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17 aprile 2018

La motivazione

Non mi bastava essere incasinata con la salute: ho dovuto cercarmi ben due lavori.
Sono tornata in un'azienda presso cui lavoravo (pensavo erroneamente nel 2006 e invece) nel 2007-2008. Mi trovavo bene ma la mole di lavoro era tanta e appena ho trovato altro mi ci sono fiondata.
Ma a volte ritornano.

Per questo lavoro ho fatto un corso di formazione full-time di 5 giorni, quindi per una settimana ho abbandonato l'altro lavoro.

Da ieri al mattino faccio il lavoro nuovo nella vecchia azienda, e al pomeriggio il lavoro che non ho ancora capito quanto mi pagheranno.

Nelle mie allegre scorribande in ospedale ho parlato con M l'infermiere con cui ci siamo scambiati i numeri e che mi ha invitata a uscire, senza impegno (e gli credevo, stranamente, fino a quando non mi ha detto che se avessimo fatto troppo tardi e abitando io dall'altra parte della città potevo restare a dormire da lui e lui avrebbe dormito sul tappeto, o sarebbe rimasto a dormire lui sul mio tappeto e quindi mi sono chiusa a riccio) al quale ho chiesto "Ma che fine ha fatto il mio istologico?".
Alla fine mi sono operata il 26 febbraio. Lunedì era il 9 aprile, mi sembrava che fosse passato abbondantemente il tempo massimo per saperne qualcosa. Così mi dà un altro numero da chiamare. Era lunedì mattina prestissimo. Per non perdere nemmeno un minuto di corso, due volte alla settimana sono andata in ospedale alle 8 del mattino. Quindi uscita da casa alle 6.30 del mattino.

Una volta al corso ho chiamato il numero e mi hanno comunicato che non c'era ancora nulla ma che avrebbero cercato e mi avrebbero chiamata. E il giorno dopo eccoli (che, si stavano perdendo il mio referto?).

Mi hanno chiesto di passare da loro giovedì per il ritiro dell'istologico e la visita ma non potevo perdere nemmeno un'ora al corso e così ho chiesto se avevano spazio in un altro momento. E domani è il giorno X. Pare che mi veda uno dei capocci del reparto.

Non saprei dire se sono spaventata. In ogni caso sarò arrabbiata. Se non è niente dovrò accettare il fatto di aver subito un intervento al seno (con una ferita ancora aperta e tutte le conseguenze del caso) per nulla. Se è qualcosa dovrò accettare di avere (ancora qualcosa). In ogni caso al momento io la vedo come una sconfitta. Minore nel primo caso, certo. Ma.

Ho tante piccole novità belle o brutte che siano. Le mie piccole ferite al cuore non si stanno riemarginando.
Una persona ieri mi ha ridato motivazione a scrivere, ma sarò sincera. In verità sono un paio.
Ed è strano che siano capitate la stessa sera: evidentemente avevo bisogno di più motivazione possibile, anche se il solo commento al mio precedente post è stato sufficiente a farmi capire che ci sono cose che non ha senso mollare.

Mi sono un po' commossa perché pensavo non passasse più nessuno da queste parti. Una volta pullulava di persone che presto o tardi sono spariti. L'avvento dei social, la mia non continuità, gli argomenti sempre più cupi, o magari nulla di tutto questo.

Ho dei nuovi esserini a tenermi compagnia. Due ragnetti salterini (Phidippus regius) e una lumaca gigante africana che però è di mia mamma (l'ha chiamata Debra). Ah e una quantità di Drosophila da dare da mangiare a tutti i ragnetti salterini del pianeta. Tutti presi a EntoModena questo weekend.

Non contenta e dato che ho due lavori (oggi ho controllato il conto in banca, è stato un Ohhhh che bello è arrivata parte dello stipendio di un lavoro. Ohhh ma è arrivata anche la carta di credito e sono sotto di 33 euro) mi sono presa un obiettivo macro vintage (in realtà l'obiettivo macro: un kiron 105 mm 2.8) al comodo prezzo di 239 euro etipassalapaura ma ne avevo bisogno. Voglio fare delle foto ai miei ragnetti ed è ripartita la frustrazione del "ora che lavoro e non ho più tempo almeno spendo i soldi".

