa, ma ora non ricordo cosa: forse arrivi tu, non ricordo. E in tutto questo devo comunque prima tornare a casa, provare le calze, vedere come stanno sotto il mio vestito nuovo, mangiare.
Le guardo ancora, hanno qualcosa che non va nel bordino, ma poi lei mi spiega. Il bordo va ripiegato verso l'esterno. Così si possono vedere i fiocchetti.
Saluto tutti con una scusa e vado via, però mi spiace e sono un po' gelosa di lasciare la mia nuova scoperta con i miei vecchi amici, così torno, ed esclamo "Va bhe, dai resto!".
RagnoB, ora entri in gioco tu, amica mia.
Vengo a casa tua, dopo questa scoperta e questo regalo. A casa tua c'è la ragazza di tuo fratello che lo aspetta, sconsolata, dal giorno prima. A quanto pare si comporta con lei da maschio alpha. La lascia a casa con tua mamma mentre lui va via per giorni. Mi ricorda qualcuno.
Ci presentiamo e ti mostro le mie belle calzette e ti dico che devo assolutamente provarle. Tu parli a bassa voce e mi dici che in quella casa il silenzio è da rispettare, perché siete un po' particolari. Accendo la tv e anche se il volume è basso, non posso abbassarlo ulteriormente con il telecomando. Abbandono la missione e spengo.
Mi provo queste benedette calze e sono carinissime MA una è più "alta" dell'altra. Per inciso la calza rossa arriva poco sopra il ginocchio e sembra più una parigina mentre la calza grigia arriva a metà coscia. Ragno B, mi guardi e decreti che "è così che deve essere". Nel frattempo arrivano due donne, una delle due è sicuramente la mamma della ragazza di tuo fratello ma non riesco a capire chi sia, e in questa confusione di volti non riconosco nemmeno tua mamma. Poi, una donna si avvicina per presentarsi e mi fa un saluto da ragazzina, alla "bella lì, come butta?". Mentre loro vanno nell'altra stanza, noto che sulla forma del piede della calza (e in quel momento le ho indosso) c'è scritto qualcosa come "donne calze, collezione costosa". E penso che sia strano che una perfetta estranea me le abbia regalate.
E poi le donne in casa mi rivelano che quel tipo di calze in quella casa non sono ben accette.
Ma non sapremo mai come è andata a finire la diatriba perché la sveglia ha suonato e l'unica cosa che mi è rimasta in testa è la questione delle calze: riuscirò a trovarne un paio simile nella realtà?
Non so come abbiamo fatto a scappare, tutti i miei compagni erano stati uccisi. Ma noi, piccolo e sparuto gruppetto, no; ci siamo rifugiati in un altro universo convinti che nessuno potesse più rintracciarci. Eppure in uno dei nostri anonimi spostamenti tramite bus eccola, lei, vestita in rosso.
Colei che ci aveva decimati.
Ci fu subito ovvio che lì per lì non poteva muoversi, ma non potevamo andare da nessuna parte.
Aspettò che il bus si fermasse, scese con noi e ci portò sul tetto di una scuola. Il sacrificio stava per essere completato, ma io mi ricordai che nello zaino avevo qualcosa e dovevo solo trovare il pretesto per prenderlo.
Finsi un malore e chiesi di poter prendere le pastiglie per poterlo attenuare e lei, stranamente, acconsentì.
Aveva uno chignon biondo portato alto sulla testa, la radice scura dei capelli, il rossetto rosso abbinato al cappotto. Decisamente bella e crudele.
Presi la pistola, era minuscola e non era mia, non ricordo di chi fosse. I miei compagni di viaggio capirono e si rilassarono, forse troppo, rischiando di farci scoprire.
Nascosi la mano con la pistola alla sua vista e chiusi lo zaino. Dovevo essere rapida.
Si voltò un attimo e gliela puntai dietro alla nuca, premetti il grilletto ma "click click" niente, non sparò. Ero disperata e continuai ma lei si mosse e in quel momento partì il colpo.
