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22 gennaio 2023

Barcevento

 E' sera, sono per le strade di Barcellona, da sola. Fa moderatamente caldo e decido di camminare senza una meta, magari andare verso il mare. Chissà, forse stasera c'è qualcosa. In giro ogni tanto vedo persone altissime vestite da boia, il cappuccio scuro a coprire il viso, una tunica lunga dello stesso colore del cappuccio. Dove sono presenti minuscoli fori per gli occhi, questi sono chiusi da piccoli lucchetti, conferendo al "costume" qualcosa di ancora più inquietante. Con un paio di loro mi scontro perché non guardavo avanti ed ero distratta. Non si muovono e restano impassibili.

Percorro poi strade deserte, vicoli stretti, pochi lampioni. In poco mi prende una sorta di panico. Qui non c'è nessuno. se qualcuno mi ruba il telefono non posso più fare nulla ma ancora peggio, qualcuno potrebbe farmi del male e nessuno se ne accorgerebbe.


Apro gli occhi, è domenica, sono nella mia stanza di Benevento. Da domenica scorsa ho traslocato in una stanza più grande, una delle coinquiline è andata via e ora siamo rimaste in due. E io sono bloccata qui dal Covid da martedì. Nonostante fossi l'unica a indossare ancora la mascherina, poco si può fare se le persone vengono in ufficio malate starnutendoti addosso, dato che siamo così schiacciati in un ambiente piccolo e caldissimo. E per mangiare comunque la mascherina devi toglierla. Aggiungi quel minimo di interazione sociale (davvero ai minimi livelli, i miei colleghi fanno sempre serata, io mi sarò concessa un paio di uscite) e lunedì già mi sentivo raffreddata. Niente di trascendentale, martedì sono rimasta a casa e visto l'alzarsi della temperatura, ma davvero di poco, ho deciso di fare un tampone di sicurezza, convinta fosse negativo. Non sentivo niente di più di un forte raffreddore.

Visto che il test però sembrava dubbio, essendo la linea T molto più marcata della linea di controllo, quasi invisibile, ho rifatto il test in farmacia. Positivo.

Dopo 3 anni a schivarlo come nemmeno Neo in Matrix mi trovo chiusa a casa, incazzata perché ieri sarei andata a Roma con le mie amiche di Torino, una cosa che programmavamo da prima della mia partenza per questa landa nebbiosa e piovosa e poi sarei corsa da Cliff che per fortuna sono riuscita a stringere per due settimane nelle vacanze che ci han concesso a Natale/Capodanno.

Da ieri non sento i sapori e gli odori. L'altroieri sgranocchiavo patatine al pepe rosa e lime e sentivo un lieve sapore, un gusto lontano, ma dato che erano tarocche e non di marca non mi sono preoccupata. Ieri invece niente. Al contrario del raffreddore, dove i sapori sono attenuati, con il covid sento solo la consistenza e il calore. E alcuni odori o sapori. L'amaro lo sento molto marcato, l'odore dell'aglio è lieve.

Sapendo che in alcuni casi questo sintomo è persistente e i sensi non vengono più recuperati sto vivendo in un mezzo panico inutile, non posso prevedere il recupero che comunque in alte percentuali è presente.

Quindi che altro fare se non leggere e ammazzarmi di serie e videogiochi?

Quando ero piccola e stavo male, Madre mi portava sempre un pensiero. Un ovetto di cioccolata, oppure passava in edicola e mi prendeva un topolino o un giornale che sapeva mi piacesse, uno di quelli sugli animali.

Qui nei dintorni si aggira un gatto nero, sono a piano terra, vorrei cercare di avvicinarlo e adottarlo, magari mettendo del cibo sul balcone e lasciando la finestra aperta. Ma forse è meglio di no.

Fino a ieri avevo sempre fame, ma col fatto che sento solo la consistenza dei cibi, la voglia di nutrirmi è passata, preparo un piatto di pasta in bianco senza sale e null'altro.

