(tempo di lettura: 4 minuti)
Ricevo una email da un medico.
In allegato, la ricetta per un farmaco.
C'è il nome nell'intestazione, ma non sono io. L'anno di nascita è diverso, la residenza, insomma una mia povera omonima sta aspettando la ricetta di questo farmaco ma non l'avrà mai.
In calce un avviso scritto in maiuscolo: QUESTO MESSAGGIO E' INTESO PER I SOLI INTERESSATI E CONTIENE INFORMAZIONI CONFIDENZIALI E SENSIBILI; SE RICEVUTO PER ERRORE, SI PREGA DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE IL MITTENTE E CANCELLARE IL MESSAGGIO SENZA TRATTENERNE COPIA. GRAZIE.
Rispondo: Buongiorno, si tratta di un errore di omonimia. Il mio codice fiscale è diverso e non uso il farmaco della ricetta
Buona giornata
Qualche ora dopo mi viene inoltrata nuovamente la stessa ricetta.
Rispondo: Buonasera. Sono sempre la Colombo Carla sbagliata. Si faccia dare l'indirizzo email corretto, probabilmente nome e cognome sono invertiti o c'è qualche numero in fondo alla user
Buona giornata
Passano due settimane tranquille, ricevuto due email dallo stesso medico con ricette per due farmaci diversi.
Lo chiamo. Non risponde.
Lo chiamo il giorno dopo. Risponde la segreteria telefonica in cui mi comunicano che sono chiusi e di chiamare negli orari indicati.
Chiamo negli orari indicati. Non risponde.
Mentre decido il da farsi per la mia omonima che sta aspettando questi farmaci importanti devo affrontare un nuovo piccolo trauma: il mio medico è cambiato.
Lo aggiungo ai piccoli microtraumi già affrontati e mal superati in passato, e racconto un breve sunto di questa piccola avventura.
Ho 16 anni e il mio tumore è tornato, che sfiga. Ma ho la fortuna di essere ancora seguita dall'ospedale pediatrico. Le pareti azzurre, il personale gentile, nessun vecchio che scatarra in giro. Nella sfiga sono relativamente fortunata.
Quando ho qualsiasi problema di qualsiasi tipo chiedo ai miei medici, mi trovano sempre uno specialista pronto a torturarmi per capire cosa c'è che non va.
Pochi mesi prima della mia ricaduta un mio caro amico si ammala di una roba simile alla mia, un po' più merdosa però. Lui finisce dritto all'ospedale dei vecchi.
Lo vado a trovare, pieno di vecchi, per l'appunto, pareti gialle (non si capisce se ingiallite o dipinte in quel modo), medici e infermieri che se hai culo becchi quello gentile.
A seguito del mio rientro in ospedale ce la meniamo.
"Nel mio ci sono le pareti azzurre e ci vengono i clown (bhe io i clown li odio, proprio per questa ragione ma se ne parlerà in un altro momento)"
"Nel mio ci sono specialisti affermati"
"Bhe io ho una stanza tutta mia e tv con videoregistratore"
"Dai, solo perché stanno ristrutturando oncologia e dato che sei una delle pazienti più grandi ti hanno spedito al reparto isolamento"
E via così.
Accadono cose che mi fanno vincere a tavolino.
Prima dell'intervento per errore, al mattino, gli danno la colazione. Non potendo fargli l'anestesia totale, decidono di procedere per la locale, anestetizzando strato dopo strato mentre procedono. Una brutta cicatrice, a quanto pare.
Vero, anche io sono stata aperta dove non dovevo, ma avevo già una cicatrice sotto, fatta 3 anni prima, per cui non lo considero un grave danno.
In più mentre gli mettono una flebo, il tubicino cade, e senza disinfettare il gommino dentro cui avrebbero inserito il farmaco con la siringa, procedono lo stesso.
Lo sfanculizzo "Vedi in che ospedale di merda sei finito?".
Ride.
Arrivano i 18 anni, cominciano a vedere che la mia tiroide da' di matto, mi programmano altre analisi, comincia la mia neverending story con l'Eutirox, mi stringono la mano e annunciano "È ora di passarti al nomeospedalepervecchi". È così ingiusto crescere.
Primo trauma.
L'endocrinologo da cui vengo spedita è guardato con sospetto per i primi 3 anni. In verità fa un lavoro figo, segue le persone che hanno avuto un tumore in età pediatrica per tutta la vita. Mi sento quasi importante, i miei dati potranno servire per risistemare terapie e tossicità ai piccoli pazienti del futuro, dimenticandomi che già in quegli anni le terapie sono migliorate, la famigerata radioterapia a mantellina è un brutto ricordo dell'era di Chernobyl e molti protocolli sono già cambiati.
Facendo un rapido calcolo ad oggi sono 21 anni che mi segue. Ci vediamo una volta l'anno e ormai mi sono abituata al suo modo di reagire agli eventi "Non vorrei esagerare e farla preoccupare, ma nemmeno che prendesse questa cosa sottogamba".
E penso che lui si sia abituato alle mie dimenticanze di visite, esami vari ("ma la visita dalla senologa non l'ha fatta? E la visita dermatologica? Gli esami del sangue me li invia la settimana prossima?"), ai miei ritardi, ai miei cambiamenti di città ("Dove vive ora?").
Da circa 3 anni mi visita costantemente insieme a un dottorino più giovane (di cui ho forse già parlato). Quando gli mando le email lo inserisce sempre in copia conoscenza e ben presto ha cominciato a rispondere direttamente il dottorino ai miei quesiti.
Ricevo una email qualche giorno fa dal dottorino. Il mio endocrinologo non è in copia. Cattivo segnale.
Sarà andato in pensione senza salutare i suoi pazienti?
È come una separazione non consensuale, dove uno prende armi e bagagli e se ne va e l'altro rimane pensando che 21 anni non sono pochi. Che ora dovrà affrontare questo viaggio merdoso con uno sconosciuto, chi lo dirà ai bambini?
Nessuno pensa mai ai bambini.
Canzone del giorno: Janis Joplin Piece Of My Heart
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19 giugno 2020
Il dolce Stilnox
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12 dicembre 2019
"Un pallone e la parrucca" di Igor Boggio
Quando, nel 2013, Igor mi annunciò di essere in procinto di scrivere un libro sulla sua esperienza subito mi chiesi "Abbiamo davvero bisogno di un altro libro che parli di cancro?"
Ero però entusiasta, lo sono sempre quando le persone che mi circondano cercano di realizzare un grande progetto e cerco di dare una mano.
"Ti mando la prima bozza".
Furono giorni di intensa lettura, di correzioni mandate via email, di immedesimazione.
Abbiamo davvero bisogno di un altro libro sul cancro?
Era davvero necessario?
Bhe, la risposta è, ovviamente, sì.
Questo è il mio terzo libro sul tema, acquistai "Il male addosso" di Sandra Verda, ormai almeno 15 anni fa, poi "Vado a farmi la chemio e torno" di Paolo Crespi e ora Igor Boggio, con il suo "Un pallone e la parrucca".
Il libro dalla prima bozza ha fatto tanta strada e, confesso, non ho letto le successive bozze che Igor mi aveva inviato. Più che altro perché stavo passando un periodo della mia vita in cui non volevo più sentirne parlare. Era una cosa che aveva permeato la mia vita e la vita delle persone che mi circondavano per cui cercavo di tenermi alla larga da tutto ciò che parlasse del grande C, il grande male, dei tumorati di Dio.
Ma non posso nemmeno descrivere in parte la gioia nel sapere che alla fine ce l'aveva fatta, che alla fine il libro sarebbe stato pubblicato il 28 Settembre 2019.
Alex racconta la sua storia, che poi è la storia di Igor. Che scopre a 13 anni di avere un osteosarcoma.
Non so voi ma pronunciare ad alta voce quella parola mi fa davvero venire in mente qualcosa che mastichi le ossa. Come un pac-man rumoroso che ti sgranocchia dentro.
E Alex/Igor che fa? Da promettente futura stella del calcio comincia con rabbia a lottare e dentro questa lotta ci sono tutte le avventure di un ragazzino della sua età che vorrebbe e dovrebbe avere come unica preoccupazione quella di baciare una ragazza, per esempio.
E invece.
Osteosarcoma, a ripeterlo fa paura.
Osteosarcoma, difficile da dire e da sconfiggere.
Eppure con una protesi e con uno zaino da 50 litri pieno zeppo di buona volontà Igor/Alex si arrabbia, si fa forza, reagisce, tiene fede alle sue speranze e i suoi sogni di giocare a calcio da campione nella Juventus e intanto si prepara a battaglie enormi che noi comuni mortali non possiamo immaginare. Tornare a camminare senza stampelle, ad esempio, o andare in bici, stare al passo dei propri compagni di liceo in gita.
In compagnia di se stesso, una parrucca e un paio di amici fidatissimi. Nessuno doveva sapere cosa avesse, nessuno, perché, e qui c'è la parte chiave di tutto, "nessuno vuole davvero essere malato".
Seppur ogni esperienza è diversa, ammetto di essermi sentita travolta dalle emozioni.
Il padre e la madre di Alex/Igor ci forniscono le indicazioni per andare avanti, un centimetro alla volta. E badate bene, è un consiglio per ogni situazione, andare avanti sempre di un centimetro per volta.
Ed è così che Alex/Igor riprende a camminare, riprende a costruire la sua vita e a progettarla e impara a non arrendersi.
Sembra banale a dirsi ma i sogni sono tutto, senza di essi non c'è progettazione, non c'è l'idea di un futuro, viviamo in un infinito presente in cui nulla può essere portato a termine, nulla può concludersi.
Il libro non può finire, la storia non può finire. La domanda si tramuta e diventa: Alex riuscirà a essere sereno? Alex con i suoi mille volti si costruirà una famiglia? Troverà un lavoro stabile? Terrà in piedi una storia d'amore serena senza cercare la lotta estenuante e continua che si è sempre trovata accanto?
Io credo che Alex ce la farà, penso che costruirà una vita imparando da questa immensa e dolorosa esperienza. Credo che avrà un pargolo a cui insegnare cosa ha imparato da piccino, e a non arrendersi mai. Credo che la filosofia del centimetro in più possa renderlo invincibile e che il piccolo pargolo si sentirà tale una volta applicata la regola.
Voi, ditemi, cosa facevate a 13 anni? Qual era la vostra più grande preoccupazione?
Io me lo ricordo, ma questa è un'altra storia.
Buona lettura. E grazie Alex di averci reso partecipi della tua avventura.
Ero però entusiasta, lo sono sempre quando le persone che mi circondano cercano di realizzare un grande progetto e cerco di dare una mano.
"Ti mando la prima bozza".
Furono giorni di intensa lettura, di correzioni mandate via email, di immedesimazione.
Abbiamo davvero bisogno di un altro libro sul cancro?
Era davvero necessario?
Bhe, la risposta è, ovviamente, sì.
Questo è il mio terzo libro sul tema, acquistai "Il male addosso" di Sandra Verda, ormai almeno 15 anni fa, poi "Vado a farmi la chemio e torno" di Paolo Crespi e ora Igor Boggio, con il suo "Un pallone e la parrucca".
Il libro dalla prima bozza ha fatto tanta strada e, confesso, non ho letto le successive bozze che Igor mi aveva inviato. Più che altro perché stavo passando un periodo della mia vita in cui non volevo più sentirne parlare. Era una cosa che aveva permeato la mia vita e la vita delle persone che mi circondavano per cui cercavo di tenermi alla larga da tutto ciò che parlasse del grande C, il grande male, dei tumorati di Dio.
Ma non posso nemmeno descrivere in parte la gioia nel sapere che alla fine ce l'aveva fatta, che alla fine il libro sarebbe stato pubblicato il 28 Settembre 2019.
Alex racconta la sua storia, che poi è la storia di Igor. Che scopre a 13 anni di avere un osteosarcoma.
Non so voi ma pronunciare ad alta voce quella parola mi fa davvero venire in mente qualcosa che mastichi le ossa. Come un pac-man rumoroso che ti sgranocchia dentro.
E Alex/Igor che fa? Da promettente futura stella del calcio comincia con rabbia a lottare e dentro questa lotta ci sono tutte le avventure di un ragazzino della sua età che vorrebbe e dovrebbe avere come unica preoccupazione quella di baciare una ragazza, per esempio.
E invece.
Osteosarcoma, a ripeterlo fa paura.
Osteosarcoma, difficile da dire e da sconfiggere.
Eppure con una protesi e con uno zaino da 50 litri pieno zeppo di buona volontà Igor/Alex si arrabbia, si fa forza, reagisce, tiene fede alle sue speranze e i suoi sogni di giocare a calcio da campione nella Juventus e intanto si prepara a battaglie enormi che noi comuni mortali non possiamo immaginare. Tornare a camminare senza stampelle, ad esempio, o andare in bici, stare al passo dei propri compagni di liceo in gita.
In compagnia di se stesso, una parrucca e un paio di amici fidatissimi. Nessuno doveva sapere cosa avesse, nessuno, perché, e qui c'è la parte chiave di tutto, "nessuno vuole davvero essere malato".
Seppur ogni esperienza è diversa, ammetto di essermi sentita travolta dalle emozioni.
Il padre e la madre di Alex/Igor ci forniscono le indicazioni per andare avanti, un centimetro alla volta. E badate bene, è un consiglio per ogni situazione, andare avanti sempre di un centimetro per volta.
Ed è così che Alex/Igor riprende a camminare, riprende a costruire la sua vita e a progettarla e impara a non arrendersi.
Sembra banale a dirsi ma i sogni sono tutto, senza di essi non c'è progettazione, non c'è l'idea di un futuro, viviamo in un infinito presente in cui nulla può essere portato a termine, nulla può concludersi.
Il libro non può finire, la storia non può finire. La domanda si tramuta e diventa: Alex riuscirà a essere sereno? Alex con i suoi mille volti si costruirà una famiglia? Troverà un lavoro stabile? Terrà in piedi una storia d'amore serena senza cercare la lotta estenuante e continua che si è sempre trovata accanto?
Io credo che Alex ce la farà, penso che costruirà una vita imparando da questa immensa e dolorosa esperienza. Credo che avrà un pargolo a cui insegnare cosa ha imparato da piccino, e a non arrendersi mai. Credo che la filosofia del centimetro in più possa renderlo invincibile e che il piccolo pargolo si sentirà tale una volta applicata la regola.
Voi, ditemi, cosa facevate a 13 anni? Qual era la vostra più grande preoccupazione?
Io me lo ricordo, ma questa è un'altra storia.
Buona lettura. E grazie Alex di averci reso partecipi della tua avventura.
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T di Umore
03 giugno 2019
Storia di un tatuaggio
La formica di fuoco.
Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.
Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.
Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.
Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?
A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.
Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.
Io sono Carla invicta.
Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love
Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.
Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.
Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.
Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?
A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.
Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.
Io sono Carla invicta.
Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love
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17 novembre 2018
Ready
Mi scrive una email I.
Io e I. non ci siamo conosciuti per caso. L'ho contattato diversi anni fa, dopo aver letto un suo articolo per il giornalino dell'UGI. Parlava del suo tumore adolescenziale, un aggressivo Osteosarcoma. Lo scrivo con l'iniziale in maiuscolo perché il suo nome possa essere letto con la reverenza che la malattia merita. Un ospite cattivo, aggressivo, inatteso.
Lo contattai, dicevo, perché noi ex tumorati di dio abbiamo un filone comune nelle nostre storie, per quanto arriviamo da ambienti diversi, educati in modi diversi, abbiamo tutti la stessa modalità di cercare il nostro posto nel mondo. Alla fine io e I. non ci siamo visti molto spesso, posso dire che forse ci siamo visti 2 o 3 volte nell'arco di questi 10 anni e più.
Vivevo a Bologna quando mi mandò la prima bozza del libro che stava scrivendo sulla sua storia. Decisi di leggerlo in modo matematico, 20 pagine al giorno almeno, per poterlo terminare in circa una ventina di giorni, si trattava infatti di una prima versione di ben 400 pagine e, mi diceva, era solo la prima parte.
