Ho finito il mio workout di 28 giorni con la mia coreana assassina del cuore, Chloe Ting. Nessun risultato miracoloso, solo tanta fatica e sudore. Un chiletto perso, ma girovita sicuramente più fine. Ho un fisico del menga, comincio a ingrassare da gambe e chiappe e quando arrivo alla pancia, diversi kg più avanti, ormai è troppo tardi e per perderli devo faticare (in passato smettendo di mangiare ma stavolta non ha funzionato). A volte in passato mi hanno recriminato il fatto di essere pigra, nein, ho costanza ma per mostrare questa mia dote servono degli ingredienti fondamentali, come ad esempio la disperazione. La stessa che mi ha portato a diventare sviluppatrice Java perché di stare al telefono non ne potevo più. Dato che non sopporto chi si lamenta senza almeno provare a cambiare la propria condizione (mentre chi prova e non riesce ha tutte le giustificazioni del mondo per imprecare, IMHO) prima di lagnarmi le provo tutte. Anche andando a Benevento per una Academy su Java. Detto questo domani comincio un workout assassino di 14 giorni un pochino più pesantuccio.
Io e Cliff stiamo leggendo la saga di Blackwater. Siamo al terzo libro e finalmente accade qualcosa. Devo dire che i volumetti sono piccoli e scorrevoli, per ora li stiamo leggendo su ebook reader ma viste le edizioni davvero carucce vorremmo acquistarli cartacei. A volte finisce prima lui, a volte prima io. Questa volta sono rimasta indietro io perché attendevo che lui finisse il volume secondo e quando lo ha finito non mi ha avvertita di aver cominciato il terzo. PUSILLANIME! Ma in pochi giorni sto rimediando, peccato che...
mi sono fatta un regalone che mi è arrivato ieri. La tanto amata e desiderata Steam Deck. Così oggi ho finito Gris, dopo anni, e riprendo a giocare avendo una console che mi permette di usarla su letto o divano. Occhio però pesa. Se la usate a letto state seduti, se vi scivola in faccia potrebbe cambiarvi i connotati. La Steam Deck ha su una distro Linux quindi, miei cari e piccoli smanettoni, è una console ideale per tante varissime cose. Oltre a quello mi sono presa su Aliexpress, Miyoo, esteticamente sembra un vecchio gameboy, in verità puoi installarci degli emulatori per una miriade di giochi da quelli del gameboy classico e fino alla ps1. Inutile dire che per entrambe le cose, tutta colpa del mio adorato Cliff. Il Miyoo (mini plus) l'ho preso inizialmente per mia sorella (la quale ha smesso qualsiasi interazione col resto del mondo per giocare a SuperMario) ma quando l'ho provata mi sono accorta che è davvero una goduria e mentre la Steam Deck si può usare nelle lunghe pause o la sera se non si ha voglia di mettersi sulla scrivania e accendere il PC, Miyoo puoi accenderlo anche in bagno durante le sedute di gabinetto, in pausa pranzo, in attesa che arrivi il tram, sul tram, smadonnando mentre si cammina per km avendo perso la fermata del lavoro per l'ultimo combattimento di Tekken...
Mi è venuto in mente di riprendere l'università, e l'unica facoltà di Scienze Biologiche possibile da fare online è eCampus, ci andrò a parlare lunedì ma le recensioni li spacciano già per truffatori (bene ma non benissimo). Pensavo a Scienze Biologiche per capire se è possibile recuperare parte degli 11 esami dati 20 anni fa (secondo eCampus probabilmente sì) ma dato che costa davvero tantissimo, mi sono già mezzo informata, l'alternativa è la facoltà di psicologia o a Perugia o a Urbino. Propendo per la seconda dato che quando all'università di Perugia ho inviato una richiesta di informazioni via email, ben articolata, loro mi han risposto con un link che sì, va bhe, grazie al ca$$o, lo avevo già letto.
Purtroppo, nel fare tutte queste cose, non sto suonando il violino. Se mi leggesse il mio Sensei brontolerebbe assaje, ma noi saremo bravi e non glielo diremo. Ora devo dimagrire e leggere e giocare. Tra qualche giorno farò rientrare nella mia routine quotidiana anche quel meraviglioso strumento, che mi sopporta e sopporta ancora la mia incapacità di suonarlo decentemente. Scusami.
La Feltrinelli ha deciso di scontare alcuni saggi Cortina del 20%: chi aveva detto "No questo mese è l'ultima spesa che faccio" parlando della Steam Deck e ha affrontato con nonchalance il checkout del sito de La Feltrinelli? Non faccio nomi, perché sono tutte solo supposizioni.
Canzone del giorno: I Got YouThe White Buffalo (per il metallaro del mio cuore)
Il mio sensei ben predisposto alla lezione di domani
Sto guardando un horror talmente coinvolgente che ho pensato di scrivere sul blog.
Oggi riflettevo sulla mia fortunata realtà lavorativa in un periodo, questo, di crisi per tutti. L'azienda di Maleventum sta licenziando con scuse assurde, dopo tutta la fatica di stare lì, accettare eventuali trasferimenti, e via discorrendo. Sembra che a nessuno interessi la salute psicologica delle persone.
Ho solo un problema coi miei attuali colleghi: loro si conoscono da una marea di anni e io non mi sto facendo conoscere; il mio terapeuta, David Gnomo, si è raccomandato di andare a pranzo con loro, di farmi conoscere, ma io nada. Me lo hanno chiesto qualche volta poi si sono (giustamente) chiusi in un silenzio tombale.
Io passo la pausa pranzo in un bar accanto a una palestra dove fanno arrampicata. Dalle vetrate trasparenti vedo gente di ogni età che sale e cade, sale e cade, mentre mi bevo un (vero) caffè americano e leggo.
Ho anche sentito un audiolibro, era quello che durava meno tra quelli che avevo, circa 4 ore:
Nel mare ci sono i coccodrilli. Vi prego, leggetelo ma non fate come me, non ascoltate l'audiolibro in mezzo alla strada piangendo lacrime amare al pensiero di quello che è capitato.
Leggetelo a casa, sotto le coperte calde, al sicuro. Piangete tutto quello che avete da piangere (perché vi assicuro che lo farete) a casa.
Così mi isolo, è quello che riesco a fare meglio. Ma soprattutto una cosa stranissima che non mi è mai capitata, i miei colleghi si fanno i cazzi loro. Ma in maniera estrema. Sapevano che ho male al ginocchio perché zoppico ma non chiedono nulla, sapevano del mio saggio di violino, ma niente. Ho rifatto tinta e mi sono tagliata i capelli, nulla.
Penso che se entrassi nuda in ufficio, farebbero un cenno del capo e, senza alcuna inflessione, pronuncerebbero il solito Buongiorno.
Non che mi dispiaccia, ma è strano, anche se lo vedo più vicino alla mia realtà.
Mi rendo conto di non avere ancora scritto de La Scarzuola, ma mi ci va un po' perché è un luogo particolare. Più del luogo, il proprietario del luogo (che fa da guida) è la persona più assurda che abbia incontrato nella mia vita. Dico solo che dovrò tornarci perché non ho fotografato nulla per sentire le sue follie.
Accadono tante cose, è sufficiente sapere questo. Stai serena ****. Fregatene. Sei una persona magnifica.
L'altroieri ho lasciato il mio nuovo violino al liutaio. Non ha ancora un nome (il violino, non il liutaio) ma comunque mi piangeva il cuore lasciarlo.
In verità il negoziante (da cui l'ho comprato ma online) mi aveva consigliato di fargli dare un occhio subito. Ma con la fregola di accordarlo e portarlo a casa ho declinato cortesemente l'offerta.
Dopo qualche giorno ho pensato che però avrebbe avuto senso farlo controllare, così lo porto.
Do' sempre per scontato che le persone si ricordino di me per i miei capelli:
- Ciao, ti ricordi di me? Ho ritirato qui il violino la settimana scorsa, mi avevate detto che potevo portarlo per farlo guardare.
Sguardo spaesato.
- Bhe comunque vorrei montare gli altri 3 tiracantini e ti chiedo se puoi controllare perché sembra frizzare quando suono.
Sì, ho detto proprio frizzare.
Ammiro tanto i liutai perché il loro lavoro è arte. Prende il violino, lo gira, lo controlla, sentenzia.
AH.
- Cosa?
Le corde sono troppo alte. E qui vicino al ricciolo invece sono praticamente attaccate. Per la vibrazione che senti quando suoni, vediamo.
Prende una pinza, smonta il tiracantino del mi, l'unico presente all'appello, lo rimonta, stringe. Mi si stringe anche un po' il cuoricino.
Prova a suonare ora.
Sapevo che sarebbe accaduto, prendo l'archetto, lo tiro e nella mia testa un solo mantra
LaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaMiiiiiiiiiiiiiiiReeeeeeeee (non appoggio le dita per non stonare e mi dedico alle corde vuote)
- Ok sembra non frizzare più.
Allora, direi che diamo una sistemata alle corde, le abbassiamo un po', poggiamo meglio il ponticello, mettiamo un piccolo tubicino di plastica attorno a ciascuna corda all'altezza del ponticello per proteggere corde e ponticello - molti violinisti non lo vogliono mettere perché dicono che attutisca il suono ma non è vero, conosco molti violinisti che lo hanno e non se ne lamentano...
- Mhm ok per questo sentirò il mio Maestro
... ok, allora per quello ci risentiamo, e poi diamo una sistemata all'anima. Venerdì sera dovrebbe essere pronto.
Insomma, il violino ha un'anima, possiamo toccarla, spostarla, in modo da rendere il suono migliore. È strano usare la parola anima per qualcosa di fisico e tangibile, in questo gli archi sono "persone migliori". Un buon liutaio può magicamente sistemarli, noi invece abbiamo bisogno di un lavoro continuo e silenzioso, anche gli specialisti migliori ci mettono del tempo e comunque senza il lavoro personale non si approda a nulla.
Invece il buon liutaio questa sera mi renderà uno strumento migliore che purtroppo avrà bisogno di tempo per essere suonato decentemente. Se non mi sta insegnando ad avere pazienza questo strumento, non so chi altri può farlo.