E mentre il progetto di team va avanti e io continuo a faticare e a capire poco, anche se qualcosa di molto piccolo sono riuscita a portare avanti, mi si presenta l'ennesimo bivio che non so se prendere. Continuare per questa strada o cambiare?

Purtroppo le promesse iniziali sono ben diverse dalla realtà a sentire i miei colleghi che son più avanti, e quindi prendere una strada nuova, peraltro immacolata anche per loro, mi rende più che dubbiosa.

A parte le mie piccole paranoie, ieri facevo il classico riepilogo dell'anno passato e devo dire che ho fatto enormi progressi. A parte questo, parlo con una ex collega autistica che vede in me i suoi stessi sintomi e dato che un po' di dubbi li avevo anche io (anche in base ad alcuni test ufficiali fatti nel 2019) ho prenotato una visita al centro di salute mentale di Torino a fine febbraio, nonostante il parere contrario del mio terapeuta secondo il quale non dovrei rientrare nella casistica (ma con lui affrontiamo altre problematiche e non quella del masking - che a questo punto chissà se c'è - e vari ed eventuali disagi sociali). 

La cosa positiva di tutto questo è che ora mi importa meno di dire di no, non uscire se non ho voglia (soprattutto se non ho una via di uscita autonoma) ma sempre specificando, come suggerisce il terapeuta, che non mi stanno sulle palle ma è semplicemente una mia esigenza. Questo perché, indipendentemente dall'appartenere allo spettro o meno, è importante ascoltare le proprie esigenze, anche se regole sociali imporrebbero altro.

Nell'arco della mia vita in effetti mi sono sentita rimproverata per questa mancanza di interazioni, perché ero troppo silenziosa e in disparte, mi hanno anche dato dell'egoista perché non mi andava di vedere gente quando altre persone ne avevano bisogno, quindi ho imparato a essere socievole e a stare in mezzo alle persone ma sempre per un tempo limitato. Dopo cominciavo a sentirmi a disagio. Ora nel momento in cui comincia il disagio saluto tutti e vado.

In tutto questo la terapia mi ha dato e mi sta fornendo piccoli trucchetti per sopravvivere senza troppi drammi, esercizi per incanalare le mie angosce, nuovi punti di vista per elaborare la mia realtà. 

E sono più che fortunata ad avere trovato Cliff che mi sorregge, mi fa ridere, rende tutto meraviglioso anche quando sembra solo piovere.

Pozzo di San Patrizio in blu.


10 maggio 2020

More than a feeling

Non riesco a concentrarmi.
Il mio Poldo non sta bene, era inevitabile. 17 anni e non sentirli, e tutt'a un tratto, sentirli tutti.
I reni che peggiorano, il ricovero giovedì sera con la chiamata della veterinaria che, da quando il nostro veterinario di fiducia ha aperto il suo studio più vicino a casa, segue i nostri cani, ormai il nostro cane. Perché tutti sono passati a miglior vita.
Forse capisco un po' Madre quando dice che non vuole più animali. Sono una delle gioie più grandi ma anche una delle tragedie peggiori quando decidono di abbandonarci. Riceviamo aggiornamenti quotidiani dalla clinica, sta bene, è coccolato, vuole la sua copertina, non mangia se non imboccato.
Poldo, che ho visto nascere. Poldo che ho portato in braccio dal veterinario quando trascinava una delle zampette posteriori e sospettavo (cosa poi confermata) un'ernia del disco. Poldo che ora con la cataratta mi abbaia sempre ma non appena mi avvicino e sente l'odore mi lecca le mani.
Per poterlo salutare, credetemi, ho attraversato un confine e due regioni italiane: in mezzo all'inferno rischiando di non poter né andare da lui, né tornare indietro. E rischiando di non poter più rientrare.
Ma comunque si mettano le cose non potevo permettermi di non salutarlo, so che a lui fottesega, gli animali vivono il presente e probabilmente da bravo cagnolino vorrà andarsene, un giorno, spero ancora più in là di quanto pensi, vorrebbe una situazione tranquilla, in solitudine, senza l'ospedale di mezzo, senza flebo e dottori e senza la nostra presenza.
In un altro post, forse più avanti quando tutto sarà più calmo, racconterò questo incredibile viaggio durato 6 ore, tra esercito, controlli, autocertificazione, mascherina ffp2, guanti, bus, treni (che per pulirli dovrebbero usare il napalm) e una pandemia che non si arresta, non si ferma, e il terrore di non riuscire a tornare, e il terrore di non arrivare.