Ah e visto che oltre ai soldi mi avanzava del tempo (sono ironica ovviamente) mi sono iscritta a un corso online sul Web Design. Non si sa mai nella vita, tanto ho capito che con la fotografia ci posso fare poco, ho un carattere di merda. Intanto cerco di rientrare nella grafica dalla porta di servizio.

In più, l'azienda vecchia che mi ha dato il nuovo lavoro chiude ben tre settimane ad agosto. È ripartito il trip del viaggio in solitaria ed ero partita con l'idea del Laos, ma è un viaggio che non sento mio. Non so spiegare, ma è una cosa molto chiara in me. Il Madagascar l'ho cercato, l'ho voluto, l'ho atteso per 10 anni. L'ho studiato piano. Era partito con l'idea dei camaleonti che volevo vedere in natura. Poi è diventata curiosità verso il luogo, le persone. Verso la natura, verso i problemi.
Non so niente del Laos, se non qualche spezzone del libro di Terzani Un indovino mi disse. Bello tralaltro, eh?

Quindi ci penso ancora un attimo anche se agosto è dopodomani, praticamente. Vorrei tornare in Madagascar anche se so che ci sono tanti altri posti da vedere. Però il Madagascar è stato l'unico posto da cui non volevo ripartire per tornare a casa. È l'unico posto che mi fa venire i lucciconi se ci penso, più dell'Australia, con i suoi canguri e i wallaby e gli aborigeni che fanno la spesa scalzi al supermercato e l'odore di eucalipto ovunque.
Madagascar non è Africa ma è Africa. È una costola piena di tribù diverse, animali diversi, piante diverse. Madagascar è camaleonti e insetti stecco, Baobab e lemuri.

Io non sono certa di voler andare in altro posto se non quello, e girare nuove zone, magari cercando l'Aye-aye nell'unica zona dove può ancora essere avvistato. E sentirmi un po' esploratrice come nei miei sogni di bambina, quando guardavo i documentari quelli di una volta fatti bene e sognavo di fare quello: viaggiare e stare con i miei animali. Che i miei amici immaginari sono sempre stati animali, mai umani. E spiegare alle persone come è fatto quel fantastico mondo così lontano e così vicino. E l'africa dalla vegetazione gialla e secca, e il deserto di sabbia, e i serpenti squamati, e i koala dolci.


Canzone dei giorni: Amen Dunes Satudarah

   

Questa canzone (e tutto l'album) mi accompagna nelle mie copiose letture di questo periodo. Leggo sul bus, leggo mentre corro da una parte all'altra della città, leggo a casa a letto, a volte leggo camminando per la strada, rischiando la vita. Leggo in pausa, fosse anche per 10 minuti. Non ho più tempo per la vita sociale, che già stava diventando (per mia scelta, eh?) pressoché inesistente, e nemmeno per film e serie. Come farò quando riprenderò a suonare? Mi porterò l'ukulele per strada? Magari sì, e ci guadagno anche qualche soldo.

07 ottobre 2016

17/10/2015 e 18/10/2015 - Dolce ritorno ad Antsirabe. Partenze e addii.

Il viaggio di ritorno è molto silenzioso. Ho i lucciconi e so che mi mancherà questo posto. Fry si lamenta perché dice che sull'aereo saremo i più puzzoni, ma non so come fargli capire che non me ne frega niente. Non riesco nemmeno a dire il mio solito Fottesega, è un problema talmente secondario che la mia testa non ce la fa ad esprimerlo.
Ripercorriamo a ritroso il tragitto dell'andata e non è facile.
Ci siamo fermati perché Eric ha comprato due sacchi di (sembra) foglie secche. Scopriamo che quelle foglie sono eucalipti e un'altra pianta malgascia e che li usano per cucinare dato che non c'è il gas: danno fuoco a questi arbusti secchi. 2 sacchi sono costati 6000 Ar (circa 2 euro) ed Eric ci specifica che gli basteranno per due mesi. Ricordiamo che è cuoco.

