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04 novembre 2024

Il mio anno per il rotto della cuffia

 Ho scoperto oggi di aver passato, per il rotto della cuffia, un esonero di psicologia dello sviluppo avanzato. Non avrei dato 1000 delle vecchie e ricchissime lire per questo risultato. Ultimamente è il mio motto: mantenere in piedi tutte le cose che faccio, con l'impegno minimo sindacale per non impazzire.

L'università? Ok: l'esame è scritto? Lo diamo. Orale? Si darà quando e se mi passerà l'ansia di parlare in pubblico, probabilmente mai. Lo scritto? Leggiamo distrattamente qualche giorno prima dell'esame gli appunti presi qua e là da gentilissime compagne universitarie.

Vorrei avere, per gli esami orali, la stessa sicurezza nell'eloquio di quando cito la mia pseudopassione per la cultura ebraica (che nulla ha a che vedere con ciò che sta succedendo eh), snocciolando autori, presunti messia e folklore vario.

Lo studio si incrocia però con il nuovo lavoro, sfiancante mentalmente. Almeno per me. Anche qui il minimo indispensabile sperando che non mi licenzino, anche se continuo a fare colloqui.  Negli ultimi 3 anni avrò cambiato tre lavori, ma continuano a cercarmi. E da quando ho l'invalidità siamo ai livelli di stalking.

"Buongiorno, stiamo cercando una categoria protetta nello sviluppo in Java"

"La ringrazio ma ho appena cambiato impiego e valuterei un colloquio solo per un lavoro in ambito sistemistico"

"Va bene lo stesso, mi dica quando possiamo contattarla"

Disperati, più di me.

Nell'ultimo colloquio mi sono capitate cose che mai nella vita. La primissima domanda dopo le presentazioni e ormai il classico "DIAMOCIDELTÙ" è stata "Quanti anni hai?". Io spiazzata.

Poco più avanti però la situazione è peggiorata notevolmente con un "Posso chiederti perché sei invalida?" e quando, dopo essermi arrampicata sugli specchi perché il mio cervello desidera sempre dare una risposta ma non volevo specificare tutto perché, regà, è una domanda piuttosto illegalina, la signorina diamocideltù mi ha chiesto la RAL e ha specificato che forse era un po' alta per loro, e la fatidica domanda "Di quanto saresti disposta a scendere?" non ha tardato a fare capolino. Ovviamente la questione è stata corredata da una giustificazione del tipo "In effetti se questo è il lavoro dei tuoi sogni magari puoi scendere un po', tanto poi con l'esperienza ci arrivi di nuovo a quella RAL". Nini, non funziona così: se è alta mi fai un'offerta e io decido.

Ci mancava solo "Ma è fidanzata? Ha intenzione di restare incinta?".

Quando il recruiter che ci aveva messo in contatto mi ha chiesto un feedback è rimasto basito dal mio resoconto ma ha comunque più o meno cercato di porre rimedio. E qui, la fierezza di una persona che tende a non mettersi mai di traverso in queste situazioni: "Scusa se ti interrompo, ma non sono d'accordo".

Loro vorrebbero proseguire e io, dopo queste premesse, 'nsomma.

Già mi vedo a chiedere la mutua e la signorina diamocideltù che fa capolino chiedendomi "MA COME MAI STAI MALE?".

In tutto questo, per il rotto della cuffia ho ripreso violino. Ho fatto la prima lezione con una nuova insegnante a cui ho chiesto di riprendere da capo, dalle corde vuote perché per un anno intero non avevo fatto nulla. Poi ho saltato le successive due lezioni.

Esami, troppe cose da fare. Troppe cose da tenere in piedi per il rotto della cuffia.

Finalmente io e Cliff riusciremo a fare il nostro secondo viaggio insieme (non conto Venezia per il mio compleanno del 2022 perché è stata più una gitarella) e abbiamo optato per San Pietroburgo, perché ci piace complicarci la vita.

Abbiamo preso i voli per Tallinn da cui poi partiremo con il bus della speranza per attraversare la frontiera. Ah no, aspettate: la frontiera sta su un ponte che è chiuso per lavori fino, forse, al 2026, così il bus ci lascia prima della frontiera, la attraverseremo come dei piccoli fiammiferai a piedi, e poi prenderemo un altro bus per San Pietroburgo.

Amiamo complicarci la vita.

I circuiti Visa e Mastercard non funzionano e per non viaggiare con troppi contanti penso che apriremo una specie di conto russo che però non potrà essere ricaricato online quindi attendo risposta da un paio di banche a cui ho chiesto informazioni.

Un mio amico mi ha comunicato di avere segnati i posti descritti ne "Il Maestro e Margherita" e non posso lasciarmi sfuggire l'occasione di passarci. (edit: il libro è ambientato a Mosca, ma si sa mai nella vita, magari riusciamo ad andare anche lì).

Inoltre Cliff è un grande appassionato di letteratura russa (o "i grandi mattoni russi", come li chiamo, sembra non possa leggere cose meno lunghe di 700 pagine) e da tempo pensavamo di fare un salto lassù.

P.s. Sto attraversando un periodo curioso che chissà se è depressione o cosa, in cui faccio fatica a lavarmi, pranzo e ceno con le patatine, mi addormendo sempre più tardi, mi sveglio due minuti prima di accendere il pc. Ho anche fatto foto a un matrimonio nel vano tentativo di tenere in piedi una quarta cosa, partita con le migliori intenzioni ORAFACCIOSUBITOILSITOEMISPONSORIZZO.

Inutile dire che le foto sono rimaste in qualche cartella sperduta - la mia nuova Fujifilm x-t5 fa foto pesantissime -  e se sono riuscita a elaborarne qualcuna, indovinate? Ebbene sì, è solo per il rotto della cuffia.

Per fortuna c'è Cliff che in questo caos autogeneratosi da me stessa, medesima, tale, è un porto sicuro. Ma lui, e solo lui, non per il rotto della cuffia.

07 agosto 2024

La quiete prima della tempesta

A volte penso che l'insicurezza sia come una malattia invalidante. Non puoi gioire dei successi, che sono dovuti solo alla fortuna. Nel confronto con gli altri sei costantemente perdente. Ti rendi conto di non aver fatto molto nella vita: è un pensiero della sera. Fino a stamane non c'era, andava tutto bene. Poi quel granello che inceppa gli ingranaggi ed entri in loop sulle stesse cose.

Le stesse di sempre.

Non sono abbastanza. Sarò mai abbastanza?
Merito quello che ho? Ovvio che non lo merito.
Le persone che mi vogliono bene, mi vogliono bene davvero? O si stanno accontentando?

Sei lenta, sei un bruco. Divori costantemente la realtà che ti circonda. Ma non ti trasformerai mai in un lepidottero. Te lo dicono. Ti raccontano del brutto anatroccolo, ma cresci e sai che è una fiaba. Non diventi un magnifico cigno.

Strisci e mangi. Mangi e strisci.

Attendi un segnale, una svolta.

Leggi i messaggi incoraggianti di chi ti dice che sei speciale ma sembra un ritratto lontano, che non ti appartiene. Hai fatto mille cose, vissuto mille vite, ma continui a strisciare.

Continui a essere bruco.

Forse, di fatto, bisogna solo accettare questo.

Ma la sera, si sa, attira le ombre. Quello che di giorno è chiaro, la sera assume contorni poco nitidi, inquietanti. Si dubita persino del proprio nome: diventa strano il suono, quella C dura, mi appartiene davvero?

Sono io questa immagine, o è quella di stamane?

Anche oggi ha piovuto, forte. Torino, che ho imparato ad amare negli anni, diventa strana e liquida. 

Continuo a strisciare e trovo riparo sotto una foglia. 

La notte è arrivata, ma passerà anche questa volta.



27 giugno 2023

La nostra maturità

 C'è una certa massima che spopola nell'ambito del self-help, ed è "Impara ad accettarti per quello che sei, solo così potrai essere felice". Almeno, più o meno la sintesi è questa.

Posso dirlo? Non sono d'accordo. La strada per l'autoaccettazione è un po' come quell'incubo delle scuole superiori. Non potrai andare bene in tutto. Il trucco sta lì, nel capire quale materia dovrai tenere sotto per dedicare le tue energie a cosa ti riesce meglio.

Se in inglese sei una pippa, perché sforzarti a ottenere un 5? Tieniti il 4 e dedicati a un'altra materia (sì lo so che i fedeli dell'impegno massimo in tutto stanno storcendo il naso, ma non si può patire sempre, impegnarsi sempre, sudare sempre. C'è anche il meritato riposo in questa merdosa società che corre).

L'autoaccettazione funziona alla stessa maniera. Ci saranno delle cose di te che adori, altre che potrai accettare e altre ancora che dovrai tenere sotto perché la fatica che fai per farti fare "meeeh" (sospiro di sopportazione) a quella cosa che di te proprio detesti, non vale la candela.