Ora che sono qui, anche per una visita medica aziendale (nel bel mezzo di una pandemia, oserei dire), penso a come sarebbe bello essere su, in quella casa che sento anche un po' mia, anche con Poldo. Però il Poldo di 10 anni fa aveva quando ancora tutto il pelo fulvo, senza incanutimenti, con quella codina sempre rotta da quando è nato, magari a scarpinare in montagna mentre lui abbaiava a ogni cosa e cercava di catturare le lucertole che puntualmente tentavo di strappargli di bocca. Quelle nanne insieme con lui sempre attaccato. Sul balcone mentre prende il sole fino quasi a cuocersi il cervello.

Quello sguardo sempre felice di vedermi, nessun giudizio, solo affinità.



28 marzo 2020

Sabato

Faccio sogni strani, dicevo.
Sogno di essere in Russia, di finire in un appartamento al quinto o sesto piano e restarne imprigionata. I miei carcerieri non parlano una parola della mia lingua e dal quinto o sesto piano posso scendere solo con ascensore che è rotto. Sono bloccata.

Stamani mi sono riaddormentata sul divano.
Dei bambini vanno a caccia di nazisti, nazisti che li hanno imprigionati e torturati.
Mostrano loro degli scrittoi, con libri su cui hanno segnato le torture a loro impartite. Bambini fuggiti, bambini coraggiosi.

Emicrania.
È sabato.

25 marzo 2020

QuaranTenia

I miei sogni sono diventati molto simili tra loro. C'è una situazione di pericolo e devo portare tutti in salvo. Mi sveglio in una situazione casalinga e tranquilla, in cui la percezione del pericolo è pari a zero, eppure i TG e i giornali (e i social) mi riportano drasticamente alla realtà.
Siamo nel bel mezzo di una pandemia.
La premessa al sogno che ho fatto stanotte in aggiunta al mio solito è che continuo a non volere figli, quindi non preoccupatevi.
Ma sono di essere nel letto in cui dormo in queste notti, accanto a C e che sto partorendo.
Non sento dolore e non vedo cosa accade lì sotto, ma non ricordo la presenza di medici o situazioni ospedaliere. C'è una bella luce, le lenzuola sono candide. Guardo C e dico "Taglia il cordone".
Lui prende le stesse forbici che usiamo per qualsiasi cosa, dal taglio del pacco di pasta al taglio dei negativi in comode strisce da 6 foto.
Mi sveglio.
"Sai, ho sognato che partorivo"
"Ah sì?"

La protezione civile ci invita a non uscire, dalla sua camionetta con megafono incorporato. So che nelle grandi città sono presenti i militari in gran numero che effettuano i dovuti (e doverosi) controlli.

Forse sono fortunata a essere bloccata qui in questo momento, in cui non si sente forte la pressione delle forze dell'ordine (ma soprattutto non si sentono i vicini di casa cantare dai balconi).

Sembra che il tempo sia sospeso e nonostante i miei sogni alla Zombieland (in alcuni qualcuno muore e, come da regia tarantiniana, spruzza sangue ovunque) il bimbo sconosciuto di questa notte è un messaggio rassicurante.

Sarebbe vero se non fossi io, ma il sogno della nascita di un pupo è per me più inquietante di una qualsiasi copia di un horror truculento a base di emergenze sanitarie e incidenti mostruosi.
Questa è la cosa preoccupante.

22 marzo 2020

Cronache dalla zona rossa

Mi sarei immaginata qualsiasi scenario in questa vita, ma mai di vivere nel bel mezzo di una pandemia.
Non immaginate scene alla Sliding doors?
Io sì, cosa sarebbe capitato se, ad esempio, al momento della chiusura della Lombardia io mi fossi trovata a Torino?

