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17 novembre 2018

Ready

Mi scrive una email I.
Io e I. non ci siamo conosciuti per caso. L'ho contattato diversi anni fa, dopo aver letto un suo articolo per il giornalino dell'UGI. Parlava del suo tumore adolescenziale, un aggressivo Osteosarcoma. Lo scrivo con l'iniziale in maiuscolo perché il suo nome possa essere letto con la reverenza che la malattia merita. Un ospite cattivo, aggressivo, inatteso.
Lo contattai, dicevo, perché noi ex tumorati di dio abbiamo un filone comune nelle nostre storie, per quanto arriviamo da ambienti diversi, educati in modi diversi, abbiamo tutti la stessa modalità di cercare il nostro posto nel mondo. Alla fine io e I. non ci siamo visti molto spesso, posso dire che forse ci siamo visti 2 o 3 volte nell'arco di questi 10 anni e più.
Vivevo a Bologna quando mi mandò la prima bozza del libro che stava scrivendo sulla sua storia. Decisi di leggerlo in modo matematico, 20 pagine al giorno almeno, per poterlo terminare in circa una ventina di giorni, si trattava infatti di una prima versione di ben 400 pagine e, mi diceva, era solo la prima parte.
Nel corso di questi anni mi ha inviato altre versioni che io non ho mai letto. Ho avuto questo periodo di rifiuto relativamente lungo in cui ho allontanato ogni connessione con qualcosa di inerente alla mia malattia.
Oggi mi arriva una sua email, con una sua più recente versione. Ecco, mi sento pronta a leggerlo.

Quando lo lessi la prima volta mi chiesi se ci fosse stato bisogno di un ALTRO libro sul cancro. Ora poi, che Nadia Toffa (purtroppo per lei e chi le sta accanto) si è ammalata, qualsiasi altro ingresso sul mercato letterario sembra superfluo.
Un personaggio famoso e malato di cancro.
Però io penso che la vicenda di I. sia diversa. Un po' perché, a differenza mia e della qui sopra specificata presentatrice, c'è un totale rifiuto della malattia. Mentre io sfoggiavo la mia pelata con orgoglio a dimostrare la battaglia interiore e anche esteriore, ben visibile, che stavo affrontando, I. ha nascosto tutto, con l'accuratezza di un prestigiatore che mostra solo ciò che vuole mostrare. La parrucca, emblema di questo sodalizio con i suoi segreti, ne è testimone. Accuratamente acconciata e sistemata per non essere spostata in nessun modo, nemmeno se qualcuno avesse dovuto scompigliargli i capelli, in un gesto di affettuosa amicizia o altro.

Sono stata fortunata. Io ho compreso subito di essere una guerriera, I. ha purtroppo scoperto questa cosa molto dopo. Lo si legge tra le righe, dell'orgoglio attuale per quel ragazzino che sente così lontano, così diverso da lui ma allo stesso tempo ne è stato parte.
Voglio molto bene a I, anche se non ci vediamo quasi mai.

Con tutto questo volevo solo chiedergli sinceramente scusa per non esserci stata, ma... No, nessun ma, nessuna giustificazione. Ora sono pronta.

Ora posso leggerti.

16 giugno 2018

cleena has quit #satanacorp

Sei preziosa.

Guardo il mio corpo nudo allo specchio. Se fossi un uomo probabilmente mi piacerebbe. È magro, ma morbido.
Accarezzo con la mano destra la curva del fianco, ci sarà una formula matematica che la descrive ma è più bella se toccata con mano.

Sono soddisfatta di quello che vedo: un po' meno del viso. Sto anche quasi accettando il mio povero seno ferito e impari. Sì, per avere 37 anni e non fare praticamente nulla sono fortunata.

Sei sicura di non avere 20 anni?

Quando torno nel mio vecchio quartiere sento un odore particolare, che è un odore di ricordi e di veri amici. Penso a loro e il ricordo si confonde con le immagini del film "Stand by me". Sempre insieme, noi, sempre in pattini per un certo periodo.


Ero l'unica ragazza del gruppo.


Avevo 16 anni, ed era l'estate prima della mia biopsia che rivelò il secondo tumore. Campeggio a Levanto con Alelè e Ivano. Mai andare in campeggio con due ragazzi, loro volevano solo cercare fanciulle e io mi sentivo un ostacolo.
Una sera uscirono lasciandomi da sola in tenda a piagnucolare. Così uscii da sola e conobbi una signora in campeggio che mi invitò a una spaghettata di mezzanotte da lei e dalla figlia, mia coetanea.