Un minuscolo forellino apparve ma stranamente la traiettoria non era quella corretta e il risultato fu solo quello di farla agitare.
Secondo colpo, e cadde a terra.
Terzo colpo, per sicurezza.
Guardai lei, guardai la pistola e guardai i miei compagni. Il nemico era stato sconfitto, eravamo ancora vivi. Ma il viaggio non era terminato.
Avremmo trovato tante altre difficoltà ma ci sentivamo più preparati, più invincibili, meno umani.
Il sole stava tramontando riempiendo quell'atmosfera già carica di drammaticità di una luce splendida, surreale.
Ci mettemmo in cammino, la strada era ancora lunga.
Ho dormito male ieri notte, ho fatto degli incubi in cui il mio endocrinologo mi anticipava il referto dell'agobiopsia e non solo era un (altro) cancro, ma aveva trovato anche una rara sindrome genetica che poteva essere la causa primaria di tutti i miei mali.
Bhe, non a caso ieri, nel primo pomeriggio, avevo la visita annuale dal mio endocrinologo.
La struttura in cui faccio le visite, il COES (Centro Onco Ematologico Subalpino) è stato, per una vita, sito all'ingresso di via Cherasco 15. Comodissimo.
Entri in via Cherasco e vai sempre dritto. Ma da qualche anno a questa parte lo hanno spostato, costringendomi ad ardue traiettorie. L'ospedale Molinette è un labirinto con indicazioni di difficile interpretazione!
Non mi do' per vinta. Passo dall'ingresso in via Genova, cerco il COES nelle indicazioni del tabellone all'ingresso principale di corso Bramante, seguo la traiettoria colorata di marrone, e TA-DAN.
Dopo solo 15 minuti eccomi!
Non ricordo mai cosa devo fare. Venendo qui una volta l'anno il dubbio amletico è: prendere o no il numero? Sedersi e aspettare? Annunciarsi in qualche dove?
Mi siedo e aspetto.
L'anno scorso il mio medico storico era affiancato da un dottorino giovane e un po' troppo volenteroso e presente. C'è un termine ma non mi viene, e quindi accattatevill'.
Appena mi vedono esordiscono "Colombo, venga pure".
Entro in saletta, mi siedo e il mio medico storico comincia: "Abbiamo il suo citologico, glielo avevamo detto?"
"No"
Il sogno voleva dirmi qualcosa.
"Allora l'esito glielo anticipo, in sigla si dice B3, vuol dire che purtroppo dal citologico non sono riusciti a stabilire cosa sia. Diciamo è un risultato dubbio, quindi bisogna indagare un po' meglio: glielo anticipo subito, quasi sicuramente le faranno una biopsia chirurgica come l'altra volta"
"Una biopsia escissionale?" "Sì, più che altro per capire cosa sia"
Lucciconi. Ok, Carla, riprenditi.
La mia mente prosegue, faccio domande. Nel caso dovesse essere qualcosa di negativo? Asporteranno il seno? Che terapia faranno?
Si mantiene sul vago, dovrà decidere la senologa. Intanto io sarò ricontattata per programmare la biopsia.
"Vorrei essere operata dallo stesso chirurgo dell'altra volta, mi aveva fatto un bel taglio" "Ah il dott. Coluccia, eh mi sa che in questi giorni (proprio in questi giorni) sta andando in pensione"
Che fortuna, penso.
Proprio non ci voleva un'altra biopsia, sullo stesso, già martoriatino, seno. Già piccolo, già sfortunato.
Già tagliato.
Sono a terra.
Procedono con la visita solita. "Quanto pesa?"