Ci fermiamo quindi a prendere un caffè dove assaggio dei dolcetti croccanti, impastellati e fritti, fatti con il riso. Buonissimi. Due caffè e due dolcetti sono costati 600 Ar. Quanto può essere? 20 cent?
Arrivati ad Antsirabe ci vediamo con Gaby in un ristorante. Sembra stare molto meglio, dice che un osso è quasi del tutto ricoperto dalla carne e che comunque la ferita sta guarendo.
Chiedo se Eric e Mami mangiano con noi e Gaby li invita a sedersi.
Il ristorante è molto "bello". Perdonate le virgolette, ma è molto turistico. Penso che Gaby ancora non ci abbia inquadrato e abbia voluto farci mangiare in un ristorante che ritiene di nostro gradimento.

Mangiamo; Gaby torna a casa sua e quando torna andiamo all'hotel che era lo stesso in cui siamo stati i primi giorni ad Antsirabe.
Ci scattiamo una foto e ci salutiamo, Eric e Mami tornano alle loro case e Gaby ci da' appuntamento per l'indomani mattina alle 7. Con Eric rimarremo in contatto: collabora con un'associazione di volontariato e vogliamo aiutare e contribuire.
Grazie..
Ci mettiamo a letto a riposare ma alle 17.15 (ora locale) sveglio Fry perché devo prender l'antibiotico e dobbiamo comprare una bottiglia d'acqua. Andiamo al ristorante dell'hotel ma è chiuso (hotel.. sono bungalow) e apre alle 18. E chi incontriamo all'esterno della struttura? Andry, il ragazzo che doveva portarci al Famadihana, in attesa di clienti per il suo pousse pousse. Dapprima accettiamo, poi gli chiediamo di fare due passi con noi. Non ce la sentiamo di farci portare lì sopra.

Lascia il pousse pousse davanti all'albergo e ci accompagna.
Ci spiega che il pousse pousse è a noleggio perché costerebbe troppo comprarlo (80 euro, abbiamo avuto un mezzo pensiero di regalarglielo!) mentre il noleggio gli costa 7000 Ar al giorno.
Lui parla inglese con noi e non capisco bene tutto quello che dice ma ci racconta la storia di questo bizzarro mezzo di trasporto.

Arriviamo a un chioschetto e paghiamo l'acqua con una banconota da 10000 Ar (il taglio più grande che hanno). La ragazza che ci serve ci guarda con gli occhi sgranati, non ha il resto. Sparisce per poter cambiare la banconota e nel frattempo un signore vestito di bianco, totalmente ubriaco, ci stringe la mano e manca poco casca a terra. La ragazza torna, ci da' il resto e la bottiglia grande di acqua e torniamo via.

Arrivati all'albergo lo salutiamo ma gli paghiamo la corsa, ci ha fatto compagnia e ha perso potenziali clienti (noi tralaltro ci siamo rifiutati di fare il giro, quindi...). Lo salutiamo, prendo il mio antibiotico, è quasi ora di andare via.

Ceniamo e andiamo a dormire.

Ci svegliamo il giorno dopo molto presto per essere a fare colazione, dato che poi Gaby arriverà alle 7. Peccato che il ristorante apre alle 7 quindi non riusciamo a fare colazione, per fortuna Gaby ci accompagna a farla e poi via, per l'aeroporto di Antananarivo.
Con noi anche la moglie di Gaby e la loro nipote.

Che dire? Dai finestrini scorrono i paesaggi che abbiamo visto all'andata. Il deserto ha lasciato da tempo il posto alla campagna e agli altipiani in lontananza. Ripassiamo davanti ai mattoni appena fatti con argilla di fiume, i panni stesi lungo il fiume, gli zebù per la strada. Ogni cosa diventerà un ricordo.
Ogni tanto chiacchieriamo con Gaby ma non ricordo cosa ci siamo detti. Arriviamo all'aeroporto, facciamo le varie code e ripartiamo. Stessi scali, tutti al contrario.

Come se ci dovessimo riabituare pian pianino al rientro a casa.


In un anno sono riuscita a completare la riscrittura di questo diario. Mi ero avvertita: finire di scriverlo voleva dire per me terminare il viaggio per la seconda volta e anche per questo ho rimandato finché ho potuto. Sono rimasta in contatto con Eric, al quale abbiamo anche mandato qualcosa per l'associazione per cui fa volontariato, così il Natale del 2015 nessun nostro amico o parente ha ricevuto un regalo, in quanto tutto è andato ai ragazzi malgasci.