Arrivò il ragazzo dello spaccio. Lo avevo visto qualche giorno prima, gli avevo chiesto del burro per la pasta. Mi guardò intensamente e mi disse Offro io. Fisso sui miei occhi. Un viso che i seguaci di Lombroso stanno ancora scrivendoci sopra un trattato.
Chiacchierarono del più e del meno. Lui si allontanò un attimo e la signora mi disse Questo ragazzo ha un problema, scopa troppo.
Tanta schiettezza mi lasciò perplessa. Lui aveva 26 anni, Ivan.
Mi divertii, senza i miei amici, e a fine cena Ivan tirò fuori un gettone della doccia.
Ci facciamo una doccia insieme?
Va bene ma non ero molto convinta.

Non facemmo la doccia ma mi portò direttamente nella sua roulotte. Ivan scopava troppo, a sentire la signora, ma non aveva protezioni. Quindi non facemmo niente e gli raccontai la mia storia.
Dormii lì e l'indomani tornai alla tenda.
Alelè mi fece una lavata di capo che ancora la ricordo. Che erano preoccupati, che non sapevano dove fossi, che lui era responsabile (?) per me. Continuò anche sul treno nel viaggio di ritorno, io guardavo fuori dal finestrino.
Non ne parlammo più, non ne parlai più.

Qualche tempo dopo mi arrivò una lettera da Ivan, non ricordo come mai gli diedi il mio indirizzo, forse aveva espresso l'intenzione di scrivermi. In allegato un braccialetto e una sua fototessera.
Diceva di essersi innamorato, con una grafia infantile, tutta in maiuscolo.
Diceva che pensava al mio intervento e che aveva pianto per me.
Tu para me es una chica mui preziosa.
Mi scrisse.
Hasta luego mio amor Punkarla.
Avevo i capelli biondi alla radice e arancioni sulle punte. Erano quelli, anni (sono questi, anni) in cui a settembre i miei compagni di classe non sapevano come sarei arrivata conciata.

Non ho mai risposto. Non gli ho mai mandato la foto che mi aveva chiesto. Ho indossato il braccialetto fino a quando non mi ha lasciato segni blu sul polso, poi l'ho riposto da qualche parte e lì è stato dimenticato. Come la lettera, come Ivan.

La storia di una canzone.


Avevo 21 anni, forse 22. Chattavo ai tempi su IRC e conobbi tante persone con cui ancora oggi mi sento e che non ho mai visto dal vivo. Internet è cambiato, noi siamo rimasti più o meno simili.
Lui si chiamava Sebastiano.
Un musicista, mi mandava i suoi pezzi e io gli scrivevo le immagini che mi arrivavano, violente, senza alcuna premeditazione. La spiaggia, il fuoco sulla spiaggia, persone che danzano, il buio.
Sebastiano a volte mi chiamava sul fisso di casa, si sfogava tanto con me. Catanese e i capelli lunghi, magro, magrissimo, sembrava un'iconografia di Gesù come ce l'hanno sempre propinato.
A me un po' piaceva Sebastiano.

Lo avevo conosciuto da un tale Angelo che frequentava la stanza #satanacorp, una chat di piccoli hacker. Io ero amica di Hyo, Rubin e Angelo (di cui stranamente non ricordo il nick - ricordato alla fine della stesura del post. Era Green_Beret). Angelo era venuto a Torino da Catania per un hackmeeting e con lui c'erano Rubin e Red_Owl di Parma.

Io ero bionda e carina. Parcheggiai la macchina fuori dalla cascina in cui i ragazzi si erano accampati. Molti di loro si erano portati il computer fisso e giravano con questi enormi case. Si erano collegati a una rete in maniera illegale, ovviamente, e così avevano anche portato la corrente lì dentro.
Io cercavo Rubin.
Le stanze in questo posto avevano nomi particolari che non ricordo. Mi guardavano.
Tra i nerd io ero Penny e ancora Penny non esisteva nell'immaginario collettivo. E mi sentivo tremendamente osservata e fuori posto.

Scusa, conosci un tale Rubin?
No, aspetta. EHI QUI DENTRO C'È QUALCUNO CHE SI CHIAMA RUBIN?
Silenzio. Teste ricciolute intente a guardare fisso il monitor, rumore di tasti pigiati ossessivamente.
No, qui non c'è.

Rubin era molto carino e consapevole di esserlo. Io poi mi presi una cotta per Hyo che non era lì ma che conobbi a Genova in un'altra situazione. Ma questa è un'altra storia. Ora Hyo è un fisico ricercatore coi controcazzi ma sapevo che aveva un cervello della Madonna.
Lui era quello che mi faceva connettere gratis a internet. Quello che mi aveva aiutata al telefono a installarmi linux.