Nel corso di questi anni mi ha inviato altre versioni che io non ho mai letto. Ho avuto questo periodo di rifiuto relativamente lungo in cui ho allontanato ogni connessione con qualcosa di inerente alla mia malattia.
Oggi mi arriva una sua email, con una sua più recente versione. Ecco, mi sento pronta a leggerlo.
Quando lo lessi la prima volta mi chiesi se ci fosse stato bisogno di un ALTRO libro sul cancro. Ora poi, che Nadia Toffa (purtroppo per lei e chi le sta accanto) si è ammalata, qualsiasi altro ingresso sul mercato letterario sembra superfluo.
Un personaggio famoso e malato di cancro.
Però io penso che la vicenda di I. sia diversa. Un po' perché, a differenza mia e della qui sopra specificata presentatrice, c'è un totale rifiuto della malattia. Mentre io sfoggiavo la mia pelata con orgoglio a dimostrare la battaglia interiore e anche esteriore, ben visibile, che stavo affrontando, I. ha nascosto tutto, con l'accuratezza di un prestigiatore che mostra solo ciò che vuole mostrare. La parrucca, emblema di questo sodalizio con i suoi segreti, ne è testimone. Accuratamente acconciata e sistemata per non essere spostata in nessun modo, nemmeno se qualcuno avesse dovuto scompigliargli i capelli, in un gesto di affettuosa amicizia o altro.
Sono stata fortunata. Io ho compreso subito di essere una guerriera, I. ha purtroppo scoperto questa cosa molto dopo. Lo si legge tra le righe, dell'orgoglio attuale per quel ragazzino che sente così lontano, così diverso da lui ma allo stesso tempo ne è stato parte.
Voglio molto bene a I, anche se non ci vediamo quasi mai.
Con tutto questo volevo solo chiedergli sinceramente scusa per non esserci stata, ma... No, nessun ma, nessuna giustificazione. Ora sono pronta.
Ora posso leggerti.
Io e I. non ci siamo conosciuti per caso. L'ho contattato diversi anni fa, dopo aver letto un suo articolo per il giornalino dell'UGI. Parlava del suo tumore adolescenziale, un aggressivo Osteosarcoma. Lo scrivo con l'iniziale in maiuscolo perché il suo nome possa essere letto con la reverenza che la malattia merita. Un ospite cattivo, aggressivo, inatteso.
Lo contattai, dicevo, perché noi ex tumorati di dio abbiamo un filone comune nelle nostre storie, per quanto arriviamo da ambienti diversi, educati in modi diversi, abbiamo tutti la stessa modalità di cercare il nostro posto nel mondo. Alla fine io e I. non ci siamo visti molto spesso, posso dire che forse ci siamo visti 2 o 3 volte nell'arco di questi 10 anni e più.
Vivevo a Bologna quando mi mandò la prima bozza del libro che stava scrivendo sulla sua storia. Decisi di leggerlo in modo matematico, 20 pagine al giorno almeno, per poterlo terminare in circa una ventina di giorni, si trattava infatti di una prima versione di ben 400 pagine e, mi diceva, era solo la prima parte.
Nel corso di questi anni mi ha inviato altre versioni che io non ho mai letto. Ho avuto questo periodo di rifiuto relativamente lungo in cui ho allontanato ogni connessione con qualcosa di inerente alla mia malattia.
Oggi mi arriva una sua email, con una sua più recente versione. Ecco, mi sento pronta a leggerlo.
Quando lo lessi la prima volta mi chiesi se ci fosse stato bisogno di un ALTRO libro sul cancro. Ora poi, che Nadia Toffa (purtroppo per lei e chi le sta accanto) si è ammalata, qualsiasi altro ingresso sul mercato letterario sembra superfluo.
Un personaggio famoso e malato di cancro.
Però io penso che la vicenda di I. sia diversa. Un po' perché, a differenza mia e della qui sopra specificata presentatrice, c'è un totale rifiuto della malattia. Mentre io sfoggiavo la mia pelata con orgoglio a dimostrare la battaglia interiore e anche esteriore, ben visibile, che stavo affrontando, I. ha nascosto tutto, con l'accuratezza di un prestigiatore che mostra solo ciò che vuole mostrare. La parrucca, emblema di questo sodalizio con i suoi segreti, ne è testimone. Accuratamente acconciata e sistemata per non essere spostata in nessun modo, nemmeno se qualcuno avesse dovuto scompigliargli i capelli, in un gesto di affettuosa amicizia o altro.
Sono stata fortunata. Io ho compreso subito di essere una guerriera, I. ha purtroppo scoperto questa cosa molto dopo. Lo si legge tra le righe, dell'orgoglio attuale per quel ragazzino che sente così lontano, così diverso da lui ma allo stesso tempo ne è stato parte.
Voglio molto bene a I, anche se non ci vediamo quasi mai.
Con tutto questo volevo solo chiedergli sinceramente scusa per non esserci stata, ma... No, nessun ma, nessuna giustificazione. Ora sono pronta.
Ora posso leggerti.
07 novembre 2018
Il principio di incoerenza
Pioggia pioggia via di qui
Torna pure un altro dì
La piccola Carla vuol giocar.
Stamani c'era il sole. Nubi lontane minacciavano il nostro domani odierno (semicit.) ma il parco Dora era illuminato dai raggi del sole.
Al lavoro ero a maniche corte.
Non l'ho scritto, ma mi hanno rinnovata fino a ottobre del 2019, sarei scaduta e stata gettata nell'umido a fine dicembre 2018 in caso contrario.
La precarietà è il mio forte, mi piacerebbe dire.
In verità ho avuto contratti lunghi.
Quando lavoravo come grafica avevo un contratto di apprendistato, idem quando lavoravo a Firenze, di ben 4 anni.
Ho avuto un indeterminato qui a Torino, prima di andare a vivere a Firenze.
E ho avuto l'indeterminato in Schfizzera, dove però rischiavo di entrare ed essere nuovamente accompagnata alla porta pochi minuti dopo.
La verità infima e tosta è che non riesco a vedermi fare lo stesso lavoro per tutta la vita, come è successo al mio babbo, per dirne una eh?
Così guardo con ammirazione i miei colleghi che lavorano lì da 10 o 15 anni, e li studio come potrei fare con le mie piccole bestiole a 6 zampe.
Annoto nel mio taccuino immaginario le strategie di sopravvivenza adottate sperando che possano essermi utili in caso decidessi di impegnarmi a fare una cosa che mi costerebbe molto, per esempio chiedere nuovamente l'invalidità.
Dopo che a Firenze mi era stata tolta, sono rimasta così delusa e sfiduciata che non ho più voluto tentare. O meglio, avevo fatto un mezzo tentativo ma ero rimasta a terra, perché rifiutato in malo modo (ne parlo qui, ma anche qui e in altri svariati post).
Questo potrebbe legarmi in maniera quasi indissolubile a Torino ma mi darebbe l'opportunità di trovare lavoro più facilmente, magari anche un lavoro più vicino a ciò che vorrei, e perché no arricchire il mio curriculum vitae di cose utili, che ora sembra un pout pourrì di robe messe a caso.
Tra il dire e il fare c'è di mezzo e il, e io, che so benissimo quanto sia falso l'assunto per cui valga sempre la pena provarci e che non si abbia nulla da perdere (male, male, falso, si ha sempre molto da perdere: tempo, speranze, energie), sto mettendo sui piatti della bilancia i pro e i contro.
E anche se ci sono svariati pro, non so quanto io possa essere pronta a un altro rifiuto.
"Questo è il mio anno dei rifiuti. Ormai sono bravissima"Ho cominciato a studiare per prendere la certificazione Google. Non mi servirà, o sì? Nel dubbio la prendo. Dovrò impostare il mio sito, anche se praticamente non scatto più foto.
"Dai, ormai puoi lavorare all'AMIAT"
Ora capisco il mio amicollega quando dice che ha la nausea di fare foto. Anche quando mi porto dietro la Fuji resta così, come l'ho messa. Non mi sento ispirata, non mi sento fotografa, non mi sento. Punto.
Ogni tanto ho qualche idea, che per lo più è su me stessa non volendo/potendo permettermi modelle ma l'idea lì rimane, esattamente come la mia Fuji nello zaino.
Entità che non può prendere forma, schiacciata da altri pensieri che in questo momento non riesco a mettere via.
Canzone del giorno: Anouk Who Cares
30 ottobre 2018
Il mio anno sabbatico
E comunque ogni tanto ci perdiamo un po', ma tu non devi mai mai dimenticare:Leggo questo messaggio col sorriso sulle labbra. Me l'ha scritto l'amico libraio, complice di una chemio condivisa, segno di un'amicizia profonda che nulla può scalfire. La condivisione di un trauma così grande porta a un legame indescrivibile. Come le ife fungine che collegano gli alberi di una foresta, possiamo restare distanti e comunque sempre uniti.
- che ti voglio bene
- che mi devi ancora presentare il tuo amico entomologo!
La battuta dell'amico entomologo è presto spiegata. In realtà loro si sono conosciuti, un sabato, al Balôn. Ma chissà come mai, quell'oretta in cui siamo stati insieme io l'ho eliminata. Ricordo che Leonard, l'entomologo, ha conosciuto la mia collega, ricordo che l'amico libraio ha conosciuto la mia collega e un mio collega (che è andato via prima dell'arrivo di Leonard), ma la stretta di mano tra i due è stata dimenticata. Persa nei meandri della mia memoria, in uno dei buchi che è la groviera della mia mente.
Così un sabato ho detto a Leonard "Ti devo presentare il mio amico libraio"
"Ma guarda che l'ho conosciuto"
"E quando?"
Fosse stato solo questo.
Sempre sabato:
"Ti devo presentare il mio amico entomologo"
"Ah, ma conosci solo entomologi tu?"
"No, perché?"
"Dai quello che mi hai presentato al Balôn"
"Ah ma è lui, quindi l'hai conosciuto!"
E nonostante tutto, sempre quel sabato, con Leonard
"No, ti devo presentare il mio amico libraio, è una persona in gambissima"
Mi guarda come se stessi scherzando. "Ma sei seria?"
E via così.
Leonard è paziente con me, ma anche l'amico libraio. Anzi devo dire che tutti i miei amici sono molto pazienti con me, con i miei sbalzi di umore e di memoria. Non sono obbligati, semplicemente lo fanno perché mi vogliono bene e sanno che non sono emotivamente stabile, ma questa instabilità mi porta anche picchi in cui amo il mondo, amo loro, e glielo dimostro come meglio posso. Dopo quegli up possono sopportare i miei down che, devo dire, ormai non esterno nemmeno più troppo.
Perché non voglio pesare su nessuno.
Se c'è una cosa che ho imparato a fare, quando conosco qualcuno, è mettere le cose in chiaro: "Io sono impegnativa, ma do' anche molto". Fatta questa premessa le persone sono libere di scegliere se continuare a seguirmi su quell'ottovolante che è la mia vita emotiva oppure fermare la giostra e scendere.
***
I mesi passano, so che dovrei sentire l'ospedale per la mia visita annuale, ma non ho cuore. Sono stanca. E se solo per quest'anno saltassi? Solo un anno: un anno di pausa dalla mia malattia, poi l'anno prossimo ricomincio. Prelievi, mammografia, ecografia tiroide, ecocardiogramma, visita dei nei.
L'anno prossimo, giuro, mi faccio ribaltare come un calzino, faccio anche la visita proctologica nonostante non serva, giusto per aumentare il disagio. Ma quest'anno, vi prego, almeno quest'anno, facciamo finta che io non abbia mai avuto niente.
Ho già le mie cicatrici a ricordarmelo quotidianamente.
Canzone del giorno: NOFX I Wanna Be Your Baby
23 settembre 2018
La mia vita perfetta tra i fiori
Oggi sono un po' giù. Ieri sono stata a Entomodena, ho visto anche la mia amica L, era quasi un anno che non riuscivamo a vederci. Lei da Bologna è arrivata a Modena e abbiamo pranzato insieme facendo due chiacchiere. Mi manca un sacco.
Per di più ho visto persone con cui ho avuto piacere di passare del tempo. Persone sempre lette sui social in cui si riconoscono insetti (più che altro loro, io leggo e apprendo. Con lentezza ma apprendo), amici nuovi, VIP entomologici, amici seminuovi che tengono banchetti, con la stanchezza addosso e il sorriso sempre pronto. E ragni e insetti ovunque. E io che torno con il mio bellissimo libro sui Bombici e le Sfingi delle Alpi, i miei Tenebrio molitor in un sacchetto e tre insetti stecco di una specie nuova che ancora non so e per i quali oggi ho raccolto rovi rischiando i graffiarmi ovunque. E il mio nuovo tatuaggio che curo meno degli altri, come se in realtà fosse un disegno non voluto ma forse perché è uno dei pochi a cui attribuisco un significato, e anche se è parzialmente sbagliato io gli voglio particolarmente bene.
Ma lo curo poco.
Chissà come mai poi, eppure.
Ieri sul treno pensavo, sembrano fatti apposta i treni. Il paesaggio che scorre dal finestrino, il suono ritmico, qualcuno che interrompe il flusso dei pensieri parlando. E sono sempre nello stesso punto, mi pare di girare intorno.
Conoscere il mio doppio e tentare di accoglierlo non ha fatto che portare guai. Persino persone che mai avrei creduto, mi voltano le spalle, mi insultano apertamente e io sono stanca. Non ho possibilità di replica e dato che questa cosa, l'essere attaccata così, mi fa male, ho pensato che forse nemmeno lui merita di essere attaccato, anche se si è comportato da stronzo, anche se mi fa ancora soffrire. E l'ho sbloccato da quasi tutti i canali. Non è mio intento fare male a nessuno, non lo è mai stato, vorrei solo essere tranquilla.
Ora sono io a essere completamente bloccata. Non voglio nessuno accanto e lo cerco. E quindi lo cerco appositamente sbagliato in modo da non cascare in una trappola che invece, quasi inconsapevolmente, mi sono costruita ad hoc. Perché quei difettucci che sembravano insuperabili cominciano a farmi tenerezza, quella mimica che mi sembrava incompatibile acquista un senso, persino quelle passioni sgangherate e fuori dai miei standard cominciano a risultare una cornice immancabile, che senza di quelle niente torna.
E quindi do' le capocciate contro il muro perché non riesco a capirmi.
Mi tocca fare la cosa giusta, questa volta, e abbandonare il campo perché anche questo è, per dirla come dice un'amica, un aereo guasto che immancabilmente e anche se riuscissi a salirci, precipiterà.
E quando un aereo precipita di solito è un disastro, non ci sono feriti lievi, ma sangue e morti.
Hai ragione, mio amico guerriero (e libraio), non esiste una storia lineare per noi, e non è una giustificazione. Sappiamo solo fare quello, lottare, e a volte partiamo già con storie impossibili per mettere in mostra quella che crediamo essere la nostra unica capacità e tecnica di sopravvivenza. Lottare. Continuamente.
Perché abbiamo sperimentato presto che è una strategia vincente, e in effetti lo è, con le malattie. Ma non con le persone. Ci vuole serenità, tranquillità, linearità. Ogni tanto, insomma, ci sta che tutto vada come deve andare, ci sta che vada bene, senza intoppi iniziali, senza lotte continue, senza conquiste impossibili, senza scalate inevitabili.
Non è un male camminare in discesa, ogni tanto.
Oggi sfoglio il mio libro sui Bombici e le Sfingi e sogno una vita semiperfetta tra fiori, polline, dolcezze e colori.
Per di più ho visto persone con cui ho avuto piacere di passare del tempo. Persone sempre lette sui social in cui si riconoscono insetti (più che altro loro, io leggo e apprendo. Con lentezza ma apprendo), amici nuovi, VIP entomologici, amici seminuovi che tengono banchetti, con la stanchezza addosso e il sorriso sempre pronto. E ragni e insetti ovunque. E io che torno con il mio bellissimo libro sui Bombici e le Sfingi delle Alpi, i miei Tenebrio molitor in un sacchetto e tre insetti stecco di una specie nuova che ancora non so e per i quali oggi ho raccolto rovi rischiando i graffiarmi ovunque. E il mio nuovo tatuaggio che curo meno degli altri, come se in realtà fosse un disegno non voluto ma forse perché è uno dei pochi a cui attribuisco un significato, e anche se è parzialmente sbagliato io gli voglio particolarmente bene.