La lezione di ieri è stata un continuo stonare ma soprattutto sbagliare i tempi. Chi ha inventato i 3/4 probabilmente è stato messo al rogo, ma soprattutto questo passaggio:
non mi farà dormire la notte.
Tornando a casa ho dovuto riascoltare il pezzo cinquecento volte per assimilarlo, riprovarlo a casa e nonostante questo qualcosa non mi torna.
Dopo il saggio ho proposto alle ragazze di continuare a suonare insieme e preparare pezzi che ci piacciono, al Sensei è piaciuta la cosa, tanto che ha ventilato anche l'ipotesi di un'eventuale partecipazione di un violoncellista (Sì ma deve essere incapace come noi, se no è finita).
Come sempre è accaduto nella mia vita, due cose mi portano in salvo. La musica e i libri.
Isolarmi dal contesto, trovare una dimensione personale o parallela, concentrarmi su altro. E cercare di suonare uno strumento così complicato porta dietro tutta una serie di altre cose: perseveranza, pazienza, costanza, cose che mi sono sempre mancate ma che sto imparando.
Anni fa (direi ormai 19 circa) qualcuno mi disse di trovare una cosa che fosse mia, e solo mia. Chissà che non l'abbia trovata.
Quando le persone mi chiedono quale fosse stato il mio primo amore musicale rispondo quasi istantaneamente "il basso". Ma un bacio perugina mi allertò, un giorno, dicendomi che l'amore vero è quello che muore se non rivelato.
Ed ecco che tornata in gianduiottolandia scovo il mio violino, ben chiuso nella custodia, buttato sotto la scrivania, totalmente impolverato. Decido di portarlo a casa Tasso, la mia tana. Mal che vada posso appenderlo, penso.
La mia storia d'amore con questo strumento è, per l'appunto, di quelle mai dichiarate. Ha cominciato a piacermi da piccina, forse facevo le scuole medie, qualche volta ho osato chiederlo in regalo ma al suo posto è arrivata una chitarra classica, comunque apprezzatissima, finché non me lo regalarono nel Natale del lontano 2000.
Qualche anno dopo ci provai, ma il corteggiamento durò poco. Come per alcuni libri, per i quali non sempre è il momento giusto di affrontarli, il violino tornò nella sua custodia e lì ci rimase fino a questo ottobre quando, dopo una preiscrizione piena di dubbi al Centro di formazione musicale di Torino, ho cominciato effettivamente a prendere le lezioni sotto lo sguardo attento del Maestro (che chiameremo Sensei Massimo).
Del resto una supplente di musica delle scuole medie me lo disse: "Continua a studiare musica, sei portata".
Essere portati però col violino serve a poco, a volte è più uno smadonnamento (anche dei vicini di casa) fatto di stridii senza alcun senso e di lezioni composte solo di "No, è stonato, ripeti", "No, ancora", "Calante, ricomincia".
Come nella migliore delle mie tradizioni dopo qualche mese stavo per mollare, non vedevo miglioramenti ma proprio nell'ottica di un cambiamento radicale della mia persona ho insistito. E insistere è servito.
Mi sono imposta almeno mezz'ora di suonata/stridìo al giorno, all'inizio le dita mi facevano malissimo, ma non ho smesso.
Finito il turno di lavoro imbracciavo il violino e andavo avanti, anche se non avevo voglia, anche se ero stanca. Lo avevo preso come un secondo lavoro, il turno della suonata. Era l'unico modo in cui potessi affrontarla.
Il mio grosso problema con le cose è che sono relativamente brava quando comincio. Al corso di Tedesco l'insegnante mi chiese se lo avessi già studiato perché la mia pronuncia era molto buona. Al corso Java erano tutti stupiti da come mi destreggiassi con la programmazione strutturata (sieee, una volta arrivata alla programmazione a oggetti mi sono arenata irrimediabilmente).
Poi arriva il momento in cui serve impegnarsi per andare oltre, e a quel punto mi chiedo se il gioco vale la candela. Voglio davvero impegnarmi per fare questa cosa, oppure posso cominciare a impararne una nuova?
Inutile che ve lo racconti perché lo avrò scritto un milione di volte su questo blog, passo oltre e comincio una cosa nuova.
Per tutta una serie di cose, questa volta non solo non è successo, l'impegno costante mi ha dato nuova energia, tanto che ora suonare non è più un lavoro ma un piacere, la lezione non è più una forzatura ma attendo con ansia quel giorno della settimana.
Suono da sei mesi, son pochi, pochissimi, eppure non vado male. Ovvio, se mi sentiste suonare vi dovreste munire di tappi per le orecchie per proteggere i timpani ma ho le mie buonissime ragioni per dirvi e dirmi che poteva andare molto peggio (e se lo dico io che son bravina, c'è solo da fidarsi). Questo strumento del demonio sta diventando mio amico e non solo parteciperò al saggio (cosa che fino a un paio di mesi fa avrei evitato volentieri) ma proseguirò con la scuola l'anno prossimo e so già quale nuovo violino acquistare (a rate, il mio secondo acquisto a rate, viva la povertà e i debiti, miei prossimi amici).
Vi odio e poi vi amo e poi vi odio e poi vi amo...
Vorrei consigliare a tutti di imparare a suonare uno strumento, uno qualsiasi. Difficile, strano, stupido, qualsiasi cosa che permetta di capire cosa significhi amare e odiare nello stesso tempo, che spinga ad affrontare l'ansia e la paura di sbagliare e mettersi in gioco.
Sono soddisfatta, per lui e per tante altre cose.
Cliff mi sopporta e supporta, ascolta pazientemente le mie steccate ed era con me alla prima lezione quando, uscendo saltellando, gli dissi quanto fossi entusiasta e come la lezione fosse andata bene. E quando uscivo affranta e frustrata mi ricordava quanto fossi brava e che in poco tempo avevo raggiunto ottimi risultati. Che l'impegno dava i suoi frutti. Che il violino è uno strumento difficile.
E ora mi tocca affrontare la mia balena bianca: il vibrato.
Ricevo una email da un medico.
In allegato, la ricetta per un farmaco.
C'è il nome nell'intestazione, ma non sono io. L'anno di nascita è diverso, la residenza, insomma una mia povera omonima sta aspettando la ricetta di questo farmaco ma non l'avrà mai.
In calce un avviso scritto in maiuscolo: QUESTO MESSAGGIO E' INTESO PER I SOLI INTERESSATI E CONTIENE INFORMAZIONI CONFIDENZIALI E SENSIBILI; SE RICEVUTO PER ERRORE, SI PREGA DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE IL MITTENTE E CANCELLARE IL MESSAGGIO SENZA TRATTENERNE COPIA. GRAZIE.
Rispondo: Buongiorno, si tratta di un errore di omonimia. Il mio codice fiscale è diverso e non uso il farmaco della ricetta
Buona giornata
Qualche ora dopo mi viene inoltrata nuovamente la stessa ricetta.
Rispondo: Buonasera. Sono sempre la Colombo Carla sbagliata. Si faccia dare l'indirizzo email corretto, probabilmente nome e cognome sono invertiti o c'è qualche numero in fondo alla user
Buona giornata
Passano due settimane tranquille, ricevuto due email dallo stesso medico con ricette per due farmaci diversi.
Lo chiamo. Non risponde.
Lo chiamo il giorno dopo. Risponde la segreteria telefonica in cui mi comunicano che sono chiusi e di chiamare negli orari indicati.
Chiamo negli orari indicati. Non risponde.
Mentre decido il da farsi per la mia omonima che sta aspettando questi farmaci importanti devo affrontare un nuovo piccolo trauma: il mio medico è cambiato.
Lo aggiungo ai piccoli microtraumi già affrontati e mal superati in passato, e racconto un breve sunto di questa piccola avventura.
Ho 16 anni e il mio tumore è tornato, che sfiga. Ma ho la fortuna di essere ancora seguita dall'ospedale pediatrico. Le pareti azzurre, il personale gentile, nessun vecchio che scatarra in giro. Nella sfiga sono relativamente fortunata.
Quando ho qualsiasi problema di qualsiasi tipo chiedo ai miei medici, mi trovano sempre uno specialista pronto a torturarmi per capire cosa c'è che non va.
Pochi mesi prima della mia ricaduta un mio caro amico si ammala di una roba simile alla mia, un po' più merdosa però. Lui finisce dritto all'ospedale dei vecchi.
Lo vado a trovare, pieno di vecchi, per l'appunto, pareti gialle (non si capisce se ingiallite o dipinte in quel modo), medici e infermieri che se hai culo becchi quello gentile.
A seguito del mio rientro in ospedale ce la meniamo.
"Nel mio ci sono le pareti azzurre e ci vengono i clown (bhe io i clown li odio, proprio per questa ragione ma se ne parlerà in un altro momento)"
"Nel mio ci sono specialisti affermati"
"Bhe io ho una stanza tutta mia e tv con videoregistratore"
"Dai, solo perché stanno ristrutturando oncologia e dato che sei una delle pazienti più grandi ti hanno spedito al reparto isolamento"
E via così.
Accadono cose che mi fanno vincere a tavolino.
Prima dell'intervento per errore, al mattino, gli danno la colazione. Non potendo fargli l'anestesia totale, decidono di procedere per la locale, anestetizzando strato dopo strato mentre procedono. Una brutta cicatrice, a quanto pare.
Vero, anche io sono stata aperta dove non dovevo, ma avevo già una cicatrice sotto, fatta 3 anni prima, per cui non lo considero un grave danno.
In più mentre gli mettono una flebo, il tubicino cade, e senza disinfettare il gommino dentro cui avrebbero inserito il farmaco con la siringa, procedono lo stesso.
Lo sfanculizzo "Vedi in che ospedale di merda sei finito?".
Ride.
Arrivano i 18 anni, cominciano a vedere che la mia tiroide da' di matto, mi programmano altre analisi, comincia la mia neverending story con l'Eutirox, mi stringono la mano e annunciano "È ora di passarti al nomeospedalepervecchi". È così ingiusto crescere.
Primo trauma.
L'endocrinologo da cui vengo spedita è guardato con sospetto per i primi 3 anni. In verità fa un lavoro figo, segue le persone che hanno avuto un tumore in età pediatrica per tutta la vita. Mi sento quasi importante, i miei dati potranno servire per risistemare terapie e tossicità ai piccoli pazienti del futuro, dimenticandomi che già in quegli anni le terapie sono migliorate, la famigerata radioterapia a mantellina è un brutto ricordo dell'era di Chernobyl e molti protocolli sono già cambiati.