Poco dopo il ritorno mi sono trovata a fare colazione tra le lacrime. Credo di aver sofferto per la prima volta il mal d'Africa anche se, a detta dei malgasci, il Madagascar non è Africa. Eppure il rosso della terra, il calore del sole e del cuore dei malgasci, la foresta, il deserto, gli animali, i suoni della musica, ogni cosa sapeva di Africa. Mi sono ripromessa di tornarci per vedere altre zone e, questa volta, rimanere più a contatto con la popolazione locale.

Ancora adesso ho i lucciconi pensando a cosa abbiamo visto, alla tragedia di una terra così bella e devastata, alle foreste che ora quasi non ci sono più e alla povertà che, se in città è visibile, in campagna rende le persone più semplici e con il cuore più aperto. Ma i malgasci non si piangono addosso, vanno avanti Mora Mora e sono stupendi nella loro lentezza.
Africa, donne che portano ceste pesantissime sulla testa, uomini che lavorano nei campi, bambini che sorreggono altri bambini e che sorridono quando ti vedono. Altri che fuggono via spaventati. Altri semplicemente urlano "vazaha" e scappano.

Amo tanto questo posto e spero di essere stata d'aiuto per chi un giorno vorrà intraprendere un viaggio nella fantastica terra dei lemuri. Rischio di ripetermi ma vi lascio ascoltare questo pezzo, un'altra volta.

Soary Sareraka

26 settembre 2016

16/10/2015 - È ora di tornare...

L'imbarcazione, che doveva arrivare alle 7, arriva alle 8.

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il teschio di volatile raccolto da Fry
Ci togliamo le scarpe e i calzini perché si ferma a una certa distanza dalla spiaggia.
Sopra ci sono più persone che all'andata quindi ci stringiamo sulle panche.
Il viaggio è tranquillo, conosciamo Nora, di Berna, una ragazza che parla correttamente inglese e francese e si scusa per il suo pessimo italiano (che in verità parla benissimo). Viaggia da sola in taxi brousse con uno zaino sulle spalle. Tanto, tantissimo rispetto.

Arrivati a Tulear vengono a prenderci i carretti trainati dagli zebù, come all'andata, e troviamo Eric ad aspettarci.
Non ci siamo sentiti al cellulare, ma qui è così.

la nostra 4x4, mi mancava!


in viaggio

Ora ci aspettano ben 9 ore di viaggio fino a Fiarantsoa. Domani, Antsirabe.

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lungo il viaggio.
Stremati andiamo a letto, attendendo domani (non ho segnato dove abbiamo dormito)


15/10/2015 - Relax ad Anakao

Io il puro relax non lo conosco o meglio, per me la vacanza ha il sapore dell'avventura anche in città. Girovagare e vedere, guardare e conoscere.
Per questo anche se al mare, anche se nella meravigliosa Anakao avremmo potuto stare in spiaggia a fare nulla, siamo andati a fare un giro verso il paese. Nonostante la mia nuova amica "diarreadelviaggiatore".

La spiaggia davanti al bungalow

Per un turista camminare in Madagascar, ora anche senza la guida, non è cosa facile. Ma non è cosa facile nemmeno per i malgasci che nei turisti vedono una sempre più forte fonte di guadagno.
Difatti veniamo fermati a ogni metro per comprare qualsiasi cosa.
Ritroviamo Sergio che il giorno prima voleva farci fare una gita a Nosy Ve. Cediamo, dice che deve mandare a scuola il figlio. Sarà vero? Non mi interessa, accettiamo.