Proprio come per le altre persone: fan dell'amore incondizionato, vi rivelo un segreto: la cosa che detestate di quella persona non riuscirete ad accettarla. Sarà lì, oggi, domani, dopodomani, finché morte non vi separi a farvi dare le capocciate nel muro. Ma una volta trovato l'elemento disturbante (prendete con le pinze questa parola) potrete concentrarvi su ciò che vi piace davvero dell'altra persona. Tutto quello che vi farà dire "wow ma che figata!" (come la matita labbra "sfilata" che Neve Cosmetics mi ha regalato nell'ordine ricevuto oggi).

Quindi imparate ad amarvi, anche se non vi accettate totalmente. Lasciatela qualche materia sotto, e concentratevi sul resto.

E sarete comunque promossi.


P.S. facendo workout a casa mi sono fatta male alla gamba destra, ma questo è un altro post (pieno di inutili lamentele sul fallito matrimonio tra me e l'esercizio fisico). Ma ho perso 3 kg, quindi appena mi rimetto in forma, riprendo.

04 maggio 2022

Fallisci ancora, fallisci meglio

Allora, è quello giusto? - Decisamente sì 


Mi ci è voluto un po' per capire di aver bisogno di una mano. Se a 40 anni la mia vita procede ancora lungo un'ellisse in un loop continuo, non sono di certo in grado, da sola, di dare uno stop, fermarmi, procedere in linea retta.

Così ho deciso di andare da un terapeuta. A volte quando mi siedo di fronte a lui (che sembra David Gnomo, gigante però) mi dico di non averne bisogno. Ci facciamo grosse risate (ma so che le battute sono un mio efficientissimo strumento di difesa).

È un investimento grosso per me, in questo momento, ogni tanto glielo chiedo Allora, come procede la villa con piscina?

Ride, rido.

Ma intanto qualcosa si è mosso. Penso che il solo andarci è stato l'inizio di un processo di cambiamento, e in parte lo devo a Cliff. Mi vedo tra qualche anno rovinare qualcosa di molto bello, e non voglio. Non voglio più.

Ci sono delle cose che vanno cancellate. I due anni e mezzo che precedono l'ingresso in casa Tasso non li ricordo quasi più. Probabilmente un altro meccanismo di difesa. La vergogna per aver permesso a un altro essere umano di trattarmi in un certo modo. Chissà.

Mi dice che le strategie che ho usato fino ad ora sono servite, del resto, mi dice, stiamo parlando nel mio studio e non in un carcere femminile.

Ma ora le mie strategie vanno riviste, non sono più idonee. Forse è per quello che non trovo vie di uscita?

E mi rendo conto di essere sempre insicura sul mio aspetto e su quello che sono, ma molto più obiettiva. Accetto me stessa, e accetto l'altro. Accetto anche la rabbia degli altri, purché non sia rivolta verso di me, divento più accudente, più empatica.

Anche con me stessa, l'oggetto principale della mia rabbia.

Se qualcuno dovesse chiedermi consiglio su come migliorare la sua vita, in primis direi di trovare un lavoro, se non c'è. Poi di fare un percorso di terapia anche breve. Perché no.

Oggi è passato Dado a prendere un caffè in pausa pranzo da lavoro. Mi ha portato un libro per il mio compleanno (un libro che sarà utilissimo per procedere con lo studio - parlerò anche di questo - e per tante altre cose). La sua dedica è una citazione:

Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

È proprio come mi sento. Ma il fallire non mi abbatte, continuo imperterrita. Potrò non riuscire mai ma come dice David Gigante Gnomo, bisogna complimentarsi con se stessi non solo quando si riesce ma anche solo per il fatto di averci provato.

Non volevo fare il saggio di violino, ma parlandone con lui ho capito che l'unico modo per andare avanti in una cosa è porsi nuovi obiettivi sfidanti. E provarci, non per forza raggiungerli.

Così sì, farò il saggio di violino, continuerò a studiarlo anche l'anno prossimo, e oggi ho ordinato un violino nuovo.

Sensei Massimo dice che per un discreto violino il prezzo si sarebbe aggirato intorno ai 500 euro. Così ne ho trovato uno che sembrava fare al caso mio, ho bestemmiato perché non me lo potrei permettere, ma grazie alle rate di Paypal (odio pagare a rate, ma tant'è) tutto è possibile. Ovviamente prima di acquistarlo ho scritto al Sensei e solo una volta avuta la sua benedizione sono andata avanti con l'acquisto.

Il mio violino da studio lo porto da Cliff così posso studiare e suonare anche quando sono da lui.

Insomma, sono pronta a fallire di nuovo, a fallire meglio. Ma invece di preoccuparmi del fallimento e di sentirmi inutile a ogni errore, cerco di grattare via un po' di errori ogni volta. Lentamente.

Come una scultura che piano piano prende forma togliendo gli eccessi, idem farò con il resto delle cose. Scavo piano il marmo per scoprire ciò che nasconde. E se ci vorrà tempo, pazienza.

Non ho più fretta.



26 ottobre 2021

Chiedi alle rughe

I miei 40 anni sono passati quasi inosservati: c'è una ragione a tal proposito. Temevo di morire.

In parte è quasi un gioco, ne ho parlato altre volte qui, in parte un po' è stato così. Quando dico che è stato un gioco si è trattato proprio di una lettura di mano che mi feci da piccina: la mia linea della vita spezzata in quello strano modo, con una croce, non mi dava scampo secondo il libro. Sarei morta di una morte improvvisa a 40 anni. Anche se non ci ho mai creduto, per me i 40 anni sono diventati, da quel momento in poi, una sorta di deadline. Segnavano un limite per qualcosa.

E seppur non volendolo, così è stato.

A partire da circa sei mesi prima, una sorta di voragine scura ha cominciato a inghiottirmi. Sentivo una pesantezza addosso mai provata, tentacoli di un essere che mi trascinava via, dai quali non riuscivo a liberarmi.

In tutto questo, una pandemia che non accennava (e accenna) a finire e altri problemi che non sto qui a riportare. Il mondo si era fermato, e con una certa lucidità stavo cercando di fermarmi anche io. Il mio diario riporta piccoli appunti di questo progetto, diario che lasciavo accuratamente in giro sperando, non so cosa, forse che qualcuno mi facesse rinsavire. Poi d'improvviso, come destata da un brutto sogno, mi sono chiesa che cosa stessi facendo. E seppur ancora intrappolata tra le spire d'un mostro che continuava a portarmi giù con sé, seppur senza forze che mi permettessero di ribellarmi ho lasciato andare quel progetto disastroso con l'unico effetto di chiudermi ancora di più nel mio bozzolo dove nulla arriva, da dove nulla esce e che salvo rarissimi casi, mi impediva di esternare qualsiasi sensazione o emozione.

Del resto i miei 40 anni stavano arrivando, la mia deadline era vicina e io non avevo e non ho concluso nulla.

Ma tirando sempre fuori i nostri tarocchi, la carta della Morte non è una carta negativa, indica un cambiamento. Troppi mi stavano crollando addosso e pochi realizzando con le mie mani. In una lettura è importante controllare le carte che seguono quella del triste mietitore: belle carte indicano un cambiamento positivo. Ma le mie carte giacevano ancora coperte sul tavolo e io non volevo, né potevo, girarle.

Ed è così, cercando di girare quelle carte, che mi sono trovata, appena una settimana prima del mio compleanno, in una casa vuota ma tutta mia. Con un letto, un divano, un tavolo e quattro sedie.

Sola.

Poche volte ci si sofferma sulla tristezza di chi fugge, di quanto il cuore sia pesante, delle notti insonni e le lacrime di un progetto fallito, il senso di rabbia per non aver colto prima i segnali o di non averli voluti proprio vedere. Sentirsi addosso la responsabilità della tristezza di un altro essere umano a cui ci si sente intimamente legati. 

E una casa vuota.

E l'ennesimo fallimento.

Ci sono persone che si amano, si amano davvero, ma con le quali non riusciamo a comunicare. I loro pensieri vengono espressi nei modi peggiori e insieme si crea un connubio di potenza e devastazione che distrugge ogni cosa. Si entra in una risonanza negativa dove ci si fa del male.

Qualcuno mi disse, anni fa, eoni fa, che per produrre il minor numero di danni possibili, in quei casi, bisogna essere deserto. E così ho fatto.

Con tutte le difficoltà del caso di una persona che non nega mai una parola a nessuno, nemmeno allo sconosciuto che la ferma per la strada. 

Ci sono cose che però si rompono dentro, con microfratture che piano piano vanno a intaccare la struttura portante e succede che si cade. E possono accadere due cose. Si continua a scavare per seppellirsi o ci si rialza. Con grande fatica.

Mi sono rialzata, con grande fatica. Passando mesi di lacrime e lotte intestine in cui nemmeno io sapevo più chi fossi e cosa volessi e che ci facessi qui. Momenti in cui pensavo sarei rimasta sola per sempre e forse mi sarebbe anche andato bene, in cui pensavo che l'amore non esistesse e che anche la felicità (il famoso brambonodonte) fosse una chimera. 