Ma lo curo poco.
Chissà come mai poi, eppure.
Ieri sul treno pensavo, sembrano fatti apposta i treni. Il paesaggio che scorre dal finestrino, il suono ritmico, qualcuno che interrompe il flusso dei pensieri parlando. E sono sempre nello stesso punto, mi pare di girare intorno.
Conoscere il mio doppio e tentare di accoglierlo non ha fatto che portare guai. Persino persone che mai avrei creduto, mi voltano le spalle, mi insultano apertamente e io sono stanca. Non ho possibilità di replica e dato che questa cosa, l'essere attaccata così, mi fa male, ho pensato che forse nemmeno lui merita di essere attaccato, anche se si è comportato da stronzo, anche se mi fa ancora soffrire. E l'ho sbloccato da quasi tutti i canali. Non è mio intento fare male a nessuno, non lo è mai stato, vorrei solo essere tranquilla.
Ora sono io a essere completamente bloccata. Non voglio nessuno accanto e lo cerco. E quindi lo cerco appositamente sbagliato in modo da non cascare in una trappola che invece, quasi inconsapevolmente, mi sono costruita ad hoc. Perché quei difettucci che sembravano insuperabili cominciano a farmi tenerezza, quella mimica che mi sembrava incompatibile acquista un senso, persino quelle passioni sgangherate e fuori dai miei standard cominciano a risultare una cornice immancabile, che senza di quelle niente torna.
E quindi do' le capocciate contro il muro perché non riesco a capirmi.
Mi tocca fare la cosa giusta, questa volta, e abbandonare il campo perché anche questo è, per dirla come dice un'amica, un aereo guasto che immancabilmente e anche se riuscissi a salirci, precipiterà.
E quando un aereo precipita di solito è un disastro, non ci sono feriti lievi, ma sangue e morti.
Hai ragione, mio amico guerriero (e libraio), non esiste una storia lineare per noi, e non è una giustificazione. Sappiamo solo fare quello, lottare, e a volte partiamo già con storie impossibili per mettere in mostra quella che crediamo essere la nostra unica capacità e tecnica di sopravvivenza. Lottare. Continuamente.
Perché abbiamo sperimentato presto che è una strategia vincente, e in effetti lo è, con le malattie. Ma non con le persone. Ci vuole serenità, tranquillità, linearità. Ogni tanto, insomma, ci sta che tutto vada come deve andare, ci sta che vada bene, senza intoppi iniziali, senza lotte continue, senza conquiste impossibili, senza scalate inevitabili.
Non è un male camminare in discesa, ogni tanto.
Oggi sfoglio il mio libro sui Bombici e le Sfingi e sogno una vita semiperfetta tra fiori, polline, dolcezze e colori.
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18 settembre 2018
Finché il sole si alza, non si muore
Che alla fine dal tumore non si guarisce mai. Non esiste un vero e proprio pensiero per il futuro, il tempo diventa un'unica distesa di presente. Non c'è una linea temporale, ma una superficie da calpestare. Una superficie su cui rotolare e in fretta, con il terrore di perdersi qualche cm quadro e di non riuscire più a ripassarci.
Si è in bilico continuamente. E la mancanza di equilibrio ci rende forti ma instabili.
Grazie amico libraio per avermi fatto dono di questa canzone.
Sick Tamburo La fine della chemio
Si è in bilico continuamente. E la mancanza di equilibrio ci rende forti ma instabili.
Grazie amico libraio per avermi fatto dono di questa canzone.
Sick Tamburo La fine della chemio
04 settembre 2018
Man! I Feel Like A Woman
Perché non mi è venuto in mente prima?
Io ho un solo medico di cui mi fidi, che ormai mi segue da 20 anni. Per la ferita non volevo tornare al S.Anna perché temevo mi conciassero peggio, così domenica ho scritto direttamente al mio dottore.
Inutile dirlo che già ieri, lunedì, mi ha chiamata.
"Io non sapevo nulla, non sapevo fosse successo tutto questo Ambaradàn. Le prenoto una visita per mercoledì mattina dai chirurghi del S. Lazzaro, c'è un'unità Breast Unit molto avanzata."
Quindi domani mattina lavorerò per un'ora e mezza e poi mi fionderò in ospedale. Sulla ferita si è nuovamente formata una crosta che cercherò di non bagnare, e probabilmente il resoconto sarà: "A me sembra vada tutto bene".
Ma continuo ad avere doloretti interni e poi, ormai, sono in ballo e balliamo.
Tornare dal medico per me è una sconfitta, lo avevo già scritto, ma almeno è il mio medico. Inoltre mi ha detto che farmi vedere sarà l'inizio della ricerca del mio oncologo qui a Torino. I miei spostamenti non hanno di certo aiutato nessuno. Né me, per quanto riguarda la continuità delle visite, né il mio medico che non capiva mai chi mi seguiva (in effetti non mi ha mai seguita davvero nessuno).
Parlando di cose piacevoli, oggi mi è arrivato il Huawei P20 Pro. Dopo aver tentato un riavvicinamento al OnePlus mi sono accorta che il nostro amore idilliaco si era ormai interrotto dopo il furto dell'ottimo OnePlus One. E che mi mancava la gestione dell'interfaccia di Huawei e la sua ottima fotocamera.
Oneplus ottimo telefono ma la fotocamera del Huawei è imbattibile.
I colori delle foto con Huawei sì, sembrano più slavati ma sono più veritieri. Oneplus li carica troppo, in più sbaglia spesso la messa a fuoco. Inoltre mi mancava terribilmente il bianco e nero Huawei. Fa delle foto contrastate come piacciono a me, e permette di fare ottime fotografie al volo.
Insomma ho speso dei soldi ma direi che è il minimo, e in questo periodaccio non voglio farmi mancare niente.
Torniamo con le canzoni del giorno, ed eccola.
Shania Twain Man! I Feel Like A Woman
Io ho un solo medico di cui mi fidi, che ormai mi segue da 20 anni. Per la ferita non volevo tornare al S.Anna perché temevo mi conciassero peggio, così domenica ho scritto direttamente al mio dottore.
Buongiorno dottore,
sono Colombo Carla, le scrivo per l'intervento al seno effettuato in data 26/2. Penso abbia saputo che l'esito della biopsia fosse negativo, quindi non c'è niente. Ho avuto però molti problemi con la ferita che ha fatto fatica a rimarginarsi. Inizialmente sembrava che si stesse chiudendo bene poi ha formato della fibrina e ha emesso molto essudato. Mi è stata tolta la fibrina e sono stata medicata. Per un paio di mesi dall'intervento mi sono fatta medicare al S. Anna poi il chirurgo che mi ha dato l'istologico ha detto che mi sarei potuta medicare a casa e che ormai ero quasi guarita. Era il 18 aprile. Da lì la ferita non si è più chiusa, nonostante sotto consiglio di un'amica che lavora in ospedale, io abbia usato anche medicazioni avanzate in argento e coperture per assorbire eventuali essudati.
Il 13 agosto la ferita si è finalmente chiusa, ho messo una medicazione per un'altra settimana, poi ho smesso di medicarla. L'altro giorno si è formata una crosta di circa 0,7 x 0,5 cm che, saltata via dopo una doccia, ha di nuovo riaperto una parte della ferita. Ho messo un normale cerottino ma dopo un po' di essudato ho pensato di scriverle chiedendo se magari fosse il caso di venire da lei a farmi vedere o da un dermatologo. La mia amica ipotizza che sia rimasto un punto interno e che la ferita resti aperta perché spinge da dentro in fuori cercando di espellerlo. Provo anche dei lievi dolori interni che potrebbero confermare questa ipotesi. Per ora lascio la ferita aperta sperando che formi nuovamente una crosta e che guarisca da sola. In caso contrario farò nuovamente medicazioni con garze che mi avevano dato in ospedale (farmactive non aderente). Intanto le chiedo se posso venire a farmi vedere da lei in modo da chiedere consiglio, preferirei non tornare al S.Anna dove sono stata mandata a casa dal chirurgo senza precise indicazioni su come medicare (anche se le infermiere sono state molto brave). Nel caso lo ritenesse necessario però torno da loro.
Le medicazioni fatte finora. A ferita aperta ho usato Acticoat Flex 7 con argento sulla ferita, poi coperture in mepilex xt e cerotto di copertura. Medicazione cambiata ogni settimana. Dal 13 e per una settimana ho usato il Farmactive non aderente. Sempre Mepilex XT come copertura e cerotto sopra. Reggiseno sportivo comprimente sempre tenuto addosso per evitare di muovere il meno possibile. Dal 21 in poi non ho più usato nulla.
Grazie
Inutile dirlo che già ieri, lunedì, mi ha chiamata.
"Io non sapevo nulla, non sapevo fosse successo tutto questo Ambaradàn. Le prenoto una visita per mercoledì mattina dai chirurghi del S. Lazzaro, c'è un'unità Breast Unit molto avanzata."
Quindi domani mattina lavorerò per un'ora e mezza e poi mi fionderò in ospedale. Sulla ferita si è nuovamente formata una crosta che cercherò di non bagnare, e probabilmente il resoconto sarà: "A me sembra vada tutto bene".
Ma continuo ad avere doloretti interni e poi, ormai, sono in ballo e balliamo.
Tornare dal medico per me è una sconfitta, lo avevo già scritto, ma almeno è il mio medico. Inoltre mi ha detto che farmi vedere sarà l'inizio della ricerca del mio oncologo qui a Torino. I miei spostamenti non hanno di certo aiutato nessuno. Né me, per quanto riguarda la continuità delle visite, né il mio medico che non capiva mai chi mi seguiva (in effetti non mi ha mai seguita davvero nessuno).
Parlando di cose piacevoli, oggi mi è arrivato il Huawei P20 Pro. Dopo aver tentato un riavvicinamento al OnePlus mi sono accorta che il nostro amore idilliaco si era ormai interrotto dopo il furto dell'ottimo OnePlus One. E che mi mancava la gestione dell'interfaccia di Huawei e la sua ottima fotocamera.
Oneplus ottimo telefono ma la fotocamera del Huawei è imbattibile.
I colori delle foto con Huawei sì, sembrano più slavati ma sono più veritieri. Oneplus li carica troppo, in più sbaglia spesso la messa a fuoco. Inoltre mi mancava terribilmente il bianco e nero Huawei. Fa delle foto contrastate come piacciono a me, e permette di fare ottime fotografie al volo.
Insomma ho speso dei soldi ma direi che è il minimo, e in questo periodaccio non voglio farmi mancare niente.
Torniamo con le canzoni del giorno, ed eccola.
Shania Twain Man! I Feel Like A Woman
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02 marzo 2018
Prima medicazione
Caro Blog,
oggi sono andata al Sant'Anna a fare la mia medicazione. Seconda e ultima a quanto pare. I punti sono riassorbibili e non devo tornare a farmeli togliere. Il chirurgo mi ha detto che posso lavarmi, che posso già massaggiare la zona con una crema ma anche con dell'olio d'oliva: come tradizione vuole ho ricomprato il costosissimo olio di Rosa Mosqueta.
Dice il medico devo massaggiare spingendo bene, devo sentire male, devo muovere la cicatrice all'interno. Ci ho provato mio caro Blog, ma non sono più la stessa persona di 9 anni fa, evidentemente. La ferita mi fa impressione, il dolore mi blocca e guardarmi allo specchio, così, quasi dimezzata non mi fa bene.
Ho chiesto al chirurgo se potevo mettermi una protesi ma me lo ha vivamente sconsigliato. Se già ora per ogni nodulo mi fanno fare una biopsia, con una protesi di mezzo potrebbero non capirci nulla e vedere cose che non ci sono.
Sono un po' triste, caro Blog. Temo di avere fatto la scelta sbagliata operandomi. Forse potevo, e dico forse, aspettare. Magari non era niente. Ma non posso non pensare alla signora che dopo un anno si era trovata un cancro metastasizzato. Ora però il mio seno destro è la metà di quello sinistro e si vede tantissimo, e ora è anche un po' gonfio per l'intervento: tra qualche settimana sarà ancora più piccolo.
Mio caro Blog, cosa si può fare in questo caso?
Oggi sono stata a trovare A, il mio amico di chemio. In ospedale.
Invidioso del mio intervento ha deciso di farsi operare anche lui, per la decima volta.
Lo abbraccio, e penso che la vita a volte è un po' ingiusta. Vivi, sì, ma sempre in bilico: non abbiamo mai avuto la fortuna di conoscere la salute per troppo tempo di seguito.
Gli ho portato un peluche che mi aveva regalato Alelè, un mio grandissimo amico delle superiori che era venuto a trovarmi a 16 anni in ospedale.
Quel peluche, a forma di scimmietta e con il cappellino da esploratore, mi ha seguito in tutte le case in cui ho vissuto. È venuto a Firenze, a Bologna, a Cömo.
Mi dicono di non abbattermi ma forse ho un'unica fortuna: essendo sola posso finalmente piangere quanto voglio.
Caro Blog, non ho espresso tante volte il desiderio di potermi finalmente sfogare? Il 2018 non voleva essere l'anno del mio egoismo? Ecco, ora posso fare ciò che voglio di me stessa.
Perché non devo proteggere nessuno.
oggi sono andata al Sant'Anna a fare la mia medicazione. Seconda e ultima a quanto pare. I punti sono riassorbibili e non devo tornare a farmeli togliere. Il chirurgo mi ha detto che posso lavarmi, che posso già massaggiare la zona con una crema ma anche con dell'olio d'oliva: come tradizione vuole ho ricomprato il costosissimo olio di Rosa Mosqueta.
Dice il medico devo massaggiare spingendo bene, devo sentire male, devo muovere la cicatrice all'interno. Ci ho provato mio caro Blog, ma non sono più la stessa persona di 9 anni fa, evidentemente. La ferita mi fa impressione, il dolore mi blocca e guardarmi allo specchio, così, quasi dimezzata non mi fa bene.
Ho chiesto al chirurgo se potevo mettermi una protesi ma me lo ha vivamente sconsigliato. Se già ora per ogni nodulo mi fanno fare una biopsia, con una protesi di mezzo potrebbero non capirci nulla e vedere cose che non ci sono.
Sono un po' triste, caro Blog. Temo di avere fatto la scelta sbagliata operandomi. Forse potevo, e dico forse, aspettare. Magari non era niente. Ma non posso non pensare alla signora che dopo un anno si era trovata un cancro metastasizzato. Ora però il mio seno destro è la metà di quello sinistro e si vede tantissimo, e ora è anche un po' gonfio per l'intervento: tra qualche settimana sarà ancora più piccolo.
Mio caro Blog, cosa si può fare in questo caso?
Oggi sono stata a trovare A, il mio amico di chemio. In ospedale.
Invidioso del mio intervento ha deciso di farsi operare anche lui, per la decima volta.
Lo abbraccio, e penso che la vita a volte è un po' ingiusta. Vivi, sì, ma sempre in bilico: non abbiamo mai avuto la fortuna di conoscere la salute per troppo tempo di seguito.
Gli ho portato un peluche che mi aveva regalato Alelè, un mio grandissimo amico delle superiori che era venuto a trovarmi a 16 anni in ospedale.
Quel peluche, a forma di scimmietta e con il cappellino da esploratore, mi ha seguito in tutte le case in cui ho vissuto. È venuto a Firenze, a Bologna, a Cömo.
Mi dicono di non abbattermi ma forse ho un'unica fortuna: essendo sola posso finalmente piangere quanto voglio.
Caro Blog, non ho espresso tante volte il desiderio di potermi finalmente sfogare? Il 2018 non voleva essere l'anno del mio egoismo? Ecco, ora posso fare ciò che voglio di me stessa.