Io, la sapiosessuale già allora, prima che coniassero il termine.

Sebastiano non l'ho mai conosciuto. Ho avuto la possibilità per un periodo perché venne a studiare a Milano come fonico, in una scuola importante e costosa. Ma C mi fece una scenata di gelosia. Sebastiano a quel tempo già non mi interessava più.

Ogni tanto mi mandava dei pezzi non suoi e mi faceva scoprire nuove canzoni.
Mi passò quella canzone che ogni tanto torna nella mia vita (è una ninna nanna, eccola qui).
Ne parlai qui nel mio blog.

A quel post rispose l'autore della canzone con cui sono rimasta in contatto negli anni. Finché non ho chiuso il mio account (cosa che fece anche lui, tralaltro).

In questi giorni ho ripensato alla dolcezza di quella canzone, all'essenza di cui parla. Ho cercato l'autore della canzone di cui non ho più il contatto su facebook. Trovo la sua pagina, gli scrivo. Mi risponde quasi subito.

Certo che mi ricordo, felice di rivederti! Ti ho appena inviato richiesta di amicizia, ho chiuso il vecchio account precipitosamente tempo fa e mi sono perso un sacco di amici. Per accordi e brano nessun problema, ora sono in giro ma appena ho un momento te li mando! 

Gli ho chiesto gli accordi, voglio riarrangiarla in ukulele. Ci penso un attimo.
Gli rispondo.

Non voglio sembrare una stalker, ma ti lascio il mio numero.

Ma che stalker, figurati. Ti lascio anche il mio, nel caso ci smarrissimo ancora tra i flutti digitali.

Io non lascio quasi mai il numero di telefono. Ma siamo in contatto da 12 anni. Seguivo il suo blog che ora non esiste più. Sentivo i suoi pezzi riarrangiati, li ascoltavo nel mio lettore mp3. La sua versione di Alleluja è ancora la mia preferita.

Penso alle persone che sfiorano di tanto in tanto le corde della mia vita, qualcuna suonando davvero qualcosa di importante, qualcuna a margine, come un ritornello stonato e dimenticato.
Poi però qualche nota riemerge, ed ecco il racconto, la storia.

Ecco Franci Omi, uno sconosciuto che ha suonato corde che tornano di tanto in tanto, con quel pezzo e altri suoi.
C'è il calore qui, c'è il tuo odore qui; segni semplici del tuo vivere.

Penso alla storia de Il Grande Omi, che ai tempi comprai anche un libro che ne parlava (anche l'autrice del libro commentò quel post).

Penso ad Hyo e chissà che fine ha fatto Rubin. E Red Owl pieno di paranoie che temeva lo spiassero. E Sebastiano. E Ivan.

E io? Chissà se faccio parte di qualche storia, chissà se ho suonato qualche corda. Chissà se sono rimasta nella memoria di qualcuno, se ho cambiato di un piccolo angolo la traiettoria di vita di qualcuno di loro. Penseranno mai a quella biondina che è arrivata all'hackmeeting quella sera? Si chiederanno che fine io abbia fatto?

Qualcuno scriverà di me nel suo diario immaginario? E che musica mai potrò essere?

red_owl: Oh ma quella cagacazzo che alla fine ci ha portati a mangiare al McDonald's come si chiamava? cleena mi pare.
rubin: Sì cleena che pareva il nome di una marca di fazzolettini.
green_beret: Chissà che fine ha fatto
hyo: Io l'ho vista poi un paio di volte, è anche venuta a Parma a trovarmi
rubin: Ah sì dai, l'avevamo vista anche a Genova, quando giravamo col furgone di tuo padre e ci lavavamo con le bottiglie d'acqua minerale per strada.
red_owl: Era l'hackmeeting del 2003, quanto tempo.
rubin: Va bhe, ciao ragazzi vado a dare la pappa alla bambina, ci si sente.
hyo: Sì anche io torno sul mio progetto.
red_owl: Oggi è pieno di scie nel cielo.
green_beret: Tu non sei normale. IMHO. Vado anche io che lunedì ho un'udienza. È stato bello risentirvi.
hyo has quit #satanacorp
green_beret has quit #satanacorp
rubin has quit #satanacorp
red_owl has quit #satanacorp

