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30 ottobre 2016

La mia memoria (corta), la mia nuova Mantova

Chissà quanti post doppi ci sono su questo blog: ho una memoria tremenda. Ho però una memoria abbastanza visiva: mi ricordo i volti, le situazioni, ma non riesco a collegare le situazioni con le date o i volti con i nomi. A volte cancello delle cose e il mio cervellino le sostituisce con altre.
Sarei un pessimo testimone durante un processo.
Al lavoro mi ha sempre dato problemi questa cosa:
"Te l'ho spiegato un mese fa!"
"Ma sei sicura?"

E qui arriviamo al nocciolo della situazione. I supporti di memoria. Non potendo usufruire di un HD esterno dove poter andare a salvare i dati in eccesso, lascio che lo facciano per me altre cose.
Il supporto principale è per me la scrittura. Anche questo blog. Quando non ricordo quando è successa una cosa la cerco qui. Fino a poco tempo fa al mio (ex) lavoro ci era vietato prendere appunti per una questione di paura (terrore) di furto di dati. Era la mia fine.

Ricordate Twin Peaks? Quando lo davano ero piccola: capivo la metà delle cose e me ne sono accorta riguardandolo poco tempo fa.
Amo Lynch perché nei suoi film non si capisce un cazzo. Quindi ognuno ha titolo per dire quello che gli pare tipo "Secondo me in Mulholland Drive la seconda parte è l'incubo della prima e la scatolina è una metafora della scatola di fagioli che aveva mangiato il giorno prima e che le era risultata un po' indigesta".
Nein, amo Lynch perché amo i sogni e il suo mondo onirico mi affascina da morire.
Comunque in Twin Peaks il protagonista aveva un registratore. Ohibò, non appena l'ho visto ho capito che dovevo possederlo. Fu così che i miei cedettero al mio capriccio e mi presero un piccolo registratore a microcassette. Lo portavo ovunque. Nelle gite parrocchiali, nelle gite di classe, all'oratorio, forse anche a scuola (non ricordo) e lo usavo per studiare.
Non avendo una cameretta mi chiudevo nel cesso, leggevo le pagine del sussidiario e riascoltavo la mia voce tante volte da farmi venire la nausea, finché non riuscivo a far entrare le nozioni nella mia testolina da criceto. Il mio primo supporto alla memoria. Erano le elementari.

Ovviamente non è durata molto, anche se nelle vecchie cassettine si possono ascoltare ancora canzoni cantate in gruppo, barzellette sconce raccontate dagli amichetti, stralci di noiosissime nozioni.
Il supporto che più ho amato e che ancora adesso è con me è la macchina forografica.
Un giorno mi regalarono una Ricoh automatica. Una di quelle macchinette che scatti e non devi fare altro, con flash incorporato. Una scatola (nera) magica.
Ben presto molti istanti furono immortalati. Capodanni, natali, compleanni, grigliate, follie tra amici (chissà dove ha messo il mio caro amico - ora fotografo - una foto di me quindicenne in cui indosso i suoi boxer, ho le pinne ai piedi e il collare con le borchie al collo, seduta sul water chiuso mentre faccio finta di bere da una bottiglia qualcosa di imprecisato e coi capelli acconciati con una cresta imperfetta). Il mio nuovo supporto: immagini che potevo codificare. Non importava quando erano accadute quelle cose, c'erano state e non erano una fantasia della mia mente.
Ho cantato in un gruppo metal, ho le foto a dimostrarlo. Stavo insieme al bassista.
Giravo con dei ragazzotti punk, sìsì check.
Una volta avevo i capelli lunghi fino al sedere.
La mia migliore amica aveva una bellissima casa in campagna.

Con il digitale è stato diverso. La compatta era sempre con me. Processionarie in fila: click. Cartello strano: click. Sbronza allucinante: click (un po' mossa, eh?)

Sono sul treno per Firenze e sto procedendo a zig zag senza una direzione, vediamo dove arriviamo.
Oddio IO procedo a zig zag, non il treno. Ci tengo a specificare.

Comunque ho abbandonato la compatta per la mia fedelissima Canon 7d.

Mantova: centro storico patrimonio Unesco.
Concorso.
Andiamo a Mantova.

Ho un vago ricordo di Mantova. Palazzo Te e i suoi disegni, la camera degli sposi del Mantegna. Le vie acciottolate (che fanno urlare porca***onna a ogni passo) piccole.
Un mondo sospeso tra passato remoto e presente.