Perché non devo proteggere nessuno.
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T di Umore
28 febbraio 2018
La solitudine dell'intervento
Il 26/2 è il giorno X.
Sveglia presto, in ospedale alle 6.45, calze antitrombo (di nome e di fatto) già indossate. Doccia fatta, ansia non troppa ma il giusto.
Dormito via da casa, nella stessa presa per la scorsa data, proprietario un hippie insegnante di yoga che, venuto a conoscenza della mia storia, ha cercato di parlarmi di varie terapie alternative.
Io, che sono brava a gestirmi da sola, per fortuna non ero da sola: questa volta (come per la scorsa data) una persona mi ha tenuto gli artigli.
Però questa volta non c'è l'influenza ad allontanare la paura dell'eventuale intervento, così una volta fatto (di nuovo) il prelievo io e altre 3 donnine siamo spedite a fare il reperaggio, dopo averci dato la stanza (sono in stanza da sola, almeno quello).
Il posizionamento in repere 9 anni fa era una iniezione di carbone vegetale che colora la parte da togliere ma a quanto pare questa volta sarebbe stato un gancio metallico infilato nella zona da asportare. Era stato questo esame che solo 10 giorni prima aveva bloccato il tutto. Stavo andando con l'infermiera a fare il reperaggio quando le ho chiesto un fazzolettino e le ho detto che non mi sentivo molto bene. Così ha chiesto la visita dell'anestesista in quanto lasciami un ago dentro senza sapere quando sarebbe stato fatto l'intervento (in caso avessero deciso di non farlo) non sarebbe stata un'ottima idea. Potete immaginare lo stato d'animo di farmi infilare una cosa del genere dentro il seno, ma comunque attendiamo, e sono l'ultima. Per complicare il tutto ho anche le mie cose, ovviamente.
Quando mi chiamano ero andata un attimo in bagno e tornata, colui che chiamerò il marito perché così è stato definito dagli infermieri, mi dice di andare in sala ecografica 1 dove però mi dicono di attendere fuori.
Il repere per me, per fortuna, sarà solo un segno di pennarello e non ci sarà nessun ago uncinato perché, dice il santo medico, non è necessario.
Attendiamo l'infermiera che ci riporti in reparto e una volta in stanza, nell'attendere la chiamata per la sala operatoria ci appisoliamo. È previsto gran freddo, fuori.
Il marito si informa sugli orari, pare che siano in ritardo in sala operatoria e che il mio intervento era previsto per le 12 ma andrò su alle 13 passate. Infatti poco dopo le 13 una corpulenta infermiera mi fa togliere il mio pigiama trendy composto da camicione verde a quadri e pantaloni a righe rosse e bianche per mettermi il camicione blu da intervento, aperto sul retro. "Deve togliersi anche le mutande" - "Ma ho le mie cose".
Mugugna qualcosa di incomprensibile ma me le lascia tenere addosso. Ci avventuriamo a piedi per la sala operatoria che credo sia al terzo piano. Le chiedo quanto durerà l'intervento e mi dice circa 3 ore. Sono preoccupata per il marito, sapeva circa un'oretta e non posso nemmeno avvisarlo.
Le pareti sono arancioni. Non devono avere fatto un grosso studio sui colori, l'arancione non è un colore tranquillizzante. Arrivo a quello che sembra essere un grosso gabbiotto di una biglietteria, senza il vetro a separare le due zone ma con una sorta di lettino abbassabile a piacimento di colore azzurro.
"Ha tolto le mutande?"
"No, ho le mie cose"
"Le deve togliere comunque"
Le sfilo da sotto il camicione e piego l'assorbente affinché non si veda. L'infermiera corpulenta di cui capisco una parola ogni due le mette in un sacco trasparente in cui c'è anche quella che doveva essere una vestaglia ma è un maglione aperto sul davanti. Posizionano una traversina sul lettino e lo abbassano affinché io mi ci possa sedere e da lì mi fanno passare su una barella, mi mettono la cuffietta per i capelli e mentre mi trasportano via sento che dicono che mi tocca la sala operatoria numero 5.
Prima però mi parcheggiano in una sorta di zona franca che conoscerò anche nel post operatorio. Alla mia sinistra c'è una fanciulla con una flebo che sembra dormire. Rimango lì un po', cercando di non pensare e sonnecchiando, finché un giovane infermiere o anestesista, non ho idea, in camice verde arriva per mettermi la cannula.
"Dove devi essere operata?"
"Seno destro"
"Allora devo mettere la cannula al braccio sinistro"
Non prova nemmeno a vedere nell'incavo del gomito perché, dice, potrebbe essere scomodo e potrei non piegare bene il braccio. Individua, poco sopra il polso, una vena che dice però "non capisco dove vada". "Faccia un bel respiro" - e mi infilza. Ma respirare è servito anche se poi maneggia l'ago e mi fa male.
"È andata?"
"No, si è rotta"
Sospiro.
Guarda nell'altro braccio ma arriva quello che invece potrebbe essere l'anestesista che dice "Non lì, deve essere operata da quel lato"
"Eh, ma non ha vene"
Torna al braccio sinistro.
"Proviamo sulla mano, è un po' fastidioso ma non abbiamo scelta, ti metto la cannula più piccola che abbiamo, se non va chiamo l'anestesista"
Infila, maneggia e sembra andare. Mi attacca a una flebo.
Mi trasportano in sala operatoria, dove mi mettono un pannolone ("Sollevi il sedere") e posizionano entrambe le braccia su due braccioli laterali per cui assumo la posizione comodissima da crocefissa. Apparecchio per la pressione su una caviglia, pulsossimetro sull'indice destro. Ho freddo ma sono anche agitata e comincio a tremare come una foglia.
L'infermiere giovane dice che mi mettono un bocchettone dell'aria calda per scaldarmi e mi chiede di cosa ho paura.
Ma le paure non sono per la maggior parte irrazionali?
Scherzo con loro dicendo che attendo con ansia le droghe legali che mi inietteranno.
"Coluccia c'è?" chiede qualcuno.
"Non l'ho ancora visto" risponde qualcun altro.
Ma all'improvviso compare. "Come mai siamo in ritardo sulla tabella di marcia, oggi?"
"Una signora doveva operarsi ma l'hanno riportata in stanza"
"Come va?" mi chiede
"Potrebbe andare in un altro milione di modi meglio, ma via, facciamolo..."
L'anestesista mi inietta un liquido giallo fosforescente e mi dice "Ora le girerà la testa"
"Come dopo una sbronza?"
"Esatto"
In effetti gira tutto ma senza la nausea della sbronza. Mi mettono una mascherina "È ossigeno, faccia respiri profondi, ecco brava, così, bravissima..."
Mi sveglio da un sogno che non ricordo, nella stessa stanza in cui mi trovavo prima della sala operatoria, tossisco.
"Ora la riportiamo in stanza, è normale se sente un po' di mal di gola"
Penso all'intubazione.
Il seno destro mi fa molto male, mi pizzico la pelle della pancia con la mano destra sperando di prestare meno attenzione al dolore. Resisto per un po' ma poi lo verbalizzo e mi dicono che mi stanno già facendo l'antidolorifico (contramal, famiglia degli oppiacei). Mi riportano in barella allo sportello iniziale dove il lettino che separa quelle due metà di mondo è in realtà anche un rullo per cui vengo letteralmente fatta scivolare su una barella dall'altro lato dove un infermiere mi dice che il marito è preoccupato. Non dico nulla perché mi diverte un po' l'idea e lo trovo ad aspettarmi all'inizio del corridoio. "Ecco il marito" esclama l'infermiere, "non che io sappia" esclama il marito ma l'infermiere non lo sente, tant'è che oggi lo stesso infermiere mi dice "Allora, viene il marito a prenderla?".
Mi rimettono sul letto sollevandomi con il lenzuolo, mi tolgono il pannolone e mi infilano le mutande e questa impotenza è detestabile. "Non muova assolutamente il braccio destro"
Anche se poi un'infermiera mi dice che "devo assolutamente muoverlo se no si gonfia".
Sono ormai le 17, pare che io non possa né mangiare né bere per altre 4 ore. Aspetto che il marito vada via per chiamare l'infermiera e fare la pipì nella padella.
Alla sera in effetti mi portano un po' di the con fette biscottate che mangio volentieri, dopo aver sbranato il bacio perugina del marito.
Passa il medico a visitarmi e poi il dott. Coluccia (in abiti civili, senza camice) che mi dice che ci vedremo venerdì per la medicazione e tasta la ferita.
Gli antidolorifici mi impediscono di tenere gli occhi aperti per più di qualche decina di minuti, così ogni tot crollo in un sonno profondo della durata di circa un'ora o due e poi mi sveglio. Al mattino sono riposatissima e contenta, perché vado a casa.
Arriva nel frattempo una signora anziana, compagna di stanza, che deve fare una nuova procedura che si chiama "elettrochemioterapia". Mi mostra il seno che le hanno asportato e racconta dei suoi 5 anni di chemio.
Mi torna in mente quando volevo fare la volontaria in reparto di oncologia all'ospedale infantile Regina Margherita e mi dissero che gli ex pazienti non possono fare i volontari in reparto e ora capisco perché. Ci vuole una certa delicatezza ad approcciarsi agli altri malati, soprattutto se il male è simile, e vedere quella cicatrice e sentire quella storia non mi ha fatto bene.
Quando mi chiamano per le dimissioni in sala d'attesa c'è con me una signora con i capelli scuri che è stata operata il giorno prima insieme a me. Le chiedo informazioni e mi racconta la sua storia.
11 anni prima dopo una mammografia le trovarono qualcosa ma il medico le disse di stare tranquilla che era solo una ciste e di fare la mammografia l'anno successivo. L'anno dopo videro che era in realtà un tumore che si era metastasizzato e le hanno dovuto togliere tutto il seno e fare la chemio, e ora c'è un nuovo nodulino da esaminare. Non so se è stato questo racconto o cosa, comincia a girarmi la testa. Quando vado in sala visite comincio a vedere i famosi pallini bianchi e dopo la medicazione comincio a sudare e ad agitarmi, dico che non sto bene. Mi misurano la pressione ed è 80-50, mi riattaccano una flebo alla cannula che per fortuna non mi hanno ancora tolto e mi riportano in stanza.
Intanto Lys era venuta a prendermi e resta lì con me aiutandomi a mangiare, mi coccola, mi apre le confezioni di cibo che non riesco ad aprire, mi porta la sua copertina.
Passo quindi un altro giorno in ospedale, con la signora chiacchierona accanto e io che penso al mio seno che al tatto, nonostante la medicazione faccia volume, sembra così piccolo da non esserci quasi più. E penso al lungo percorso che dovrò fare per l'accettazione del mio corpo, penso alla rabbia che provo e alla tristezza nel tornare a casa, circondata sì da amici incredibili che mi dimostrano un affetto senza pari, ma sostanzialmente sola.
In più dovrei cominciare a fare uno stupido lavoro e l'unica cosa che vorrei è invece arrotolarmi nelle coperte calde e dimenticare ogni cosa.
Purtroppo piangersi addosso non serve a nulla, altrimenti ora sarei piena di risorse, quindi si volta pagina, in tutto, e si va avanti.
Sveglia presto, in ospedale alle 6.45, calze antitrombo (di nome e di fatto) già indossate. Doccia fatta, ansia non troppa ma il giusto.
Dormito via da casa, nella stessa presa per la scorsa data, proprietario un hippie insegnante di yoga che, venuto a conoscenza della mia storia, ha cercato di parlarmi di varie terapie alternative.
Io, che sono brava a gestirmi da sola, per fortuna non ero da sola: questa volta (come per la scorsa data) una persona mi ha tenuto gli artigli.
Però questa volta non c'è l'influenza ad allontanare la paura dell'eventuale intervento, così una volta fatto (di nuovo) il prelievo io e altre 3 donnine siamo spedite a fare il reperaggio, dopo averci dato la stanza (sono in stanza da sola, almeno quello).
Il posizionamento in repere 9 anni fa era una iniezione di carbone vegetale che colora la parte da togliere ma a quanto pare questa volta sarebbe stato un gancio metallico infilato nella zona da asportare. Era stato questo esame che solo 10 giorni prima aveva bloccato il tutto. Stavo andando con l'infermiera a fare il reperaggio quando le ho chiesto un fazzolettino e le ho detto che non mi sentivo molto bene. Così ha chiesto la visita dell'anestesista in quanto lasciami un ago dentro senza sapere quando sarebbe stato fatto l'intervento (in caso avessero deciso di non farlo) non sarebbe stata un'ottima idea. Potete immaginare lo stato d'animo di farmi infilare una cosa del genere dentro il seno, ma comunque attendiamo, e sono l'ultima. Per complicare il tutto ho anche le mie cose, ovviamente.
Quando mi chiamano ero andata un attimo in bagno e tornata, colui che chiamerò il marito perché così è stato definito dagli infermieri, mi dice di andare in sala ecografica 1 dove però mi dicono di attendere fuori.
Il repere per me, per fortuna, sarà solo un segno di pennarello e non ci sarà nessun ago uncinato perché, dice il santo medico, non è necessario.
Attendiamo l'infermiera che ci riporti in reparto e una volta in stanza, nell'attendere la chiamata per la sala operatoria ci appisoliamo. È previsto gran freddo, fuori.
Il marito si informa sugli orari, pare che siano in ritardo in sala operatoria e che il mio intervento era previsto per le 12 ma andrò su alle 13 passate. Infatti poco dopo le 13 una corpulenta infermiera mi fa togliere il mio pigiama trendy composto da camicione verde a quadri e pantaloni a righe rosse e bianche per mettermi il camicione blu da intervento, aperto sul retro. "Deve togliersi anche le mutande" - "Ma ho le mie cose".
Mugugna qualcosa di incomprensibile ma me le lascia tenere addosso. Ci avventuriamo a piedi per la sala operatoria che credo sia al terzo piano. Le chiedo quanto durerà l'intervento e mi dice circa 3 ore. Sono preoccupata per il marito, sapeva circa un'oretta e non posso nemmeno avvisarlo.
Le pareti sono arancioni. Non devono avere fatto un grosso studio sui colori, l'arancione non è un colore tranquillizzante. Arrivo a quello che sembra essere un grosso gabbiotto di una biglietteria, senza il vetro a separare le due zone ma con una sorta di lettino abbassabile a piacimento di colore azzurro.
"Ha tolto le mutande?"
"No, ho le mie cose"
"Le deve togliere comunque"
Le sfilo da sotto il camicione e piego l'assorbente affinché non si veda. L'infermiera corpulenta di cui capisco una parola ogni due le mette in un sacco trasparente in cui c'è anche quella che doveva essere una vestaglia ma è un maglione aperto sul davanti. Posizionano una traversina sul lettino e lo abbassano affinché io mi ci possa sedere e da lì mi fanno passare su una barella, mi mettono la cuffietta per i capelli e mentre mi trasportano via sento che dicono che mi tocca la sala operatoria numero 5.
Prima però mi parcheggiano in una sorta di zona franca che conoscerò anche nel post operatorio. Alla mia sinistra c'è una fanciulla con una flebo che sembra dormire. Rimango lì un po', cercando di non pensare e sonnecchiando, finché un giovane infermiere o anestesista, non ho idea, in camice verde arriva per mettermi la cannula.
"Dove devi essere operata?"
"Seno destro"
"Allora devo mettere la cannula al braccio sinistro"
Non prova nemmeno a vedere nell'incavo del gomito perché, dice, potrebbe essere scomodo e potrei non piegare bene il braccio. Individua, poco sopra il polso, una vena che dice però "non capisco dove vada". "Faccia un bel respiro" - e mi infilza. Ma respirare è servito anche se poi maneggia l'ago e mi fa male.
"È andata?"
"No, si è rotta"
Sospiro.
Guarda nell'altro braccio ma arriva quello che invece potrebbe essere l'anestesista che dice "Non lì, deve essere operata da quel lato"
"Eh, ma non ha vene"
Torna al braccio sinistro.