In verità i miei 40, quel famoso compleanno festeggiato in una casa vuota con qualche amica più cara, non sono ancora passati. È come se quella lunghissima giornata stesse ancora scorrendo, verso però un futuro più luminoso, verso una notte senza tenebre, in attesa di un vero risveglio.

In verità i 40 anni non hanno decretato la mia morte. Sono viva, più viva.

Aspetto la fine di questo interminabile compleanno cominciato il 26 aprile del 2021 per poter assaporare questo nuovo anno. Consapevole di ciò che è stato, tenuto ciò che volevo tenere, buttato ciò che andava buttato.

Lo specchio mi restituisce (finalmente) l'età che ho.

16 giugno 2021

X

Ho finito da poco X, di Valentina Mira e ho avuto bisogno di un qualche giorno per digerirlo. 

Non è che si devono usare delle scorciatoie. Il libro parla di uno stupro, racconta di come questo l'abbia accompagnata in tutta la sua vita, la vita dell'autrice. E affronta il racconto attraverso delle lettere che scrive al fratello, sparito da casa poco dopo il fatto.

Racconta di fascismi, di violenza, e lo fa con la consapevolezza di non voler concedere sconti a nessuno.

Basita. F4, direbbero in Boris. Ci va coraggio.

E ci va tanto coraggio, tanto di più, perché non è uno stupro dove lei è finita quasi ammazzata a suon di botte, compiuto per strada di notte magari mentre rientrava da una serata, con una gonna inguinale che i più indicherebbero come responsabile della violenza. Eh no, lei era alticcia, e il responsabile uno con cui già aveva flirtato.

Se mai si finisce per sentirsi sbagliati a vita, è questo il momento. Quello in cui sai di aver subìto un torto enorme ma le persone a cui apri il tuo cuore minimizzano, sminuendo di fatto l'accaduto. E cominci a farti domande, non solo su ciò che è accaduto in sé, ma su diverse situazioni nella vita in cui pensavi di aver subito. Ma allora forse no. E se espandi il cerchio finisci a chiederti chi sei, chi sei mai stata, se sei mai esistita e via così, cominci a mettere in dubbio tutto, a mettere e a metterti in dubbio.

Io e la protagonista della storia abbiamo molte cose in comune. Intanto la voglia di essere anonime ma di distinguerci (lei si è rifatta il naso, andando a operare in maniera pesante sul suo aspetto, io mi tingo i capelli. Entrambe ci vestiamo come per nasconderci, per non dare modo a nessuno di giustificare comportamenti squallidi).

No, per fortuna non ho vissuto quel tipo di violenza: ma più avanti nel libro si scopre che (e noi donne lo sappiamo molto bene perché tutte, chi più, chi meno lo abbiamo subito) anche lei ha sperimentato altri tipi di violenze. Del libro non voglio parlare, se volete potete leggerlo, e ve lo consiglio. Forse la scrittura non è eccelsa ma qui non parliamo del suo stile ma del suo coraggio.

Oltre alla violenza le altre, piccoli soprusi di cui sei vittima ma ti rendi anche un po' carnefice. Che se non ci passi non capisci, che se non capisci che giudichi a fare? Essere donna è anche questo, subìre. Perché ricordo che a 16 anni non volevo mettermi la gonna perché la gente avrebbe fischiato per strada, o fissato, o salutato o "ciao bella", e in nessun luogo esiste un rifugio tranne sentirsi sicuri coi maglioni, con i jeans, rinunciare volentieri a quella parte di femminilità che mette a disagio e ripararti dagli sguardi altrui.

Ho in mente una cosa, tra le tante. E nel libro ci sono diverse analogie. Ho una grossa curiosità e nessuna qualifica. Dai 20 anni ai 30 ho giocato spesso con Linux, mi piaceva mettere su server a caso, avevo due, tre pc a casa e ci avevo messo diverse distro di Linux. Mi ero impuntata: volevo diventare sistemista. Così ho mandato curricula a raffica a tutte le aziende informatiche di Torino, avevo 24-25 anni, ottenni un paio di colloqui. Un'azienda mi fece anche un test, per loro (rarità) non erano importanti le qualifiche ma la passione. Avevano un loro consulente che faceva l'operaio, in precedenza. Uno dei migliori, sapeva tutto di sistemi. Feci il colloquio con il gatto aziendale in braccio. Mi piaceva tanto, mi avevano fatto un'ottima impressione. 

Il secondo colloquio fu diverso. 

Intanto a entrambi i colloqui ero vestita più o meno bene, io non amo vestirmi bene, ho fatto anche colloqui in leggins sotto al ginocchio e maglietta con disegno degli zombies. Comunque avevo una gonna lunga in velluto viola, degli stivali neri al ginocchio e un maglioncino bianco attillato a coste un po' scollato, che poi portando una prima, capirai che mai avrei potuto mostrare. 

Il secondo colloquio fu con uno che mi fece subito una brutta impressione. 

Aveva l'alito che puzzava di latte (gli piaceva prendere il cappuccino sempre, come poi scoprii), mi dava l'idea di essere sporco, con questa barba incolta (non di chi la vuole incolta, ma proprio da scappato di casa. E a me piace la barba). Mi disse che volevano organizzare dei corsi da tenere su Linux e che ne sarei stata docente, mi spiegò un po' di cose e poi interrompendosi a metà a un certo punto mi disse "Che begli occhi che hai!". Lo trovai immensamente fuori luogo e, come ogni donna in quelle situazioni, mi sentii inutilmente in colpa. E arrabbiata. Ero lì non per i complimenti, non era il momento e il luogo adatto. Mi sentii in imbarazzo. 

Quando lo raccontai mi sentii anche dire "Eh bhe? Che ha detto di male?". 

Mi propose subito di lavorare per lui, dovevo accettare così su due piedi, pensai che comunque era un'opportunità e accettai. Mi disse anche "Però mi raccomando, hai preso un impegno, non è che ci abbandoni eh?". Stupido senso del dovere. Qualche giorno dopo mi chiamò l'azienda del gatto per propormi un secondo colloquio, perché ero piaciuta. Niente, ormai ero già "sposata" a questo tizio che presto capii era un cazzaro e nessuna delle cose proposte si avverò mai. Nessun corso per me, fui tenuta parcheggiata finché dopo qualche mese non mi mandarono via, avevano ragione, non mi facevano fare nulla. E così per colpa sua (ma soprattutto mia) persi una buona occasione. Inutile dire che questo personaggio si rivelò più sudicio di quello che pensassi alla prima occhiata. Mi raccontava in continuazione delle persone con cui faceva sesso e come. Si riteneva un genio e non aveva problemi a esplicitarlo verbalmente. Non ci ha mai provato ma non mi sentivo sicura con lui. Quando restavamo fino a sera tardi da soli nel suo ufficio io guardavo sempre la porta, troppo distante dalla mia posizione. Mi portò una volta a presentare a Milano quelli che dovevano essere i corsi in partenza e che poi non partirono mai. "Ti puoi vestire come al colloquio, che eri vestita bene?". Niente, mi sentivo in trappola. Non cedetti però alla richiesta sull'outfit. 

Andammo a Milano insieme in macchina ma al ritorno a un certo punto gli dissi "Lasciami pure qui, prendo la metro e il treno". "Ma perché? Torniamo insieme". Presi la metro e tornai in treno con la scusa che dovevo fare delle commissioni a Milano e che poi sarei tornata tranquillamente in treno, che mi piaceva. 

Una volta mi raccontò di una 69 che fece con una tizia. Del sesso che faceva con la moglie da cui era separato. Lui e quell'alito di latte. Una volta per sbaglio (così disse) mi toccò il fianco e io, letteralmente, saltai. Forse dissi anche "Non mi devi toccare". Replicò dicendo che io pensavo che ci volessi provare ed ero troppo sull'attenti. Sono stata felice di andarmene, sono stati mesi che non mi hanno dato niente e mi hanno fatto capire (e non era la prima volta) quanto fosse difficile essere donna. 

Una volta mi mandarono in un back-office bancario a installare dei nuovi pc. Arrivai e mi presentai come il tecnico. Mi guardarono dall'alto in basso "Davvero?". 

È così, dobbiamo sempre dimostrare qualcosa, di essere forti, indipendenti, non bastano le nostre capacità. Ed è logorante, a lungo andare, mina e intacca continuamente l'autostima (di cui, guardacaso, io sono quasi totalmente priva). Essere continuamente valutate come un guscio vuoto, che si sia o non si sia belle per i canoni estetici continuamente accettati. Eppure ho passato una vita a essere presa in giro per il mio aspetto. 

Possibile che si debba sempre lottare, in questo mondo? 

Penso che faccia bene tirare fuori il marcio, soprattutto per liberarsi dalla sensazione sempre presente che si tratti di marcio tuo. Invece no, è una muffa che ti hanno attaccato e che cresce, è cresciuta, piano piano, fino quasi a dimenticarne i contorni. Di chi è la colpa? È mia? Sua? Sicuri? 