Facendo un rapido calcolo ad oggi sono 21 anni che mi segue. Ci vediamo una volta l'anno e ormai mi sono abituata al suo modo di reagire agli eventi "Non vorrei esagerare e farla preoccupare, ma nemmeno che prendesse questa cosa sottogamba".
E penso che lui si sia abituato alle mie dimenticanze di visite, esami vari ("ma la visita dalla senologa non l'ha fatta? E la visita dermatologica? Gli esami del sangue me li invia la settimana prossima?"), ai miei ritardi, ai miei cambiamenti di città ("Dove vive ora?").
Da circa 3 anni mi visita costantemente insieme a un dottorino più giovane (di cui ho forse già parlato). Quando gli mando le email lo inserisce sempre in copia conoscenza e ben presto ha cominciato a rispondere direttamente il dottorino ai miei quesiti.
Ricevo una email qualche giorno fa dal dottorino. Il mio endocrinologo non è in copia. Cattivo segnale.
Sarà andato in pensione senza salutare i suoi pazienti?
È come una separazione non consensuale, dove uno prende armi e bagagli e se ne va e l'altro rimane pensando che 21 anni non sono pochi. Che ora dovrà affrontare questo viaggio merdoso con uno sconosciuto, chi lo dirà ai bambini?
Nessuno pensa mai ai bambini.
Mi sarei immaginata qualsiasi scenario in questa vita, ma mai di vivere nel bel mezzo di una pandemia.
Non immaginate scene alla Sliding doors?
Io sì, cosa sarebbe capitato se, ad esempio, al momento della chiusura della Lombardia io mi fossi trovata a Torino?
Torno un attimo indietro: dato che ho usato spesso questo spazio come diario personale in cui ho scritto davvero di tutto, visite mediche, cose buffe capitate, colloqui di lavoro, racconti, sfoghi, ecc, non posso evitare di scrivere un piccolo appunto su una pandemia.
Sì, una pandemia.
È cominciato tutto verso fine dicembre 2019, credo. Lo spillover, il salto di specie del virus, ora identificato come SARS-CoV-2 (ma più comunemente conosciuto come Coronavirus - termine generico che indica un gruppo di virus a cui appartengono anche il virus del raffreddore e dell'influenza) è partito, pare, dalla città cinese di Wuhan. Molto spesso cominciano così, nei mercati in cui viene venduta e/o consumata carne di animali selvatici. Saranno stati i soliti pipistrelli? I serpenti? Chissà.
Fatto sta che i primi sintomi di un certo tipo di polmonite virale sono stati rinvenuti tra le persone che lavoravano in questi mercati che vendevano carne fresca di bestie selvatiche.
Il virus in breve ha fatto il giro del mondo. La malattia provocata dal virus (Covid-19) è stata presto riscontrata in altre zone del mondo e l'Italia è stata duramente colpita.
La cosa buffa è che ci sentiamo sempre estranei a queste cose, soprattutto perché spesso capitano dall'altra parte del mondo. Penso alla reazione che potrebbe aver avuto un italiano medio di fronte all'epidemia di Ebola avvenuta in Africa credo nel 2014-2015 (Tanto qui non arriverà mai).
La reazione iniziale al Covid-19 è stata più o meno questa: è un influenza, che me frega? Abbiamo continuato tutti a uscire, io stessa, a fare aperitivi con gli amici, a ironizzare e scherzarci su, a bere Corona, a pensare di preparare cartelli con su scritto #guariremotutti.
Presto hanno messo in quarantena piccole realtà in cui nuovi focolai stavano esplodendo. A Codogno (che manco sapevo dove cazzo stava) ad esempio, le strade erano bloccate. Non si entrava né si usciva.
Da qui arriviamo al weekend del 7 marzo. Sarei dovuta tornare a Torino l'8 marzo, domenica, quando sabato sera nella chat di lavoro mi scrivono che la Lombardia verrà chiusa.
Ero (e sono) in Lombardia.
In qualche modo alcuni giornali erano venuti in possesso della bozza del decreto che sarebbe uscito il giorno dopo e, a quanto pare, avevano intenzione di bloccare i movimenti da e verso la Lombardia a meno che non si fosse trattato di rientro al domicilio, di situazioni di lavoro oppure di salute.
Ero stata invitata a partire quella sera stessa ma ho fatto bene a non farlo. In stazione, presi dal panico, si sono riversate migliaia di persone che sono andate ad affollare i treni spargendo l'epidemia un po' ovunque (anche al Sud che fino ad allora era relativamente tranquillo).
Il giorno dopo, a decreto ufficializzato, ho deciso di non rientrare a Torino. Scelta un po' forzata dal fatto che Madre ha più di 70 anni e tornando l'avrei messa a rischio.
Quindi, scuole chiuse fino al 3 aprile e la follia della gente corsa al supermercato a fare incetta di generi alimentari. Seguono a ruota sui vari social le foto degli scaffali vuoti ai supermercati (tranne per le penne lisce, quelle non se l'è inculate nessuno, che cazzo a me piacciono un sacco le penne lisce). Il giorno successivo tutta l'Italia viene chiusa. Nessuno spostamento da e per nessuna località, necessità di autocertificazione per eventuali spostamenti (concessi solo per spesa, emergenze, lavoro e rientro a domicilio). Spesa uno per volta e a distanza di sicurezza di un metro (con code immense fuori dai supermercati per le grandi città). Niente assembramenti. Niente vicinanza. No in macchina in due. Le mascherine sono finite. Controlli a gogò sulle persone in giro. Sanzioni per chi fosse risultato con autocertificazione falsa.
L'apocalisse.
D'improvviso tutti in giro con la mascherina chirurgica (but, i virus hanno bisogno di filtri migliori e quindi non serve a un cazzo. La mascherina protegge dai batteri ma ai virus gli fa un baffo). Qualcuno con i guanti in nitrile.
Un buon romanzo distopico lo avrebbe già predetto (peccato non aver terminato e pubblicato il mio racconto cominciato più di un anno fa in cui parlo di un futuro - immaginario? - in cui non si può uscire di casa se non con la maschera antigas). Il contenimento è attuato, ogni giorno ci viene tolta un po' di libertà individuale (sì, è vero, ma concordo sul fatto che sia necessario). Ovviamente non si può più viaggiare.
Del va e vieni delle sbarre è stanco L'occhio, tanto che nulla più trattiene. Mille sbarre soltanto ovunque vede E nessun mondo dietro mille sbarre. Molle ritmo di passi che flessuosi e forti Girano in minima circonferenza, è una danza di forze intorno a un centro ove stordito un gran volere dorme. Solo dalle pupille il velo a volte S'alza muto - . Un'immagine vi pènetra, scorre la quiete tesa delle membra - e nel cuore si smorza.
Noi siamo fortunati: oltre a essere in due abbiamo mille cose da fare e mille passioni. Proprio ieri abbiamo scattato delle foto a pellicola in casa e le abbiamo sviluppate, scansionate, catalogate. Sto leggendo tantissimo, sto seguendo un corso di javascript, suono (e a tratti scrivo).
Ma leggo notizie raccapriccianti sull'aumento delle violenze domestiche, di depressione, e anche nelle varie chat di Whatsapp la situazione non è delle migliori.
Ogni tanto videochattiamo tra amici, ci raccontiamo cosa cuciniamo (perché sì, ormai cucinare è uno dei pochi piaceri concessi e ci si impegna parecchio in questo senso).
Ma chi è il virus della SARS-Cov-2? Non se ne sa molto se non cose che tutti possono apprendere facendo una piccola ricerca. Intanto fa parte della famiglia dei retrovirus e del gruppo dei Coronavirus che come scrivevo poco più su provoca problemi respiratori. Dei coronavirus fanno parte le varie influenze stagionali, il raffreddore, e anche sindromi simili già vissute come la SARS-CoV.
Cosa sono i Coronavirus? Virus a RNA. I virus a RNA rispetto a quelli a DNA non hanno un enzima, la DNA polimerasi, che aggiusta le coppie di basi azotate in caso di errori (anche perché sono a catena singola e non a doppia catena, anche se esistono virus a RNA a doppia catena). Quindi i virus a DNA mutano di meno, perché si autocorreggono. I virus a RNA sono a singola catena, non hanno un enzima che li corregga perché non hanno "coppie" sbagliate quindi mutano più spesso. Ecco perché l'influenza stagionale è sempre diversa, muta ogni anno e ogni anno deve essere creato un vaccino ad hoc. Quanto in fretta muta il virus? Una volta preso ci si immunizza oppure muta così in fretta che ci si può di nuovo ammalare? Quando sarà pronto un vaccino?
Pronostici pessimisti parlano di normalità tra circa un anno, qualcuno spera ancora di farsi una pasquetta da qualche parte.
Intanto per divagare e tenermi impegnata scrivo questi appunti, per ricordarmi come è ora quando tutto sarà passato.
E se fossi rimasta a Torino?
Sicuramente non avrei visto C per tanto tempo, avrei continuato a lavorare (il fronte lavoro merita un capitolo a parte, lunghissimo e non ancora terminato). Per andare al lavoro avrei preso almeno 4 bus al giorno con il rischio di infettarmi e di infettare Madre e Nipote che ora sono nella stessa casa. Di certo non mi sarei bruciata tutte le ferie. Non sarei riuscita a leggere/scrivere/suonare. Forse finora sarebbe cambiato poco. Avrei passato molto meno tempo al telefono. Forse mi sarei imbruttita (cerco di sistemarmi ogni giorno, truccarmi e vestirmi, anche se spesso è dura). Avrei cercato di imparare ad andare in bici nel cortile di casa. Avrei dovuto recuperare probabilmente una mascherina.
Sarei stata costretta a sentire questi stupidi concerti dal balcone (vi piacciono? Anche no. Essere obbligati ad ascoltare musica per me è una forma di violenza).
La verità è che la vita è cambiata radicalmente. Non si tratta solo di "abitudini" ma proprio del modo che abbiamo di portare avanti le cose, dei nostri schemi mentali.