"Proviamo sulla mano, è un po' fastidioso ma non abbiamo scelta, ti metto la cannula più piccola che abbiamo, se non va chiamo l'anestesista"
Infila, maneggia e sembra andare. Mi attacca a una flebo.
Mi trasportano in sala operatoria, dove mi mettono un pannolone ("Sollevi il sedere") e posizionano entrambe le braccia su due braccioli laterali per cui assumo la posizione comodissima da crocefissa. Apparecchio per la pressione su una caviglia, pulsossimetro sull'indice destro. Ho freddo ma sono anche agitata e comincio a tremare come una foglia.
L'infermiere giovane dice che mi mettono un bocchettone dell'aria calda per scaldarmi e mi chiede di cosa ho paura.
Ma le paure non sono per la maggior parte irrazionali?
Scherzo con loro dicendo che attendo con ansia le droghe legali che mi inietteranno.
"Coluccia c'è?" chiede qualcuno.
"Non l'ho ancora visto" risponde qualcun altro.
Ma all'improvviso compare. "Come mai siamo in ritardo sulla tabella di marcia, oggi?"
"Una signora doveva operarsi ma l'hanno riportata in stanza"
"Come va?" mi chiede
"Potrebbe andare in un altro milione di modi meglio, ma via, facciamolo..."
L'anestesista mi inietta un liquido giallo fosforescente e mi dice "Ora le girerà la testa"
"Come dopo una sbronza?"
"Esatto"
In effetti gira tutto ma senza la nausea della sbronza. Mi mettono una mascherina "È ossigeno, faccia respiri profondi, ecco brava, così, bravissima..."
Mi sveglio da un sogno che non ricordo, nella stessa stanza in cui mi trovavo prima della sala operatoria, tossisco.
"Ora la riportiamo in stanza, è normale se sente un po' di mal di gola"
Penso all'intubazione.
Il seno destro mi fa molto male, mi pizzico la pelle della pancia con la mano destra sperando di prestare meno attenzione al dolore. Resisto per un po' ma poi lo verbalizzo e mi dicono che mi stanno già facendo l'antidolorifico (contramal, famiglia degli oppiacei). Mi riportano in barella allo sportello iniziale dove il lettino che separa quelle due metà di mondo è in realtà anche un rullo per cui vengo letteralmente fatta scivolare su una barella dall'altro lato dove un infermiere mi dice che il marito è preoccupato. Non dico nulla perché mi diverte un po' l'idea e lo trovo ad aspettarmi all'inizio del corridoio. "Ecco il marito" esclama l'infermiere, "non che io sappia" esclama il marito ma l'infermiere non lo sente, tant'è che oggi lo stesso infermiere mi dice "Allora, viene il marito a prenderla?".
Mi rimettono sul letto sollevandomi con il lenzuolo, mi tolgono il pannolone e mi infilano le mutande e questa impotenza è detestabile. "Non muova assolutamente il braccio destro"
Anche se poi un'infermiera mi dice che "devo assolutamente muoverlo se no si gonfia".
Sono ormai le 17, pare che io non possa né mangiare né bere per altre 4 ore. Aspetto che il marito vada via per chiamare l'infermiera e fare la pipì nella padella.
Alla sera in effetti mi portano un po' di the con fette biscottate che mangio volentieri, dopo aver sbranato il bacio perugina del marito.
Passa il medico a visitarmi e poi il dott. Coluccia (in abiti civili, senza camice) che mi dice che ci vedremo venerdì per la medicazione e tasta la ferita.
Gli antidolorifici mi impediscono di tenere gli occhi aperti per più di qualche decina di minuti, così ogni tot crollo in un sonno profondo della durata di circa un'ora o due e poi mi sveglio. Al mattino sono riposatissima e contenta, perché vado a casa.
Arriva nel frattempo una signora anziana, compagna di stanza, che deve fare una nuova procedura che si chiama "elettrochemioterapia". Mi mostra il seno che le hanno asportato e racconta dei suoi 5 anni di chemio.
Mi torna in mente quando volevo fare la volontaria in reparto di oncologia all'ospedale infantile Regina Margherita e mi dissero che gli ex pazienti non possono fare i volontari in reparto e ora capisco perché. Ci vuole una certa delicatezza ad approcciarsi agli altri malati, soprattutto se il male è simile, e vedere quella cicatrice e sentire quella storia non mi ha fatto bene.
Quando mi chiamano per le dimissioni in sala d'attesa c'è con me una signora con i capelli scuri che è stata operata il giorno prima insieme a me. Le chiedo informazioni e mi racconta la sua storia.
11 anni prima dopo una mammografia le trovarono qualcosa ma il medico le disse di stare tranquilla che era solo una ciste e di fare la mammografia l'anno successivo. L'anno dopo videro che era in realtà un tumore che si era metastasizzato e le hanno dovuto togliere tutto il seno e fare la chemio, e ora c'è un nuovo nodulino da esaminare. Non so se è stato questo racconto o cosa, comincia a girarmi la testa. Quando vado in sala visite comincio a vedere i famosi pallini bianchi e dopo la medicazione comincio a sudare e ad agitarmi, dico che non sto bene. Mi misurano la pressione ed è 80-50, mi riattaccano una flebo alla cannula che per fortuna non mi hanno ancora tolto e mi riportano in stanza.
Intanto Lys era venuta a prendermi e resta lì con me aiutandomi a mangiare, mi coccola, mi apre le confezioni di cibo che non riesco ad aprire, mi porta la sua copertina.
Passo quindi un altro giorno in ospedale, con la signora chiacchierona accanto e io che penso al mio seno che al tatto, nonostante la medicazione faccia volume, sembra così piccolo da non esserci quasi più. E penso al lungo percorso che dovrò fare per l'accettazione del mio corpo, penso alla rabbia che provo e alla tristezza nel tornare a casa, circondata sì da amici incredibili che mi dimostrano un affetto senza pari, ma sostanzialmente sola.
In più dovrei cominciare a fare uno stupido lavoro e l'unica cosa che vorrei è invece arrotolarmi nelle coperte calde e dimenticare ogni cosa.
Purtroppo piangersi addosso non serve a nulla, altrimenti ora sarei piena di risorse, quindi si volta pagina, in tutto, e si va avanti.
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10 gennaio 2018
Focolai di proliferazione intraduttale con atipie di aspetto micropapillare
Ho dormito male ieri notte, ho fatto degli incubi in cui il mio endocrinologo mi anticipava il referto dell'agobiopsia e non solo era un (altro) cancro, ma aveva trovato anche una rara sindrome genetica che poteva essere la causa primaria di tutti i miei mali.
Bhe, non a caso ieri, nel primo pomeriggio, avevo la visita annuale dal mio endocrinologo.
La struttura in cui faccio le visite, il COES (Centro Onco Ematologico Subalpino) è stato, per una vita, sito all'ingresso di via Cherasco 15. Comodissimo.
Entri in via Cherasco e vai sempre dritto. Ma da qualche anno a questa parte lo hanno spostato, costringendomi ad ardue traiettorie. L'ospedale Molinette è un labirinto con indicazioni di difficile interpretazione!
Non mi do' per vinta. Passo dall'ingresso in via Genova, cerco il COES nelle indicazioni del tabellone all'ingresso principale di corso Bramante, seguo la traiettoria colorata di marrone, e TA-DAN.
Dopo solo 15 minuti eccomi!
Non ricordo mai cosa devo fare. Venendo qui una volta l'anno il dubbio amletico è: prendere o no il numero? Sedersi e aspettare? Annunciarsi in qualche dove?
Mi siedo e aspetto.
L'anno scorso il mio medico storico era affiancato da un dottorino giovane e un po' troppo volenteroso e presente. C'è un termine ma non mi viene, e quindi accattatevill'.
Appena mi vedono esordiscono "Colombo, venga pure".
Entro in saletta, mi siedo e il mio medico storico comincia: "Abbiamo il suo citologico, glielo avevamo detto?"
"No"
Il sogno voleva dirmi qualcosa.
"Allora l'esito glielo anticipo, in sigla si dice B3, vuol dire che purtroppo dal citologico non sono riusciti a stabilire cosa sia. Diciamo è un risultato dubbio, quindi bisogna indagare un po' meglio: glielo anticipo subito, quasi sicuramente le faranno una biopsia chirurgica come l'altra volta"
"Una biopsia escissionale?"
"Sì, più che altro per capire cosa sia"
Lucciconi. Ok, Carla, riprenditi.
La mia mente prosegue, faccio domande. Nel caso dovesse essere qualcosa di negativo? Asporteranno il seno? Che terapia faranno?
Si mantiene sul vago, dovrà decidere la senologa. Intanto io sarò ricontattata per programmare la biopsia.
"Vorrei essere operata dallo stesso chirurgo dell'altra volta, mi aveva fatto un bel taglio"
"Ah il dott. Coluccia, eh mi sa che in questi giorni (proprio in questi giorni) sta andando in pensione"
Che fortuna, penso.
Proprio non ci voleva un'altra biopsia, sullo stesso, già martoriatino, seno. Già piccolo, già sfortunato.
Già tagliato.
Sono a terra.
Procedono con la visita solita.
"Quanto pesa?"
Stavolta lo so, e rispondo come alla domanda di un esame che viene fatta da anni e alla quale hai sempre risposto - non lo so -. "45 circa"
"Ah" dice il dottorino "è un po' sottopeso, pesa molto meno rispetto all'altra visita"
"Va bene così"
"Mi faccia controllare i linfonodi, si tolga il vestito e si metta sul lettino"
E qui il dottorino ha rischiato male la vita. Mentre mi spoglio, per riempire l'imbarazzante silenzio, dico "Ci metterò un po', mi vesto a strati, sa, il freddo..."
"Ah ecco, infatti a prima vista NON MI SEMBRAVA COSÌ MAGRA"
Quei momenti in cui vorresti un lanciafiamme.
I linfonodi vanno bene, dice. Ma lo so. Gli esami del sangue sono perfetti e il mio medico storico dice che il fatto che gli antigeni del cancro siano nella norma è un'ottima cosa. Mia domanda: "Ma non sono gli antigeni del cancro all'utero?"
"... [silenzio imbarazzato] sì, anche"
Non ce provà a fregarmi che m'informo, cristosanto. Col seno han poco a che fare mi sa quei due antigeni.
"Fuma?"
"No"
Mi sono stancata di dire che fumo la pipa in media una volta al mese e che non si aspira. Così, no, non fumo.
"Va bene, il quadro generale è molto buono. Solo il TSH è un po' ai limiti ma non voglio aumentarle la dose di Eutirox a 75 microgrammi tutti i giorni. Poi è così magra. Facciamo allora 75 microgrammi 5 giorni a settimana e 2 giorni a settimana 50 microgrammi."
Se ora era facile ricordarlo, perché i giorni pari sono 50 microgrammi e i giorni dispari 75, l'idea di prendere 50 microgrammi lunedì e giovedì e 75 i restanti giorni sarà parecchio dura. Vediamo.
Mi fanno attendere per l'ecografia alla tiroide. Il dottorino ecografista bello che qualche anno fa era ancora più bello controlla le mie precedenti ecografie al computer, accanto a lui il mio endocrinologo che lo avverte "Ora siamo un po' più incentrati sulla mammella, purtroppo ai tempi le terapie erano quelle che erano, abbiamo un B3 in Q2 sul seno destro. Ha fatto 36 Gy a mantellina a 13 anni, gli anni dello sviluppo"
"La solita fortunella, eh?" Dico sorridendo.
Prima che pensiate stiano giocando a battaglia navale, traduco: B3 è la sigla di cui sopra, il referto dubbio del citologico. Q2 la posizione del nodulino nel seno. I Gy sono i Gray, se posso usare termini non tecnici, l'unità di misura delle radiazioni usate sul mio corpo ogni giorno per più di un mese, per la prima radioterapia. 36 Gy equivalgono a 30 radiografie fatte tutte insieme ogni fottutissimo giorno. Mantellina è un termine così docile ma indica la zona irradiata, ovvero TUTTO il torace.
Mi fa di nuovo svestire e rimango in canotta, mi sdraio sul lettino per fare l'ecografia.
Si posiziona alla mia sinistra "Quel teschio, devo dire, un po' mi inquieta" parlando del mio tatuaggio
"Sì, l'ho fatto apposta per gli ecografisti".
Ride.
La situazione della tiroide è invariata. È sempre minuscola e i nodulini? Sono tutti lì, stanno bene e sono invariati. Meno male, mi sarebbero mancati.
Mi danno il referto dell'ecografia e il solerte dottorino (ecco "solerte", prima non mi veniva il termine) mi ricorda di passare venerdì mattina a ritirare il referto dell'agobiopsia al reparto di senologia radiologica e chiedere della dottoressa Mariscotti.
E che sarò contattata per la biopsia.
E io invece, in un altro mondo, assolutamente fuori da ogni controllo, vorrei solo riuscire a piangere a dirotto.
Canzone del giorno: Mama, I'm coming home Ozzy Osbourne
Bhe, non a caso ieri, nel primo pomeriggio, avevo la visita annuale dal mio endocrinologo.
La struttura in cui faccio le visite, il COES (Centro Onco Ematologico Subalpino) è stato, per una vita, sito all'ingresso di via Cherasco 15. Comodissimo.
Entri in via Cherasco e vai sempre dritto. Ma da qualche anno a questa parte lo hanno spostato, costringendomi ad ardue traiettorie. L'ospedale Molinette è un labirinto con indicazioni di difficile interpretazione!
Non mi do' per vinta. Passo dall'ingresso in via Genova, cerco il COES nelle indicazioni del tabellone all'ingresso principale di corso Bramante, seguo la traiettoria colorata di marrone, e TA-DAN.
Dopo solo 15 minuti eccomi!
Non ricordo mai cosa devo fare. Venendo qui una volta l'anno il dubbio amletico è: prendere o no il numero? Sedersi e aspettare? Annunciarsi in qualche dove?
Mi siedo e aspetto.
L'anno scorso il mio medico storico era affiancato da un dottorino giovane e un po' troppo volenteroso e presente. C'è un termine ma non mi viene, e quindi accattatevill'.
Appena mi vedono esordiscono "Colombo, venga pure".
Entro in saletta, mi siedo e il mio medico storico comincia: "Abbiamo il suo citologico, glielo avevamo detto?"
"No"
Il sogno voleva dirmi qualcosa.
"Allora l'esito glielo anticipo, in sigla si dice B3, vuol dire che purtroppo dal citologico non sono riusciti a stabilire cosa sia. Diciamo è un risultato dubbio, quindi bisogna indagare un po' meglio: glielo anticipo subito, quasi sicuramente le faranno una biopsia chirurgica come l'altra volta"
"Una biopsia escissionale?"
"Sì, più che altro per capire cosa sia"
Lucciconi. Ok, Carla, riprenditi.
La mia mente prosegue, faccio domande. Nel caso dovesse essere qualcosa di negativo? Asporteranno il seno? Che terapia faranno?
Si mantiene sul vago, dovrà decidere la senologa. Intanto io sarò ricontattata per programmare la biopsia.
"Vorrei essere operata dallo stesso chirurgo dell'altra volta, mi aveva fatto un bel taglio"
"Ah il dott. Coluccia, eh mi sa che in questi giorni (proprio in questi giorni) sta andando in pensione"
Che fortuna, penso.
Proprio non ci voleva un'altra biopsia, sullo stesso, già martoriatino, seno. Già piccolo, già sfortunato.
Già tagliato.
Sono a terra.
Procedono con la visita solita.
"Quanto pesa?"
Stavolta lo so, e rispondo come alla domanda di un esame che viene fatta da anni e alla quale hai sempre risposto - non lo so -. "45 circa"
"Ah" dice il dottorino "è un po' sottopeso, pesa molto meno rispetto all'altra visita"
"Va bene così"
"Mi faccia controllare i linfonodi, si tolga il vestito e si metta sul lettino"
E qui il dottorino ha rischiato male la vita. Mentre mi spoglio, per riempire l'imbarazzante silenzio, dico "Ci metterò un po', mi vesto a strati, sa, il freddo..."