La gita verrà fatta su una piccola piroga, classica imbarcazione della tribù dei Vezo.
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Le caratteristiche imbarcazioni dei pescatori Vezo
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La nostra piroga




Paghiamo 30000 Ar più la tassa per arrivare all'isola.
La gita è carina, purtroppo il poco vento li costringe a pagaiare tutto il tempo, e questo mi spiace.
Il sole riscalda parecchio e dopo poco sento che potrei uscirne ustionata. In più i crampi alla pancia si fanno sentire ma nonostante tutto sono riuscita a non farmela addosso.
Una volta arrivati (quanto ci abbiamo messo? Mezz'ora o poco più, difficile quantificare) a Nosy Ve (che signica, molto semplicemente, "c'è un'isola!") facciamo una piccola passeggiata. Nosy Ve è minuscola e deserta. Una steppaglia bassa e abbastanza spinosa ci impedisce di camminare bene tra la vegetazione. Il nostro intento è rimanere poco, quindi facciamo una passeggiata (iolao trova un teschio di uccello) e andiamo via. Il viaggio di ritorno è calmo, mi sento come se ci fossimo solo noi nell'universo.
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La nostra piroga appena arrivata a Nosy Ve
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La deserta Nosy Ve
L'acqua è blu, il cielo è blu.
È un mondo blu.

Tornati al bungalow ci riposiamo, la mia pancia inoltre deve sfogarsi. Faccio un bagno in mare, l'acqua è caldissima.
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Fry a caccia di foto
Ceniamo e andiamo a dormire.
Domani ci attende l'imbarcazione alle 7 per andare via da questo paradiso.



Ogni mattina ci svegliavamo con strane tracce lasciate sulla sabbia. Pensavamo fossero scarafaggi ma Fry una sera, tornando da solo al bungalow, ha scoperto i responsabili. Dei deliziosi e tenerissimi paguri


E' stato bello stare qui ma mi manca l'avventura, il viaggio sulla 4x4, Eric, Mami, l'odore della terra del Madagascar. Inoltre ci aspetta il ritorno da fare in macchina, la strada, gli Zebù.
Se ci ripenso oggi non posso fare a meno di farmi venire i lucciconi, è come se fosse accaduto ieri ma diventa sempre più distante. Non vedo l'ora di tornare da te, Africa.
Qui le altre foto della giornata.

A domani.

26 luglio 2016

14/10/2015 - il meraviglioso viaggio per Anakao

Facciamo colazione a Tulear in un posto per locali dove mangiamo ottimi dolcetti, dopodiché attendiamo che qualcuno porti dei soldi ad Eric da parte di Gaby per proseguire il viaggio. Intanto molti bambini si fermano davanti alla porta d'ingresso del bar, guardando verso l'interno, estasiati per la presenza di Vazaha. Alcuni compiono delle vere e proprie acrobazie per attirare l'attenzione e Fry mi consiglia di non guardarli troppo perché rischiano di farsi male.

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Mangrovie
Ripartiamo e andiamo verso il mare, cercando forse un molo? In realtà un molo non c'è. La domanda è: come faremo a prendere una barca per andare ad Anakao?



La risposta è semplice e come spesso accade in Madagascar è sempre una: gli zebù.

in attesa di imbarcarci (Eric e Fry - foto di Mami)

Sul carretto - Foto di Eric
Questi straordinari animali servono anche a questo. La marea è bassa e un carretto trainato da zebù ci attende. In realtà i carretti sono tre. Sul primo salgono i nostri zaini, sul secondo altri turisti e sul terzo ci siamo noi. Salutiamo Eric e Mami, li rivedremo il 16.




In questi due giorni non ci faranno da guida, ci dedicheremo solo a un po' di relax da mare. Il viaggio dura circa un'ora e mezza, con 10 minuti di panico in cui l'imbarcazione si era fermata e il motore faceva fatica a ripartire. Incrociamo le meravigliose imbarcazioni dei vezo e noi, con il nostro giubbottino fosforescente, gli occhiali da sole, le macchine fotografiche, stoniamo in mezzo a quell'ambiente. Il blu del mare, l'azzurro del cielo e le vele colorate delle imbarcazioni fanno davvero parte di un'altra dimensione. A volte i pescatori ci salutano, probabilmente gridano anche loro VAZAHA ma non li sentiamo.

Una volta arrivati ci togliamo scarpe e calze perché scendiamo con l'acqua ai polpacci. Una bellissima signora malgascia viene ad accoglierci e il posto è realmente incantevole.
Sapete quanto io non ami il mare ma qui non si è al mare, siamo davvero in un altro luogo che non ha nome.

Video.