La frustrazione ci porta a odiare chi può uscire o chi finora era autorizzato a farlo (i runners ad esempio). La camionetta della protezione civile passa sotto casa ricordando a tutti di non uscire se non per estrema urgenza.
Ci si ritrova in chat con gli amici a chiedersi quale mascherina sia meglio, se la fpp2 o la fpp3 (la prima è più che sufficiente, la seconda se stai in laboratorio, ecco). Scopri nuovi complottisti tra le conoscenze di Facebook e sei indeciso se bloccarle o meno, ma poi bestemmi tra te e te perché alla fine queste minchiate complottiste ti fanno ridere e magari fai pure un like così si convincono di avere ragione e continueranno a scrivere cose che poi screenshotterai per condividerle con amici più solidi che rideranno insieme a te. Improvvisamente ti viene voglia di uscire quando nella vita i tuoi weekend avresti voluto passarli morendo sul divano con una tisana e Netflix, o una birra e Netflix, o patatine e Netflix. Di sicuro vorremmo più abbracci quando li abbiamo snobbati finora da bravi asociali.
Ecco forse io soffro meno in questo momento perché siamo in due e non vivo personalmente situazioni a rischio nemmeno dei miei cari. Conosco poche persone a Bergamo o dintorni (che sono al sicuro perché sento), i sani di mente a Milano non escono, la mia famiglia a Torino la sento tutti i giorni e sono relativamente al sicuro anche se poco tranquilli.
Fuori dalla finestra un paio di laghi, montagne che creano vallate, gazze che si rincorrono in cielo.
A Venezia i delfini si affacciano in laguna che, finalmente, ha l'acqua trasparente.
Certe cose accadono per una ragione, direbbe il mio collega meditativo, e oggi più che mai mi sembra che abbiamo perso davvero di vista le cose importanti, che dobbiamo ristabilire delle priorità ed è davvero un peccato che cia voluta quasi una zombie apocalypse a ricordarcelo.
Sai cosa mi impensierisce, cosa mi fa pensare? Che non lo nomini mai. E' come se temessi. Di rompere qualcosa. Questo mi impensierisce.
"Documenti prego"
Si guardarono come se fosse stato nell'aria. Lo percepisci quando c'è qualcosa che non va.
Lei sospirò piano, come a farsi coraggio. Durerà poco vedrai, non perderai il treno, siamo partiti con tanto anticipo.
La poliziotta che lo accompagnava aveva gli occhi chiari e un trucco semplice.
"Anche il libretto della macchina"
Glieli sporse.
"Arrivo subito"
La poliziotta invece restò lì.
"Può abbassare i finestrini dietro?"
Lei percepì il nervosismo di Lui, gli tremava la mano più del solito.
"Meno male siamo partiti prima"
"Già" disse Lui.
Il poliziotto tornò con i documenti in mano. "Seguitemi"
Lei lo guardò.
Sono controlli di routine, fatti randomicamente. Eppure ci si sente sempre come se si fosse in difetto.
"Portate cellulari e zaini".
Lei ridacchiò pensando a un'avventura peggiore in Australia, quando le lessero i diritti e temette di non tornare più a casa. Ma quella è un'altra storia.
"Poggiate gli zaini sul tavolo, sedetevi laggiù" indicando una panca bianca. Bianca come le pareti, bianca come il tavolo di quel minuscolo stanzino.
La poliziotta si infilò i guanti monouso blu.
"Facciamo un piccolo test stupefacenti" il poliziotto ruppe il silenzio.
"Fate uso di stupefacenti?"
"No" esclamò sicuro Lui. "Ma ha visto dove lavoro?"
"Sì"
Quando a Lei toccava scegliere cosa mangiare, o che meta scegliere in un viaggio, poteva metterci diversi minuti prima di intraprendere una strada. Ma quando si trattava di scegliere in fretta, sapeva benissimo cosa dire. Era come se i pensieri prendessero un circuito cerebrale più breve.
"No" disse lei dubbiosa.
In un nanosecondo si chiese se fosse stato meglio dire la verità o mentire e con quale grado di sicurezza affermarlo. Aveva già una scusa in caso di test positivo, probabilmente poco plausibile, ma forse loro non se ne sarebbero accorti.
"Mi dia le mani"
Lui porse le mani, lei fece altrettanto. Ma con quell'anticipo a dichiarar quasi la sua colpevolezza.
"Signora, lei dopo".
Aprì una confezione monouso con un tampone e lo passò sulle mani di Lui.
Lei cominciò a sudare.
Quando toccò a Lei pensò, ecco, ci siamo. Ci fermeranno per altri test, perderò il treno, mi dirà qualcosa che non voglio sentire, lo incasinerò col lavoro, non vorrà più parlarmi.
Mentre la poliziotta frugava tra la sua roba, Lei cominciò a sudare.
Il poliziotto uscì, come a controllare un test dubbio.
Lei sudava.
"Sono negativi".
La poliziotta cercò di sistemarle lo zaino "No faccio io, le cose sono in un ordine, io, bhe. Non ci entrano dopo".
Ultimo controllo alla macchina.
Non erano in molti a passare il varco spaziotempo che divideva questa dimensione con quell'altra, di cui non era dato sapere nulla.
Il treno interdimensionale sarebbe stata l'unica occasione di fuggire da quel mondo malato, in cui il parassitismo dell'uomo lo aveva reso quasi del tutto arido e sterile.
La poliziotta schiacciò un pulsante e aprì un cancello in cui un vortice nero li chiamava nell'oscurità totale.
Lui la baciò "Non posso venire con te ora, ti raggiungerò quanto prima. Devo ancora concludere qualcosa al lavoro, qualcosa di molto importante".
Se quel test si fosse rivelato positivo, se qualcosa fosse andato storto, sarebbero stati condannati entrambi a restare lì. Ripeto, non erano in molti a passare.
Lo guardò a lungo prima di essere risucchiata via dal vortice nero. E poi, com'era venuto, scomparve.
Lui lanciò uno sguardo di disapprovazione ai poliziotti, lo mascherò un po'. Non voleva avere grane. Mancava poco anche per lui e presto si sarebbero riuniti.
Scomparve nella notte, in quella strada che chissà dove lo avrebbe portato.
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"Ehi, questo è il test...?"
"Sì". La guardò.
"Ma è positivo"
"Lo so ma mi sembrava abbastanza disperata. Abbiamo tutti una ragione per avere paura, per essere disperati. Non me la sono sentita di procedere. Non ricapiterà, dall'altra parte"
Lo squadrò con i suoi giovani occhi azzurri. Dietro quella divisa informe si sentiva affascinante e piena di potere, ma così piccola di fronte a quella scelta. Lei avrebbe eseguito gli ordini.
"Dai, bruciamo i test. Tra 15 minuti ci sarà una nuova partenza, dobbiamo essere pronti".
In un luogo lontano, in una galassia lontanissima, pare ci sia una fanciulla dall'aspetto mansueto e lo sguardo languido che attende una nuova vita.
La scelta apparentemente insignificante di un omino in divisa azzurra ha permesso un nuovo scenario, un nuovo futuro.
Un nuovo tutto.
In un luogo molto vicino, qualcuno sta lavorando per rendere possibile tutto questo.
Non dimentichiamolo.
Ho letto da qualche parte, in questi giorni, non ricordo dove, che per cambiare basta fingere. E a forza di fingere presto o tardi viene spontaneo. Non fingere, ma essere come stai cercando di essere.
Non sono brava a fingere. Forse avrò finto un paio di orgasmi, qualche volta, ma da piccola.
Quando mi rendevo conto che non sarebbe mai finita se non avessi portato a termine la mia piccola corsa verso il piacere, rendendo orgoglioso di sé il maschio alpha che accesosi la sigaretta poteva dirsi "Che bravo che sono".
Per poi girarsi e dormire come se avesse sconfitto un drago o avesse aiutato Ercole nelle 12 fatiche. O Asterix. O che ne so.
Il mio atto di ribellione è sempre stato la sincerità. Non ridete.
Madre mentiva in continuazione a Padre, lo faceva per il bene di tutti. Lui non sapeva mai bene cosa accadeva, Madre non lo diceva e gli mentiva perché Padre si arrabbiava spesso per un nonnulla.
Madre mi consigliava di dire sempre che non ero stata io, se accusata di qualcosa, anche se le accuse erano fondate (però quando rubavo i giocattoli all'asilo e se ne accorgeva - poche volte - mi costringeva a riportarli indietro).
Non è educativo, lo so. Ma lei non aveva letto quei libri merdosi che ora leggono tutte le neomamme: "Come crescere un perfetto Milord" o "I no che aiutano a crescere" (sbaglio o esiste davvero questo libro?).
Madre non poteva fare che il meglio che già sapeva fare e lei aveva imparato che mentire era la sopravvivenza.
Io no.
Il mio atto di ribellione era la sincerità.
Come quando venni sgridata per le 2000 lire perse a un'amichetta. Non erano molti soldi, e io ero certa di averglieli ridati. Padre mi mise in castigo e disse che per una settimana non potevo più vedere i miei amici di via Exilles. Avevo 12 anni.
Però Padre era al lavoro tutto il giorno, e Madre mi diceva "Esci, tanto non glielo dico".
Mi rifiutavo. La punizione era giusta e l'avrei rispettata.
Imparai presto che piccole bugie potevano essere un'escamotage per uscire da situazioni imbarazzanti.
"Come mi sta il vestito?"
"Benissssimo"
Ma quelle esse di troppo, sul mio ghigno contratto, avevano l'effetto contrario.
Si vede quando mento.
Esisterà un altro modo di essere diversi da come si è? Essere più coraggiosi, più ironici, più versatili, più sportivi, più abili, più belli, più affascinanti?
Se mi tocca fingerlo, finirà che non riuscirò mai.
Se mi tocca esserlo, forse avrò speranze.
Canzone del giorno: 21st Century Schizoid ManKing Crimson
Voglio narrarvi di questa avventura
di questa guerriera dall'aspetto un po' strano
che non mancava di avere paura
e che indossava un buffo pastrano.
Un giorno incontrò un grottesco animale
che ella seguì per natura curiosa
"Da dove vieni, belva anormale?"
"Ma che domande, ma come osa!"
E la guerriera, nascostasi lesta,
vide l'ingresso di un mondo pazzesco
in cui elfi e gnomi facevano festa
e tutto intorno un ambiente fiabesco.