Torno un attimo indietro: dato che ho usato spesso questo spazio come diario personale in cui ho scritto davvero di tutto, visite mediche, cose buffe capitate, colloqui di lavoro, racconti, sfoghi, ecc, non posso evitare di scrivere un piccolo appunto su una pandemia.
Sì, una pandemia.

È cominciato tutto verso fine dicembre 2019, credo. Lo spillover, il salto di specie del virus, ora identificato come SARS-CoV-2 (ma più comunemente conosciuto come Coronavirus - termine generico che indica un gruppo di virus a cui appartengono anche il virus del raffreddore e dell'influenza) è partito, pare, dalla città cinese di Wuhan. Molto spesso cominciano così, nei mercati in cui viene venduta e/o consumata carne di animali selvatici. Saranno stati i soliti pipistrelli? I serpenti? Chissà.
Fatto sta che i primi sintomi di un certo tipo di polmonite virale sono stati rinvenuti tra le persone che lavoravano in questi mercati che vendevano carne fresca di bestie selvatiche.

Il virus in breve ha fatto il giro del mondo. La malattia provocata dal virus (Covid-19) è stata presto riscontrata in altre zone del mondo e l'Italia è stata duramente colpita.
La cosa buffa è che ci sentiamo sempre estranei a queste cose, soprattutto perché spesso capitano dall'altra parte del mondo. Penso alla reazione che potrebbe aver avuto un italiano medio di fronte all'epidemia di Ebola avvenuta in Africa credo nel 2014-2015 (Tanto qui non arriverà mai).

La reazione iniziale al Covid-19 è stata più o meno questa: è un influenza, che me frega? Abbiamo continuato tutti a uscire, io stessa, a fare aperitivi con gli amici, a ironizzare e scherzarci su, a bere Corona, a pensare di preparare cartelli con su scritto #guariremotutti.

Presto hanno messo in quarantena piccole realtà in cui nuovi focolai stavano esplodendo. A Codogno (che manco sapevo dove cazzo stava) ad esempio, le strade erano bloccate. Non si entrava né si usciva.

Da qui arriviamo al weekend del 7 marzo. Sarei dovuta tornare a Torino l'8 marzo, domenica, quando sabato sera nella chat di lavoro mi scrivono che la Lombardia verrà chiusa.
Ero (e sono) in Lombardia.

In qualche modo alcuni giornali erano venuti in possesso della bozza del decreto che sarebbe uscito il giorno dopo e, a quanto pare, avevano intenzione di bloccare i movimenti da e verso la Lombardia a meno che non si fosse trattato di rientro al domicilio, di situazioni di lavoro oppure di salute.
Ero stata invitata a partire quella sera stessa ma ho fatto bene a non farlo. In stazione, presi dal panico, si sono riversate migliaia di persone che sono andate ad affollare i treni spargendo l'epidemia un po' ovunque (anche al Sud che fino ad allora era relativamente tranquillo).
Il giorno dopo, a decreto ufficializzato, ho deciso di non rientrare a Torino. Scelta un po' forzata dal fatto che Madre ha più di 70 anni e tornando l'avrei messa a rischio.

Quindi, scuole chiuse fino al 3 aprile e la follia della gente corsa al supermercato a fare incetta di generi alimentari. Seguono a ruota sui vari social le foto degli scaffali vuoti ai supermercati (tranne per le penne lisce, quelle non se l'è inculate nessuno, che cazzo a me piacciono un sacco le penne lisce). Il giorno successivo tutta l'Italia viene chiusa. Nessuno spostamento da e per nessuna località, necessità di autocertificazione per eventuali spostamenti (concessi solo per spesa, emergenze, lavoro e rientro a domicilio). Spesa uno per volta e a distanza di sicurezza di un metro (con code immense fuori dai supermercati per le grandi città). Niente assembramenti. Niente vicinanza. No in macchina in due. Le mascherine sono finite. Controlli a gogò sulle persone in giro. Sanzioni per chi fosse risultato con autocertificazione falsa.