Serve a disegnare dei confini netti che dopo tanto tempo sono diventati sfumati Facendo una distinzione, una delle conseguenze peggiori è, per me, la reazione delle donne verso le donne stesse. Il giudizio sul guscio esterno che si fa sempre più pesante. Una volta ero a Lugano con C e incrocio due ragazze. Nemmeno le guardo perché sono impegnata a chiacchierare e in genere cammino sempre con lo sguardo basso (ho imparato sin da subito che non incrociare lo sguardo degli altri non da' alcun pretesto per attaccare bottone o fare qualsivoglia commento, che inferno) quando lui mi dice "Ma ti sei accorta?" - "No, di cosa?" - "Stavano ridendo di te". Avevo una felpa fatta a quadratoni colorati, tipo quelle che si vendono nelle bancarelle finto afro, con un cappuccio da elfo, lungo e a punta che dietro arrivava sotto al sedere, dei normalissimi jeans e degli stivaletti marroni. Mi giro e in effetti erano perfette. Tailleur con giacchino attillato, gambe scoperte, tacchi e uno sciarpino probabilmente chissà di quale marca costosa. 

Ecco cosa siamo diventate, anche noi. 

Sono estremamente sensibile alle critiche che gli altri fanno all'abbigliamento e all'aspetto altrui. Sono sempre stata magra ma se qualcuno si azzarda a dire "cicciona" a qualcuno scatto, come se (e un po' è così), quell'inutile offesa fosse fatta anche a me. Ma non solo a me, a tutti gli esseri umani del pianeta.

A 16 anni mi successero due cose che val la pena raccontare, proprio così, perché non si può sempre tacere, perché qualcuno capisca finalmente che certe cose sono profondamente sbagliate, che se qualcuno vi racconta una cosa del genere non dovete minimizzare, mai e poi mai dire "Eh ma tu allora, eh ma non avresti dovuto dire, fare, baciare, lettera o testamento", mai e poi mai anche solo pensare "Eh ma che ne sai tu di come stava soffrendo?", chi, cosa, ma quando?

Intanto ero in terapia, un fagottino sperduto senza capelli, con occhi giganti che attendevano solo la fine di quel piccolo inferno in cui, tuttavia, avevo trovato una mia strada, un mio modo, come a dire un piccolo ambiente in cui potevo essere utile a qualcuno, col mio sorriso, mi dicevano, illuminavo la stanza in cui entravo. Mi sentivo piccola e importante e mi facevo coraggio perché in mezzo a tutta quella sfortuna ero comunque molto fortunata. Io a 16 anni in mezzo a bambini che avevano meno della mia età e tutto avrebbero dovuto fare fuorché stare chiusi in una stanza d'ospedale per giorni e giorni, con fluidi velenosi che scorrevano nel loro corpo.

Avevo 16 anni, appunto e partecipai alla festa di Natale dell'associazione di volontariato dell'ospedale per dare una mano. M sentivo un po' sperduta, come alle peggiori festa in cui non conosci nessuno. Mi avvicinò un tizio, non so quanti anni avesse, ma sicuro almeno il doppio dei miei anni. "Vieni, montiamo i cavallini a dondolo di cartone". E così cominciammo. 

Devo dire a mia discolpa che ho più fiducia negli sconosciuti che nelle persone che conosco bene. Anzi direi che il mio cerchio della fiducia funziona al contrario. Più una persona mi è distante emotivamente e meno credo possa ferirmi, ma tendo a essere guardinga quando mi lascio andare perché se ci metto il cuore, vederlo poi calpestato per me è una cosa impensabile.

Mi disse di accompagnarlo col furgone a prendere delle bibite per la festa di natale. 

So cosa state pensando "Eh ma tu, non avresti dovuto dire, fare, baciare, lettera o testamento". No, leggete più su, vi prego. E ricordate che questo è il giudizio che le persone danno a una ragazza che ha messo una gonna secondo voi troppo corta e che è stata molestata. Ed è profondamente errato.

Si occupava di conosegne, forse, ma non ricordo. Devo dire che di quel giorno ricordo poche cose. Qualcosa sì. Non appena sul furgone e immediatamente dopo essere partiti mi ha raccontato della figlia di 3 anni con la leucemia o forse me lo disse mentre montavamo i cavallini, non so. Ma me lo disse.

Quasi subito dopo mi confessò di essere leghista, accese la radio su una frequenza "di parte" e cominciò a raccontarmi del suo membro e di come facesse sesso con la moglie. Anche anale, per lei non faceva differenza. Lui disse di sé di essere molto "dotato".

Guardai fuori dal finestrino, eravamo in una statale sperduta. Provavo a calcolare quanto mi sarei fatta male gettandomi fuori e rotolando via.

Andammo a prendere le bibite, mi raccontò che sapeva aprire i chrakra e che se avessi voluto sarei potuta andare a casa sua per provare. Mi diede anche il suo numero, poi andammo a prendere la moglie e la figlia che lasciò in ospedale. Ricordo che cercò di passeggiare con me tenendomi per mano ma gli dissi che mi sentivo a disagio, non riusciva a capire proprio come mai. Mi toccò il seno. Ma per fortuna non fece altro. Io, come Valentina Mira, in queste situazioni mi paralizzo. È una sensazione orribile, non riesci a muovere un muscolo, vorresti essere trasparente o per lo meno non provare più nulla.

La cosa morì lì ma fu strano, e se ci penso oggi assume contorni ancora più inquietanti per la situazione, il luogo, la modalità e sì, certo, anche la mia assoluta mancanza di giudizio. Ma prima tutto il resto.

Ma forse peggio di questo è stato l'altro avvenimento.

Immaginate sempre questo fagotto pelato ma questa volta ricoverato in ospedale. Chemio da più giorni e via. Una ragazza di 16 anni in un ospedale infantile si annoia, e anche parecchio. Le uniche persone adulte con cui puoi scambiare quattro chiacchiere sono le infermiere che però lavorano, i volontari che spesso sono troppo adulti, la tua famiglia e i genitori degli altri ragazzi ricoverati.

Feci amicizia con una ragazza di 14 anni in stato terminale. L. Lei costretta a letto, gonfia da cortisone, non parlava più emettendo solo dei gemiti quando provava dolore per la posizione in cui era costretta a letto e per evitare le piaghe l'amorevole padre, tra uno sbuffo e l'altro, le spostava cuscini, spostava lei, cercava di metterla a proprio agio. Pur innervosendosi spesso, il che provocava in lei pianti devastanti.

L. aveva una sua vecchia foto sul letto. Per vecchia intendo prima della terapia, ed era bellissima. Ora, sdraiata lì, era irriconoscibile. Le facevo spesso compagnia e le raccontavo delle cose. E la sera giocavo con suo padre, guardia giurata, a scala 40. Sono una frana a carte, perdevo sempre. L era in una posizione in cui poteva guardare le carte del padre, a volte le scappava da ridere e mi guardava come a dire "Sei fregata".

La comunicazione è una potenza, non ha davvero bisogno di parole.

Comunque una sera lui mi disse che avremmo potuto scommettere, senza dirci cosa c'era in palio però. "Ok, dai", già sapevo che avrei perso ma forse dentro di me pensavo a uno spettacolino per la figlia, a 5000 lire da mettere sul piatto.

Giocammo e persi. Inevitabile. Non ricordo se facemmo 3 partite o ne bastò una. Comunque persi e ripersi, nel caso.

Ok, gli chiesi allora che cosa mi toccasse pagare. "Non te lo posso dire". Come no, dai! Un debito di gioco si paga sempre.

Io, pelata, in pigiama, L dormiva, lui con più del doppio della mia età.

Dopo varie insistenze cedette: "Non volevo dirtelo perché ci tengo alla tua amicizia. La posta in palio è un bacio".

Vi ricordate cosa dissi poco più su? Paralizzata. Mi infilò una mano sotto il pigiama per accarezzarmi la schiena.

Non so quanto tempo passò ma per me fu lunghissimo, probabilmente nel mondo reale non passò nemmeno un minuto. Comunque dopo quel tempo che per me fu interminabile le mie gambe cominciarono a funzionare. "Devo andare", dissi e tornai nella mia stanza. Inutile dire che lo evitai, mia madre mi chiese come mai non passassi più da L e io adducevo scuse. Quando purtroppo mi capitò di incrociarlo, nella stanza di L (era inevitabile, lui era sempre lì mentre sua moglie con un altro loro figlio ricoverato in un altro reparto) usò la tecnica del senso di colpa. "Non vieni più a trovare L?". Lei mi guardò con occhi accusatori, io mi sentii malissimo. Per questa vicenda mi sentii dire un bellissimo "Eh ma tu non sai come ci si sente, magari stava solo soffrendo molto".

L morì poco dopo. È stato uno dei miei primi lutti, ed era un venerdì santo. Andai in ospedale a trovarla (i miei cicli comprendevano un ricovero per due settimane e poi tempo di recupero a casa) ma le infermiere mi dissero che non c'era più: "Ah è stata dimessa?" - "No, siediti".