Da un'iscrizione incisa in un pino
lesse qualcosa che la fece tremare
"Caro avventore, stai pur supino
qui all'incontrario devi guardare!".
Ella si mise così apposta sdraiata
con la testa al contrario a guardare le fate
che all'incovercio la vita è sbagliata
ma se ci credete, allora ascoltate:
"Getta il tuo cuore nel mondo al contrario
tieni il respiro, non muovere un fiato
Guerriera tu credi, non è un lebbrosario
attraversa la porta" disse adirato.
"L'Amore che nasce attraverso le spine,
la morte vestita di rosso rubino,
il giorno che mostra immense rovine,
la notte che ammicca con far birichino"
Veloce vorresti cercar di capire
il mondo fatato però non aspetta
sei in pasto ai leoni e vorresti fuggire
volare, scappare, in tutta fretta.
Non tutto è normale, nel mondo al contrario.
Se provi dolore, diventerà amore?
Cerchi la prova nell'arbitrario
ma questo pensiero ti spezzerà il cuore.
Guerriera nostrana, guerriera fiamminga,
alfin questa terra ti ha conquistata
non lasciar più che il normale ti vinca
ragiona al contrario, sorridi beata
ché il leone alla fine non ti ha divorata
anzi nel pelo hai affondato narici
e fusa hai sentito, ne eri onorata
immersa com'eri nei suoi benefici.
La notte portava lieti sorrisi
le ombre schiarivano pensieri nebbiosi
il sole scuriva e teneva divisi
il giorno donava timor velenosi
La Guerriera rimase nel mondo al contrario
dimostrando a tutti la passata paura
ché non esisteva alcun avversario
nemmen nella situazione più dura.
Avreste mai detto che un giorno recente
sposò un bel principe, pittore moderno:
le mani da sogno, lo sguardo sfuggente,
perduto da sempre in un piccolo inferno.
Nel mondo al contrario, lì sì funzionava
non uscirono mai, e tra fate ed elfetti
si strinser le mani, la notte brillava,
dolci canzoni, momenti perfetti.
Sovvertite il pensiero miei cari guerrieri
cercate il buio, l'ombra più scura.
Amate il rischio, gli orrori più lieti,
nel mondo al contrario è la via futura.
Pronti per un nuovo strabiliante viaggio in Polonia? Sì?
Bene, io no.
Insetti stecco da sistemare presso amico ma solo dopo averli provvisti di rovi, prova peso zaino da fare, cercare ancora diversi collegamenti, guida italiana per la foresta di Białowieza che non risponde ai miei messaggi, ricerca spasmodica di roba invernale a casa, partenza dopodomani.
Ah e domani ho un colloquio.
Di lavoro.
Come grafica.
Editoriale.
Dio non c'è, e se c'è ha un gran senso dell'umorismo di merda.
Stay tuned, che stavolta si gela. Prevedo antipasti, colazioni, merende e cene a base di Vodka.
Canzone del giorno: Mentre DormiMax Gazzè
[Mentre dormi ti proteggo E ti sfioro con le dita Ti respiro e ti trattengo Per averti per sempre Oltre il tempo di questo momento Arrivo in fondo ai tuoi occhi Quando mi abbracci e sorridi Se mi stringi forte fino a ricambiarmi l'anima Questa notte senza luna adesso Vola tra coriandoli di cielo E manciate di spuma di mare Adesso vola Le piume di stelle Sopra il monte più alto del mondo A guardare i tuoi sogni Arrivare leggeri Tu che sei nei miei giorni Certezza, emozione Nell'incanto di tutti i silenzi Che gridano vita Sei il canto che libera gioia Sei il rifugio, la passione Con speranza e devozione Io ti vado a celebrare Come un prete sull'altare Io ti voglio celebrare Come un prete sull'altare Questa notte ancora vola Tra coriandoli di cielo E manciate di spuma di mare Adesso vola Le piume di stelle Sopra il monte più alto del mondo A guardare i tuoi sogni Arrivare leggeri Sta arrivando il mattino Stammi ancora vicino Sta piovendo E non ti vuoi svegliare Resta ancora, resta per favore E guarda come Vola tra coriandoli di cielo E manciate di spuma di mare Adesso vola Le piume di stelle Sopra il monte più alto del mondo A guardare i tuoi sogni Arrivare leggeri Vola, adesso vola Oltre tutte le stelle Alla fine del mondo Vedrai, i nostri sogni diventano veri]
Chi non ha posto in casa, non ha posto nel cuore.
Così mi diceva uno dei miei più cari amici, M.
Casa sua era una specie di porto di mare, la porta sempre aperta. Per cultura è molto ospitale, si mangia quello che c'è, senza preparare i lauti pasti che facciamo noi. A casa sei il benvenuto e mangi ciò che abbiamo.
Io non ho posto nel cuore. Non amo ospitare le persone, sono territoriale e faccio fatica anche se, certo, dipende dalla persona e dalla situazione.
Avere accesso alla grotta di qualcun altro è sempre una concessione non scontata.
Ricapitolando, entrare in casa di qualcuno è un po' come sapere che gli state entrando nel cuore. Io non so chi altri ha avuto questo onore, ma entro, mi tolgo le scarpe per non sporcare e cammino in punta di piedi.
Osservo bene come si muove l'altra persona, per capire in quali spazi posso esistere, che io sono sempre un po' goffa; osservo la grotta che lo ospita e comprendo, osservando dalla finestra, i vari motivi per cui l'ha scelta.
Mi siedo sul divano e lo guardo cucinare per noi, una coccola particolare che io apprezzo tantissimo.
È una normalità a cui non sono più abituata. Il fare la spesa, guardare un film abbracciati sul divano e addormentarsi l'uno sull'altra facendo l'amore prima, durante e dopo.
Prima, durante e dopo qualsiasi cosa.
Il picchio rosso però è lì in agguato. Si sente a chilometri di distanza e anche se ti tappi le orecchie il suono impercettibile c'è.
Tictictictictic
[bzz bzzzzz]
Sembra quasi un cigolìo.
Tictictictictic
[bzz bzzzzz]
Il suono del picchio è come il rubinetto che gocciola e che ti impedisce di godere di un buon sonno. Le premesse ci sono tutte, sei stanco, ti si chiudono gli occhi, hai anche la possibilità di farti quelle belle 8 ore di sonno ma.
Tictictictictic
Io ora sono il piccolo suricate di guardia, il collo allungato e lo sguardo attento alla ricerca di pericoli. Non riesco a essere tranquilla, non ci riesco.
Nonostante la bellezza di questi giorni, non riesco.
È che ho sofferto tanto e non voglio più stare male.
A livello razionale mi sento tranquilla, lo sento. A livello emotivo è scoppiato un allarme antincendio con evacuazione in atto e non so se si tratta di un'esercitazione o se è un incendio reale.
RagnoB mi consiglia di godermi il qui e ora, e poi si vedrà. Controllo il tatuaggio con la stessa scritta, è ancora lì? Sono ancora io quella persona che vive di istanti?
Il picchio non da' tregua ma quando cala la notte e la foresta si anima di presenze silenziose, posso chiudere gli occhi e sognare cose belle. Le mani che stringono le mie, una parola dolce appena sussurrata, una carezza inaspettata.
Allora posso dire al suricate che non c'è pericolo, il picchio dorme nella sua tana, il rubinetto smette miracolosamente di gocciolare.
Fino al giorno successivo.
Stamani accedo a una playlist di Spotify che non ascolto mai perché davvero piena di canzoni, troppo. La playlist si chiama "aereo" e l'avevo tirata su per i viaggi lunghi. Mano a mano è diventata un'accozzaglia di roba mista che passa dai Pantera, ai Megadeth, a Neffa, a Gazzè, a Silvio Rodriguez, ai Propagandhi, ai Carlos Puebla Y Sus Tradicionales.
Poi è arrivata una canzone, una canzone che mi ricorda un preciso istante della mia vita.
Era l'11_02_2011, i nerd comprenderanno bene che si tratta di una data palindroma, ed è la data in cui io e Fry ci siamo incontrati.
Quando ci si conosce e comunque si passa un po' di tempo per la prima volta insieme (ammicca ammicca) si cerca sempre di essere in forma, bellissimi. Si evitano puzzette, si sta a dieta da qualche giorno prima per avere una pancia piatta e perfetta.
Io e Fry eravamo bellissimi, ecco.
Oggi riascoltavo quella canzone che comunque NON È la nostra canzone ma ricorda quei primi giorni.
E pensavo con malinconia che quel primo periodo non ho mai espresso al mondo quanto ci tenessi a lui, perché sapevo che Roccio mi leggeva che avrebbe potuto soffrirci. È stato come soffocare il mio impulso naturale a scrivere di quanto fosse bello quel momento per evitare di far soffrire qualcun altro. E così, probabilmente, ma forse anche no, ho reso infelici entrambi.
Questo è un pensiero molto femminile eh? Nella peggiore delle ipotesi a nessuno dei due importava cosa io scrivessi o no.
Però ci pensavo e ci ripensavo e mi chiedo, oggi, se quel primo momento io lo abbia goduto appieno oppure lo abbia un pochino nascosto.
Non che questo modifichi le cose, assolutamente.
Comunque in quel giorno palindromo io e Fry ci siamo messi insieme e quella domenica mattina abbiamo interrotto, dietro mio preciso ordine, qualsiasi coccola perché un mio amico andava in onda in RAI con questo pezzo e volevo assolutamente vederlo (il mio amico è il tastierista con la cresta e gli occhiali che si vede in controluce. Oggi fotografo, videomaker, ecc ecc).
Sì, lo so, tralaltro è stato lui a iniziarmi al metal e sentirlo fare questi pezzi mi ha letteralmente spezzato il cuore (scherzo Alelè, lo sai). Però per dire, sorridevo del fatto che la sapessi ancora a memoria.
Fry, sappi che ti ho amato tantissimo. E ti chiedo scusa se non sono riuscita a dimostrartelo al meglio. Ecco.
Con quegli otto anni di ritardo che bhe, lo sapete, io sono sempre sul pezzo.
È che a volte la vita si mette di traverso con un sacco di cose e io sono ancora in sindrome premestruale, e via così.