L'acqua corrente non c'è. Per tirare lo "sciacquone" bisogna riempire un secchio di acqua di mare raccolto da un bidone enorme, all'interno del bagno. Per lavarsi ogni mattina ci vengono portati due secchi di acqua dolce che noi prontamente facciamo scaldare al sole. Un piccolo contenitore di plastica ci aiuta nell'intento di versarci l'acqua sulle mani o sul corpo.
Ci rilassiamo e alle 18 facciamo un piccolo bagno. Il wifi è presente solo dalle 17 in poi e solo nel ristorante. In stanza non ci sono prese della corrente, per ricaricare qualsiasi apparecchiatura bisogna portare tutto al ristorante.

La vista dal bungalow

Il ristorante

Un bagnetto (quella testa di ghisa sono io)

Tramonto

Cocktail

Nella notte mi alzo e... famosissima e non benvenuta diarrea del viaggiatore. Al mattino idem.
Alla terza accetto l'amicizia del caro Imodium.

Non ci sono foto di questo giorno fatte con la reflex, a parte quelle delle mangrovie. Ci siamo semplicemente rilassati. State sintonizzati che forse riesco a finire questo racconto di viaggio nei prossimi giorni. Forse.

07 giugno 2016

12/10/2015 Le meraviglie di Isalo (Datemi del Voltaren per le cosce)

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La storia di questo insetto è favolosa. E' cominciato tutto quando Fry ha trovato un'exuvia sul suo zaino e ha urlato "CHE COS'E' QUELLA EXUVIA SUL MIO ZAINO". Dopo che mi sono complimentata con lui per essersi ricordato del nome abbiamo trovato questa bestia, lunghezza  circa 5 cm, sotto il suo zaino con l'esoscheletro ancora bianco. Rassicurandolo sul fatto che fosse debole per muoversi, l'ho spostato all'esterno del bungalow e lì è stato per i due giorni in cui abbiamo soggiornato a Ranohira. Come una inquietante presenza.

Alle 7, belli svegli, partiamo per Isalo con la nostra guida Gabry. Isalo è un parco la cui area è considerata territorio sacro. Quindi è facile incrociare tombe all'interno delle grotte.
Gabry ha più dell'età che dimostra, ma un fisico eccezionale. Non riesco a ricordare la tribù di cui fa parte perché non l'ho segnato sul mio stupido diario (quella sera ero troppo stanca per poter fare qualsiasi cosa) ma sicuro non è un Merina. Ha il fisico possente di un africano, gli occhi sporgenti e le labbra carnose.
Ci prepariamo perché ci attende una passeggiata di 13 km circa sviluppata in circa 5 ore (sosta per mangiare compresa).
Il paesaggio è semidesertico, molto secco, con dei canyon abbastanza alti che fanno da sfondo, insomma un paesaggio da favola.

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Fa molto caldo, la nostra pelle bianchiccia arde sotto al sole ma per quel che mi riguarda non importa. Incontriamo degli insetti stecco bellissimi e anche una pianta carnivora che mi dice essere Drosera madagascariensis, ma in realtà la madagascariensis è molto diversa. Quindi lascio che gli esperti la riconoscano per me mentre continuo a raccontare.

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Posso dire che mi sembra una Drosera aliciae?

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Lo "intuite" l'insetto stecco?

La cosa buffa è che l'isolamento geografico ha reso possibile l'identificazione di specie che, non solo si trovano solo in Madagascar, ma anche in aree più ristrette del Madagascar. Come la Aloe isaloensis.

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Aloe isaloensis
Però la creatura più buffa incrociata è stato il Baobab nano, è una cosa bellissima (lo chiamano zampa d'elefante). Sembra una palla con dei fiori (gialli e stupendi). La camminata è quasi tutta in piano, almeno all'inizio, fino ad arrivare alla piscina naturelle, una sorta di oasi nel deserto.