In quel momento tutto quello che accadde passò in secondo piano ma spesso mi chiedo cosa possa passare nella mente di un uomo che attua queste modalità. Persone che dall'esterno sembrano normalissime, con un lavoro normale, una vita (bhe in questo caso forse nemmeno troppo) normale, con moglie e figli, ma che succede nella loro testa, cosa scatta affinché vadano a molestare una ragazzina in crescita già piena di problemi. E so, perché lo so, e non perché lo leggo dai giornali ma perché qualcuno si confida, mi racconta, cosa è successo una volta, forse due, di cose ben più gravi. E io vorrei che davvero saltasse fuori tutto il marcio, che questa muffa non cresca solo dentro, ma che venga portata fuori, che non ci si senta più inutilmente in colpa per cose non fatte. Che nessuno più debba dire "Eh ma non dovevi dire, fare, baciare, lettera o testamento". Che si comprenda quanto è grave tutto e quanto spesso accade e non ci rendiamo conto. 

Questa muffa deve lasciare lo spazio al bello, alla tranquillità di non sentirsi sbagliati, inadeguati.

Dobbiamo riscattare quella vita in cui queste cose sono accadute e dobbiamo liberarci.

Evacuare, liberarci, abbandonare quella ragazzina (o quella giovane donna che al colloquio si sentì dire "Che begli occhi che hai" - e non fu l'unico colloquio imbarazzante) e fare come Valentina Mira. Dare al mostro che non siamo noi, un nome, prenderlo a calci e proseguire dritto senza più voltarsi indietro.

18 novembre 2020

Cuor di cervello tenebroso

Mi sveglio con questa strana sensazione che provo da giorni. Non è un mal di testa, ma non riesco a spiegarlo altrimenti come una sorta di prurito in un punto preciso del mio emisfero cerebrale sinistro.

Un prurito intracranico. 

Non so come alleviarlo. Apro gli occhi: dal letto a soppalco vedo l'ombra scura di C girato di spalle. La luce dei lampioni che entra dalla finestra disegna strane fantasie sui muri, amplificate dalla tenda 

Massaggio il cuoio capelluto sperando di sentire meno fastidio. Ed ecco che arriva l'altro problema. Sembrano alternarsi. È come se una bestia strisciante si facesse largo tra i miei capelli sul retro della testa. I capelli si spostano, pochi, la sensazione è quella. Come un dito che passa accanto alla radice dei capelli.

Forse è mattino, forse tra poco suona la sveglia, ma sono le due. 

Ho appena fatto un sogno strano, ma nel mio caso è uno dei miei soliti sogni.

Nella notte (e "col favore delle tenebre") le persone scappano dalla pandemia. Gli spettacoli che includono persone sono vietati e così vengono organizzati spettacoli clandestini con marionette e burattini. Tinder non permette più di incontrarsi, è ormai un altro tabù. Ma le persone riescono comunque ad accedere a questi spettacoli per adulti e a far incontrare il proprio pupazzo (anche piccolo pochi cm) con un altro. Le riproduzioni in miniatura dei palazzi al cui interno avvengono gli incontri lasciano poco spazio all'immaginazione. All'interno delle stanze la luce accarezza i vetri delle finestre, le ombre sono più che esplicite. 


via GIPHY


Il prurito all'interno del cranio prosegue e con esso, la sensazione sul cuoio capelluto della bestia strisciante.

Non riesco a prendere sonno e la mente vaga.

Forse ho uno di quei parassiti del cervello, magari ho mangiato qualcosa che non dovevo. Sushi? No, è un millennio che non lo mangio.

La carne di pollo era abbastanza cotta? Sì, ma anche fosse...

Forse è un tumore, cominciano così, magari fa pressione all'interno del cranio.

Oppure è un ictus che arriva.




Mi giro verso il muro. 

Ci sono, è colpa delle onde elettromagnetiche, questo sibilo continuo che sento quando il telefono è sotto carica, è lui, sicuramente è lui.

Stacco la spina e il sibilo smette. Forte della convinzione di avere estirpato la causa di ogni mio male, mi riaddormento. Nonostante l'evidente delirio da dormiveglia e la mia stranissima lucidità (per un istante, uno di quei rarissimi casi in cui tutto è limpido e chiaro) mi addormento di nuovo.

Il fastidio è cessato, per ora. Altri sogni strani mi daranno motivo di pensare.

Il mio cervello è salvo.

27 gennaio 2020

Il posto dietro

Dovresti stare tra le mie braccia.

Quando ero piccina, il risultato di uno stupido test sentenziò:
Che cazzo ci stai a fare dietro le quinte a vedere scorrere la tua vita? Sii il protagonista della tua vita. Cazzo.
Non sono certa dell'esattezza delle parole ma più o meno il significato era quello.
E mi rivedo oggi a 38 anni (ehi, oggi me ne hanno dati 30, 5 in più rispetto a qualche anno fa ma sono quasi 10 anni in meno, f*ck) pensando al risultato di quello stupido test.
Mi immagino dietro le quinte in attesa di entrare in scena e di recitare un copione che, finora, ho soltanto seguito, osservando stupide comparse dai capelli colorati susseguirsi al mio posto.
Nella mia docile indole mi sono adagiata, lasciando che caterpillar di vario spessore gravassero su di me, senza muovermi, immobile. Remissiva.

Sono in Umbria, una terra che non conosco, un clima che non conosco, con persone che ho appena conosciuto, adagiata sul sedile posteriore di un'auto mentre il conducente e il passeggero accanto a lui chiacchierano del più e del meno.
Mi piace il posto dietro, mi permette di non dover sottostare alla regola della conversazione forzata (non ho molto da dire, e quando parlo non dico in realtà nulla) e di guardare fuori dal finestrino. Adoro guardare fuori dal finestrino mentre viaggio.
Le persone sembrano imbarazzate dal silenzio e cercano di riempirlo in ogni modo.

Vuoi ascoltare della musica o preferisci il silenzio?
Il silenzio, grazie.

E io mi sento in imbarazzo a percepire l'imbarazzo, in un circolo vizioso che si interrompe con la chiacchiera di circostanza.
Dicono che domani farà bello.

Del resto, con gli anni ho imparato a stare bene anche in mezzo alle persone e a chiacchierare non solo del tempo. Si è trattato di sopravvivenza. Certo, piuttosto che fare l'ascensore con qualcun altro mi faccio 10 piani a piedi Ma non hai detto che odi l'attività fisica? - Sì ma sono a corto di endorfine, ciao.
Dal non proferire parola coi colleghi che nulla sapevano di me se non il mio nome al, persino, intrattenerli con giocose battute e bevute di tutto rispetto.
Lo sai chi ti saluta? Stocazzo.

Il sedile dietro offre spunti di riflessione degni di nota, ma anche visioni magnifiche.
Il buio, la notte, il gelo. Anche l'asfalto sbuffa dal freddo, e la terra crea quella nebbiolina bassa da film horror, lieve.

Penso al titolo per un horror ambientato in queste terre, come Un lupo mannaro scheggino e pascelupano a Buotano, o Le streghe di Norcia. O un fantasy intitolato Cronache di Narni.

I fari illuminano chilometri di niente fino a quando, in una curva, una macchia bianca attira la mia attenzione.
Ci siamo, penso, finalmente un fantasma. Potrò vivere di rendita, come ospite a inutili trasmissioni pomeridiane della mediasettitudine, dove grasse signore si fanno dare consigli ovvi Dovrebbe mangiare un po' meno, e ragazzine brufolose di 12 anni piangono l'amore perduto Non amerò mai più così.

E io: Ho visto un fantasma
Signora (ormai sono signora anche nella mia immaginazione), com'era fatto?
Mha, una macchia bianca, in una stradina tra le campagne umbre.
E le ha detto qualcosa?
Sì, lo sai chi ti saluta? Stocazzo.

Quando l'auto curva e la macchia bianca è posizionata proprio davanti ai miei occhi (dovrò dare quanti più dettagli possibili quando me lo chiederanno) mi accorgo che in realtà si tratta di una bestia immensa, bianca, con le corna. È una vacca, probabilmente chianina.

Le storie che si possono raccontare su una vacca, in strada, nel nulla, di notte, al gelo sono infinite.

Ma la prima, primissima cosa a cui ho pensato è stata Dioniso. Uno degli animali a lui sacro e in cui si era trasformato, era il toro.

E a guardare, in quell'attimo, quella macchia bianca tramutatasi in un toro, o vacca, ho pensato a una trasmutazione voluta.

Così, mio caro Dioniso, da quale baccanale sei fuggito per trovarti in quella strada buia e fredda?

Sai, ho visto una vacca bianca.
Ma dove?
Per strada
Ah sì? Non l'ho vista.
Eh, sì, eri sul sedile davanti.

27 ottobre 2019

Dove vanno a morire i cigni?