"Ah ecco, infatti a prima vista NON MI SEMBRAVA COSÌ MAGRA"
Quei momenti in cui vorresti un lanciafiamme.
I linfonodi vanno bene, dice. Ma lo so. Gli esami del sangue sono perfetti e il mio medico storico dice che il fatto che gli antigeni del cancro siano nella norma è un'ottima cosa. Mia domanda: "Ma non sono gli antigeni del cancro all'utero?"
"... [silenzio imbarazzato] sì, anche"
Non ce provà a fregarmi che m'informo, cristosanto. Col seno han poco a che fare mi sa quei due antigeni.
"Fuma?"
"No"
Mi sono stancata di dire che fumo la pipa in media una volta al mese e che non si aspira. Così, no, non fumo.
"Va bene, il quadro generale è molto buono. Solo il TSH è un po' ai limiti ma non voglio aumentarle la dose di Eutirox a 75 microgrammi tutti i giorni. Poi è così magra. Facciamo allora 75 microgrammi 5 giorni a settimana e 2 giorni a settimana 50 microgrammi."
Se ora era facile ricordarlo, perché i giorni pari sono 50 microgrammi e i giorni dispari 75, l'idea di prendere 50 microgrammi lunedì e giovedì e 75 i restanti giorni sarà parecchio dura. Vediamo.
Mi fanno attendere per l'ecografia alla tiroide. Il dottorino ecografista bello che qualche anno fa era ancora più bello controlla le mie precedenti ecografie al computer, accanto a lui il mio endocrinologo che lo avverte "Ora siamo un po' più incentrati sulla mammella, purtroppo ai tempi le terapie erano quelle che erano, abbiamo un B3 in Q2 sul seno destro. Ha fatto 36 Gy a mantellina a 13 anni, gli anni dello sviluppo"
"La solita fortunella, eh?" Dico sorridendo.
Prima che pensiate stiano giocando a battaglia navale, traduco: B3 è la sigla di cui sopra, il referto dubbio del citologico. Q2 la posizione del nodulino nel seno. I Gy sono i Gray, se posso usare termini non tecnici, l'unità di misura delle radiazioni usate sul mio corpo ogni giorno per più di un mese, per la prima radioterapia. 36 Gy equivalgono a 30 radiografie fatte tutte insieme ogni fottutissimo giorno. Mantellina è un termine così docile ma indica la zona irradiata, ovvero TUTTO il torace.
Mi fa di nuovo svestire e rimango in canotta, mi sdraio sul lettino per fare l'ecografia.
Si posiziona alla mia sinistra "Quel teschio, devo dire, un po' mi inquieta" parlando del mio tatuaggio
"Sì, l'ho fatto apposta per gli ecografisti".
Ride.
La situazione della tiroide è invariata. È sempre minuscola e i nodulini? Sono tutti lì, stanno bene e sono invariati. Meno male, mi sarebbero mancati.
Mi danno il referto dell'ecografia e il solerte dottorino (ecco "solerte", prima non mi veniva il termine) mi ricorda di passare venerdì mattina a ritirare il referto dell'agobiopsia al reparto di senologia radiologica e chiedere della dottoressa Mariscotti.
E che sarò contattata per la biopsia.
E io invece, in un altro mondo, assolutamente fuori da ogni controllo, vorrei solo riuscire a piangere a dirotto.
Canzone del giorno: Mama, I'm coming home Ozzy Osbourne
31 dicembre 2017
Dolce adrenalina
Giovedì 28 ricevo una chiamata dall'ospedale "La chiamo per l'agobiopsia, pensiamo sia meglio farla perché abbiamo valutato le sue precedenti analisi e vogliamo controllare meglio".
Tachicardia.
"Sì, mi dica"
"Le abbiamo prenotato l'agobiopsia per il 4 gennaio, deve portare l'impegnativa del medico"
"No, per fare l'impegnativa per la risonanza magnetica ho dovuto tribolare: il medico non mi fa l'impegnativa se non c'è la richiesta del medico specialista all'interno della quale è presente codice fiscale e numero di iscrizione all'albo del medico che la richiede"
"Mhm, aspetti un attimo, vedo se riesco a fargliela internamente"
Silenzio, cuore che batte.
"Riesce a venire domattina alle 8.30, così le prepariamo noi l'impegnativa? Perché altrimenti la dottoressa non riesce"
"Ah quindi domattina passo a ritirare l'impegnativa?"
"No domattina viene direttamente per l'agobiopsia"
Tachicardia. Controllati Carla, non è niente. Tanto lo sai che avresti dovuto farla. Controlla la voce, non deve tremare, controlla il battito.
"Ok, posso fare colazione? Ci sono raccomandazioni?"
"Ha preso antinfiammatori o antidolorifici negli ultimi 2-3 giorni?"
"No, nulla"
"Perfetto, se ha qualche problema prenda solo la tachipirina 1000. Può fare una colazione leggera. A domani."
Non so come mai non ci penso ma non controllo su internet cosa sia. Forse sono troppo agitata a valutare le mie reazioni presenti che sono sempre troppo esagerate.
O forse no?
Provate a mettervi nei miei panni, queste chiamate e questi esami nel corso della mia vita non sono state mai foriere di belle notizie. Alla fine di questi esami nessuno mi ha chiamata mai per dirmi: "Carla, la chiamo per comunicarle che tutti gli esami sono negativi, lei sta benissimo!"
In genere è sempre stato "DObbiamo fare altri accertamenti"
"Deve venire in tale data per fare questo accertamento"
Concluso con "Purtroppo abbiamo trovato delle celluline maligne e dobbiamo asportare la parte" oppure "Deve venire per un consulto terapeutico".
L'unico nodulo che non mi ha mai tradito, ma è lì da 18 anni quindi non mi spaventa, è quello sulla tiroide. Sarà cresciuto di un massimo di 2 mm in questi anni, è quasi una presenza rassicurante: qualcosa che quando faccio l'ecografia alla tiroide: "Dottore, c'è ancora il nodulino?"
"Sì, certo, eccolo lì"
"Ah meno male."
Quindi ecco il perché della mia reazione. Non potete capirlo, se non avete avuto per tanti anni questo tipo di chiamate. Sapevo sì di dover fare l'agobiopsia, ma il mio cervello ha cercato nell'amigdala i ricordi delle precedenti chiamate, di come sono finite. E il cuore accelera, i pensieri vanno. È così che funziona, ed è assolutamente normale.
Ho avvisato chi potevo e volevo avvisare e le reazioni sono state più o meno le stesse "Bhe meglio, così te la levi".
Capisco anche la risposta, ma vorrei stilare un manualetto di vicinanza per gli amici. Quando accadono queste cose non si vuole essere consolati, si cerca solo vicinanza emotiva. La risposta esatta e corretta è sempre la stessa : "Ti sono vicino".
Lo so, è banale, sembrano le classiche condoglianze che tanto odio. Ma è inutile razionalizzare, queste emozioni non sono razionali. Non si ha bisogno di qualcuno che ti dica "Cerca di stare calma".
Se riuscissi a stare calma, non pensate forse che lo farei?
Seguono anche risposte ironiche, che apprezzo sempre tanto, come il mio amico M, ex compagno del corso java, che mi dice "Son degli stronzi ad anticipare così. Uno ha anche programmi".
Sì ok, mi ha fatto ridere.
C, che sta imparando a conoscermi, mi ha detto semplicemente che era con me.
Gigi vorrebbe essere con me. Lys chiede di accompagnarmi.
Il sardosabaudo mi ha fatto sorridere "Quindi? Vieni lo stesso a cena?".
Una cena è un ottimo modo per pensare ad altro (culurgiones, mammamia che buoni!).
Comunque la notte non è stata tranquilla, non ho dormito bene. E mi sono svegliata presto. Arrivata al reparto di senologia radiologica delle Molinette l'unica cosa a cui penso è di volermi sdraiare nel lettino, ma il pensiero mi agita.
L'attesa è snervante e la sala d'attesa è piena di donne tutte molto più grandi di me. Una donna piange. La privacy non è assicurata in nessun modo. Le dottoresse non hanno uno spazio dove poter parlare con le pazienti e spesso questo viene fatto in corridoio, qualunque referto si abbia in mano. E tutti sentono. Non è per niente bello.
Mi ricordo di internet, cerco la parola "agobiopsia". Consigliano di venire accompagnati. Sono da sola.
Non importa, penso, al massimo chiamo un taxi.
Mi chiamano per firmare il consenso informato. Mi fanno le solite domande di routine, se sono allergica a qualche farmaco, all'anestesia locale, se ho preso antinfiammatori nei 3 giorni precedenti l'esame. La dottoressa mi spiega che faranno una puntura di lidocaina per anestetizzare la parte, allargheranno il buco con il bisturi e faranno entrare quest'ago per, come spiega una mia recente conoscenza, compiere la biopsia tru cut (sic). L'ago ha un'anima in metallo e farà un rumore, uno scatto forte e sarà finito. Faranno 3 prelievi nell'area, metteranno alla fine del ghiaccio perché l'unica controindicazione è la formazione di ematomi.
Firmo, torno in sala d'attesa.
Più o meno mi richiamano alle 9.30. La sala è quella ecografica già vista. La dottorina giovane della scorsa volta (che è anche quella che mi ha chiamato, riconosco la voce insicura e dolce di chi ha ancora non ha il cinismo medico) mi ripete l'ecografia e mi chiede di attendere. Tremo, un po' perché sono agitata, ma ho anche freddo. Mi da' una traversina per coprirmi e mi chiede di attendere. Sparisce.
Tornano in 3. C'è la direttrice del reparto della scorsa volta, la dottorina di prima e un'altra dottoressa giovane. La direttrice ripete l'ecografia e mi dice che quest'area scura non era stata evidenziata nelle scorse ecografie/mammografie/risonanze, quindi è meglio controllare. Arriva l'altra direttrice del reparto, ora sono in 4. Mentre la direttrice numero 1 esegue l'ecografia, l'altra osserva. La tirocinante accende e spegne la luce. La dottorina giovane a un certo punto si dilegua "Siamo troppe, non servo qui".
Io tremo.
"Vedi? È quest'area"
L'altra direttrice annuisce.
"Sono un po' agitata"
"Eh, come facciamo? Vuole andare a prendere qualcosa?
Mentre io immagino una dose potente di tranquillanti, lei mi consiglia una camomilla. Probabilmente dovrei prenderne una vagonata. Dico che no, va bene così.
"Ora sentirà una punturina".
La lidocaina brucia. L'ago nel seno fa male. Stringo i denti. La direttrice però è molto brava, infila pianissimo l'ago, lo osservo mentre entra, sento solo il pizzicore iniziale e da lì mi rilasso. Anche quando inietta la lidocaina lo fa lentamente. Credo che anche la paura abbia fatto.
La paura in queste situazioni è utilissima, l'adrenalina mandata in circolo, ne sono convinta, ha fatto sì che io non sentissi male, che io non sentissi troppo male.
Sfila l'ago.
"Tutto bene?"
"Sìsì, benissimo, dottoressa è stata bravissima, non ho sentito quasi niente!"
Prende il bisturi monouso: vedo tutto, tranne il taglietto che fa. Non sento. Non sento nulla.
Mentre la direttrice numero uno continua a tenere l'apparecchio ecografico sul mio seno, la direttrice numero due infila l'ago per la biopsia tru cut nel seno.
D2: "Qui?"
D1: "No, un po' più su, perfetto così"
La dottorina giovane è pronta a schiacciare il pulsante sul corpo verde e parallelepipoidale della siringa, ma prima mi intima "Sentirà un rumore forte, non si spaventi e non si muova."
"Ok"
TAK
Lo scatto della biro ma un bel po' più forte.
Mettono una strisciolina di circa 5 mm su un vetrino. Sembra carne di pollo, è molto chiara.
"Tutto bene?"
"Sìsì non sento niente"
Ormai mi sono rilassata.
Procedono col secondo prelievo.
TAK.
Si consultano
D1: "Non so se fare un altro prelievo ma lì c'è il muscolo pettorale. Però vedi qui?"
D2: "Sì in effetti non saprei"
"Ma no, io direi che va bene così"
Ridono.
"Sì, va bene così" dice la direttrice numero 1.
"Ora le farà la medicazione, tra due settimane può venire a ritirare il referto"
La dottorina mi mette gli steristrip e una medicazione col cerottone.
"Ora le metto anche il ghiaccio, le verrano delle supertette!"
"Ah non vedo l'ora, guardi!"
"Domani può togliere il cerotto. Non bagni la ferita, gli steristrip si staccheranno da soli in circa 3 giorni. Se ha male usi solo tachipirina 1000, se le viene un ematoma è normale"
Avviso tutti, per me e per il momento, il peggio è passato. Faccio colazione alternativa al bar dell'ospedale Molinette con Lys che mi corre incontro in lacrime.
Nota per il futuro: non sono l'unica vittima delle mie paranoie emotive.
Mi ha portato un melograno, porta bene, "mangiatelo a capodanno".
Sento un po' di male ma per me che soffro di emicranie pazzesche è quasi più un pruritino.
Torno a casa, dovrei fare mille cose ma il calo di tensione mi impedisce di muovermi, sono immensamente stanca.
La cosa buffa è che il giorno prima scrivo al mio medico, il dott. Brignardello per aggiornarlo. Non c'era alcun tono polemico né preoccupato nella mia email, eppure lui mi risponde con un "Capisco il suo disappunto".
In effetti sì, c'era del disappunto, ma non nella mia email. Effettivamente dopo 18 anni deve avere imparato a conoscermi, o forse sa che non è mai bello fare certi esami.
Ora si aspetta, e ancora una volta una piccola cosa mi ricorda quanto è fragile la nostra esistenza su questo pianeta e quanto poco io stia facendo per vivere appieno la mia vita. Questo ultimo anno poi è stato vissuto un po' in ibernazione, in letargo. Letargo delle mie capacità, soprattutto, oltre che lavorativo e tutto il resto. Questa sera festeggerò con alcuni tra i miei più cari amici; auguro per me stessa, per questo 2018, un anno di movimento, un anno di potenziale espresso. Disfare le scatole, trovare un lavoro che sia mio, fare un viaggio (ma meglio più di uno), sentirmi a mio agio e a posto nel mondo.
Poca roba, eh?
Canzone del giorno: Welcome Home (Sanitarium) Metallica
Tachicardia.
"Sì, mi dica"
"Le abbiamo prenotato l'agobiopsia per il 4 gennaio, deve portare l'impegnativa del medico"
"No, per fare l'impegnativa per la risonanza magnetica ho dovuto tribolare: il medico non mi fa l'impegnativa se non c'è la richiesta del medico specialista all'interno della quale è presente codice fiscale e numero di iscrizione all'albo del medico che la richiede"
"Mhm, aspetti un attimo, vedo se riesco a fargliela internamente"
Silenzio, cuore che batte.
"Riesce a venire domattina alle 8.30, così le prepariamo noi l'impegnativa? Perché altrimenti la dottoressa non riesce"
"Ah quindi domattina passo a ritirare l'impegnativa?"
"No domattina viene direttamente per l'agobiopsia"
Tachicardia. Controllati Carla, non è niente. Tanto lo sai che avresti dovuto farla. Controlla la voce, non deve tremare, controlla il battito.
"Ok, posso fare colazione? Ci sono raccomandazioni?"
"Ha preso antinfiammatori o antidolorifici negli ultimi 2-3 giorni?"
"No, nulla"
"Perfetto, se ha qualche problema prenda solo la tachipirina 1000. Può fare una colazione leggera. A domani."
Non so come mai non ci penso ma non controllo su internet cosa sia. Forse sono troppo agitata a valutare le mie reazioni presenti che sono sempre troppo esagerate.
O forse no?
Provate a mettervi nei miei panni, queste chiamate e questi esami nel corso della mia vita non sono state mai foriere di belle notizie. Alla fine di questi esami nessuno mi ha chiamata mai per dirmi: "Carla, la chiamo per comunicarle che tutti gli esami sono negativi, lei sta benissimo!"