L'apocalisse.

D'improvviso tutti in giro con la mascherina chirurgica (but, i virus hanno bisogno di filtri migliori e quindi non serve a un cazzo. La mascherina protegge dai batteri ma ai virus gli fa un baffo). Qualcuno con i guanti in nitrile.
Un buon romanzo distopico lo avrebbe già predetto (peccato non aver terminato e pubblicato il mio racconto cominciato più di un anno fa in cui parlo di un futuro - immaginario? - in cui non si può uscire di casa se non con la maschera antigas). Il contenimento è attuato, ogni giorno ci viene tolta un po' di libertà individuale (sì, è vero, ma concordo sul fatto che sia necessario). Ovviamente non si può più viaggiare.

Del va e vieni delle sbarre è stanco
L'occhio, tanto che nulla più trattiene.
Mille sbarre soltanto ovunque vede
E nessun mondo dietro mille sbarre.

Molle ritmo di passi che flessuosi e forti
Girano in minima circonferenza,
è una danza di forze intorno a un centro
ove stordito un gran volere dorme.

Solo dalle pupille il velo a volte
S'alza muto - . Un'immagine vi pènetra,
scorre la quiete tesa delle membra -
e nel cuore si smorza.

Noi siamo fortunati: oltre a essere in due abbiamo mille cose da fare e mille passioni. Proprio ieri abbiamo scattato delle foto a pellicola in casa e le abbiamo sviluppate, scansionate, catalogate. Sto leggendo tantissimo, sto seguendo un corso di javascript, suono (e a tratti scrivo).
Ma leggo notizie raccapriccianti sull'aumento delle violenze domestiche, di depressione, e anche nelle varie chat di Whatsapp la situazione non è delle migliori.
Ogni tanto videochattiamo tra amici, ci raccontiamo cosa cuciniamo (perché sì, ormai cucinare è uno dei pochi piaceri concessi e ci si impegna parecchio in questo senso).

Ma chi è il virus della SARS-Cov-2? Non se ne sa molto se non cose che tutti possono apprendere facendo una piccola ricerca. Intanto fa parte della famiglia dei retrovirus e del gruppo dei Coronavirus che come scrivevo poco più su provoca problemi respiratori. Dei coronavirus fanno parte le varie influenze stagionali, il raffreddore, e anche sindromi simili già vissute come la SARS-CoV.
Cosa sono i Coronavirus? Virus a RNA. I virus a RNA rispetto a quelli a DNA non hanno un enzima, la DNA polimerasi, che aggiusta le coppie di basi azotate in caso di errori (anche perché sono a catena singola e non a doppia catena, anche se esistono virus a RNA a doppia catena). Quindi i virus a DNA mutano di meno, perché si autocorreggono. I virus a RNA sono a singola catena, non hanno un enzima che li corregga perché non hanno "coppie" sbagliate quindi mutano più spesso. Ecco perché l'influenza stagionale è sempre diversa, muta ogni anno e ogni anno deve essere creato un vaccino ad hoc. Quanto in fretta muta il virus? Una volta preso ci si immunizza oppure muta così in fretta che ci si può di nuovo ammalare? Quando sarà pronto un vaccino?

Pronostici pessimisti parlano di normalità tra circa un anno, qualcuno spera ancora di farsi una pasquetta da qualche parte.