Cristiano mi sta insegnando a prendermi cura delle cose.
Pensavo di essere abbastanza brava in questo, ma vedendo la cura che ci mette quotidianamente a non lasciare segni fisici del suo passaggio sugli oggetti, mi rendo conto di non essere mai stata così accorta.
Ogni sera, quando lo zaino fotografico si svuota, c'è il rito della pulizia delle macchine fotografiche e delle loro ottiche che poi vengono riposte in maniera ordinata nella libreria.
Penso alla mia macchina fotografica, poggiata sul divano, con scheda e batteria sempre all'interno che sì, ha la custodia, ma non ha mai visto un panno umido. E le ottiche vengono pulite solo se sono sporche.
In compenso io sto aiutando Cristiano a prendersi cura di me. E "me" è una persona piuttosto esigente.
Ho sempre fame, esigo continuamente attenzioni, soprattutto fisiche, non sopporto l'abbraccio brevettato da lui "a un braccio solo" e molte volte glielo deve ricordare: "a due braccia".
E, in ogni caso, anche l'abbraccio "a due braccia" non dura mai più di due Mississipi, a meno che non ci si trovi a letto o sul divano. A quel punto i Mississipi non si contano perché sono tantissimi.
Contare i Mississippi, allora, può essere propedeutico al sonno, meglio che contare le pecore.
Cristiano mi sta insegnando ad avere pazienza, a capire che non tutte le persone sono come me e reagiscono come me. Questo mi aiuta relativamente quando le relazioni interpersonali non vanno come spero.
Io gli sto insegnando un altro tipo di pazienza, quello più pratico, qualcosa come "conta fino a 10" o "non vale la pena arrabbiarsi per questo".
Lui mi sta insegnando a presentarmi al mondo, io a essere rilassato nei peggiori panni.
Dall'esterno sembriamo una coppia disfunzionale, l'Alpha e l'Omega ma in qualche modo funzioniamo.
Quando penso a noi penso a un impegno maggiore di quello che ho avuto di solito.
Quando penso a noi penso alle lentiggini sulle sue spalle che vedo ogni sera quando lo abbraccio e mi dà la schiena.
C'è una lentiggine più scura e più grande, quasi a metà di quel percorso un po' sinuoso che dalla spalla arriva al collo a cui mi sono particolarmente affezionata.
Se la sera non riesco a dormire la guardo, mentre le mie lunghe ciglia sfiorano la sua pelle.
È un piccolo percorso di cura e attenzione, pieno di buche e scivoloni annessi, ciò che quella lentiggine mi dice.
È una lingua antica come il mondo, la cura che si ha verso un altro essere umano.
E lui? A quale angolo di pelle parlerà quando vede le mie spalle? Al piccione tatuato? Alla mia cicatrice a metà schiena? Al mio esile collo?
A quale lembo di me si rivolge nel ricordo delle notti passate insieme?
Sono domande che non esigono una risposta ma che lasciano porte aperte a infinite possibilità.
Come le cellule epiteliali che rivestono la cute nascono, muoiono e si rinnovano, ogni giorno ha in sé una promessa non dichiarata ma comunque importante.
È forse questo l'amore. L'attesa di una risposta a una domanda mai fatta, una promessa non formulata ma sottintesa, la costruzione di un desiderio più profondo.
E ora, una lentiggine con un nome.


03 giugno 2019

Storia di un tatuaggio

La formica di fuoco.


Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.

Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.

Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.

Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?

A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.

Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.



Io sono Carla invicta.

Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love

16 aprile 2019

A volte

A volte ci si sente immensamente soli.
La solitudine in verità è una buona compagna: riesce a fare luce su tantissimi puntini neri fino a mostrarne la trama. Come quando nell'oscurità d'improvviso gli occhi si abituano e improvvisamente si fa tutto più chiaro.
Non luminoso, solo più chiaro.
L'ultimo baluardo di speranza si è spento: il faro, mio unico faro che ancora aveva speranza non c'è più.
Ed è così che ci si sente soli.
Quando alla fine si è davvero costretti a fare i conti con se stessi e con gli altri, senza alcun appoggio esterno.

E poi parte l'ansia, tradotta con una morsa al cuore.
"Mi scusi, vorrei un cuore nuovo, il mio non so cosa sia successo, ma è rotto. E non penso sia più in garanzia. No che non l'ho fatto cadere, ci sto attenta, sa".
Ai polmoni manca il respiro.
"Ah ecco, quasi scordavo. Vorrei riparare i polmoni. Non respiro più bene. Sì, sembrano funzionanti ma le assicuro che... Non mi interessa cosa dicono i suoi strumenti io faccio fatica a... Senta, vada al diavolo, le dico che non funzionano bene!"
Il sonno è perduto.
"Gli oggetti smarriti? Ho perso il sonno. Non ricordo se l'ho lasciato sul bus, sul treno, o è a casa ma ho rovistato dappertutto e nulla. Dovrebbe essere morbido e azzurro. Sì, ha delle figure stampate sopra. Ah, ed è caldo, molto caldo. Senza quello, tempo qualche giorno e divento matta. Ci sono molto affezionata".
L'appetito non è più così importante.
"Sono sempre io, sì mi faccia sapere se ritrova il mio sonno, ma l'appetito lo ha trovato? Forse li ho persi insieme. Non saprei, è più probabile che l'appetito sia qui da qualche parte ma che io lo ignori."

Li chiamano "periodi".
Io, in questi giorni, vorrei una navicella spaziale supersonica che mi porti a 55 milioni di anni luce da qui, verso l'orizzonte degli eventi, in un luogo in cui nemmeno la luce può sfuggire, figurarsi un essere umano di 45 chili cagati.

26 dicembre 2018

Hic et Nunc

Chi non ha posto in casa, non ha posto nel cuore.
Così mi diceva uno dei miei più cari amici, M.
Casa sua era una specie di porto di mare, la porta sempre aperta. Per cultura è molto ospitale, si mangia quello che c'è, senza preparare i lauti pasti che facciamo noi. A casa sei il benvenuto e mangi ciò che abbiamo.

Io non ho posto nel cuore. Non amo ospitare le persone, sono territoriale e faccio fatica anche se, certo, dipende dalla persona e dalla situazione.

Avere accesso alla grotta di qualcun altro è sempre una concessione non scontata.

Ricapitolando, entrare in casa di qualcuno è un po' come sapere che gli state entrando nel cuore. Io non so chi altri ha avuto questo onore, ma entro, mi tolgo le scarpe per non sporcare e cammino in punta di piedi.

Osservo bene come si muove l'altra persona, per capire in quali spazi posso esistere, che io sono sempre un po' goffa; osservo la grotta che lo ospita e comprendo, osservando dalla finestra, i vari motivi per cui l'ha scelta.

Mi siedo sul divano e lo guardo cucinare per noi, una coccola particolare che io apprezzo tantissimo.

È una normalità a cui non sono più abituata. Il fare la spesa, guardare un film abbracciati sul divano e addormentarsi l'uno sull'altra facendo l'amore prima, durante e dopo.

Prima, durante e dopo qualsiasi cosa.

Il picchio rosso però è lì in agguato. Si sente a chilometri di distanza e anche se ti tappi le orecchie il suono impercettibile c'è.

Tictictictictic
[bzz bzzzzz]


Sembra quasi un cigolìo.
Tictictictictic
[bzz bzzzzz]

Il suono del picchio è come il rubinetto che gocciola e che ti impedisce di godere di un buon sonno. Le premesse ci sono tutte, sei stanco, ti si chiudono gli occhi, hai anche la possibilità di farti quelle belle 8 ore di sonno ma.
Tictictictictic

Io ora sono il piccolo suricate di guardia, il collo allungato e lo sguardo attento alla ricerca di pericoli. Non riesco a essere tranquilla, non ci riesco.
Nonostante la bellezza di questi giorni, non riesco.

È che ho sofferto tanto e non voglio più stare male.
A livello razionale mi sento tranquilla, lo sento. A livello emotivo è scoppiato un allarme antincendio con evacuazione in atto e non so se si tratta di un'esercitazione o se è un incendio reale.

RagnoB mi consiglia di godermi il qui e ora, e poi si vedrà. Controllo il tatuaggio con la stessa scritta, è ancora lì? Sono ancora io quella persona che vive di istanti?

Il picchio non da' tregua ma quando cala la notte e la foresta si anima di presenze silenziose, posso chiudere gli occhi e sognare cose belle. Le mani che stringono le mie, una parola dolce appena sussurrata, una carezza inaspettata.

Allora posso dire al suricate che non c'è pericolo, il picchio dorme nella sua tana, il rubinetto smette miracolosamente di gocciolare.
Fino al giorno successivo.

Bzz bzzzzz.

Ich liebe dich.

Canzone del giorno: Heirate Mich Rammstein

12 novembre 2018

Troppo tardi

Sei il classico caso su un milione, un'aberrazione statistica, che però per fortuna esiste.