Detto questo, oggi ultimo giorno di lavoro e di contratto per tanti colleghi, non hanno rinnovato due persone del mio settore.
Il regalo aziendale di Natale, devo dirlo, è stato davvero pessimo.
Ogni volta che mi arriva un messaggio è un colpo.
Una bastonata sullo stomaco. Mi formicolano le estremità, comincio a sudare.
Sto male. Mi manchi.
Io penso si sottovaluti il significato di questa parola.
Mi manchi ma non sei qui.
Mi manchi ma non con me.
Mi manchi ma non sei tu.
Tra i complimenti, qualche aggiustata di tiro.
Eh ma fumi la pipa.
Eh ma sei una bandieruola.
Eh ma non sopporto che controlli le cose su facebook.
Eh ma sei andata dalla cartomante.
Eh però non mi piace quando bestemmi.
No.
Ieri guardavo una stand up comedy di Daniel Sloss (finora il mio secondo preferito), che è un comico un po' dark, molto pungente. A un certo punto ha detto una cosa che mi ha dato un'ulteriore bastonata.
Amatevi.
Sì, banale.
No, amatevi al 100%. Perché se voi vi amate al 20%, incontrerete una persona che vi ama forse al 30% e penserete "Oh mio Dio quanto mi ama!". E non è nemmeno la metà.
Amatevi al 100% perché la persona che incontrate dovrà amarvi in tutto e per tutto. Dovrà dimostrare di amarvi al 110% perché altrimenti non sarà abbastanza.
Dovrà amare la mia pipa, il mio modo di essere, incoerente a volte, ma sicuramente curioso, la mia passione per gli insetti, le mie insicurezze e paure che, credetemi, sono tante, amare il mio desiderio di viaggiare e scoprire, il mio essere inconcludente, i miei momenti tristissimi al pari di quelli gioiosi, dovrà sopportarmi cantare sotto la doccia e le caterve di libri che prendo, dovrà amare il sentirmi suonare (male) tutti i miei strumenti, amare il mio desiderio di spazi e di libertà, il mio desiderio inespresso di essere incoraggiata.
E. dice che soffriamo perché non siamo fatti per stare da soli.
No, io dico che soffriamo perché non ci amiamo abbastanza.
Ma in queste condizioni il potere manipolatorio delle persone che ci circondano è immenso.
Perché se incontro, oggi, chi mi ama al 30% ha ancora il potere di cercare di cambiarmi per poi riscoprirmi, io, a essere una persona che detesto, solo perché non sono più io.
Io sono quella che parla di cazzi col collega, quella che bacia l'amico gay, quella che balla coi vecchi nei locali, quella che va a vedere i bisonti nella foresta, quella che bestemmia.
E non voglio più sentirmi dare dell'inaffidabile solo perché chi mi guarda vede riflessa un'immagine distorta di sé.
Che non sono io l'inaffidabile. Ma chi, frequentando un'altra persona, mi dice che gli manco. E se fosse capitato a me, mi dico? Se fossi io quell'altra persona? Come penso che sarebbe andata a finire? Quanti mi manchi inviati ad altri numeri?
Tra i miei tantissimi difetti ce n'è uno che danneggia soprattutto me stessa, ovvero la capacità di dare TANTISSIME possibilità. Non c'è limite alla mia distruzione in questo senso. Ma riguadagnarsi la mia fiducia è dura.
Anche perché perderla è davvero una missione impossibile.
Canzone del giorno: Skunk AnansieTwisted (Everyday Hurts)
Oggi ho lavorato 9 ore e mi sono ricordata il significato di squadra.
A parte che in questi giorni ho ricevuto messaggi vocali molto carini dai miei colleghi "Carla, ci manchi, quando torni?" (sono stata impupata 3 giorni) e oggi avevamo un obiettivo record che a detta di tutti non avremmo mai raggiunto.
Eppure quando la responsabile ha chiesto chi fosse disponibile a restare un'ora in più oltre le 4 ore di straordinario già concordate, pochi sono andati via. Più che altro per i figlioli, penso, ma anche tra chi li aveva qualcuno è riuscito a smollarli al familiare libero di turno. E alla fine, indovinate, ce l'abbiamo fatta.
Io non ho avuto la fortuna di fare sport. Ma nella sfortuna sono stata comunque fortunata.
Leggi pure "fottesega dello sport, io". I miei compagni sfoggiavano belle medaglie per le gare di nuoto, coppe per le partite di pallavolo e/o calcio e/o basket.
Per fare sport servivano soldi e qualcuno che ti venisse a riprendere la sera.
Io non avevo né l'una né l'altra cosa.
Così quelle poche volte che a scuola organizzavano partite di pallavolo o altro ero scoglionata due volte. Non sono mai stata competitiva, e sono sempre stata l'ultima a essere scelta per formare una squadra di qualsivoglia sport.
Non so se siete stati i classici sfigatelli come me, ma in quei frangenti io penso che i ragazzini non riescano a fare gioco di squadra. Pur di vincere gli sfigati vengono lasciati in fondo, senza dar loro nessuna possibilità di miglioramento. E in questo probabilmente gli allenatori fanno la loro parte. Dico male? Chissà.
Dai, siate sinceri, avete passato la palla al compagno che è stato scelto per ultimo, pur sapendo che magari non avrebbe azzeccato un tiro? Pur sapendo che vi avrebbe tolto il punto che vi avrebbe portato alla vittoria?
Io ero quel compagno. E avrei avuto anche gli occhiali se non mi fossi categoricamente rifiutata di portarli fino a che non mi sono resa conto di salutare (o no) la gente a caso per la strada (quindi parecchi anni dopo).
Una delle mie amiche era la persona più competitiva che conoscevo. Anche a basket, dove il passaggio della palla è essenziale, lei era capace di correre da una parte all'altra del campo da sola, senza fare alcun passaggio e fare canestro.
Era snervante.
In genere, quando accadeva, io mi sedevo annoiata in fondo al campo attendendo la fine della partita, con l'insegnante di educazione fisica che diceva "Dai Colombo, almeno sta' in piedi".
Non avevo medaglie, avevo solo voglia di giocare a palla prigioniera scavalcando il recinto per entrare nel campetto della chiesa del "Fungo" (così veniva chiamato il parchetto di zona). O a nascondino. O a qualsiasi cosa dove ci si potesse divertire e muovere senza per forza dover vincere, o dove comunque la vittoria non era lo scopo.
Lei no. Riusciva a essere competitiva anche a nascondino.
Barava a visual game.
Si arrabbiava quando perdeva, stravolgendo le regole a suo favore.
Oggi eravamo lì e anche se sappiamo tutti che non è il lavoro della vita, è stato carino affrontare questa giornata devastante insieme. Mangiando come dei maiali, scherzando come se non ci fosse un domani, e lavorando per una vittoria comune.
Mi scrive una email I.
Io e I. non ci siamo conosciuti per caso. L'ho contattato diversi anni fa, dopo aver letto un suo articolo per il giornalino dell'UGI. Parlava del suo tumore adolescenziale, un aggressivo Osteosarcoma. Lo scrivo con l'iniziale in maiuscolo perché il suo nome possa essere letto con la reverenza che la malattia merita. Un ospite cattivo, aggressivo, inatteso.
Lo contattai, dicevo, perché noi ex tumorati di dio abbiamo un filone comune nelle nostre storie, per quanto arriviamo da ambienti diversi, educati in modi diversi, abbiamo tutti la stessa modalità di cercare il nostro posto nel mondo. Alla fine io e I. non ci siamo visti molto spesso, posso dire che forse ci siamo visti 2 o 3 volte nell'arco di questi 10 anni e più.
Vivevo a Bologna quando mi mandò la prima bozza del libro che stava scrivendo sulla sua storia. Decisi di leggerlo in modo matematico, 20 pagine al giorno almeno, per poterlo terminare in circa una ventina di giorni, si trattava infatti di una prima versione di ben 400 pagine e, mi diceva, era solo la prima parte.
Nel corso di questi anni mi ha inviato altre versioni che io non ho mai letto. Ho avuto questo periodo di rifiuto relativamente lungo in cui ho allontanato ogni connessione con qualcosa di inerente alla mia malattia.
Oggi mi arriva una sua email, con una sua più recente versione. Ecco, mi sento pronta a leggerlo.
Quando lo lessi la prima volta mi chiesi se ci fosse stato bisogno di un ALTRO libro sul cancro. Ora poi, che Nadia Toffa (purtroppo per lei e chi le sta accanto) si è ammalata, qualsiasi altro ingresso sul mercato letterario sembra superfluo.
Un personaggio famoso e malato di cancro.
Però io penso che la vicenda di I. sia diversa. Un po' perché, a differenza mia e della qui sopra specificata presentatrice, c'è un totale rifiuto della malattia. Mentre io sfoggiavo la mia pelata con orgoglio a dimostrare la battaglia interiore e anche esteriore, ben visibile, che stavo affrontando, I. ha nascosto tutto, con l'accuratezza di un prestigiatore che mostra solo ciò che vuole mostrare. La parrucca, emblema di questo sodalizio con i suoi segreti, ne è testimone. Accuratamente acconciata e sistemata per non essere spostata in nessun modo, nemmeno se qualcuno avesse dovuto scompigliargli i capelli, in un gesto di affettuosa amicizia o altro.
Sono stata fortunata. Io ho compreso subito di essere una guerriera, I. ha purtroppo scoperto questa cosa molto dopo. Lo si legge tra le righe, dell'orgoglio attuale per quel ragazzino che sente così lontano, così diverso da lui ma allo stesso tempo ne è stato parte.
Voglio molto bene a I, anche se non ci vediamo quasi mai.
Con tutto questo volevo solo chiedergli sinceramente scusa per non esserci stata, ma... No, nessun ma, nessuna giustificazione. Ora sono pronta.
"Stasera mi sa che prenoto un viaggio per Berlino. Partenza venerdì 18 gennaio, ritorno domenica sera. Me ne vado da sola, tranquilla" "Non puoi imprigionare nel palmo ne' una rondine ne' Carla"
Sono a Torino ma sembra Cömo. In quella landa desolata che è il terreno dei sogni, dove ogni cosa è uguale a se stessa ma sempre diversa. Mutamenti visibili e percettivamente non spiegabili.