Intanto per divagare e tenermi impegnata scrivo questi appunti, per ricordarmi come è ora quando tutto sarà passato.
E se fossi rimasta a Torino?
Sicuramente non avrei visto C per tanto tempo, avrei continuato a lavorare (il fronte lavoro merita un capitolo a parte, lunghissimo e non ancora terminato). Per andare al lavoro avrei preso almeno 4 bus al giorno con il rischio di infettarmi e di infettare Madre e Nipote che ora sono nella stessa casa. Di certo non mi sarei bruciata tutte le ferie. Non sarei riuscita a leggere/scrivere/suonare. Forse finora sarebbe cambiato poco. Avrei passato molto meno tempo al telefono. Forse mi sarei imbruttita (cerco di sistemarmi ogni giorno, truccarmi e vestirmi, anche se spesso è dura). Avrei cercato di imparare ad andare in bici nel cortile di casa. Avrei dovuto recuperare probabilmente una mascherina.
Sarei stata costretta a sentire questi stupidi concerti dal balcone (vi piacciono? Anche no. Essere obbligati ad ascoltare musica per me è una forma di violenza).
La verità è che la vita è cambiata radicalmente. Non si tratta solo di "abitudini" ma proprio del modo che abbiamo di portare avanti le cose, dei nostri schemi mentali.
La frustrazione ci porta a odiare chi può uscire o chi finora era autorizzato a farlo (i runners ad esempio). La camionetta della protezione civile passa sotto casa ricordando a tutti di non uscire se non per estrema urgenza.
Ci si ritrova in chat con gli amici a chiedersi quale mascherina sia meglio, se la fpp2 o la fpp3 (la prima è più che sufficiente, la seconda se stai in laboratorio, ecco). Scopri nuovi complottisti tra le conoscenze di Facebook e sei indeciso se bloccarle o meno, ma poi bestemmi tra te e te perché alla fine queste minchiate complottiste ti fanno ridere e magari fai pure un like così si convincono di avere ragione e continueranno a scrivere cose che poi screenshotterai per condividerle con amici più solidi che rideranno insieme a te. Improvvisamente ti viene voglia di uscire quando nella vita i tuoi weekend avresti voluto passarli morendo sul divano con una tisana e Netflix, o una birra e Netflix, o patatine e Netflix. Di sicuro vorremmo più abbracci quando li abbiamo snobbati finora da bravi asociali.
Ecco forse io soffro meno in questo momento perché siamo in due e non vivo personalmente situazioni a rischio nemmeno dei miei cari. Conosco poche persone a Bergamo o dintorni (che sono al sicuro perché sento), i sani di mente a Milano non escono, la mia famiglia a Torino la sento tutti i giorni e sono relativamente al sicuro anche se poco tranquilli.

Fuori dalla finestra un paio di laghi, montagne che creano vallate, gazze che si rincorrono in cielo.
A Venezia i delfini si affacciano in laguna che, finalmente, ha l'acqua trasparente.
Certe cose accadono per una ragione, direbbe il mio collega meditativo, e oggi più che mai mi sembra che abbiamo perso davvero di vista le cose importanti, che dobbiamo ristabilire delle priorità ed è davvero un peccato che cia voluta quasi una zombie apocalypse a ricordarcelo.

Canzone del giorno:
One Metallica

16 marzo 2020

L'ultima storia

"Mamma, mamma, mi racconti ancora di quando tu e papà vi siete conosciuti?"

"Ancora? Ma non ti sarai stufata?"

"No dai, ancora una volta, l'ultima."

"E va bene, dai. Era l'anno 2019, gli inverni stavano diventando sempre più caldi e già si respirava un clima da panico per emergenza globale. C'erano tanti attivisti in giro per le strade d'Italia a manifestare. E una ragazzina dall'impermeabile giallo..."

"Greta Thunberg?"

"... sì, lei. Aveva risvegliato una sorta di coscienza globale, i ragazzini finalmente avevano voglia di unirsi per qualcosa di più importante delle occupazioni a scuola per le serrature nei bagni che mancavano, come accadeva quando ero piccina io.
Era, in parte, bello. Sembrava ci si sentisse parte di qualcosa di importante.

Io e papà ci siamo conosciuti prima di quel momento, ma ci siamo avvicinati proprio in qelle giornate, tra le mani che si stringevano nelle manifestazioni, anche se non fisicamente lì, sempre vicini.
All'inizio non è stato facile, tuo padre è una capatosta, come avrebbe detto il nonno, ma alla fine abbiamo trovato una quadra."

"Capatosta?"