Stavolta lo so, e rispondo come alla domanda di un esame che viene fatta da anni e alla quale hai sempre risposto - non lo so -. "45 circa" "Ah" dice il dottorino "è un po' sottopeso, pesa molto meno rispetto all'altra visita"
"Va bene così" "Mi faccia controllare i linfonodi, si tolga il vestito e si metta sul lettino"
E qui il dottorino ha rischiato male la vita. Mentre mi spoglio, per riempire l'imbarazzante silenzio, dico "Ci metterò un po', mi vesto a strati, sa, il freddo..." "Ah ecco, infatti a prima vista NON MI SEMBRAVA COSÌ MAGRA"
Quei momenti in cui vorresti un lanciafiamme.
I linfonodi vanno bene, dice. Ma lo so. Gli esami del sangue sono perfetti e il mio medico storico dice che il fatto che gli antigeni del cancro siano nella norma è un'ottima cosa. Mia domanda: "Ma non sono gli antigeni del cancro all'utero?" "... [silenzio imbarazzato] sì, anche"
Non ce provà a fregarmi che m'informo, cristosanto. Col seno han poco a che fare mi sa quei due antigeni.
"Fuma?"
"No"
Mi sono stancata di dire che fumo la pipa in media una volta al mese e che non si aspira. Così, no, non fumo. "Va bene, il quadro generale è molto buono. Solo il TSH è un po' ai limiti ma non voglio aumentarle la dose di Eutirox a 75 microgrammi tutti i giorni. Poi è così magra. Facciamo allora 75 microgrammi 5 giorni a settimana e 2 giorni a settimana 50 microgrammi."
Se ora era facile ricordarlo, perché i giorni pari sono 50 microgrammi e i giorni dispari 75, l'idea di prendere 50 microgrammi lunedì e giovedì e 75 i restanti giorni sarà parecchio dura. Vediamo.
Mi fanno attendere per l'ecografia alla tiroide. Il dottorino ecografista bello che qualche anno fa era ancora più bello controlla le mie precedenti ecografie al computer, accanto a lui il mio endocrinologo che lo avverte "Ora siamo un po' più incentrati sulla mammella, purtroppo ai tempi le terapie erano quelle che erano, abbiamo un B3 in Q2 sul seno destro. Ha fatto 36 Gy a mantellina a 13 anni, gli anni dello sviluppo"
"La solita fortunella, eh?" Dico sorridendo.
Prima che pensiate stiano giocando a battaglia navale, traduco: B3 è la sigla di cui sopra, il referto dubbio del citologico. Q2 la posizione del nodulino nel seno. I Gy sono i Gray, se posso usare termini non tecnici, l'unità di misura delle radiazioni usate sul mio corpo ogni giorno per più di un mese, per la prima radioterapia. 36 Gy equivalgono a 30 radiografie fatte tutte insieme ogni fottutissimo giorno. Mantellina è un termine così docile ma indica la zona irradiata, ovvero TUTTO il torace.
Mi fa di nuovo svestire e rimango in canotta, mi sdraio sul lettino per fare l'ecografia.
Si posiziona alla mia sinistra "Quel teschio, devo dire, un po' mi inquieta" parlando del mio tatuaggio
"Sì, l'ho fatto apposta per gli ecografisti".
Ride.
La situazione della tiroide è invariata. È sempre minuscola e i nodulini? Sono tutti lì, stanno bene e sono invariati. Meno male, mi sarebbero mancati.
Mi danno il referto dell'ecografia e il solerte dottorino (ecco "solerte", prima non mi veniva il termine) mi ricorda di passare venerdì mattina a ritirare il referto dell'agobiopsia al reparto di senologia radiologica e chiedere della dottoressa Mariscotti.
E che sarò contattata per la biopsia.
E io invece, in un altro mondo, assolutamente fuori da ogni controllo, vorrei solo riuscire a piangere a dirotto.
Canzone del giorno: Mama, I'm coming homeOzzy Osbourne
Vedo la busta con le cassette del Commodore regalate da Gigi che si muove. Vado per spostarla con un piede e dall'interno escono blatte di tutte le dimensioni. Non solo le piccole blattelle germaniche, ma anche Blatta orientalis e qualche larva caimano. Disgustata, cerco di schiacciarle tutte con le scarpe da trekking che stranamente indosso.