In genere è sempre stato "DObbiamo fare altri accertamenti"
"Deve venire in tale data per fare questo accertamento"
Concluso con "Purtroppo abbiamo trovato delle celluline maligne e dobbiamo asportare la parte" oppure "Deve venire per un consulto terapeutico".
L'unico nodulo che non mi ha mai tradito, ma è lì da 18 anni quindi non mi spaventa, è quello sulla tiroide. Sarà cresciuto di un massimo di 2 mm in questi anni, è quasi una presenza rassicurante: qualcosa che quando faccio l'ecografia alla tiroide: "Dottore, c'è ancora il nodulino?"
"Sì, certo, eccolo lì"
"Ah meno male."
Quindi ecco il perché della mia reazione. Non potete capirlo, se non avete avuto per tanti anni questo tipo di chiamate. Sapevo sì di dover fare l'agobiopsia, ma il mio cervello ha cercato nell'amigdala i ricordi delle precedenti chiamate, di come sono finite. E il cuore accelera, i pensieri vanno. È così che funziona, ed è assolutamente normale.
Ho avvisato chi potevo e volevo avvisare e le reazioni sono state più o meno le stesse "Bhe meglio, così te la levi".
Capisco anche la risposta, ma vorrei stilare un manualetto di vicinanza per gli amici. Quando accadono queste cose non si vuole essere consolati, si cerca solo vicinanza emotiva. La risposta esatta e corretta è sempre la stessa : "Ti sono vicino".
Lo so, è banale, sembrano le classiche condoglianze che tanto odio. Ma è inutile razionalizzare, queste emozioni non sono razionali. Non si ha bisogno di qualcuno che ti dica "Cerca di stare calma".
Se riuscissi a stare calma, non pensate forse che lo farei?
Seguono anche risposte ironiche, che apprezzo sempre tanto, come il mio amico M, ex compagno del corso java, che mi dice "Son degli stronzi ad anticipare così. Uno ha anche programmi".
Sì ok, mi ha fatto ridere.
C, che sta imparando a conoscermi, mi ha detto semplicemente che era con me.
Gigi vorrebbe essere con me. Lys chiede di accompagnarmi.
Il sardosabaudo mi ha fatto sorridere "Quindi? Vieni lo stesso a cena?".
Una cena è un ottimo modo per pensare ad altro (culurgiones, mammamia che buoni!).
Comunque la notte non è stata tranquilla, non ho dormito bene. E mi sono svegliata presto. Arrivata al reparto di senologia radiologica delle Molinette l'unica cosa a cui penso è di volermi sdraiare nel lettino, ma il pensiero mi agita.
L'attesa è snervante e la sala d'attesa è piena di donne tutte molto più grandi di me. Una donna piange. La privacy non è assicurata in nessun modo. Le dottoresse non hanno uno spazio dove poter parlare con le pazienti e spesso questo viene fatto in corridoio, qualunque referto si abbia in mano. E tutti sentono. Non è per niente bello.
Mi ricordo di internet, cerco la parola "agobiopsia". Consigliano di venire accompagnati. Sono da sola.
Non importa, penso, al massimo chiamo un taxi.
Mi chiamano per firmare il consenso informato. Mi fanno le solite domande di routine, se sono allergica a qualche farmaco, all'anestesia locale, se ho preso antinfiammatori nei 3 giorni precedenti l'esame. La dottoressa mi spiega che faranno una puntura di lidocaina per anestetizzare la parte, allargheranno il buco con il bisturi e faranno entrare quest'ago per, come spiega una mia recente conoscenza, compiere la biopsia tru cut (sic). L'ago ha un'anima in metallo e farà un rumore, uno scatto forte e sarà finito. Faranno 3 prelievi nell'area, metteranno alla fine del ghiaccio perché l'unica controindicazione è la formazione di ematomi.
Firmo, torno in sala d'attesa.
Più o meno mi richiamano alle 9.30. La sala è quella ecografica già vista. La dottorina giovane della scorsa volta (che è anche quella che mi ha chiamato, riconosco la voce insicura e dolce di chi ha ancora non ha il cinismo medico) mi ripete l'ecografia e mi chiede di attendere. Tremo, un po' perché sono agitata, ma ho anche freddo. Mi da' una traversina per coprirmi e mi chiede di attendere. Sparisce.
Tornano in 3. C'è la direttrice del reparto della scorsa volta, la dottorina di prima e un'altra dottoressa giovane. La direttrice ripete l'ecografia e mi dice che quest'area scura non era stata evidenziata nelle scorse ecografie/mammografie/risonanze, quindi è meglio controllare. Arriva l'altra direttrice del reparto, ora sono in 4. Mentre la direttrice numero 1 esegue l'ecografia, l'altra osserva. La tirocinante accende e spegne la luce. La dottorina giovane a un certo punto si dilegua "Siamo troppe, non servo qui".
Io tremo.
"Vedi? È quest'area"
L'altra direttrice annuisce.
"Sono un po' agitata"
"Eh, come facciamo? Vuole andare a prendere qualcosa?
Mentre io immagino una dose potente di tranquillanti, lei mi consiglia una camomilla. Probabilmente dovrei prenderne una vagonata. Dico che no, va bene così.
"Ora sentirà una punturina".
La lidocaina brucia. L'ago nel seno fa male. Stringo i denti. La direttrice però è molto brava, infila pianissimo l'ago, lo osservo mentre entra, sento solo il pizzicore iniziale e da lì mi rilasso. Anche quando inietta la lidocaina lo fa lentamente. Credo che anche la paura abbia fatto.
La paura in queste situazioni è utilissima, l'adrenalina mandata in circolo, ne sono convinta, ha fatto sì che io non sentissi male, che io non sentissi troppo male.
Sfila l'ago.
"Tutto bene?"
"Sìsì, benissimo, dottoressa è stata bravissima, non ho sentito quasi niente!"
Prende il bisturi monouso: vedo tutto, tranne il taglietto che fa. Non sento. Non sento nulla.
Mentre la direttrice numero uno continua a tenere l'apparecchio ecografico sul mio seno, la direttrice numero due infila l'ago per la biopsia tru cut nel seno.
D2: "Qui?"
D1: "No, un po' più su, perfetto così"
La dottorina giovane è pronta a schiacciare il pulsante sul corpo verde e parallelepipoidale della siringa, ma prima mi intima "Sentirà un rumore forte, non si spaventi e non si muova."
"Ok"
TAK
Lo scatto della biro ma un bel po' più forte.
Mettono una strisciolina di circa 5 mm su un vetrino. Sembra carne di pollo, è molto chiara.
"Tutto bene?"
"Sìsì non sento niente"
Ormai mi sono rilassata.
Procedono col secondo prelievo.
TAK.
Si consultano
D1: "Non so se fare un altro prelievo ma lì c'è il muscolo pettorale. Però vedi qui?"
D2: "Sì in effetti non saprei"
"Ma no, io direi che va bene così"
Ridono.
"Sì, va bene così" dice la direttrice numero 1.
"Ora le farà la medicazione, tra due settimane può venire a ritirare il referto"
La dottorina mi mette gli steristrip e una medicazione col cerottone.
"Ora le metto anche il ghiaccio, le verrano delle supertette!"
"Ah non vedo l'ora, guardi!"
"Domani può togliere il cerotto. Non bagni la ferita, gli steristrip si staccheranno da soli in circa 3 giorni. Se ha male usi solo tachipirina 1000, se le viene un ematoma è normale"
Avviso tutti, per me e per il momento, il peggio è passato. Faccio colazione alternativa al bar dell'ospedale Molinette con Lys che mi corre incontro in lacrime.
Nota per il futuro: non sono l'unica vittima delle mie paranoie emotive.
Mi ha portato un melograno, porta bene, "mangiatelo a capodanno".
Sento un po' di male ma per me che soffro di emicranie pazzesche è quasi più un pruritino.
Torno a casa, dovrei fare mille cose ma il calo di tensione mi impedisce di muovermi, sono immensamente stanca.
La cosa buffa è che il giorno prima scrivo al mio medico, il dott. Brignardello per aggiornarlo. Non c'era alcun tono polemico né preoccupato nella mia email, eppure lui mi risponde con un "Capisco il suo disappunto".
In effetti sì, c'era del disappunto, ma non nella mia email. Effettivamente dopo 18 anni deve avere imparato a conoscermi, o forse sa che non è mai bello fare certi esami.
Ora si aspetta, e ancora una volta una piccola cosa mi ricorda quanto è fragile la nostra esistenza su questo pianeta e quanto poco io stia facendo per vivere appieno la mia vita. Questo ultimo anno poi è stato vissuto un po' in ibernazione, in letargo. Letargo delle mie capacità, soprattutto, oltre che lavorativo e tutto il resto. Questa sera festeggerò con alcuni tra i miei più cari amici; auguro per me stessa, per questo 2018, un anno di movimento, un anno di potenziale espresso. Disfare le scatole, trovare un lavoro che sia mio, fare un viaggio (ma meglio più di uno), sentirmi a mio agio e a posto nel mondo.
Poca roba, eh?
Canzone del giorno: Welcome Home (Sanitarium) Metallica
17 dicembre 2017
Questa vita tuttavia mi pesa molto
Sono in ospedale, venerdì. Attendo il mio turno per lasciare i miei dati in accettazione, al reparto di radiologia senologica. Attendo per fare la mammografia, attendo per fare l'ecografia. La sala di attesa è piena di persone, donne accompagnate dai loro mariti, molto più grandi di me. Mi guardano.
È come se con gli occhi volessero rubarmi la gioventù e non riuscendoci con gli occhi parlano di interventi e chemio. È così, sono d'accordo col fiaccarmi lo spirito.
Mi chiamano, dovrebbero chiamare con il numero ma usano nome e cognome. È la direttrice del reparto che se ne occupa. Intanto, mentre mi stringe e mi tira il seno, parla con la radiologa di qualche loro problema lavorativo.
"Eh ma cosa ci vuoi fare"
"Sì lo sai che fa sempre così"
"Non si muova eh?"
Resto immobile.
L'apparecchio per la mammografia mi scandaglia e fa rumori strani.
Tornano.
"Comunque vedrai che la prossima volta non si ripeterà"
"Si volti"
Mi volto.
"Ma poi eravamo tutti d'accordo, non capisco proprio"
Spariscono
"Non si muova eh?"
Non mi muovo.
In un'altra proiezione, la macchina fa il suo lavoro. Radiazioni nei miei tessuti, radiazioni rivelatrici.
"Senta ma lei era stata operata vero? Non ha altra documentazione con sé?"
"No, il dottor B mi aveva detto di portare solo questa risonanza"
"Ma come mai non ha fatto da noi questi esami?"
"Eh ho cambiato città diverse volte..."
"Ma che oncologo la segue, adesso?"
"... ehm.. alcune senologhe, ma sono tornata a Torino quindi posso venire da voi"
"Si rivesta pure"
Mi rivesto e vado in sala di attesa.
"Numero 61?"
Mi rialzo.
Sala ecografica. L'ecografia mi rilassa. Mi spoglio.
Ci metto tanto a spogliarmi, a Torino è arrivato il vero inverno e mi devo levare strati e strati di roba. Via il maglione, via la maglia a maniche lunghe, via la canotta, via il reggiseno.
Mi sdraio e mi cosparge di gel freddo.
È una ragazza molto giovane. "Dottoressa mi dica, si vede qualcosa?"
"No, non si preoccupi, non c'è nulla. Ora arriva la mia responsabile a visitarla"
Sparisce.
Resto parecchio da sola e comincio ad avere freddo. Guardo l'immagine fissa sull'apparecchio radiografico. Sono rimasta appesa lì, è il mio interno. Penso a quanto, nel caso peggiore, vorrei non essere come le signore in sala d'attesa. Non voglio parlare di chemio e interventi. È come per le persone che lavorano tutto il giorno e tornano a casa, e parlano di lavoro.
La vita è altro. Mi riprometto che in qualsiasi caso lascerò questa cosa fuori dalla mia vita. Che farò un breve excursus qui, manderò un unico messaggio vocale per raccontare e cercherò di non parlarne troppo, di non farmi inghiottire da quel "Male addosso" di cui parlava Sandra Verda. Ma lei avrà mai più avuto una ricaduta? Chissà.
Il tempo di alzarmi e fare una foto all'apparecchio radiografico (sarebbe proibito, ma tante cose sono proibite, le facciamo comunque e sono sicuramente più dannose) rimettermi sul lettino e arriva la direttrice.
Dopo un attentissimo esame al seno e alle cavità ascellari alla ricerca del linfonodo sentinella mi conferma un'area più scura. Probabilmente dovuto al carbone iniettato nel 2008 per l'inserimento del repere.
Non mi convince. Non avevano mai trovato quest'area scura.
Mi dice di portarle il resto degli esami fatti negli anni successivi e di non preoccuparmi: lei controllerà tutto e se c'è qualcosa di dubbio mi faranno un'agobiopsia. Infilano un ago nel seno che ha una sorta di lama tranciante in fondo, per raschiare un po' di tessuto ed esaminarlo. Il solo fatto di non dover essere aperta mi rassicura.
Esco più tranquilla, anche se so che all'80% dovranno eseguire questa procedura. "Con lei" dice la dottoressa "dobbiamo avere un'attenzione particolare".
Che è un po' un modo sfigato di essere speciali.
Una volta effettuata l'agobiopsia ci sono diverse strade. Se non c'è nulla è stato solo uno spavento. Se c'è qualcosa non so. Ma un passo alla volta. Baby steps e si arriva ovunque.
Ieri passando davanti a una bancarella di libri ho adocchiato questo titolo, edizione Adelphi: "Questa vita tuttavia mi pesa molto".
La vita, in effetti, a volte è una cosa abbastanza faticosa da tenere in piedi. A tratti mi sento logorata, a tratti immensamente felice. Mi sembra di non conoscere medi e viaggiare per questo ottovolante. In caduta libera verso il basso e in rapida ascesa.
Domani porterò i precedenti esami che vorrò fotocopiare, perché non voglio lasciare loro gli originali e poi attenderò la chiamata. Stay tuned.
È come se con gli occhi volessero rubarmi la gioventù e non riuscendoci con gli occhi parlano di interventi e chemio. È così, sono d'accordo col fiaccarmi lo spirito.
Mi chiamano, dovrebbero chiamare con il numero ma usano nome e cognome. È la direttrice del reparto che se ne occupa. Intanto, mentre mi stringe e mi tira il seno, parla con la radiologa di qualche loro problema lavorativo.
"Eh ma cosa ci vuoi fare"
"Sì lo sai che fa sempre così"
"Non si muova eh?"
Resto immobile.
L'apparecchio per la mammografia mi scandaglia e fa rumori strani.
Tornano.
"Comunque vedrai che la prossima volta non si ripeterà"
"Si volti"
Mi volto.
"Ma poi eravamo tutti d'accordo, non capisco proprio"
Spariscono
"Non si muova eh?"
Non mi muovo.
In un'altra proiezione, la macchina fa il suo lavoro. Radiazioni nei miei tessuti, radiazioni rivelatrici.
"Senta ma lei era stata operata vero? Non ha altra documentazione con sé?"
"No, il dottor B mi aveva detto di portare solo questa risonanza"
"Ma come mai non ha fatto da noi questi esami?"
"Eh ho cambiato città diverse volte..."
"Ma che oncologo la segue, adesso?"
"... ehm.. alcune senologhe, ma sono tornata a Torino quindi posso venire da voi"
"Si rivesta pure"
Mi rivesto e vado in sala di attesa.
"Numero 61?"
Mi rialzo.
Sala ecografica. L'ecografia mi rilassa. Mi spoglio.
Ci metto tanto a spogliarmi, a Torino è arrivato il vero inverno e mi devo levare strati e strati di roba. Via il maglione, via la maglia a maniche lunghe, via la canotta, via il reggiseno.
Mi sdraio e mi cosparge di gel freddo.