Con me la fedelissima T, testimone anche al Monte Sacro di Varese. Decidiamo di vederci al mattino per fare colazione in via borgovico e poi andare alla stazione con calma.
Mentre usciamo dal bar capiamo che la situazione di quella giornata non sarebbe stata normale. Un vecchino, con i tubicini dell'ossigeno al naso, stava cascando in terra appena ci ha viste. Ripresosi all'ultimo ha esclamato: "Non mi spaventate eh?".
Io e T ci guardiamo, il vecchino semimorente riprende la strada come se nulla fosse accaduto e rimaniamo in quell'attimo in cui ci chiediamo se effettivamente abbiamo sentito bene o se è stato tutto frutto della nostra immaginazione. Facciamo spallucce e andiamo in stazione.
Cömo - Milano Centrale
Milano Centrale - Mantova.
Lungo il tragitto salgono sul treno due poliziotti. Il secondo non riesco a inquadrarlo, non riuscivo a staccare gli occhi di dosso a quello che parlava con noi. GENTILISSIMO.
"Ragazze, cortesemente, posso chiedervi i documenti?"
Eh, certo, una mezza tossica e un'extracomunitaria, avrà pensato, ho fatto bingo.
Consegno i miei documenti, T il suo visto. Scaduto.
"Questo è scaduto"
"Eh sì sto aspettando che mi arrivino i documenti"
"Ma ha già avviato le pratiche?"
Quando T è nervosa ride. Comincia a ridere.
"No non ancora"
Il poliziotto fa una smorfia tra il compiaciuto e l'indeciso.
T continua "Sono sposata, sto aspettando i documenti"
"Ahhh va bene"
Altra veloce occhiata e se ne vanno.
Poco prima T mi aveva confessato di sentirsi a disagio quando c'erano poliziotti in giro perché sa che stanno cercando qualcuno e lei non ha ancora i documenti che però dovrebbero essere già suoi da tempo. Lentezze sudamericane.
Arriviamo a Mantova e, tempo due minuti, ci perdiamo. Dopo ovviamente aver incrociato un intero scuolabus con bambini appiccicati ai vetri che ci salutano e dei ragazzini che esclamano "Che cazzo hai fatto ai capelli?".
Google maps non ha nessun potere sul nostro istinto malevolo di orientamento. Gira a destra, gira a sinistra, e nulla. Il coso per mangiare tramezzini non c'è. T chiede informazioni ma una signora le risponde male.
Meno male da qui in avanti i Mantovani si dimostreranno persino eccessivamente gentili. Troviamo appunto di che mangiare e proprio i ragazzotti che ci servono ci danno qualche indicazione spontanea su Mantova. Dove prendere le mappe, cosa vedere, ecc.

Io uso il mio nuovo (vecchio) obiettivo Helios e mettere a fuoco è un'impresa.

Ma non siamo qui per parlar di foto. Trottiamo come delle pazze per cercare di imprimere qualcosa di interessante ma  riesco a ricavarne poco. Bici. Foglie autunnali. Le solite cazzo di cose.

Con un po' di stanchezza, e dopo aver comprato della sbrisolona farcita da portare agli amici, arriviamo a Palazzo Te. Stormi di volatili in cielo.
Sembra di essere dentro una sceneggiatura del film di Hitchcock.

Presto o tardi sarebbe capitato.
Splat.
Sulla mia testa e sul cappotto e lo zaino di T.

Pulendoci alla meglio andiamo in stazione dove compriamo i biglietti per Cömo in biglietteria. Non quella automatica, c'era proprio l'omino. Ho vaghi ricordi di questa cosa, forse l'ultima volta che è successo è stato nel 2008. Ricordo sì, parlai con uno di questi omini mitologici, metà uomo e metà sedia, per un biglietto per Firenze.

Comunque T mi guarda e mi chiede: "Dobbiamo timbrarlo?"
"Ma va, ora anche i regionali hanno degli orari, figurati tranquilla.