È così, mio caro indagatore dell'incubo. Si vive spezzati a metà. Se non hai dei dubbi fatteli venire.
E così ogni tanto mi sento sola e se da una parte respiro la libertà, dall'altra vorrei poter fare qualcosa con qualcuno, con cui condividere un pezzo di strada. Lungo, magari, lunghissimo.
Magari così lungo che richieda una vita, l'invecchiare insieme, fare progetti a medio-lungo termine. E se non sono brava nei progetti a lungo termine, qualcuno che sappia rassicurarmi e dirmi che è fattibile senza lasciarmi da sola, con le mie paure, a metà strada.
Sì, sono triste.
Sì, vorrei un abbraccio.
No, ma non lo voglio.
Vivo circondata da persone splendide che fanno da barriera ai mentecatti che stanno oltre il muro da loro composto.
Mentecatti, sì. È il termine più affettuoso che possa utilizzare.

Vorrei solo qualcuno che si sdrai accanto a me, in questo istante e mi abbracci (e no, non lo voglio). E mi dica che tutto andrà bene.

[qualcuno dice che il tempo limite per innamorarsi di una persona è 6 mesi. Poi è altamente improbabile che questo accada]

Sono arruffata come un piccolo Woodstock che non trova più il suo caro amico Snoopy.


Passerà, me lo dico da un paio di anni ormai.
Passerà.

Canzone del giorno: Bud Spencer Blues Explosion Troppo Tardi

07 novembre 2018

Il principio di incoerenza

Pioggia pioggia via di qui
Torna pure un altro dì
La piccola Carla vuol giocar.

Stamani c'era il sole. Nubi lontane minacciavano il nostro domani odierno (semicit.) ma il parco Dora era illuminato dai raggi del sole.

Al lavoro ero a maniche corte.

Non l'ho scritto, ma mi hanno rinnovata fino a ottobre del 2019, sarei scaduta e stata gettata nell'umido a fine dicembre 2018 in caso contrario.
La precarietà è il mio forte, mi piacerebbe dire.
In verità ho avuto contratti lunghi.
Quando lavoravo come grafica avevo un contratto di apprendistato, idem quando lavoravo a Firenze, di ben 4 anni.
Ho avuto un indeterminato qui a Torino, prima di andare a vivere a Firenze.
E ho avuto l'indeterminato in Schfizzera, dove però rischiavo di entrare ed essere nuovamente accompagnata alla porta pochi minuti dopo.
La verità infima e tosta è che non riesco a vedermi fare lo stesso lavoro per tutta la vita, come è successo al mio babbo, per dirne una eh?

Così guardo con ammirazione i miei colleghi che lavorano lì da 10 o 15 anni, e li studio come potrei fare con le mie piccole bestiole a 6 zampe.

Annoto nel mio taccuino immaginario le strategie di sopravvivenza adottate sperando che possano essermi utili in caso decidessi di impegnarmi a fare una cosa che mi costerebbe molto, per esempio chiedere nuovamente l'invalidità.

Dopo che a Firenze mi era stata tolta, sono rimasta così delusa e sfiduciata che non ho più voluto tentare. O meglio, avevo fatto un mezzo tentativo ma ero rimasta a terra, perché rifiutato in malo modo (ne parlo qui, ma anche qui e in altri svariati post).
Questo potrebbe legarmi in maniera quasi indissolubile a Torino ma mi darebbe l'opportunità di trovare lavoro più facilmente, magari anche un lavoro più vicino a ciò che vorrei, e perché no arricchire il mio curriculum vitae di cose utili, che ora sembra un pout pourrì di robe messe a caso.

Tra il dire e il fare c'è di mezzo e il, e io, che so benissimo quanto sia falso l'assunto per cui valga sempre la pena provarci e che non si abbia nulla da perdere (male, male, falso, si ha sempre molto da perdere: tempo, speranze, energie), sto mettendo sui piatti della bilancia i pro e i contro.
E anche se ci sono svariati pro, non so quanto io possa essere pronta a un altro rifiuto.
"Questo è il mio anno dei rifiuti. Ormai sono bravissima"
"Dai, ormai puoi lavorare all'AMIAT"
Ho cominciato a studiare per prendere la certificazione Google. Non mi servirà, o sì? Nel dubbio la prendo. Dovrò impostare il mio sito, anche se praticamente non scatto più foto.

Ora capisco il mio amicollega quando dice che ha la nausea di fare foto. Anche quando mi porto dietro la Fuji resta così, come l'ho messa. Non mi sento ispirata, non mi sento fotografa, non mi sento. Punto.

Ogni tanto ho qualche idea, che per lo più è su me stessa non volendo/potendo permettermi modelle ma l'idea lì rimane, esattamente come la mia Fuji nello zaino.
Entità che non può prendere forma, schiacciata da altri pensieri che in questo momento non riesco a mettere via.


Canzone del giorno: Anouk Who Cares

06 novembre 2018

Va tutto bene, è solo una merda

Oggi ho pranzato con Leonard, l'entomologo.
Mi fa piacere averlo conosciuto, è una delle persone più calme che io conosca. Ma quella calma che ti fa intuire che se mai dovesse arrabbiarsi farebbe a pezzi tavoli, mangerebbe persone, getterebbe bombe a mano e si cucirebbe le ferite da solo (probabilmente appena imparerà a cucire lo farà davvero).
Dicevo, abbiamo mangiato le stesse cose, tantissimo. Eravamo sazi da matti, tanto che se io ero tentata di slacciarmi i pantaloni per cercare di evitare di morire soffocata, lui comunque stava piuttosto bene e dato che di solito mangia il triplo di me ho capito di avere dato il mio meglio in cibo.
Cioè di aver mangiato come una scrofa grassa.
Mi fa tenerezza, lui. Perché come me vive in un mondo tutto suo. Come me e la maggior parte delle persone che conosco. E non è un insulto. Secondo me siamo dei supereroi che vorrebbero salvare il mondo ma non riescono nemmeno a salvare se stessi. Il che fa ancora più tenerezza.
Dicevo dopo aver mangiato come due bufali grassi lui torna al lavoro e io vado a vedere il World Press Photo. Ci ero già stata con un'amica ma era un giorno di festa ed era stracolmo di gente.
Oggi eravamo pochi così ho avuto modo di vedere più e più volte le foto di mio interesse. Capire con che obiettivo erano state scattate. Cercare di leggere le didascalie ma oh, quello non è proprio il mio forte. Lasciarmi andare ai lucciconi e ricominciare da capo.

Non contenta ho deciso di comprare un'altra crema corpo. Quelle che ho stanno finendo e io ho bisogno di qualcosa di un po' più grasso per il corpo, una crema cicciona perché se la pelle del viso è cicciona di suo, quella del corpo ha bisogno di più idratazione.

Così vado da naturasì e subito vengo braccata da una commessa.
"Posso aiutarla?"
"Ehm no, guardi, sto solo dando un'occhiata" (e dentro di me "Ma dove cazzo le avete messe le creme corpo?").
Così cedo, è un male cedere alle commesse, ve lo dico con esperienza. Io le ammiro, loro. Hanno un sacco di pazienza, darei fuoco alla gente per molto meno.
"No scusa, senti, dove sono le creme corpo? Avrei bisogno di un barattolone di crema un po' grassa per il corpo"
Mi segue, mi scruta, mi guarda la pelle delle mani, mi tira su le maniche del giacchino, mi tocca la pelle delle braccia. "Eh ma guardi che non è così secca".
"Bhe sì un po' sì, dopo la doccia ho bisogno di qualcosa di corposo"
"Eh ma rischia di otturare i pori, di impedire alla pelle di creare il film fosfolipidico, insomma poi la fa seccare ancora di più"
La guardo.
Mi guarda.

Mi torna in mente che ho sempre da discutere per avere quello che voglio, pur pagando.
Come quando vado dalla parrucchiera.
"Vorrei solo tinta e piega, grazie, non li voglio tagliare" - anticipando quello che poi, puntualmente, avverrà.
"Ma sarebbero da tagliare un pochino, solo spuntare, un centimetro. Sono rovinate le punte"
Le parrucchiere donne sono andate a lezione da parrucchieri uomini, per i quali si sa, le dimensioni contano e vengono sempre amplificate. Un centimetro di una parrucchiera corrisponde a quasi cinque centimetri reali.
"No, non li voglio tagliare"
"Eh ma poi la tinta non prende sulle punte"
"Me ne assumo la responsabilità, faccia pure" (poi mi chiedono perché me li tingo a casa)
"Eh ma poi non ottiene il risultato sperato"
E così via ad libitum.

"Guardi c'è questa crema che è un po' corposa ma si assorbe subito"
Osservo la scatola verde scuro che sa di prodotto creato negli anni '80. 70 ml, 19 euro. Scritta a lato "Usare solo su parti secche e molto screpolate del corpo ". Sottinteso, se la usi tutti i giorni dopo la doccia su tutto il corpo potrebbe cascarti l'epidermide in toto.
"Ehm no, mi sembra un po' eccessiva"
"Allora, ecco c'è questa Weleda, alla Rosa Mosqueta"
Guardo la scatola, rosa, per pelli da normali a secche, 200 ml 17 euro.
"Sì, meglio"
Mi guarda.
La guardo.

Sono affezionata alla Rosa Mosqueta perché l'olio mi ha aiutata nei periodi post cicatrice dopo il mio primo intervento al seno.