È una ragazza molto giovane. "Dottoressa mi dica, si vede qualcosa?"
"No, non si preoccupi, non c'è nulla. Ora arriva la mia responsabile a visitarla"
Sparisce.
Resto parecchio da sola e comincio ad avere freddo. Guardo l'immagine fissa sull'apparecchio radiografico. Sono rimasta appesa lì, è il mio interno. Penso a quanto, nel caso peggiore, vorrei non essere come le signore in sala d'attesa. Non voglio parlare di chemio e interventi. È come per le persone che lavorano tutto il giorno e tornano a casa, e parlano di lavoro.
La vita è altro. Mi riprometto che in qualsiasi caso lascerò questa cosa fuori dalla mia vita. Che farò un breve excursus qui, manderò un unico messaggio vocale per raccontare e cercherò di non parlarne troppo, di non farmi inghiottire da quel "Male addosso" di cui parlava Sandra Verda. Ma lei avrà mai più avuto una ricaduta? Chissà.
Il tempo di alzarmi e fare una foto all'apparecchio radiografico (sarebbe proibito, ma tante cose sono proibite, le facciamo comunque e sono sicuramente più dannose) rimettermi sul lettino e arriva la direttrice.
Dopo un attentissimo esame al seno e alle cavità ascellari alla ricerca del linfonodo sentinella mi conferma un'area più scura. Probabilmente dovuto al carbone iniettato nel 2008 per l'inserimento del repere.
Non mi convince. Non avevano mai trovato quest'area scura.
Mi dice di portarle il resto degli esami fatti negli anni successivi e di non preoccuparmi: lei controllerà tutto e se c'è qualcosa di dubbio mi faranno un'agobiopsia. Infilano un ago nel seno che ha una sorta di lama tranciante in fondo, per raschiare un po' di tessuto ed esaminarlo. Il solo fatto di non dover essere aperta mi rassicura.
Esco più tranquilla, anche se so che all'80% dovranno eseguire questa procedura. "Con lei" dice la dottoressa "dobbiamo avere un'attenzione particolare".
Che è un po' un modo sfigato di essere speciali.
Una volta effettuata l'agobiopsia ci sono diverse strade. Se non c'è nulla è stato solo uno spavento. Se c'è qualcosa non so. Ma un passo alla volta. Baby steps e si arriva ovunque.
Ieri passando davanti a una bancarella di libri ho adocchiato questo titolo, edizione Adelphi: "Questa vita tuttavia mi pesa molto".
La vita, in effetti, a volte è una cosa abbastanza faticosa da tenere in piedi. A tratti mi sento logorata, a tratti immensamente felice. Mi sembra di non conoscere medi e viaggiare per questo ottovolante. In caduta libera verso il basso e in rapida ascesa.
Domani porterò i precedenti esami che vorrò fotocopiare, perché non voglio lasciare loro gli originali e poi attenderò la chiamata. Stay tuned.
12 dicembre 2017
Il mio grosso Deja-Vu Dicembre porta proprio sfiga
Martedì 5 dicembre vado finalmente a fare la risonanza magnetica al seno. Quella per cui fare l'impegnativa mi aveva provocato uno stress enorme, perché prima avevo fatto l'impegnativa per una mammografia che non mi hanno voluto fare perché nel referto precedente era consigliata una risonanza. Poi sono andata a fare l'impegnativa per la risonanza magnetica MA non c'erano (e pare che per legge debbano essere necessari) codice fiscale e umero di iscrizione all'albo.
Incazzata nera vado alla visita dalla senologa che era già prenotata e mi faccio fare l'impegnativa ma dietro non ha l'iscrizione all'albo e i comunica che non è necessaria. Torno dal medico e non va bene, non c'è l'iscrizione all'albo. Sfavata come poche, vado sul sito dell'OMCeO e trovo il numero in questione. Cazzo, avrebbero potuto farlo loro.
Mi fanno l'impegnatica ma senza contrasto, la faccio modificare e FINALMENTE ci siamo.
Detesto la risonanza con contrasto, devono bucarti ed è sempre il solito problema. Solo che mentre a Padova la risonanza magnetica è aperta, quindi meno claustrofobica e c'è uno specchio che permette (anche se sei a faccia in giù) di vedere le tue mani quindi di avere comunque una visione, anche se piccola, della realtà che ti circonda, e in più il buco te lo fanno prima di fare la risonanza (due anestesisti, uno per lato, tastano le vene finché non ne trovano una abbastanza decente per bucarti) quindi una volta superato quello è tutto ok, qui in questo posto fai la risonanza senza contrasto poi, immobile come sei, senza vedere nulla, sdraiata a pancia sotto con le mani sopra la testa tese, ti cercano una vena. Inutile dirlo, la prima vena è stata scazzata e ha dovuto ravanare parecchio per riprenderla finché sento "Ah cavolo, si è rotta". In tutto questo io non potevo muovermi e avevo un male cane. Con la seconda vena va meglio ma sempre doloroso. Mi ripiazzano dentro e via.
Ero così spaventata che tremavo quando sono scesa. Il radiologo, un ragazzo squisito, mi ha aiutata. Così l'ho ringraziato per la gentilezza. Ho a che fare con medici e tecnici da quando ho 13 anni e so che spesso non hanno riscontro, e che sembra tutto scontato. I pazienti si lamentano se vengono trattati con superficialità e freddezza ma non ringraziano mai abbastanza il lavoro fatto da medici, infermieri e tecnici.
Mi sono rivestita e sono partita, ho fatto due giorni fuori per rilassarmi.
Giovedì sono tornata e venerdì sarei ripartita con Lys, la mia amica, per Ventimiglia fino a domenica. Da scema ho pensato bene di passare quel giorno stesso a ritirare le analisi, invece di andare lunedì. Così ho letto. E ho letto che nell'area dove di solito c'è scritto Niente di rilevante, c'era un papier di roba. Una robina di 6 mm nel seno destro, in profondità vicino al muscolo pettorale, un'area compatibile con una cellularità patologica. Altre scritte. Altre cose. Nebbia, pensieri che vanno, inarrestabili e ripercorrono con frenetica fantasia un passato di 8 anni fa. Stesse cose, era dicembre. Era dicembre quando è mancato mio padre. Era dicembre quando mi hanno trovato il tumore al seno. Dicembre porta una cazzo di sfiga eh?
Ansia. Respiro. A breve incontrerò Gigi, non voglio preoccuparlo. Ma non ricordo la strada che ho fatto per arrivare alla metro, né quella dalla fermata metro a Porta Susa. Né ho memoria del tempo che ho passato ad aspettarlo. È come se il mio cervello si fosse congelato su alcuni pensieri e non riuscisse più a uscirne nemmeno per sentire lo scorrere del tempo, il variare dello spazio.
Ma la giornata è passata, Gigi non ha intuito niente e purtroppo ho vomitato il mio stress su un'unica persona, forse l'unica che non avrebbe dovuto sentire tutto questo fluire di pensieri veloci.
Ma va bene, è un passaggio necessario per metabolizzare, la paranoia. Devo passare nella nebbia della mia testa per trovare chiarezza e quindi un briciolo di tranquillità.
Parto. Lys è una persona dolcissima e splendida, che mi ha accolto nella sua vita come un'amica di vecchia data. Sabato le racconto tutto, ma con estrema pacatezza. Ho metabolizzato, non ho paura, non più. Ho i due estremi di possibilità all'interno dei quali esiste un range infinito di situazioni che potrebbero accadere. Sono pronta al peggio, so che posso scegliere, sono (relativamente) tranquilla.
Anzi mi spiace aver creato tutti questi allarmismi, ma al fondo di questo post metterò i link relativi a dicembre 2008 - gennaio 2009 per far capire cosa mi è tornato in mente in quei 10 minuti di lettura iniziale di referto.
Fotografo, fotografo il mare, fotografo cose, fotografo persone, e mi era venuta anche una mezza idea di documentare visite, analisi, referti, come un progetto tutto mio che tale dovrà restare. I miei nulla sanno, per ora. Ma non è detto che debbano sapere.
Perché potrebbe non essere nulla o essere tutto ma mi sento abbastanza scafata per poter reggere da sola, ma soprattutto non voglio che altre persone gettino addosso a me ansia inutile.
Si chiama sano egoismo.
Come promesso a chi mi sta vicino, ieri sono andata dal medico a fare le impegnative per ecografia e visita senologica, come consigliato dal referto. In attesa decido però di mandare una email al mio carissimo endocrinologo del COES, il quale, non appena letta la mail mi chiama immediatamente per comunicarmi che le impegnative le ha già fatte lui, che secondo lui non è niente, però venerdì vado alle Molinette a fare tutto.
Non è niente MA facciamo in fretta. Il solito medico, che non sa come comunicarmi le cose, che ha paura di spaventarmi ma non vuole che io sottovaluti nulla. Lo adoro.
Vado via dalla sala di attesa, per attendere nuovamente un giorno, venerdì. Quello in cui confermeranno se c'è qualcosa o è un falso positivo.
Scrivo ad A, il mio amico libraio e compagno di stanza durante la chemio.
"Certo che siamo proprio sfigati"
"A volte lo penso anche io, però in realtà, se guardo la cosa con obiettività, sono sicuro che siamo veramente fighi. Di vita noi ne sappiamo qualcosa, no?"
"vorrei smettere di saperne. non pensi la stessa cosa anche tu?
voglio tornare ignorantissima"
Non posso scegliere cosa sia, posso solo decidere come reagire.
Ed ecco i link del passato.
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/colpa-del-tassista.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/seconda-puntata-per-chi-lattendeva-e.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/terza-puntata.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/novit.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2009/01/esercizi-di-rilassamento.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2009/01/intervento.html
Ce ne sono altri relativi al Tamoxifene che "lassamo perdere va"
Canzone del giorno: Syd Matters Obstacles
Incazzata nera vado alla visita dalla senologa che era già prenotata e mi faccio fare l'impegnativa ma dietro non ha l'iscrizione all'albo e i comunica che non è necessaria. Torno dal medico e non va bene, non c'è l'iscrizione all'albo. Sfavata come poche, vado sul sito dell'OMCeO e trovo il numero in questione. Cazzo, avrebbero potuto farlo loro.
Mi fanno l'impegnatica ma senza contrasto, la faccio modificare e FINALMENTE ci siamo.
Detesto la risonanza con contrasto, devono bucarti ed è sempre il solito problema. Solo che mentre a Padova la risonanza magnetica è aperta, quindi meno claustrofobica e c'è uno specchio che permette (anche se sei a faccia in giù) di vedere le tue mani quindi di avere comunque una visione, anche se piccola, della realtà che ti circonda, e in più il buco te lo fanno prima di fare la risonanza (due anestesisti, uno per lato, tastano le vene finché non ne trovano una abbastanza decente per bucarti) quindi una volta superato quello è tutto ok, qui in questo posto fai la risonanza senza contrasto poi, immobile come sei, senza vedere nulla, sdraiata a pancia sotto con le mani sopra la testa tese, ti cercano una vena. Inutile dirlo, la prima vena è stata scazzata e ha dovuto ravanare parecchio per riprenderla finché sento "Ah cavolo, si è rotta". In tutto questo io non potevo muovermi e avevo un male cane. Con la seconda vena va meglio ma sempre doloroso. Mi ripiazzano dentro e via.
Ero così spaventata che tremavo quando sono scesa. Il radiologo, un ragazzo squisito, mi ha aiutata. Così l'ho ringraziato per la gentilezza. Ho a che fare con medici e tecnici da quando ho 13 anni e so che spesso non hanno riscontro, e che sembra tutto scontato. I pazienti si lamentano se vengono trattati con superficialità e freddezza ma non ringraziano mai abbastanza il lavoro fatto da medici, infermieri e tecnici.
Mi sono rivestita e sono partita, ho fatto due giorni fuori per rilassarmi.
Giovedì sono tornata e venerdì sarei ripartita con Lys, la mia amica, per Ventimiglia fino a domenica. Da scema ho pensato bene di passare quel giorno stesso a ritirare le analisi, invece di andare lunedì. Così ho letto. E ho letto che nell'area dove di solito c'è scritto Niente di rilevante, c'era un papier di roba. Una robina di 6 mm nel seno destro, in profondità vicino al muscolo pettorale, un'area compatibile con una cellularità patologica. Altre scritte. Altre cose. Nebbia, pensieri che vanno, inarrestabili e ripercorrono con frenetica fantasia un passato di 8 anni fa. Stesse cose, era dicembre. Era dicembre quando è mancato mio padre. Era dicembre quando mi hanno trovato il tumore al seno. Dicembre porta una cazzo di sfiga eh?
Ansia. Respiro. A breve incontrerò Gigi, non voglio preoccuparlo. Ma non ricordo la strada che ho fatto per arrivare alla metro, né quella dalla fermata metro a Porta Susa. Né ho memoria del tempo che ho passato ad aspettarlo. È come se il mio cervello si fosse congelato su alcuni pensieri e non riuscisse più a uscirne nemmeno per sentire lo scorrere del tempo, il variare dello spazio.
Ma la giornata è passata, Gigi non ha intuito niente e purtroppo ho vomitato il mio stress su un'unica persona, forse l'unica che non avrebbe dovuto sentire tutto questo fluire di pensieri veloci.
Ma va bene, è un passaggio necessario per metabolizzare, la paranoia. Devo passare nella nebbia della mia testa per trovare chiarezza e quindi un briciolo di tranquillità.
Parto. Lys è una persona dolcissima e splendida, che mi ha accolto nella sua vita come un'amica di vecchia data. Sabato le racconto tutto, ma con estrema pacatezza. Ho metabolizzato, non ho paura, non più. Ho i due estremi di possibilità all'interno dei quali esiste un range infinito di situazioni che potrebbero accadere. Sono pronta al peggio, so che posso scegliere, sono (relativamente) tranquilla.
Anzi mi spiace aver creato tutti questi allarmismi, ma al fondo di questo post metterò i link relativi a dicembre 2008 - gennaio 2009 per far capire cosa mi è tornato in mente in quei 10 minuti di lettura iniziale di referto.
Fotografo, fotografo il mare, fotografo cose, fotografo persone, e mi era venuta anche una mezza idea di documentare visite, analisi, referti, come un progetto tutto mio che tale dovrà restare. I miei nulla sanno, per ora. Ma non è detto che debbano sapere.
Perché potrebbe non essere nulla o essere tutto ma mi sento abbastanza scafata per poter reggere da sola, ma soprattutto non voglio che altre persone gettino addosso a me ansia inutile.
Si chiama sano egoismo.
Come promesso a chi mi sta vicino, ieri sono andata dal medico a fare le impegnative per ecografia e visita senologica, come consigliato dal referto. In attesa decido però di mandare una email al mio carissimo endocrinologo del COES, il quale, non appena letta la mail mi chiama immediatamente per comunicarmi che le impegnative le ha già fatte lui, che secondo lui non è niente, però venerdì vado alle Molinette a fare tutto.
Non è niente MA facciamo in fretta. Il solito medico, che non sa come comunicarmi le cose, che ha paura di spaventarmi ma non vuole che io sottovaluti nulla. Lo adoro.
Vado via dalla sala di attesa, per attendere nuovamente un giorno, venerdì. Quello in cui confermeranno se c'è qualcosa o è un falso positivo.
Scrivo ad A, il mio amico libraio e compagno di stanza durante la chemio.
"Certo che siamo proprio sfigati"
"A volte lo penso anche io, però in realtà, se guardo la cosa con obiettività, sono sicuro che siamo veramente fighi. Di vita noi ne sappiamo qualcosa, no?"
"vorrei smettere di saperne. non pensi la stessa cosa anche tu?
voglio tornare ignorantissima"
Non posso scegliere cosa sia, posso solo decidere come reagire.
Ed ecco i link del passato.
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/colpa-del-tassista.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/seconda-puntata-per-chi-lattendeva-e.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/terza-puntata.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2008/12/novit.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2009/01/esercizi-di-rilassamento.html
http://bambinaborderline.blogspot.it/2009/01/intervento.html
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