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Baoban nano
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Piscina naturelle. Nessuna foto le rende giustizia.
Scendendo dei gradini si arriva a questa piscina naturale compresa di palme e vegetazione da clima umido, sormontata da una piccola cascatella. Noi non abbiamo il costume ma Gabry si fa il bagno, facendoci un po' vergognare per i nostri fisici piccini e senza muscoli. C'è un fresco così piacevole che non vorremmo mai venire via, ma ci tocca, dobbiamo raggiungere l'area pic-nic per il pranzo.
Cominciano i gradini.
Non so per quanto tempo li abbiamo fatti, non ho preso nota e non ricordo. So solo che a un certo punto mi bruciavano così tanto le cosce da desiderare del Voltaren pomata.
L'area pic-nic si trovava vicino a un campeggio, all'interno del parco
Non vediamo l'ora di riposarci un po' e di mangiare. Attorno all'area pic-nic delle famiglie di Lemur catta dormivano distrattamente sui rami. Più giù degli Eulemur fulvus ci guardavano incuriositi (e poi avremmo scoperto perché).

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Lemur catta con prole
Erano stati preparati spiedini di zebù insieme a riso e verdure che qui in Madagascar sono buonissime. Alla fine del pasto ci sono stati portati degli ananas così dolci che penso non li mangerò mai più in vita mia in Italia.

Non potete capire quanto fosse buono

Non esiste vegetarianesimo (per me) in questi luoghi







E lì è scoppiata la rivoluzione dei lemuri.
il primo sembra avere una faccia schifata ma vi assicuro che ha gradito


Zoolemur


e alla fine l'ha avuta vinta

Degli Eulemur fulvus sono saltati sul nostro tavolo rubandoci l'ananas e litigandoselo tra di loro (vi ricordo che fanno un verso molto buffo simile al grugnito)



Questo filmato è di un interno di zoo, non sono riuscita a trovare dei video di Eulemur fulvus in natura in cui si sentisse bene il loro verso.
Presto la situazione degenera (ho anche svegliato Fry affinché facesse delle foto) e uno dei ragazzi del campeggio ci sgrida perché non dobbiamo dare da mangiare ai lemuri perché gli fa male. In realtà Gabry mi ha detto che si nutrono di frutta, l'unica cosa è che effettivamente non devono abituarsi all'uomo. Quindi, rimasta solo la buccia dell'ananas che una giovane lemure con cucciolo aggrappato si stava portando via, Fry cerca di togliergliela, ma alla fine la vince lei.
Prima di incamminarci notiamo dei Sifaka di verraux. Li riconosco al volo (mica per genialità, sapevo che erano presenti nel parco) e Gabry si complimenta con me dicendo che posso fare la guida.
Magari.
Morirei prima di stenti visto che questa camminata mi ha compromesso definitivamente le cosce.

Dopo un piccolo riposino in terra, sorvegliati dai lemuri, ci rimettiamo in cammino per visitare le altre due piscine, quella azzurra e quella nera. I nomi sono dovuti al colore riflesso dall'acqua.

Queste ultime due piscine sono affollate e non mi sono rimaste impresse come la naturelle, nella quale eravamo soli e ho trovato davvero un'oasi di pace.

Tornati alla macchina parliamo di un cambio di programma di cui Fry non è contento. Prima facciamo Ifaty e poi Anakao, mentre prima era in programma il contrario.
Per me non fa differenza, Ifaty non era nemmeno in programma, ma quando vai in posti simili devi mettere in conto che non sempre tutto va come vuoi.

Aggiornamento scritto alle 22.50. Io e Fry a ranohira abbiamo dormito separati, c'era un lettino singolo nel bungalow e dato che la zanzariera del letto matrimoniale gli dava noia, ha deciso di dormire sul lettino.
Mi sveglio perché una cosa mi sfiora il braccio. Sapendo che non è lui, accendo la mia lucina da minatore e mi trovo uno scarafaggio enorme (volante) che passeggia sulla zanzariera ma all'interno!
Con grande fatica la scaccio (perché a ogni mia mossa volava sempre più su) ma non riesco a prendere sonno. Mi sorprendo di me stessa perché di solito gli insetti non mi danno fastidio ma me la immaginavo a camminarmi in faccia, così la controllo e la trovo a zampe all'aria mentre fa un casino tremendo sbatacchiando le ali e cercando di rimettersi in piedi.
non si percepisce ma saranno stati un buon 3,5-4 cm di insettone volante

Avviso Fry che probabilmente mi parla nel sonno in quanto alla mia richiesta "Che faccio? La uccido, la metto fuori o la lascio lì?" mi risponde "ma lasciala lì" - se fosse stato sveglio probabilmente avrebbe creato un lanciafiamme dal nulla per poterla eliminare.
Così torno a letto e trovo un grillo sul letto. Ah, le zanzariere malgasce.

p.s. quasi dimenticavo: abbiamo incrociato una tomba completamente saccheggiata. So che è fady fotografare le tombe così non l'abbiamo fotografata. Sul web ne trovate diverse, di foto.