cleena has joined #satanacorp
cleena has quit #satanacorp

28 maggio 2018

La presunta morte di un ragno

Nota: mi piace un sacco quando mi citi, accenni a me, mi sento davvero vicino :))) e orgoglioso :))
Sono curiosissimo del perché hai litigato con ****.
Anche se un sospetto ce l'ho...
Ha parlato male del Partito, vero compagna Colombaskjy?
Mi trucco da quando ho 14 anni, incitata da una mamma che da giovane era bellissima.
"Truccati che sembri una morta".
Il fondotinta ho cominciato a usarlo molto tardi, forse a 25 anni o dopo. In maniera continuativa dai 30 anni in poi.
Ma CapAtzei, di cui parlerò in altro post, mi ha consigliato di liberarmi. "Secondo me stai bene", disse lui, trentenne con occhiaie da cinquantenne, filosofo appassionato di entomologia, colui che mi vendette i ragni a EntoModena ma sta a Torino, il che mi poteva risparmiare (forse) un viaggio.
Così domenica comincio, "Ma stai bene!" incalza CapAtzei, e io invece mi sento nuda e vorrei sotterrarmi.
Ma il peggio è stato stamane.
Io smetto di truccarmi quando sto male. Divento trasandata.
Stamani il mio cervello è entrato in un loop pericoloso. Mio dio che brutta senza trucco. Se non mi trucco è perché sto male. Allora sto male davvero.
E quindi sono andata al lavoro tutta stonata.
Senza contare che la mia postazione, vicino al mio compagno di banco e collega già nel 2007 era occupata.
Nel cercarne un'altra mi sono sentita regredire a quella sensazione di non accettazione che mi accompagna un po' da sempre, dovuto al mio desiderio di essere diversa dalla massa e dalla reale resistenza che le persone provano per me. Una ragazza, vedendomi in difficoltà, mi dice "Dai siediti qui, tanto sembra occupato ma è un posto libero". Mi sgombra la postazione di fronte alla sua e comincio a lavorare.

Accanto a me si siede una ragazza che in teoria fa lo stesso mio secondo lavoro. Colleghe destinate a non vedersi come in Lady Hawk, perché abbiamo i turni invertiti. Ma non so se lei ha lasciato l'altro lavoro, perché non va più, e fa straordinari in questo lavoro (sì lo so, non so come gestire i nomi di questi due posti, quindi beccatevi questo post scritto malissimo)... Fatto sta che da quando ha capito che lavoro con lei anche in quest'altra parte di mondo mi tratta come un'appestata.

L'altro giorno si è avvicinata con fare un po' snob e ha incalzato "Non so se te l'hanno detto ma quando fai questa cosa devi chiedere la mail perché blablablabla e poi mi becco io questa tizia incazzata che era anziana e non ha capito che blablabla..."
E niente, io l'avevo accanto.
E mi ha salutata con un ciao strascicato, come se fosse in lotta col padre e la mamma l'avesse obbligata a salutarlo perché è così che fanno le brave bambine.

In tutto questo io continuavo ad avere la faccia come schiacciata da un tir.

Ricorderò questa giornata soprattutto per un fatto che boh, non capisco. Pare che uno dei due ragni sia morto.
Era avvolticciolato nella sua ragnatela e sembrava facesse la muta. Ma da quella muta sembra non essere mai uscito o avere avuto problemi. Così ecco, sono un po' triste. Mi chiedo se l'ho curato poco, se avesse avuto bisogno di più umidità, di più cibo vivo. Confido ancora nel fatto che esca da quella ragnatela così accuratamente preparata, anche se non si muove, anche se sono troppi giorni che sta lì. Intanto gli ho messo le Drosophile, l'ho umidificato spruzzando un po' d'acqua.

Ho tolto le uova di lumaca dal terrario per seppellirle nei prossimi giorni nel giardino dietro casa e impedirmi di avere la casa invasa da lumachine e ho cercato gli onischi nel terrario (reperiti 3 su 13, spero che gli altri siano belli arrotolati e nascosti).

Quindi sto male perché mi vedo trasandata, ma anche se potrei stare meglio con un semplice tocco di mascara, preferisco rompere gli schemi (ma soprattutto le palle) attraversando questo disagio.
E spero che il ragno sia vivo.

E ultimo ma non meno importante, anzi, forse finalmente la mia ferita sta guarendo. Grazie a RagnoB che ha chiesto consulto per me, e mi sta aiutando a medicare meglio la ferita.

E cerco di tirarmi su montando uno stupido video.


27 maggio 2018

La tempesta dentro

Ci sono tempeste che non c'è verso di calmare.



Ok vado a lavarmi i capelli, e a non truccarmi. Che comincia la settimana di sperimentazione senza makeup. E di storie di disinnesco di bombe della seconda guerra mondiale, di amori tra lenzuola consumate da chiarimenti, di mani che si cercano con intima complicità. Mentre fuori infuria la tempesta.

Ma forse è dentro.