Mi vieni a trovare, tu. Ma non sei tu. Io so chi sei, ma il tuo aspetto è esattamente l'opposto. Sei alto, biondo, occhi azzurri.
Passeggiamo, per stare un po' insieme finché una persona che identifico essere Papadopoulos (io la chiamo così ma non è il suo nome, è un'amica di un amico e io non l'ho ancora mai conosciuta) ci spiega che se vogliamo possiamo partecipare a una specie di concorso, e fare in modo che i nostri nomi siano tra i 12 prescelti. Non ricordo per cosa.
Le dico che se si tratta di una gara di resistenza fisica, con me, non attacca.
Ma tu sei entusiasta.
Ci portano in un campo fangoso, e tutti cominciano a correre. Dritto davanti a noi ci sono delle persone in tenuta militare che ci lanciano addosso dei frisbee. Continuo a correre ma percorro pochi metri prima di essere investita da uno di questi oggetti volanti. Mesta torno al punto di partenza uscendo dal campo di gioco, convinta di essere stata squalificata.
Io non so le regole.
Così un membro della giuria mi dice che non è questo il modo per essere squalificati e posso proseguire. Riprendo a correre, il percorso è tortuoso e non so come ti ritrovo accanto a me. Anzi, poco più avanti. Solo che la strada è chiusa e c'è una specie di portavetri per accedere al resto del percorso, penso. Scrivo penso perché in realtà non so, non so cosa sto facendo, non so dove sto andando, non so per cosa sto gareggiando, non so cosa potrei vincere.
Tu sembri così sicuro.
Ti arrampichi in cima al muretto di terra che è accanto a te, ti seguo. In cima c'è una botola, la apri e dentro è buio. "So io dove andare" e mi tendi la mano.
Mi guardo attorno, non mi fido ma non ho molta scelta. Cominci tu a scendere per questa scala a pioli di legno. Scendo io.
Buio.
Ti scrivo una email, chiedendoti come mai non rispondi ai miei messaggi.
A quel punto mi rispondi. Ti chiedo:
"Perché mi hai bloccata?"
"Ma io non ti ho bloccata, avevo spento il telefono perché sto reinstallando tutti i server dell'azienda e non potevo tenere il telefono acceso"
"Ma tu non ti occupi di server"
"No, lo so, ma in questo caso sì, credimi"
"No"
Non so le regole del gioco a cui giochiamo. Non potrò mai vincere, né pareggiare. Sono destinata al fallimento.
Canzoni del giorno: Chris IsaakWicked Game, CranberriesDreaming my Dreams
Mi dispiace. So che a volte sorridi. Anche se quello che hai dentro non e' un sorriso. Che a volte non dici una parola perche' per spiegare quella sola parola ne servirebbero un milione di parole, e poi ci sarebbero delle domande, e sono un milione di parole a domanda, per questo non ne dici neanche una. So che a volte ti senti sola. E a volte non ti piaci. Ma io ti ammiro. Sei un'anima tormentata ma libera. Piena di cicatrici ma forte. Sei una di quelle persone speciali che 20 anni dopo che non le vedi piu' te le ricordi ancora, e pensi: "Chissa' cosa sta facendo, probabilmente e' su un'isola ad allevare paguri".
Vivo circondata da oggetti.
Finirò come quei tizi sepolti in casa, trovata morta sotto una pila di libri, il peso che schiaccia la cassa toracica, manca il respiro, cala il sipario.
Gli oggetti mi danno conforto quando conforto attorno a me non c'è.
Riempiono, per poco, per pochissimo, un vuoto.
Ed è per questo che vi racconterò de
Le mie scelte irrazionali.
Fresh'n Rebel color indigo
Fry mi ha sempre ripetuto, a ragione, che l'Homo oeconomicus non esiste. Cioè l'uomo razionale.
Noi tutti facciamo delle scelte secondo logiche per lo più irrazionali.
Inutile che diciate "no, io no" e poi andiate a spendere 900 e rotti euro per un iPhone che fa le stesse identiche cose (e non meglio) di un Xiaomi preso al mercato nero dei telefoni.
Inutile fare tabelle con pro e contro per comprare una macchina, qualsiasi cesso con quattro ruote che abbia dei buoni sistemi di sicurezza andrebbe bene, ma ci soffermiamo poi sui dettagli, il colore, la plancia.
Ricordo bene quando Fry doveva comprare una macchina. Riceveva consigli apparentemente razionali a destra e a manca. "Prendila assolutamente nuova, a rate e che sia a metano, mi raccomando".
Lui andò in tilt.
Poi mi chiese consiglio: "Io vorrei questa macchina ma consuma tanto, non so"
L'ho guardato. "Fry, che macchina vuoi?"
"Bhe questa"
"Pigliati quella, non sarà quel poco di benzina in più che spendiamo, ci devi mettere tu il culo sopra, non gli altri"
Quel semplice consiglio, semplicissimo eh? Era un "Compra quello che ti piace, quello che vuoi TU", lo sbloccò.
Io sono più semplice, so già in partenza che tutte le mie scelte sono irrazionali. Quindi non bado moltissimo al resto. Quando scelgo un vino, a meno di non conoscerlo, decido in base all'etichetta e al prezzo, molti libri comprati dal nulla, senza avere nemmeno letto l'incipit, si basano sul titolo e l'armonia dei colori della copertina.
Circa due anni fa: devo comprare delle cuffie nuove. In genere cerco di non prendere roba che costi pochissimo a meno che non si tratti di marchi conosciuti. E le ho viste: Fresh'n rebel. Auricolari. Color azzurro. Il logo mi piace un sacco, il colore anche. Le prendo, suvvia.
L'incresciosa questione del cavo.
Non ricordo quanto sono durate, comunque a breve il cavo si è rotto e non ho più potuto sentire la mia amata musica, quella che non mi lascia sola mai e poi mai.
Era il periodo di Sense8, la serie.
Cominciata bene, poi l'ho mollata. Però, esteticamente, Riley, quanto era bella? Quanto erano fighe quelle cuffie?
Alvaro compra delle cuffie, con questo colore, sempre della Fresh'n Rebel. Mi piacciono un casino, poi preferisco le cuffie agli auricolari. C'è quel perfetto isolamento anche fisico col resto del mondo che non mi spiace affatto.
Non sono le cuffie di Riley, che costano molto di più. Quella di Alvaro hanno un prezzo decente e funzionano abbastanza bene, poi lui è fissato con l'audio quindi gli do' fiducia.
Le compro, mi piacciono. Un cavo a doppio jack si collega da una parte alle cuffie e dall'altra al cellulare. È il periodo dello stage dal fotografo di Milano. Tutti i giorni prendo il treno da Cömo, poi metro ammassata, poi studio fotografico, poi metro, poi treno. In tutti questi ammassamenti il cavo viene un po' tirato e strapazzato. Il cavo, di nuovo, si rompe.
Alla seconda qualsiasi persona lievemente razionale avrebbe detto "E mo' basta, cambio marca".
Nein!
Scrivo direttamente alla Fresh'n Rebel chiedendo dove avrei potuto comprare un cavo in sostituzione, non mi andava di smontare la colorimetria dell'apparato prendendo un cavo nero o uno bianco.
Mi scrivono chiedendomi l'indirizzo. Me lo spediscono gratuitamente.
qui si vede bene il cavo
Attacco il nuovo cavo e niente, sembra andare bene ma se volto la testa e il cavo si piega lievemente sento che il suono si amplifica. È come se normalmente mancassero una parte di "alti" che vengono attivati quando il cavo si piega. Non va bene un cazzo, soprattutto oggi mi stavano facendo impazzire.
Fresh'n Rebel bordeax (color rubino)
E quindi oggi mi è presa un'improvvisa voglia di cuffie bluetooth. Elimino alla radice il problema del cavo e posso tenere quel marchio che mi piace tanto.
Però non so se indigo ancora, ci sono bordeaux, che fighe. Essì fighe. Oddio su Amazon sono scontate di 20 euro, mica pizze e fichi, ma ci sono indigo e quei colori pastello che mi fanno cacare. Il bordeaux ce l'hanno solo con cavo. Uff.
Se le compro online da un'altra parte ci mettono secoli ad arrivare.
Basta, stasera prima di andare a casa passo in un negozio di elettronica e le cerco.
Alla fine le trovo, non costano 20 euro in meno ma 10, è ottimo. Ora però sono davanti a scatole con un sacco di colori e il bordeaux mi pare scuro. Se le riprendessi azzurre? Oddio c'è il verde militare.
Dopo aver passato 5 minuti a guardare le scatole mi convinco per il bordeaux. E non perché mi piaccia di più, occhio, il color indigo per me è sempre il meglio. Ma volevo qualcosa di diverso e ho spaccato le balle a tutti oggi per avere il bordeaux. E bordeaux sia.
Ora è sotto carica, non ci sono cavi da rompere anche se uno è incluso nella confezione (in caso si scarichi la batteria) che sicuramente romperò, ma che potrei usare anche sulle cuffie indigo in caso di abbinamenti particolari.
Scherzo, non abbino mai niente io.
Comunque tornando a casa, sul bus, un ragazzotto gentile si è spostato dal posto corridoio a quello finestrino per farmi sedere. E ha attaccato a parlare. In 20 minuti la sua vita, anche se dopo i classici preliminari sul tempo ha incalzato con un imprevisto "Sei sposata?".
Babbo a Marsiglia, mamma in Marocco a Marrakech, prima faceva il macellaio, ora l'imbianchino. A 15 anni ha smesso di studiare, ha imparato l'italiano partendo dal francese che conosceva bene, ogni tanto interrompeva i suoi discorsi chiedendomi come mai non fossi sposata "sei così bella". Dice che non ha amici qui, chiede se possiamo scambiarci il numero "No, il mio numero non lo do' mai a nessuno". Mi prende in contropiede chiedendo se ci andiamo a prendere un caffè, un sabato o una domenica.
"Ti lascio il mio numero, mi scrivi su whatsapp, io però mando vocali che non so scrivere bene in italiano".
Gli ripeto che non lascio il mio numero e che nessuno mi aveva chiesto così in fretta di uscire ma se vuole può aggiungermi su facebook. Mi rassicura, è in amicizia. Gli scrivo su un vecchio scontrino il mio nome e cognome sul social (che non sono nome e cognome reali ma quasi, molto quasi). Poi quando scendo penso che boh, probabilmente non mi troverà mai dato che come immagine del profilo ho un disegno.