Pago, esco dal negozio, ha ricominciato a piovere. Prendo il bus di corsa, passo vicino a casa sul ponte che da' sul fiume Stura. Il fiume è agitato, fangoso.
È sempre più gonfio.

Un po' come i miei coglioni, se solo li avessi.

A casa, Madre al telefono con qualcuno, esclama "Eh, hanno spento anche i termosifoni, ci hanno lasciati al freddo"
Guardo il termostato: 24,5 gradi in casa. Sono a maniche corte e ho caldo.

Fuori piove più forte.
E piove forte anche dentro.

Canzone del giorno: Deftones Passenger

05 novembre 2018

Il mio fiume in piena

Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.

Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.

È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.

Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.

Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".

Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.

Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.

Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.

Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.

Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.

È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"

Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare.
STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."

Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.

Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.

Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.

Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre

Serracapriola (FG)

A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)



Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)





Canzone del giorno: Daniele Silvestri Ma che discorsi

01 novembre 2018

Wasted

Oggi è stata la giornata del larvismo. Dopo essermi accuratamente preparata per un appuntamento mancato, mi sono avvolta nelle coperte a guardare un po' quello che passava il convento. Anche se, come dice Zerocalcare, non è che solo perché abbiamo Netflix dobbiamo farci andare bene tutto quello che passa il convento (a me Dark era piaciuto, ma forse perché pensavo che i personaggi fossero due, dato che sono tutti uguali).



Così, nell'ordine, ho finito di vedere Castle Rock, daje che ci sono un botto di citazioni di Stephen King nella sigla (chiedo scusa agli appassionati ma io non lo ritengo nemmeno uno scrittore e sopporto a malapena il modo in cui mette insieme i caratteri alfanumerici - dato che quello per me non è scrivere - però i suoi racconti brevi mi garbano e in genere anche le serie tratte dai suoi caratteri alfanumerici, ecco) e non solo. Così riconosci la prigione, la cittadina, persino una minuscola citazione di Shining.
Va bhe mi è piaciuta però [ALLERTA SPOILER selezionare il testo per leggere] 'sta cosa che quando non sai come terminare una storia inconcludente ci devi per forza mettere un universo parallelo ha un po' sfrangiato i maroni. Come dire "ora metto insieme cose che non hanno senso ma invece di fare come Lynch che ti lascia così di merda da chiederti 'oh mio Dio che cazzo ho appena visto?' razionalizzi con una cosa che tanto va sempre bene, come il cacio sui maccheroni, l'universo parallelo, il portale ecc.
Finito quello e per dare un senso alla mia miserabile vita ho visto una delle cose più tristi che Netflix potesse trasmettere, ovvero Haunted. Praticamente c'è un sacco di gente che piange perché tormentata dai fantasmi. Ma ne intervistano una alla volta. Così c'è uno che è tormentato da una donna che vede impiccata nel suo armadio, ma poraccio, nessuno gli crede. Così lui non dorme più, probabilmente impazzisce e allora sì che la vede davvero la donna impiccata. E poi piangono tutti, perché accanto allo/a sciagurato/a ci sono parenti e amici che esclamano "Oh mio Dio, ma io non sapevo di tutto questo". E giù a lacrimare come dei mentecatti. Così via per 6 puntate da ben 24 minuti l'una. Tutto tempo che ho dovuto recuperare, perché è stato decisamente buttato nel cesso. Anche se la puntata del rapimento alieno mi ha fatto sganasciare così tanto che è valsa l'attesa delle 4 precedenti puntate in cui gente vedeva spiriti di ogni tipo, anche della senzatetto dell'angolo che ogni notte chiede le monetine "Ma io ho finito i soldi" e giù mazzate.
Mi verrebbe voglia di tirar loro in testa alcuni libri a caso, come il DSM-5 dato che vengono tutti da famiglie iper religiose e/o violente e probabilmente le visioni sono dovute a un distacco dalla realtà necessario per identificare il male in qualcosa di esterno.
O vista la stazza sono in iperglicemia (non ce n'era uno magro a pagarlo oro) e vedono marshmallow colorati ovunque, altro che fantasmi.

Dico, quindi, per recuperare quel tempo ho deciso di vedere un film, Mine (quando me l'hanno proposto ho letto main, all'inglese. NO, sono proprio le mine, ecco). [SPOILER qua e là] Se vi può consolare non ci sono universi paralleli, ma per due ore c'è uno inginocchiato nel deserto. No, non sta chiedendo in moglie nessuna però sta così. E ha deciso di farlo dove? Sopra una mina. E così sta immobile per due ore e all'inizio ho pensato che dai, qualcosa sarebbe successo, e invece niente. 
Poi però diventa introspettivo e ovviamente c'è l'happy handing (non quello del centro massaggi cinese) con bacio e amore e cuore e occhiali da sole. Diciamo che la prima metà del film potete gustarvela arrotolandovi una canna e sperando che la vita vada un po' meglio di come è andata finora, poi quando diventa figo (e sale anche l'effetto della droga) potete stare attenti cercando di non sbriciolare (e salivare) sulla tastiera i biscotti che state mangiando per via della fame chimica. Anche perché parte con le allucinazioni e cominci a chiederti cosa sia vero o finto. Poi l'animo da cervello portasapone che è insito in me comincia a chiedersi "Madonna che labbra screpolate, chissà quanto tempo gli ci andrà dopo per reidratarle" e poi ti dici che anche se il film è italiano i personaggi sono sicuramente statunitensi, perché solo una donna made in U.S.A. può pensare a una proposta di matrimonio se vede il suo uomo inginocchiarsi a terra. Capitasse a me lo aiuterei a rialzarsi pensando a una caduta "Te l'avevo detto di stare attento che ho appena lavato a terra, ti sei fatto male?".

Dovendo recuperare altre due ore preziose di tempo ho deciso di andare sul sicuro, e mi sono messa a canticchiare una canzoncina che mi piace, e mi piace perché è la sigla di una serie figa che ho visto tempo addietro: The Bridge.
La serie è danese/svedese, infatti ha doppio titolo originale Bron/Broen ed è un poliziesco. Quando me la consigliarono ero perplessa, i polizieschi non mi piacciono. Però, saranno le ambientazioni delle città nordiche, sarà che la protagonista è uno Sheldon al femminile, mi ci sono affezionata. E poi è vero che una volta visto un poliziesco non ha molto senso rivederlo perché sai già chi è l'assassino, ma qui gioca in mio favore la mia memoria corta e quindi al grido di Chi cazzo sarà mai stato? me lo sto riguardando. Praticamente trovano una donna morta sul ponte Øresund che collega la Danimarca alla Svezia. Peccato che sta proprio a metà, cioè le gambe si trovano su territorio danese e il busto su territorio svedese. Così due poliziotti delle rispettive località (Copenaghen e Malmö) devono collaborare per scoprire chi è stato. Chi sarà mai? Non so, non me lo ricordo, quindi niente spoiler. Pensate che la serie è talmente figa che gli statunitensi l'hanno voluta rifare (su territorio U.S.A - Mexico) e anche gli inglesi (questa versione però non l'ho vista quindi boh?).

In tutto questo mi sono ricordata che non ho paura dei fantasmi perché quando ero piccola mia mamma ci raccontava che la notte di ognissanti i morti si univano al mondo dei vivi e ci faceva lasciare dei biscotti e qualcosa da bere sul tavolo per il loro viaggio. Non ho in effetti mai avuto paura dei morti, dei fantasmi, ovviamente ho un sacco paura dei vivi che quelli sì che ti fanno male abbestia. Che una bastonata sui denti a volte è meglio, eh.

In più ho assistito da remoto a una scaramuccia di due fidanzati, uno dei quali mi ha scritto per chiedermi cortesemente di dire all'altro di sbloccarlo perché "non abbiamo più 5 anni" (e sì proprio per quello vedetevela tra voi e mi sono sentita come l'imperatore Commodo nel film Il Gladiatore che col pollice in giù diceva Scannatevi pure che io mo' mi siedo e guardo) e ho risposto dopo ennemila ore, più o meno tra la fine di Mine e l'inizio di The Bridge per dire che sì, era una giornata di merda anche per me e che non mi pareva il caso di mettermi in mezzo. Pollice verso.

Ora scusate ma torno alla mia maratona di The Bridge che le serie non si finiscono da sole e poi chissà chi cazzo era l'assassino, non me lo ricordo proprio.
Domani mi piacerebbe vedere Labadanzky che, stranamente, non è una serie. Non ci sono assassini dimenticati, né dimensioni parallele che spiegano ogni cosa. Solo robottoni giganti che sono installazioni artistiche.

Mentre il mio pebble mi ricorda che ho fatto 1258 passi (di solito supero i 10mila) plausibilmente tra il letto e il bagno, io torno al mio stadio larvale, mi impupo e attendo di spiegazzare le mie ali in volo.

Se scopro in fretta chi è l'assassino ve lo scrivo eh?

Canzone del giorno: Choir of Young Believers Hollow Talk