"Sì, testardo, cocciuto, ma ci siamo innamorati anche per questo. Diversi e vicini.
Il 2019 è stato un anno bello, considerato l'anno precedente: sembrava di riuscire a respirare un po'. E poi è arrivato il 2020."

"Questa è la parte che preferisco!"

 "Perché ti ricorda tanti quei vecchi film horror che guardiamo insieme. Il casino è scoppiato in un luogo molto molto lontano da qui, a fine dicembre del 2019. Molta gente cominciava a stare male ma non si capivà perché. Facevano fatica a respirare e presto hanno trovato la causa."

"Un virus!"

"Sì, un virus, che sembrava non cattivissimo, o forse le notizie arrivate qui non erano preoccupanti. Tant'è che abbiamo continuato a viaggiare, uscire, fare la nostra vita."

"E poi?"

"E poi, come tutti gli ospiti indesiderati o inattesi, è arrivato. Portato dagli aerei, dai turisti, dai treni, e presto eravamo circondati. Ma sottovalutavamo ancora il problema. Mamma ad esempio andava a fare aperitivi con le amiche, brindando con la birra Corona. Che per noi era una semplice influenza, così pensavamo. Poi l'esplosione."

"Come una bomba?"

"Più o meno, ma senza rumore. Si era scoperta l'alta infettività, qualcuno diceva che una volta preso, ci si poteva reinfettare. Così nessuno ha cominciato a sentirsi al sicuro. La nostra nazione è stata chiusa, prima un paio di regioni, poi tutta l'Italia. I voli sospesi. La vita come la conoscevamo è stata modificata. In quel frangente io mi trovavo con papà e lì sono rimasta, muovermi sarebbe stato complicato. Non potevo tornare a casa perché la Nonna aveva un'età a rischio. Le persone non potevano uscire e facevano piccoli concertini dal balcone, soprattutto nelle grosse città. Io e papà in quel paesino stavamo insieme e continuavamo a fare tante cose in attesa che la situazione si sbloccasse. E da lì non ci siamo più separati."

"E poi sono arrivata io."

"Sì, tutto era rimasto sospeso, alla fine le persone si sono stancate. Il disordine sociale ha avuto la meglio, per un po' ha regnato l'anarchia, qualcuno è uscito nonostante gli avvertimenti, qualcuno è rimasto chiuso in casa un po' per paura del virus e un po' per la violenza dilagante. Gli stati che sono partiti con l'isolamento e la quarantena dopo di noi hanno portato altri infetti e così via. Ci avevano sconsigliato di avere un figlio in quel momento così delicato e avevamo tanti dubbi anche noi, ma c'era pressione da parte dello stato per avere figli, perché stavamo diventando pochi, poi sai, sei una bambina speciale."

"Perché io sono immune."

"Già, perché tu sei immune a quel virus e quindi devono capire come puoi aiutare gli altri"

"Per quello sono qui, per aiutare tutti."

"Per quello sei qui"

Tolse il dito dal citofono perché cominciava a farle male. Tanto lei stava già dormendo, poteva vedere attraverso il vetro che li divideva il petto alzarsi e abbassarsi in modo regolare. La tuta con respiratore a cui era attaccata le cadeva pesante addosso e non vedeva l'ora di togliersela.
"Non sospetta nulla?"
"Sembra di no, crede sempre che io sia la madre"
"È dolce che le racconti la nostra storia, potrebbe darle un po' di speranza. La rende coraggiosa."
"È ingiusto, non etico, e lo sai."
"Il mondo ha pochissime speranze di tornare com'era, non abbiamo altra scelta"

Lungo quel corridoio, ogni giorno più lungo, le finestre mostravano un luogo diverso rispetto a qualche anno prima. Gli alberi non più potati e i rampicanti avevano preso possesso di ogni palo, ogni muro, ogni auto, ogni oggetto.

"Domani tocca a te il racconto del pisolino post prelievo. Ah, e ci serve ovviamente un nuovo campione di sangue"
Segnò una nota sul calendario:  Ratto 00842 non reagisce agli stimoli immunitari. Soppresso.

Era il 20 maggio 2040.