Torno a casa, mangio, apro facebook e trovo 5 like, una richiesta di amicizia e un messaggio privato.
È vero che un caffè non si nega a nessuno, ma la mia asocialità scalpita.
Canzone del giorno: 4 Non BlondesWhat's up (Sense8 version)
Sei il classico caso su un milione, un'aberrazione statistica, che però per fortuna esiste.
È così, mio caro indagatore dell'incubo. Si vive spezzati a metà. Se non hai dei dubbi fatteli venire.
E così ogni tanto mi sento sola e se da una parte respiro la libertà, dall'altra vorrei poter fare qualcosa con qualcuno, con cui condividere un pezzo di strada. Lungo, magari, lunghissimo.
Magari così lungo che richieda una vita, l'invecchiare insieme, fare progetti a medio-lungo termine. E se non sono brava nei progetti a lungo termine, qualcuno che sappia rassicurarmi e dirmi che è fattibile senza lasciarmi da sola, con le mie paure, a metà strada.
Sì, sono triste.
Sì, vorrei un abbraccio.
No, ma non lo voglio.
Vivo circondata da persone splendide che fanno da barriera ai mentecatti che stanno oltre il muro da loro composto.
Mentecatti, sì. È il termine più affettuoso che possa utilizzare.
Vorrei solo qualcuno che si sdrai accanto a me, in questo istante e mi abbracci (e no, non lo voglio). E mi dica che tutto andrà bene.
[qualcuno dice che il tempo limite per innamorarsi di una persona è 6 mesi. Poi è altamente improbabile che questo accada]
Sono arruffata come un piccolo Woodstock che non trova più il suo caro amico Snoopy.
Passerà, me lo dico da un paio di anni ormai.
Passerà.
Canzone del giorno: Bud Spencer Blues ExplosionTroppo Tardi
"Dai vengo al Gran Balôn allora, riesco a essere lì per le 11"
Guardo l'orologio: sono quasi le 10.
Devo ancora farmi la doccia, truccarmi, sistemarmi, prendere il bus, arrivare.
"Cavoli! Dammi un po' di tempo, mi ci vuole almeno mezz'ora, quaranta minuti per essere lì, più doccia e resto. Secondo me prima delle 11.30-12 non ce la faccio"
"Ti passo a prendere, tanto mi cambia poco"
Leonard sta diventando un ottimo amico. Ormai siamo in sintonia. Lui e Dado sono forti punti di riferimento per me. Del tipo che se conoscessi qualcuno mi chiederei "Ok, Dado o Leonard farebbero mai questa cosa? E quest'altra?"
Una sorta di metro di paragone, anche perché io ormai non sono più in grado di valutare in maniera obiettiva.
In modo del tutto razionale mi sono accorta che uso delle scorciatoie mentali assolutamente arbitrarie e non veritiere (sì sono i fottutissimi Bias, Fry mi direbbe "Hai visto? Te l'avevo detto").
No, Carla, no.
Leonard è il mio bottonologo preferito. Esperto del nulla, collezionista di cose inutili, sensibile come pochi. Ho 14 euro e questo sarà il mio budget per oggi. Esclama deciso.
Perché al Balôn o al Gran Balôn funziona così: vai con un budget predefinito, altrimenti rischi di lasciarci anche le mutande. Tutto quello che trovi diventa improvvisamente indispensabile. Una macchina da scrivere Olivetti 32, un grammofono del 1945, un videogioco non funzionante per la PS1, un vecchio Dylan Dog a cui manca la copertina, un manuale sulla perfetta donna di casa, un guanto solitario.
Pioviggina.
Gli avevo detto di venire perché trovo sempre tante cose e so che lui è un esperto di prime edizioni e quello sarebbe il suo habitat naturale. Riesce a comprare a 10 euro cose che ne valgono 400.
Immagino un documentario sulla sua vita: "In questo passaggio potete vedere l'habitat naturale di un bottonologo, il mercatino dell'usato"
Prima bancarella: spulcia dei fumetti. Quanto vuoi per tutti questi? Con una sua mano (che piccola non è) recupera una serie indefinita di volumetti con copertine colorate.
Mhm facciamo 35? Me li metta da parte, vado a ritirare.
Funziona davvero così, al Balôn.
Funziona che mentre lui ritira i soldi al bancomat penso "Va bhe dai 20 euro li prendo anche io, che non si sa mai, tanto dopo andiamo a mangiare, almeno non devo impazzire a cercare una banca".
E funziona che mentre cammini c'è la solita bancarella con le maschere antigas e Leonard ti dice che occhio, quella è tenuta bene, è della prima guerra mondiale sai.
Ed è qui che viene fuori l'esperto bottonologo. Vedi le cinghie? Nella seconda guerra mondiale erano in cuoio mentre qui sono in stoffa, ha anche la sacchetta, non è niente male.
"Scusi, quanto viene questa maschera?"
"25 euro"
La guardo.
"Ho solo 20 euro"
"Va bene, prima vendo tutto e prima me ne vado"
La infila nel sacchetto di stoffa insieme a un filtro, mette tutto in un sacchetto di plastica. Leonard mi guarda: "Una bambina felice".
A quanto pare gli unici entusiasti di questo mio acquisto siamo noi due, ed E che ci raggiunge dopo pranzo. Al resto del mondo non interessa. Né comprende perché io voglia usarla per le foto. Né capisce a che cazzo possa servire un oggetto per il semplice piacere di possederlo.
E che i miei 20 euro non siano durati nemmeno 10 minuti.
Alla sua domanda "Dove andiamo? A destra o a sinistra?" rispondo "Che domande mi fai? A sinistra, ovvio"
Ride.
Prendiamo a stomaco vuoto del Vin Brulè, ci sediamo sulle panchine messe lì per gli avventori. Ci saluta un insetto volante nero e giallo.
"Sarà una Polistes?"
"No, forse un Sirfide"
"Non aveva il volo del Sirfide"
"Sarà un'ape?"
"Ma non era pelosa"
"Ce ne sono alcune che non lo sono"
e via così.
Decidiamo di fermarci a mangiare da Al Jazira, è un posto economico e molto buono.
Per 7 euro prendo un'ottima tajine, la carne morbidissima, si scioglie in bocca, la verdura ottima, io che faccio versi da film porno.
"Se lo vuoi sapere questa è la mia faccia da orgasmo"
Ride.
Siamo all'esterno, nel dehor che è un po' rialzato rispetto alla strada. Riesco a vedere il mondo che si muove tra le bancarelle sotto di me.
Sorseggio the alla menta e penso che in fondo questo è un posto dove mi piacerebbe restare, dove ho imparato a vivere con colori diversi, odori e culture diverse dalle mie. Un posto che vorrei che fosse di esempio, tutti dovrebbero passare di qua, il mondo in cui Anna non era una pazza che ballava al ritmo di qualsiasi musica, ma dove era la ballerina ufficiale del Balôn. È un luogo in cui non esiste spazio e tempo, dove non esistono confini o barriere, o forse è tutto solo illusorio.
Ma è un'illusione che fa bene al cuore.
Ci raggiunge E, decide di fare una passeggiata mentre noi finiamo di mangiare. La recuperiamo dopo in stato di euforia perché ha trovato un paio di stivali a 5 euro e una gonna a tubino. Leonard ci saluta, torna a casa.
"Ti serve un passaggio o resti?"
"No resto dai, faccio un altro giro con E".
E è in forma: troviamo dei ragazzotti che suonano, le dico che sono carini, peccato piccoli. "Ma vero" conferma "dovremmo avere adesso 20 anni, ci sono dei fighi della madonna. Ma ora io non lo voglio il ventenne, voglio il quarantenne o il cinquantenne che però se gli si rizza è già un miracolo" e illustra la sua filosofia a due signore che si sganasciano dalle risate.
Torniamo da Al Jazira a prenderci un the, parliamo. Prendo in giro il suo gatto, che è piccino di età ma ha un faccione da criceto che prende provviste per l'inverno. Gli suggerisco di mettergli il mascara a colorargli delle improbabili sopracciglia e di soprannominarlo Pavarotti.
Sta facendo passi da gigante. Da quando l'ho conosciuta sembra un'altra persona.
Lo capisco da una banale frase. "Ho la pancetta, ma non mi importa. A 40 anni un po' di pancetta posso concedermela, alla fine sono magra, vado bene così".
"Ti rendi conto del percorso che stai facendo? Ero già pronta al solito dramma della pancetta e della dieta e della palestra, ma niente"
La abbraccio, sono orgogliosa di lei.
Ci sono comportamenti autodistruttivi che sembrano piccoli e insignificanti, ma come il tarlo rode piano piano il legno facendo fuori in breve tempo intere case, questi atteggiamenti rodono le fondamenta di quella che potrebbe essere una vita serena. Sembra banale ma non lo è: questo è solo il contorno di tanti suoi cambiamenti più radicali e profondi che, sono certa, la porteranno a una vita diversa.
Sta facendo un percorso di analisi importante, faticoso, doloroso. Ma quando la vedo e ogni volta che la vedo, è sempre più luminosa, sempre più bella.
"Sono pure stata dall'estetista e non ho fatto la ceretta integrale. Alla fine è dolorosa e sai che c'è? Qualche peletto me lo posso pure lasciare"
Io ed E ridiamo un sacco, parliamo tanto, e mi è stata sempre molto vicina in questo anno. Anche accompagnando i miei silenzi che sono stati innumerevoli. Anche dietro ai miei secchi Non ne voglio parlare. Non ne voglio più sentire parlare. Siamo due persone complesse e lunatiche, forse per quello ci siamo piaciute subito.
L'accompagno alla macchina, torno a prendere il bus, ho la festa di compleanno di mio nipote.
Salgo sul 4.
Torino è casa mia.
[piccole note di telepatia tra sorellanze. Mi sono fatta bionda. Lo ha fatto anche mia sorella qualche giorno fa e non ci siamo parlate, non ce lo siamo dette. Qualche settimana fa a un evento siamo andate vestite uguali. Inutile dire che solitamente ci vestiamo in modo diverso. Qualche volta sono triste, qualche volta lo è anche lei e non ne sa la ragione]