Saliamo sul treno, controllore: "Questo doveva essere obliterato lo sapete?"
"Colpa mia, ero convinta che non si dovesse"
"Quindi la paghi tu la contravvenzione?"
Ride, gli chiedo di chiudere un occhio. "Ma per voi chiudo tutti e due gli occhi, si vede che avete fatto il biglietto oggi, tranquille"
Fiù

Salgono 3 capotreni/controllori Trenord. Uno con un accento del sud molto forte.
Attaccano bottone.
Stavo quasi per dire "Almeno voi no, ve prego" quando mi sono trattenuta. Alla fine siamo state al gioco, non hanno chiesto il numero o simili, cercavano solo di chiacchierare.
È una cosa che alla fine capisci al volo, dove vogliono andare a parare le persone che hai di fronte. Soprattutto dopo centinaia di approcci (anche senza alcun doppio fine, ovvio). All'inizio sei sperduto, specialmente quando ti insegnano che le persone cercano sempre di avere un ritorno e ci metti anni per fidarti nuovamente delle persone.

La nostra giornata è stata questa, la mia vita è quasi sempre questa. Una giornata lunghissima piena di avventure che continuerà nel prossimo post di Firenze.
Stay Tuned.

06 luglio 2014

Il mio scivolone
I miei primi giorni di lavoro

Il 2/7 sono andata a fare una visita medica: nello specifico un'ecocardio a Bregnano.
Dov'è Bregnano? Un posto inculatissimo dove passa un solo autobus all'ora.

Quindi per arrivare lì ho dovuto progettare la mia partenza in modo da arrivare con un discretissimo anticipo, tipo 50 minuti di anticipo.
Sono partita da casa alle 7:20.

La stazione dei bus è a 15 minuti di distanza da casa, ma sono partita che già un po' piovigginava. Mentre ero intenta a cambiare canzone sullo smartphone dal mio smartwatch (minchia che tecnologica!) la suola delle mie scarpe demmerda costate pochissimo, scivola su un tombino demmerda e mi ritrovo in posa plasticissima per terra. Ginocchio destro sbattuto abbestia, gamba sinistra tirata, jeans sporco di ogni cosa e rotto. Ginocchio sbucciato.
Madonne che volano.

Non potevo tornare a casa, avrei perso il bus, quindi così conciata e mezza zoppicante vado a prendere il bus.

Arrivata a Bregnano, dalla fermata del bus ho ben 20 minuti di felice camminata a piedi in luoghi dove i marciapiedi non esistono e dove già smadonno per aver scelto un posto così.

Arrivo, mi metto in coda per l'accettazione, ma la mia prenotazione non risulta.
Santi che volano.

Non è una cosa così infrequente, tanto che un altro ragazzo nello sportello accanto al mio ha lo stesso problema. Mi dice la segretaria che può comunque mettermi in coda e quando il dottore ha tempo, mi visita.
Avevo la visita alle 9:40, mi metto in attesa.

Alla fine per mia fortuna il dottore ha uno spazio poco prima delle 10, quindi mi fa entrare, mi fa velocemente la visita, ed esco. Sono le 10:10 circa.
Il bus per tornare è alle 10:26, se corro posso fare in tempo forse, ma puta caso lo perdessi dovrei aspettare nel nulla fino alle 11:47. Così decido di sedermi nella struttura, in un angolino, a leggere.
Alle 11 circa viene giù il diluvio universale.
Pioggia fortissima e vento e io nell'angolino a leggere e a sperare che smetta.
Che ve lo dico a fare? Non smette!

Esco col mio ombrellino piccolissimo che però nulla può con la pioggia che mi viene addosso e riesco a bagnarmi (ero davvero da strizzare) da metà coscia in giù. Le scarpe erano così messe male che anche i calzini erano bagnati.
Arrivo alla fermata che sono in condizioni pietose. Quando salgo sul bus persino l'autista mi lancia uno sguardo impietosito, io faccio un mezzo sorrisino come a dire "sì lo so, son messa male, non guardarmi così".
Ed ecco finita la mia giornata.

Il giorno dopo invece sono cominciati i miei due meravigliosi primi giorni di lavoro, in cui ho passato momenti di panico per non aver capito nulla, momenti di gioia per aver visualizzato una sorta di piccolo bagliore alla fine del tunnel, momenti di scazzo perché alla fin del salmo torno a casa alle 19:30.
Per fortuna ho una collega ganza con cui faccio la strada e con cui mi trovo bene. Ho una paura boia di cominciare, temo di fare grandi cagate e di essere giudicata. Ma non vedo l'ora di prendere il mio primo stipendio e levarmi qualche sfizio...