Qui tutto l'album delle foto.

01 aprile 2016

11/10/2015 Vazaha in partenza da Ambalavao

Oggi andremo a Isalo. Lasciare Ambalavao mi spiace, è un posto che mi è piaciuto tanto. Forse girare per il mercato e immergerci un po' di più in questa vita quotidiana oltre che vedere parchi e natura mi ha permesso di amare Ambalavao più di altri posti. Prima di partire Eric mi compra un bloc notes perché ho terminato le pagine del mio diario di viaggio che ho usato per Dublino, Cracovia/Varsavia e il Madagascar.

Alle 9, con la dovuta calma, partiamo.

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Ci spostiamo verso Sud e comincia a fare piuttosto caldo
L'intenzione è quella di vedere la famosa finestra sul tramonto; per quello è importante raggiungere Isalo per tempo.

A metà mattina ci fermiamo a prendere il caffè in uno degli innumerevoli banchetti a lato della strada. I locali erano molto incuriositi dai miei capelli biondi e dai miei tatuaggi. Nonostante si trattasse di un posto sperduto, la signora parlava un po' di inglese. La signora ci parlava e sorrideva sempre.
La voce dei Vazaha che ripartono si sparge e molti bambini arrivano correndo a salutarci.
E' una scena commovente, siamo Vazaha, abbiamo la pelle bianca come il latte ma il cuore è dello stesso colore. Viviamo per le stesse cose, anche se non con le stesse cose, anche se non nello stesso posto. Il loro sorriso ci ha illuminati.
Se nelle città il problema della povertà è ben evidente, in campagna è tutto diverso. Le persone vivono Mora Mora, si arrangiano per vivere, coltivano e allevano quello che gli serve. Sembrano sinceramente felici. I nostri problemi da primo mondo non sono contemplati nella terra rossa dei Lemuri.
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Purtroppo gli incendi sono frequenti.
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Facce stanche ma felici


A pranzo ci fermiamo in un hotely nel nulla dove ho mangiato bene e con poco e ho fatto pipì in un bugigattolo di legno senza buco per terra. Una blatta fischiante era lì a testimoniare la scena. Per fortuna se ne stava immobile, senza fischiare, appoggiata alla parete. Io accucciata la guardavo, lei appoggiata mi guardava.




Nella caraffa rossa c'è il Ranovola, l'acqua bollita nelle pentole bruciacchiate dove si cuoce il riso. Si beve durante i pasti
Ci rimettiamo in marcia e arrivati a Ranohira (che significa acqua dei lemuri, Rano - pronuncia ranu - vuol dire acqua) vediamo che il tempo è incerto e abbiamo deciso di non proseguire alla finestra sul tramonto perché, a detta di Eric, senza sole sono solo dei comunissimi sassi. Così rimaniamo lì a bere birra e a mangiare noccioline a Chez Alice che scopriamo poi essere di proprietà di un bolognese. Hanno infatti le tagliatelle al ragù e i ravioli ripieni di zebù. MMmmmmmm.
Ah e la password della WiFi è tagliatelle.
Passiamo in tranquillità la serata e mi corico quasi subito, dormendo poco e male. Digerendo nulla.
Mi appesantirà molto questa scelta nella camminata lunghissima del giorno dopo.


riposino in bungalow a Ranohira

Eh no che anche fuori non si sta male

in lontananza i bungalow a pianta tonda. A detta di Eric sono quelli che più somigliano alle case malgasce. 

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Una formica si avventura sul bordo di un tappo di una bottiglia di birra


il tempo è cupo e in lontananza si mette male


buffa foto panoramica del bungalow
In lontananza temporali e tuoni.
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Lampi in lontananza


Qui le foto di tutta la giornata

Canzone del giorno: