24 maggio 2018

Divieto di impuparsi

Uh come si vede che stai male.

Quando noi magrini perdiamo un chilo si vede subito. Il viso si scava, leggermente. Se poi non si sta molto bene e il pallore si mette in bella mostra con occhiaie e tutto, bhe, arrivano anche le carezze sulle spalle. Come tu fossi sopravvissuta a un male tremendo.
Ma sicura che stai bene? Non potevi stare un altro paio di giorni a casa?

Amici che fanno i calcoli:

Da 43,5 a 42kg.
Nel giro di un mese circa, ho perso il 2,29% di Carla.
-2,29% di Carla a cui voler bene.
Non va. Non possiamo tenere questi numeri a budget.
Urge piano di rientro.
Anche perché eravamo già risicati quanto a numeri [Carla è minuta].
Obiettivi del mese di giugno:
GOLD : +2 Kg [recuperiamo il passivo e mettiamo via 1kg a magazzino per i momenti di crisi]
SILVER: +1 Kg [recuperiamo il passivo]
BRONZE: +0,5 Kg [parziale rientro – call conference per discutere più efficace strategia di rientro] 
 

Va bene, ho riso.
Direi che posso aspirare al Bronze, perché conoscendomi il Gold mi farebbe entrare subito in una crisi che mi porterebbe al punto di partenza.

Oggi al lavoro, uno dei due, la responsabile si è avvicinata. Premetto che sono stata ascoltata nei giorni precedenti in doppia cuffia e affiancamento due volte (altra collega assunta con me una volta sola). Subito le domande, Avrò fatto qualcosa che non devo? È arrivata una contestazione? Qualcuno si è lamentato? Sarò troppo lenta o poco precisa?
La responsabile ha gli occhi buoni ma lo sguardo severo. I capelli magenta con delle ciocche bianche. La pelle candida come la mia e la voce bassa, cupa e severa come il suo sguardo.
Averla accanto mentre ascolta le mie chiamate mi mette in soggezione. Ma non mi incute timore.
Anche quando sorride con le labbra, gli occhi non sorridono. Sembra sempre preoccupata per qualcosa di grave.

La sento in piedi dietro di me. Mi volto. - Ciao, dimmi.
- No guarda ti volevo chiedere. Questo tatuaggio. Qui e Ora, è molto bello. Cosa significa?

Tra tutti i tatuaggi è quello che per me ha più significato, che ho impiegato più anni per fare ma è anche quello obiettivamente più bruttino, tanto che uno dei tatuatori più volte ha tentato di convincermi a coprirlo. Ed è quello su cui nessuno chiede nulla.

Giro il braccio in modo da poterlo rivedere. È già sbiadito e i contorni non sono più così definiti. Non riesco più ad attribuirgli un significato specifico, perché sto cercando (male) di vivere in altra maniera. Di programmare, pensare al futuro, pianificare.

- Bhe, ecco. Ho una storia particolare, come tutti credo. Cerco di vivere alla giornata.

Mi sembra una spiegazione così limitata. Ricordo il viaggio da Firenze a Torino in cui, con Roccio, l'avevamo pensata. C'è stato un tempo in cui il tempo non c'era. La fascinazione per la nascita del tempo. E l'intreccio con il mio modo di vivere, secondo istanti e momenti. Non per capriccio ma per consapevolezza di non essere immortali.

Irrompe, violento, un collega - HAI VISTO CHE SULLA SPALLA HA UNA PIANTA CARNIVORA?

Alzo la manica della camicia a maniche corte per mostrarlo - eh sì, bello.

(Voce nella testa: devo fare mangiare carla, devo far mangiare carla...)
(Voce nella testa: usa la psicologia)
Mizzeca quanto sono sexy le donne quando mangiano un panino con la porchetta
Hai mai letto il libro "Coleotteri e Colonnata"? Memorabile il capitolo che tratta della farfalla parnassius latreille e del lardo di colonnata.

Vivo da bruco per il terrore di trasformarmi in farfalla, evito la metamorfosi più di ogni altra cosa, non voglio impuparmi.
Cosa me ne faccio delle ali se so che per averle la mia vita sarà già quasi terminata?

Mamma gasteropoda

Sarà l'età che avanza, ma il buio che accompagna la sera sta diventando sempre più un'anticamera per i mostri.
Negli anziani la chiamano sindrome del tramonto.
Il sogno di stamattina riguardava i miei onischi. Li ho gettati nel terrario delle lumache nostrane solo l'altroieri. Nel sogno si riproducevano a dismisura a scappavano da ogni pertugio.

In verità in parte è vero. Ieri, ricontrollando, mi sono accorta che gli onischi possono arrampicarsi lungo le lisce pareti di plastica del faunabox e arrivare al coperchio, passando anche le prese d'aria e quindi uscire fuori.
Ma non è l'unica cosa per cui sono dovuta correre ai ripari. Sul coperchio erano attaccate tante piccole lumachine. Non so quantificarle ma almeno una ventina. Più quelle sottoterra (amano interrarsi).
Le lumache si sono riprodotte. Nel cercare di capire il danno fatto dalla perdita di onischi ho smosso il terreno, trovando una lumava in procinto di fare le uova. Piccole, dal diametro di 4-5 mm, tonde, bianche e lisce.

Sono diventata mamma di una quantità imbarazzante di piccoli gasteropodi.

Ormai le piccole lumachine rimarranno, o saranno smistate tra amici che vogliono provare l'ebrezza del loro allevamento, mentre le uova dovranno essere liberate in natura, altrimenti rischio di trovarmi inconsapevolmente con un allevamento di lumache a pieno regime.

Madre lo ha definito un avvenimento importante. Mi aspetto di tornare oggi a casa e trovare fiocchi per bebè fuori dalla porta di casa. Di colore neutro, ovvio, che le lumache si sa, sono ermafrodite.

23 maggio 2018

Applausi

Poldo mi guarda con aria tenera e dubbiosa.
Sarà perché sto sbattendo la testa contro la porta del finto frigo (NB, scrivere la storia del finto frigo in un prossimo post).
Questo per evitare che le bestemmie escano dalle mia labbra. Ma a ogni testata le sento rieccheggiare in testa.
Mi sono appena medicata la ferita e quei piccolissimi miglioramenti che mi aveva fatto notare RagnoB non ci sono più. Anzi, la ferita sembra più larga, più sanguinolenta, più ferita ecco.
È passato un mese dal ritiro dell'istologico e ho deciso che tra un mese torno in ospedale se non migliora. A volte un maggiore sanguinamento serve per una guarigione. O qualcosa di simile dice l'inutile dott. Web.
Quando ho fatto la seconda chemio a 16 anni avevo un catetere venoso centrale. CVC, per gli amici. Un tubo che sbucava dal petto e si divideva in due tubicini. Questo perché la precedente chemio mi aveva bruciato le vene e fare 9 mesi di terapia endovenosa senza vene diventava complicato.

Il mio sangue è denso e coagula subito quindi dovevo fare la medicazione una volta ogni due giorni a dispetto dei miei altri compagni di sventura che se la cavavano una volta a settimana. Ricordo ancora come mettere i guanti sterili affinché rimangano tali. Preparare il telo sterile su cui poggiare le cose, come prendere le garze, l'ordine di pulizia, fare l'eparina. Coprire i tubicini con la garza, ripiegarli all'insù, mettere un bel po' di garza a copertura di tutto. Incerottare e via.
Stesso disagio di ora, anzi maggiore disagio, ma sapevo che era temporaneo. Che dopo quei 9 mesi, a mo' di parto (no aspettate, la seconda chemio è durata 6 mesi mi pare) un giorno mi avrebbero sdraiata in un lettino e senza anestesia mi avrebbero fatto girare la testa a destra strappando con forza il tubo fuori dal mio corpo.
"Lo vuole tenere?"
"Cosa?"
"Il tubo dico"

Non lo tenni ma mi misero da parte l'ago che era infilato dentro e che deve essere ancora nella tasca del mio Invicta Jolly PRO4.

So che passerà, e posso anche prevedere cosa mi diranno in ospedale.
Anzi ora farò una cosa: mi scriverò ciò che diranno su un fogliettino di carta. Lo nasconderò in una tasca.
Quando andrò lì e loro pronunzieranno la fatidica frase io tirerò fuori il bigliettino a mo' di prestigiatore che ha compiuto un gesto impossibile ai più.
"Deve avere pazienza".

Applausi fuori campo.
Dissolvenza.

22 maggio 2018

Una vacanza da se stessi

Buongiorno dottoressa, mi sento un po' sottosopra.
Ah, mi dica, cosa si sente?
Credo sia un po' di male al cuore.
Mi faccia sentire. Eh sì, tamburella veloce. Da quanto tempo è così?
Bhe non lo. Non ricordo.
Vediamo, sta assumendo qualche terapia particolare? Che ne so, dosi di coccole? Gocce di dolcezze?
Eh ma non sono costante, qualche volta, diciamo in media una volta al mese.
Mhm no, non va bene, ci vuole una terapia costante. Però possiamo sublimare con altro, per esempio pastiglie di indipendenza emotiva.
E dove le trovo?
Non sono facili da acquistare, più che altro è un percorso lungo da fare da soli e spesso ci si perde per strada, ma possiamo provare.
Solo questo?
Bhe direi anche bustine di autostima.
Sì ma dottoressa, quelle sono impossibili da trovare.
Lo so, lo so, mi rendo conto. Ma vedrà, una volta acquisite le basteranno poche dosi e non avrà bisogno di altro, il resto verrà da sé.
E poi sono anche molto confusa, ha qualcosa da prescrivermi contro la confusione?
Ah, dovrei avere qualcosa in studio. Distillato di consapevolezza. Mi raccomando, solo la sera prima di coricarsi che mal che vada non dorme, ma si immagina affrontare una giornata lavorativa con questa cosa in corpo?
No, no, sia mai.
In tutto questo un po' di riposo, una vacanza da se stessa. Provi a fare qualcosa che non ha mai fatto.
Per esempio?
Non so, come reagisce allo stress?
Mi metto il pigiama e suono l'ukulele.
Ecco no, provi allora a uscire, si diverta. Ukulele a piccole dosi che può regalare una certa malinconia. Si nutra di qualche sorriso amico, faccia qualche gita da qualche parte. Faccia aeroplani di carta con i suoi schemi mentali.
Capito, non sarà facile.
Sa, le cose importanti non sono facili. Prendersi cura di se stessi, difficilissimo. 

Amarsi, quasi impossibile.


21 maggio 2018

Il mio cinema d'essai

Se leggete questo post fate probabilmente parte di quel minuto numero di persone che si è guadagnato un posto nel mio cuore. Il mio cuore non è molto grande, gli spazi sono esigui. Se siete sovrappeso vi consiglio di dimagrire, se non altro per rispetto verso gli altri che altrimenti non ci stanno.
Una persona che conosco mi disse un giorno che nel suo, di cuore, c'erano delle poltroncine numerate. E io ero la numero 77.
Ho molte meno poltrone, io; è come un cinema di quelli vecchi, pochi posti e molto scomodi. Ma bei film. A tratti pesanti. Dipende dalla programmazione.
Nel mio cuore non si fuma e cercate di arrivarci ben lavati. Non ci sono molte prese d'aria, il ricircolo è difficoltoso e uscire è quasi impossibile. Se vi sembra una trappola è perché molto probabilmente è così.

Le mie poltroncine non sono numerate. Ci mancherebbe.
C'è una parte di me molto ordinata che dovrebbe dare i numeri delle sedie in ordine di arrivo. Ma vi pare?

Come se l'ultima persona arrivata fosse l'ultima come importanza e dovesse sedersi in fondo. Macchè.

I posti in prima fila sono quelli da cui, stranamente, si ha una visuale migliore. Ma a volte i suoni sono troppo forti e le luci accecanti. Quindi bisogna avere anche una buona resistenza.
La prima fila non è per tutti.
Chiedetelo ai miei compagni che si sono succeduti nel corso degli anni.
I primi minuti del film non sono per niente male, pieni di colore e di cose interessanti.
Poi una vagonata di paranoia. Che manco in una sala d'attesa piena di pazienti psichiatrici. Ma se si ha pazienza, la trama può essere soddisfacente.

Non penso di essere, in fondo, una cattiva persona.

Per cui mettetevi comodi, che comincia il film. E shhtt. Silenzio.


Un'indovina mi disse

Proprio te cercavo.
Ah sì, ti hanno mandato?
Mi hanno detto di venire da te. Posso registrare questa conversazione?
(Sorride).
Certo.

Mano destra, (mi applica due gocce di un olio) questo è solo per purificare e aprire i canali. Strofiniamo (strofino i palmi delle mani l'uno contro l'altro, lei fa lo stesso).
Nome e cognome di lei.
CC.
(esegue dei gesti, suona una campana, mescola le carte).
Le faccio le carte in generale e poi quando finiamo ha diritto a tre domande.
Faccio tre mazzi, passato presente e futuro.
Divida i mazzi.

Con quale mano?

Qualunque.

(divido il mazzo di tarocchi in tre pile, prende la prima pila). Per lei. (la seconda pila) per la sua casa. (la terza pila). Per quello che avverrà.
Per lei.

È un po' nervosa.
Sì (ero arrivata lì quasi con le lacrime agli occhi).
Negatività, invidia, tanta.

Tanta invidia.
Tanta invidia, e tanta tristezza. Tanta. Ha un buco nel cuore.

(con le lacrime) sì.

(intanto mostra le carte del primo mazzo, per ogni carta dice) Una persona che le ha fatto tanto male. Una persona che le è mancata. Un piccolo viaggio che deve fare però non se la sente. 

Sì.

Litigasion (è colombiana. Intende litigio). Di sera piange.

(Proprio questa notte. Io, quasi devastata) Sì.

Tanto. C'è una melanconia, vuole come sparire, vuole come trovare qualcuno, sfogarsi e urlare, ma non riesce. Ha un nodo e questo nodo la fa star male.
Sei troppo buona, troppo. Sei troppo buona. Apri il cuore per tutti, sei una persona che dai tutto e non riceve niente. Sei stata presa in giro da parte di un uomo e da parte di un'amica.

Da un uomo e da un'amica (ripeto, come a riflettere).

Chi è questa persona che è mancata? Quella che le ha fatto più male.

È mancato mio padre quando avevo 18 anni.

Perché questa persona è ancora vicina a te, non la lasci andare, capisci? Ci pensi tanto, tante volte gli chiedi aiuto e forza. Lo fai di sera, ti metti come a parlare con lui. Non lo lasci andare.
I morti devono esser morti, devono essere lasciati in pace. Ogni tanto possiamo accendere una candela per loro. Ma non dobbiamo essere presenti per loro, se no non hanno pace.

(butta giù altre carte)

Un'offerta di lavoro che esce, come uno spostamento. Una vendita, una compravendita.
Sei una persona che ti piacerebbe avere una famiglia.
(annuisco, per me famiglia è anche solo due persone che stanno insieme)
Ti piacerebbe avere quello che ti è mancato, il nucleo familiare (molto generico, troppo banale)

Una persona del passato che torna. Una persona che ti ha fatto tanto male che torna. Ti vedo con un peso sopra, hai un peso troppo forte sopra. Ti senti stanca, mal di schiena, male al collo, male alla testa. Ogni tanto come che ti viene un capogiro.
(vero, soffro di mal di schiena, sento il collo scomodo e soffro di continui mal di testa. Dei capogiri non avevo fatto parola con nessuno, ma proprio stamattina ne ho avuto un altro. Accadono quando sono in piedi, anche se ho mangiato. E nulla c'entra la pressione. Questa sua intuizione mi colpisce perché è molto, molto specifica).
Tutto quello è la negatività che hai addosso.

Ma non è provocata da me.

No, è provocata dalle altre persone. Che ti mandano del malaugurio o delle cose negative. Sei una persona da ingelosire (trascrivo cosa ha detto, voleva dire che le altre persone sono gelose di me. Uno dei miei obiettivi è allontanare le persone negative, e lo sto già mettendo in atto da un po').

Per quello che avverrà. Ti vedo in mezzo a due persone. Sei in crisi per due persone. La tua testa in una, il tuo cuore in altra. Questo non ti fa stare in pace, non ti fa stare tranquilla e sei indecisa per questo.

C'è un foglio da firmare. La ruota della fortuna è accanto a te. C'è un foglio da firmare. C'è una persona accanto a te che è negativa, una doppia faccia, devi fare molta attenzione con questa persona.

È un'amica o un familiare?

Un familiare, devi fare molta attenzione. C'è un'amica che ti parla male dietro. Dice il contrario di quello che dici, per farti fare brutta figura davanti agli altri. Soldi da recuperare, un trionfo. Qua ti esce una buona notizia e una persona che non starà bene di salute. Questo per quello che avverrà.
Tre domande.

La mia situazione sentimentale.

Undici carte. (pesco 11 carte dal mazzo che ha aperto a ventaglio davanti a me). Ma sei con una persona adesso?

Mi sto vedendo con una persona adesso.

Questa persona ha una famiglia nel passato?

Ha avuto una relazione, sì.

La tua paura è che lui stia sentendo qualcuno.

Sì.

Questa persona che lui sente è la persona del passato. Con lui sei troppo insicura. Hai paura. Non sei certa di te. Devi far capire a lui, a tutti, che tu sei sicura di te stessa. Perché avendo questa insicurezza rendi insicura questa relazione. Lui con questa persona e con altre persone non ha niente. Solamente che si sentono, solo per queste cose del passato. Lei è interessata, lui ha passato la tappa e questa persona gli ha comunque fatto molto male. Tra di voi io vedo la ruota della fortuna, c'è anche convivenza, ci sono cose nuove tra di voi.

Ok.

Seconda domanda?

Ho dei problemi di salute, vorrei sapere come va.

Nove carte (scelgo nove carte dal mazzo che ha aperto a ventaglio davanti a me).

Hai paura di rimanere in un letto?

Mmmm no (non sono del tutto sincera. Ho sempre avuto grande paura di restare invalida).

La tua salute è un passaggio. Devi fare dei trattamenti, devi curarti bene e devi fare attenzione ma io vedo che tutto andrà a buon fine. Ok? È più paura che qualcos'altro ma io vedo che è solamente una cosa che guarisce definitivamente. Con la grazia di Dio.

Ultima domanda?

Mhm non lo so, aspetta che ci penso un attimo. Ti chiedo qualcosa sui miei nipoti.

Quanti anni hanno?

Lei ha 13 anni, lui 10.

Facciamo lei, perché lui è un angioletto. Nome e cognome di lei?

CC.

Ahhhhhh, sei la sorella della mamma? Sette.

(Prendo sette carte). Magari mi dici qualcosa di nuovo rispetto a ieri.

La vedo più positiva, con più forza, con più voglia di continuare. Sì il malocchio ce l'ha ma la vedo più... Forse la nostra conversazione l'ha resa più forte. Sono contenta. (prende tre braccialetti da una ciotola). Una per ognuna, ve li regalo io. Sono benedetti.

Grazie, grazie mille. Grazie infinite. Buona giornata.

Ho tirato fuori i 10 euro e sono andata via.

Scrivo questo post, trascrivendo la registrazione di stamani. E lei non può sapere che anche stanotte piangerò.

19 maggio 2018

Delicatessen

A volte le cose bisogna lasciarle andare.
È spiacevole, molto. Come una morsa di ansia che ti chiude cuore e polmoni.

Me ne sono accorta l'altro giorno quando, fotografando insetti, incrocio un signore con cane. Un signore di una certa età che mi guarda e mi saluta. Succede abbastanza spesso ultimamente, sarà che comincio ad accumulare rughe ma ho un séguito di anzianotti che per strada mi occhieggia.
Ricambio il saluto.
"Eh, è caduto, io non posso raccoglierlo che ho il cane", mi dice.
Apparentemente è una frase priva di senso, buttata lì così. Ma sento delle cornacchie gracchiare con fastidiosa insistenza e mi basta poggiare gli occhi al suolo per vedere un pullo di Cornacchia grigia.
Del tutto formato, non di quelli spelacchiati e brutti. È immobile e guarda i passanti, con quel becco lungo grigio e la livrea ormai quasi da adulto. Ma ancora impossibilitato a volare.
Immagino l'angoscia, se così si può chiamare, dei due genitori che volteggiano senza poter fare nulla. Gracchiando all'impazzata potendo solamente tenere lontani gli eventuali predatori, per lo più cani. Il loro DNA sparato nel futuro senza quasi alcuna speranza.

Osservo la scena e mi chiedo cosa posso fare. Avevo letto da qualche parte che i pulli non vanno toccati. I genitori sanno dove si trovano, e provvedono loro. Ma a fare cosa? Non lo possono riportare sul ramo, e di certo non posso mettermi ad allevare una cornacchia. Non ho pensato in quel momento che avrei potuto portarlo in un centro LIPU e magari avrebbero provveduto loro.

Col cuore stretto in una morsa vado via, immaginandolo già morto, forse mangiato da qualche animale.

Ma la verità è che non posso fare molto. In quel caso come in tanti altri. Si tende a lasciar morire le cose, anche con enorme dispiacere. Quando si pensa di aver fatto quanto possibile, nonostante la tristezza, nonostante la ferita, si lascia andare quello che si pensava bello ma che sapevamo dall'inizio essere un pullo indifeso per il quale non possiamo fare molto.
Lo osserviamo un po', sperando che le cose si risolvano da sé.
Ma a volte ci sono cose destinate a morire. Lo si sapeva dall'inizio ma ci si ostina a guardare solo il bello. E a soffrire un po' per le mancanze.

Oggi può essere che ci sia il sole per più di 10 minuti di seguito. Il mio compito è di affogarmi di calorie, che mi è pericolosamente passata la fame. E domani andare al museo di Entomologia a Carmagnola e magari, nel parco che lo ingloba, fotografare qualche altro insetto.

È nelle cose meravigliosamente piccole che vedo la delicatezza. E la perfezione.

18 maggio 2018

Io letto, birra e ukulele.

C'è una ragazza che conosco da poco. Leggo di lei da tantissimo tempo, non era ancora nata mia figlia. Non pensavo che l'avrei mai conosciuta. E invece è successo. In maniera strana, eh. Ero un po' teso.
Lei è diversa. Dalla maggior parte delle persone che conosco. Lo capisco da come scrive, da quello che racconta. Mi considero fortunato a conoscerla. Penso a molti che "se la perdono" e penso: ahahaah minchioni.
Io faccio il tifo per lei. Da prima di conoscerla di persona. Da tanti anni.
A volte temo [ancora] che scriverle che le voglio bene, dopo solo 1 mese che ci conosciamo, possa essere frainteso. Che possa pensare, che so, che ho secondi fini. Perchè lo ammetto è strano seguire una persona 12 anni e fare il tifo per lei in silenzio, e senza secondi fini. Ma la verità è che io spero davvero che lei sia felice.
Io credo anche che a volte lei stia un po' a pezzi. Tipo oggi. Perchè lei è sensibile come un nervo scoperto.
Vorrei dirle qualcosa di figo, qualcosa che la faccia star bene anche solo qualche secondo, tipo: sei diversa, particolare, speciale, profonda, sensibile, mi piacciono i tuoi capelli verdi, quello strano hukulele.
E anche un ti voglio bene ficcato lì a tradimento.

Io non so nulla dell'amore. Guardo le coppie di lunga data che si tengono ancora per mano e le invidio un po'. Parlo con amici che stanno insieme da una vita e ancora si amano e li invidio un po'.
Invidio un po' insomma, quelli che riescono a lavorare su quello che io ho sempre considerato il mostro a due teste che chiamo coppia.

Ognuno ha il suo modo di mantenere vivo l'amore. Di certo, anche se sembrerà banale, il sesso è importantissimo. Ma a parte questo, al secondo posto, c'è la lotta continua per gli spazi.

Definisco la coppia aiutandomi con una banale intersezione di due insiemi matematici.


Definisco "coppia", l'unione dei due insiemi. TU ∪ ME.
La differenza tra i due insiemi sarà quello che siamo, i nostri spazi, le nostre passioni che rimarranno nostre, il tempo che dedichiamo solo a noi stessi. In cui usciamo da soli con gli amici a prenderci una pizza o che facciamo una passeggiata, in cui fotografiamo o andiamo a vedere una mostra che ci piace.
Quindi lo spazio fisico e mentale di ciascuno di noi, quello spazio inviolabile e sano che dovremmo avere tutti (e che le coppie mostriadueteste non hanno).
Quindi ME - TU e TU - ME.
C'è poi uno spazio sacro che è quello più difficile da mantenere. Che rischia di inglobare qualsiasi parte di insieme o di essere risucchiato negli spazi personali smettendo così di esistere che è lo Spazio Comune, ovvero SC.
SC è dato dall'intersezione dei due spazi fisici e mentali. SC = TU ∩ ME.

Questo è lo spazio vitale per la coppia. Lo spazio in cui fare l'amore, condividere la giornata, andare a fare una passeggiata, vedere un film. È lo spazio in cui ci si incontra o ci si scontra, si discute e si sta insieme.
È lo spazio che si fa fatica a mantenere equilibrato nel tempo perché non si ha voglia o si fa fatica. Perché si è stanchi dopo il lavoro.

SC è il mio tallone d'achille. SC è la condivisione che non deve essere intromissione e non può essere troppo piccola. Nella mia vita SC ha preso sempre lo spazio della somma degli insiemi, o addirittura si è annullato, rendendo i due insiemi totalmente disgiunti e separati.
Io lo vorrei quello spazio comune. Lo vorrei per guardare le stelle stando seduta in un prato, per guardare un film scemo bevendo un bicchiere di vino, per fare un aperitivo mostrando compassione per un cane ignorato.

Ho parlato ultimamente con diverse persone che mi hanno confermato che SC va mantenuto, con grinta e con i denti. Bisogna mantenerlo in vita nutrendolo anche di spazi programmati. Che sia il venerdì sera ad esempio, o il weekend. So che programmare il tempo comune è poco romantico, ma se prima era solo una teoria esposta dal mio professore di sessuologia, ora è una conferma datami dalle coppie di lunga data che conosco.

Questa è, a mio parere, l'unica modalità di mantenimento equilibrata in cui le persone possono vivere felici insieme.
E l'unico modo di fare squadra. La squadra è formata da elementi singoli, con una propria vita, una propria testa, che giocano insieme per lo stesso obiettivo.
E se lo stesso obiettivo è stare insieme e sopravvivere al Tempo, forse una formula c'è.


13 maggio 2018

A.



Era il 24 febbraio 1997
Ho parlato spesso di te alle persone che conosco, anche se non ho esplicitato mai il tuo nome. Non era necessario in quel frangente. Ti ho definita "la mamma di un mio amico".
Perché sì, mi hai insegnato una cosa importante: che le famiglie separate e felici esistono. O per lo meno che non gettano in disastrose lotte di potere genitoriale i loro figli.

Tu ti sei separata subito da tuo marito, non appena nato Alelè, il mio migliore amico alle superiori. E sei sempre stata con Beppe. Eppure a tutte le feste c'era anche il papà di Alelè il quale si definiva così fortunato di avere questa meravigliosa famiglia allargata.

Così ogni volta che ero a contatto con una persona i cui genitori erano separati e si facevano la guerra, io parlavo di te. Di come era possibile vivere senza rancori, per lo meno senza mettere in mezzo i figli.

Io e Alelè eravamo come i ragazzi di Stand By Me, camminavamo sulle rotaie del treno, vandalizzavamo la piccola città in cui abitava con scritte sui muri (seduta sulle sue spalle, per poter raggiungere i posti più alti sul muro e imbracciando un pennarello ci sembrava di poter fare la rivoluzione), cantavo nel suo gruppo metal. Dormivo spesso da lui e lui dormiva spesso da me. Abbiamo fatto la prima (disastrosa) vacanza insieme da amici. Io, lui e Ivano. In quella vacanza c'è stata la mia prima scappatella di una notte e lui si arrabbiò molto perché era preoccupato, perché non sapeva dove fossi. Ma avevamo litigato. Io ero intrattabile e loro dei maschietti in cerca di pulzelle.

Mi ha iniziata al metal, mi faceva ascoltare i Megadeth e avevo comprato la cassetta dei Pantera. Quanto mi piacevano i Pantera: quando li ascoltavo mi sentivo invincibile.

E tu, tu mi chiamavi Carluccia. Dicevi sempre "Dov'è Carluccia nostra?". Mangiavo da voi, guardavamo insieme la tv, avevi una splendida voce. Alelè si lamentava sempre che qualche volta, quando ascoltava o suonava una canzone, tu irrompevi nella sua stanza e la cantavi un'ottava sopra.
Un'ottava in più non sono mica bazzecole.

Sono venuta con voi in montagna. Dovevamo attraversare il confine francese e io avevo già i capelli mezzi punk, decolorati e un po' arancioni, e avevo la carta d'identità non valida per l'espatrio. "Ma tanto non ci fermerà nessuno" e poi ci fermarono ma forse non chiesero i documenti. O forse chiusero un occhio. Quella notte guardammo le stelle, io e Alelè su sacchi a peli vicini, poggiati sulla nuda terra. Io espressi uno stupido desiderio che mio malgrado si avverò in parte. Accendemmo un fuoco. Ero così felice. Erano cose che con la mia famiglia non facevo ed ero contenta di avere questa sorta di seconda famiglia che mi accoglieva come una parente stretta e non faceva mai domande.

Mi dicevi che venivo da Marte, perché non avevo mai assaggiato cose banali, come forse i carciofini. me li facesti assaggiare. "Ma come fai a non averli mai assaggiati? Tu vieni da Marte!"

E guardare la tua bara che veniva portata via, nella camera ardente ha fatto un po' effetto.
Suonavano i CCR e Elton John, e prima di andare via, Alelè ha messo la ninna nanna che tu cantavi per lui quando era piccolo. E ha detto "È grazie a lei se sono diventato quello che sono, non potrei mai ascoltare musica di merda, io sono cresciuto con queste canzoni".

Qualcuno ha pianto forte. Agnese, il cane di Alelè, girava per tutta la stanza scodinzolando ed elemosinando coccole. Il padre di Alelè si teneva la testa tra le mani guardando il pavimento e Beppe era lì in piedi accanto a te per salutarti ancora.
E io mi guardavo intorno, dei vecchi amici c'eravamo solo io e Ale M, che ancora si ricordava di me. E Beppe che mi ha salutato dicendo "Ciao Carla".

Ci ho messo un po' a scrivere questo post perché sono mancate persone in questi ultimi anni per cui sono stata in religioso silenzio. Ma la verità è che di lei non avevo mai scritto.

Però sempre parlato, in qualche modo.

Mi hai insegnato che a volte le grandi battaglie si compiono per un bene comune, e si compiono con l'Amore.
E conferma ciò che ho sempre pensato: ovvero che bisogna scegliere attentamente le proprie battaglie.

I nomi in questo post possono essere reali, o di fantasia. Che importanza ha? E le foto prese da qualsiasi post su internet. Qual è la differenza? Cosa è reale? Cosa non lo è?


04 maggio 2018

Anaffettività

Ho una compagna di università popolare che ogni tanto vedo. È una persona particolare, come tutte le persone che frequento. Era tanto che non ci si incontrava, per via dell'intervento, dei nuovi lavori, delle giornate che hanno solo 24 ore e per la mia rinnovata incapacità di dedicare del tempo agli altri.

Penso di aver ritrovato, dopo più di un anno, la mia dimensione. Mi piace stare a casa, io, me, una tisana, un libro, il web, l'ukulele.
Ho una vastità di cose da fare che a volte uscire diventa un impedimento.

Il primo maggio ci siamo incontrate. Le ho detto che mi hanno operata, per quello avevo cominciato a fare un po' di assenze all'università popolare. Ma non era niente, alla fine.
Mi ha detto che dopo anni le hanno approvato il trasferimento al lavoro.

Dopo il classico rompighiaccio siamo finite su cose molto personali. Psicoterapia, famiglie.
"Quanto costa il tuo psicoterapeuta (nostro insegnante di psicologia criminale e sessuologia, tralaltro). Mi sa che ne ho bisogno"
"Ah sì, anche tuo padre aveva questo atteggiamento?"

E poi mi dice "Io sono anche anaffettiva".

Segnatevi bene questo termine.

Nella mia vita, questa precisa parola ha fatto capolino quasi all'improvviso. "E se fossi anaffettiva?". Ricordo di avere sempre avuto una percezione distorta dei rapporti umani e degli affetti. Faccio fatica a categorizzare le emozioni che mi tengono legata alle persone, e in molte situazioni non riesco a reagire spontaneamente. Ogni mia reazione è preceduta da una domanda interiore, più o meno sempre la stessa: "Come si comporterebbe una persona normale di fronte a questo evento?".

Così quando usa quello specifico termine, le dico che anche io mi sento anaffettiva.
Annuisce, "In effetti abbiamo tante cose in comune sulla gestione dei rapporti interpersonali, per esempio le amicizie a distanza".

Vero, ho tanti amici stretti che sono lontani fisicamente da me. E quando li ho avuti vicini non li vedevo. Tengo a distanza le persone che vorrebbero passare del tempo con me.

Le reazioni ansiose degli altri mi infastidiscono, non riesco a essere empatica: solo se la persona a me è molto stretta (stiamo parlando di 3-4 persone al massimo). Nel resto dei casi c'è la solita domanda interiore. Quale espressione è quella giusta? Vuole che la/lo abbracci? Per quanto tempo devo mantenermi sulla discussione per fare intendere che mi sta interessando questo problema?

Ma soprattutto, quanto dovrò sentirmi in colpa dopo aver scritto tutto questo?

Ogni giorno una gazzella sa che dovrà correre più veloce del ghepardo

Mi hanno detto recentemente che tutti ci vendiamo. Sempre.
Quando parliamo con una persona cerchiamo di conquistarla, vendiamo noi stessi.
Quando vogliamo conquistare qualcuno, ci vendiamo. Cerchiamo in tutti i modi di sembrare migliori agli occhi degli altri anche se dentro di noi sappiamo che siamo delle merde come tutti, che facciamo le puzzette puzzolenti, che ci schiacciamo i punti neri in ascensore davanti allo specchio (e ci lamentiamo quando questo non c'è).

Eppure mi ritengo un'incapace cronica a vendermi e a vendere in generale perché se dovessi convincere un estraneo a caso che le piante carnivore sono meravigliose perché danno l'idea di essere un incrocio tra il regno animale e quello vegetale, o che i ragni sono affascinanti per le loro ragnatele, o che in fondo le cavallette non hanno un brutto sapore, bhe, fallirei nell'80% dei casi.
Eppure mi sono trovata mio malgrado a fare un lavoro dove cerco di convincere delle persone a fare una cosa che io, per prima, non farei mai.

E le ho provate tutte eh?

Dalla tecnica filosofica del tanto la vita è breve, che le importa. Lo faccia e poi si vedrà. Siamo meteore che non permangono, però può darmi un istante di felicità se mi da' retta alla tecnica scientifica, con spiegone annesso blablabla lei lo sa che blablabla perché il decreto blablabla e quindi sarà costretta a blablabla e lo sconto che le facciamo blablabla.

E penso di avere trovato ieri, la mia tattica. Che posso definire quella del ghepardo.
Il ghepardo è veloce ma non ha molta resistenza. Deve cacciare in fretta altrimenti perde troppa energia. Dopo poco molla il colpo.

Quindi la mia formula di vendita è la seguente.
Lavoro sui grossi numeri. Cerco di raggiungere il maggior numero di persone possibili dedicando loro pochi minuti. Pochissimi. Alla prima obiezione, lascio.
Troppa energia.
E non sono mai brava a convincere nessuno di nulla.

E fu così che per la prima volta, in vita mia, riuscii a vendere qualcosa a qualcuno.

E che cosa vi viene in mente trasponendo questa tecnica di vendita su noi stessi?
Speed dating.
Pessimo.


25 aprile 2018

Dadocritico e Bambinaborderline
Due blogger si incontrano
parte seconda

[leggi la prima parte]

Vado verso il Ruffini e mi piazzo su un'altra panchina con vista sul chioschetto. Sono un po' emozionata, incontro il mio primo fan. Ho incontrato altri blogger che mi seguivano con cui è nata poi un'amicizia. Con qualcuno ci siamo persi di vista, con qualcun altro mi sento ancora anche se raramente. La lontananza non contribuisce, ma Andrea è di Torino. E mi è stato subito ipersimpatico.

Mi whatsappa che è arrivato, lo raggiungo e lo riconosco da lontano. La barba non mente. Va bhe anche le foto postate sul suo blog. Lo raggiungo e lo abbraccio, forse lo spiazzo ma sono fatta così. Mi sei simpatico e ti abbraccio, non posso stringerti la mano.
Finalmente ci incontriamo!
Io seguo il suo blog da poco quindi non sono aggiornatissima: so che ha un problema alla spalla ed è costretto a fare Pilates ("posso venire a guardare?" - "se filmi sono 80 euro!"), so che ha la passione dei giochi da tavolo (e so anche che è molto famoso nell'ambito, amici di Bologna me l'hanno confermato). Mi incontra in un giorno in cui sono estremamente positiva, mi rendo conto di parlare in modo esagitato. Andrea ha gli occhi buoni e un bel tono di voce calmo. Mi offre una birra e prende un'acqua tonica, gli porgo un dolcino, mi porge un regalino.
Sono emozionata: un regalino! È Hive un gioco da tavolo con insetti, eh sì, mi conosce.
Hive
Parliamo, parliamo un sacco ed è come se ci conoscessimo da una vita. So che molte delle cose le ha già lette e da una parte mi spiace, non sono una sorpresa. Dall'altra parte mi dice che rispecchio molto ciò che scrivo, e questo mi fa sentire più trasparente di come io non immaginassi.
Mi dice che mi segue da sempre ma una volta aveva un altro nome, me lo ricordo il vecchio nome.
Mi ricordo anche che Zion (altra blogger) mi chiese di lui, perché seguiva entrambe.

Ricordo queste cose e anche lui mi aiuta a ricordare, di quel vecchio blog, del perché scriveva. Mi sento come una scolaretta delle elementari che vorrebbe chiedergli "Dai, diventiamo amici? Ma ottimi amici, tanto siamo già un passo avanti, sai un sacco di cose di me e ora mi documenterò su di te. Raccontami qualcosa che non hai scritto, fammi diventare una nerd dei giochi da tavolo".
Ha un vistoso anello d'oro con una testa di leone in rilievo: "Posso vedere?"
"Sì, sono un po' tamarro"
"Hai anche la croce d'oro?"
"La croce no, ma la collana sì"
Rido.
Il resto è storia, la foto di rito "Posso scrivere di te sul mio blog? Posso mettere la foto?"
"Puoi fare cosa ti pare".

Il tempo scorre velocissimo, è più tardi di quanto immaginassi. Avrei voluto passare più tempo con lui, interrogarlo sulla sua infanzia, sapere come mai i giochi da tavolo, avrei voluto prendere un'altra birra, fare magari una partita a Hive. Ho sempre paura di perdere le persone che mi piacciono e allora le inseguo, e a volte le spavento.
Di quel pomeriggio al chiosco al Ruffini ricorderò gli occhi buoni, la chiacchierata fitta su cose anche molto personali, l'inizio (spero) di una bella amicizia e la prontezza di spirito di Andrea. Che lui forse un po' lo sa che gli voglio già bene.
Cerco un bus e mi perdo, come al solito. Mi chiedo che cosa potrà aver pensato di una matta che accetta l'invito di uno sconosciuto in un chiosco a bordo strada in un parco.

Spero di rivederlo presto, devo recuperare 12 anni e vorrei sentirli da lui, oltre che leggerli. Grazie Andrea - abbraccio - e a presto.

Belli belli in modo assurdo. 

22 aprile 2018

Dadocritico e Bambinaborderline
Due blogger si incontrano
parte prima

Qualche giorno fa ricevo una strana email, ehi, qualcuno ha commentato un mio post.
Ora, quando aprii il mio blog nel 2006 lo pubblicizzavo un po' ovunque e avevo un sacco di lettori attivi. Commentavano, qualcuno mi scriveva anche in privato, con qualcuno sono nate anche amicizie.
Da quando ho conosciuto Roccio molti ometti sono spariti, il che mi ha fatto fortemente dubitare sulla genuinità delle loro intenzioni e i commenti sono diventati praticamente inesistenti.
Ora niente, il nulla.
Ma ho ricevuto una email.
Qualcuno
Ha
Commentato
Il
Mio
Blog!

Vado a leggere e riporto:
Spero che torni un po’ il sereno su di te, Carla.
Che le cose si aggiustino.
Si aggiustino in modo rocambolesco.
Tipo un medico radiato dall’albo che si faccia strada fra gli altri medici “Permesso, fatemi passare” e che entri in stanza e ti somministri un cocktail di farmaci di sua invenzione, un istante prima dell’arrivo delle guardie.
Che il dottore sia imprigionato in una fortezza su un’isola.
Dopo averti somministrato il sereno.
Ti leggo.
Ciao
Andrea
E sono una persona che visualizza molto quindi se da una parte mi sono commossa, dall'altra ho riso tanto perché ho immaginato questo medico ragazzotto con camice che sventola, mentre corre, e io sdraiata in un lettino di ospedale per una consueta visita e lui che viene trascinato via a forza dalle guardie. E io che sorrido, serena.

Sono, indubbiamente, curiosa. Vado a leggere il suo blog. Dadocritico.
Scrive bene, cazzo. Ed è anche barbuto. Penso che ormai lo saprete, ho un'innata simpatia per le persone barbute (uomini o donne con problemi di ipertricosi). Dal Roccio che considero ancora come uno degli uomini più buoni che io abbia conosciuto, a Gigi con un pizzone notevolissimo, ad, appunto, Andrea Dado. Ma non disdegno barbe più corte. Credo di aver fatto un'associazione mentale tra la barba e la bonarietà, forse associazione nata ben prima di Roccio, in una notte a guardare le stelle con uno sconosciuto rude come un camionista rumeno con la quinta elementare e strafatto di birre ma buono come il pane. E con la barba, naturalmente.
Lo cerco su facebook, seguo la sua pagina, mi chiede l'amicizia e ci scriviamo.
Scopro quindi con stupore che mi segue dal 2006, una presenza silenziosa ma costante, mi dice innumerevoli belle cose su come scrivo. Premetto, non mi considero una scrittrice: questo è un diario, per me. Non sarei in grado di creare una storia, con un intreccio e tutte quelle cose bellissime che ti insegnano alle superiori e che tu fai solo finta di imparare, tanto chissenefrega.

Ma mi fa sentire estremamente brava anche se so bene che tutto ciò che scrivo non è strutturato, ma è davvero quasi un flusso di coscienza.
Mi chiede se possiamo prenderci un caffè, una volta. Ma certo!
Ho intuito sulle persone e Andrea Dado mi ha fatto subito un'ottima impressione. Di quelle che senti quando incontri una persona molto compatibile con cui vorresti stabilire un'amicizia. Ma soprattutto perché mi conosce e perché nonostante tutto quello che scrivo e le mie paranoie e i mie problemi, decide comunque di conoscermi. Conscio che potrebbe essere seppellito da una valangata di Carla.

Il giorno della visita, dell'istologico negativo per cui in un momento molto bello, decidiamo di vederci in un anonimo chioschetto al parco Ruffini.
Io arrivo presto, per cui mi sfango su una panchina a leggere quando (e perché mai non dovrebbe accadermi qualcosa di buffo proprio oggi?) una signora si ferma in piedi davanti a me. La vedo con la coda dell'occhio e alzo lo sguardo che inequivocabilmente le dice "Ha bisogno di qualcosa?". Senza che io proferissi parola mi chiede di farle una foto.
Però al sole.
Però a figura intera.
Però si deve vedere bene la faccia.

Le dico che il sole è molto forte, forse è meglio fare delle foto all'ombra. Insiste.
Le dico che sono fotografa e il mio consiglio resta quello di fare foto all'ombra.
Insiste.
E io desisto.
La piazzo davanti a un muretto con mattoni a vista e le scatto una foto col suo cellulare. Le dico che a figura intera il volto non si vedrà benissimo.
Insiste.
Guarda la foto e mi dà ragione.
Le propongo un primo piano ma sempre all'ombra. Insiste col sole in piena faccia.
Desisto.
Guarda la foto. "Ma sai che forse è meglio all'ombra?".

Per fortuna desiste lei, e poi è quasi arrivata l'ora X, io vado, ciccia. Tieniti la tua foto con la fronte aggrottata e gli occhi semichiusi per il troppo sole. Io ho da fare. [continua...]

21 aprile 2018

42

Mercoledì è andato tutto bene. Ma tutto tutto, a partire dal numero che mi han dato in sala di attesa.

La risposta al significato della vita, all'universo e a tutto quanto.
Ho deciso di tatuarmelo, sperando che sia di buon auspicio per il futuro. Ma chi cazzo ci crede al buon auspicio?
In attesa l'infermiere M mi parla del nuovo ordine mondiale. Non ho voglia di starlo a sentire oggi, così gli dico che mi sembra proprio una cosa complottista. Niente, inarrestabile. "Ma no, perché tu pensi che sia una fuffa da internet, ma tu devi informarti perché blablablabla e poi questi qui hanno anche fatto blablablabla perché non sai che blablablabla".
In genere rispetto le idee degli altri anche se molto diverse dalle mie. Se sono molto diverse o per me incompatibili, continuo a tenere cari i miei pensieri in una sorta di fortezza. Se l'altra persona è decisamente ostile a rivedere i propri pensieri e usa una fortezza simile, io non sarò certo la persona che abbatterà quelle barriere, soprattutto se è una persona a cui non voglio ancora bene.
Mi sono spiegata? Forse no ma stamani non ho le idee molto chiare sul significato della vita, sull'universo e tutto quanto.

in viaggio per l'ospedale

Così annuisco "Va bene dai, passami i titoli di questi libri"
"No, perché sai noi menti superiori dobbiamo istruire gli altri, che hanno nella testa i criceti sulla ruota, capito? Dai, poi passi a salutarmi prima di andare via?"
"Va bene"

Chiamano il mio numero, il cuore batte forte.
Se vi sembra esagerato, vi posso dire in tutta sincerità che lo è. Ma mettetevi nei miei panni, se vi riesce. In tutta la mia vita ho sempre ritirato biopsie infauste. Il ritiro di un istologico per me è sempre stato il segno della croce che può farsi un satanista, una cosa assolutamente fuori luogo, incredibile, fantastica in senso negativo.

Entro nella sala visita dove il medico, a quanto pare il boss, esclama "Ma questa non è una mia paziente, è una paziente della dottoressa Volpe!"
"Ehm no, io dovevo venire giovedì dalla dottoressa Volpe ma non potevo, così mi hanno detto di venire oggi da lei. E poi in realtà sarei del dott. Coluccia che è in pensione, quindi non sono di nessuno"
"Ah bene intanto posso dirle che non ha niente!"

Lo esclama con un tono di voce assoluto, nessuna possibilità di errore. Non ho niente.

Davvero? Io? La ragazza (ormai donna) dei tre tumori?

Mi metto la mano aperta sul cuore, faccio un sospiro che per me dura diversi secondi ma probabilmente è stato un istante. "Davvero? Lei non sa che bella notizia mi sta dando!"
Forse è vero, non lo sa davvero. Immagino le sue giornate a recitare facce tristi o esclamazioni felici a seconda delle pazienti e degli istologici ma in quel momento, seppur inconsapevole di averlo fatto, mi aveva ridato i 10 anni che avevo perso in questi mesi.

"Deve solo fare i controlli mammografici annuali, questa è la copia del suo istologico"

Gli dico che dalla sala medicazione mi hanno consigliato di fargli vedere la mia ferita, che ancora non è guarita.
"Si sdrai"
L'infermiera mi spacchetta il seno, do' un occhio anche io e in effetti la vedo molto migliorata. Ha l'aspetto e le dimensioni della Grande Macchia Rossa di Giove ma per lo meno non sanguina. Vedo che è meno rossa delle altre volte e anche il medico mi conferma che è una bella ferita (sulla definizione del concetto di "bello" abbiamo pareri discordanti, ma non mi metto a discutere con lui). Mi dice che vanno bene le fitostimoline, non devo usare più AquaCell, posso medicarmi da casa senza stare a venire in ospedale. "Fino a che non si forma la crosta?"
"Esatto"
"Ah, senta posso smettere di usare questi reggiseni sportivi che non li sopporto più e mi schiacciano tutta?"
"Bhe, se avesse 5 chili di roba le direi di continuare a metterli, ma direi che può farne a meno"

Esco con le lacrime agli occhi, incredibile. Penso che sia davvero incredibile. Mi guardo attorno attendendo le cavallette e la luna rosso sangue, come minimo. Ma niente, c'è un bel sole.

Scrivo a chi sapeva dell'intervento, scrivo a chi sapeva dell'istologico e a chi non sapeva. Scrivo al mio amico Ninja e gli chiedo se è in libreria. Lo vado a trovare, mi scrive "Così piangiamo insieme".
Lo abbraccio forte, lui sta ancora combattendo e le conseguenze del suo devastante intervento si fanno ancora sentire. Si sfoga, lo ascolto, gioisce con me e ci salutiamo, dopo esserci raccontati un po' del nostro gossip.



Sono passati alcuni giorni ma a scrivere queste cose ho ancora un po' i lacrimoni. Non mi sembra vero ma sono comunque felice di essermi preparata al peggio. Che le belle sorprese sono sempre le migliori.

Il pomeriggio ve lo scriverò con calma, perché ho conosciuto una persona davvero speciale e non voglio che le venga rubato spazio. Perché è giusto che una giornata così bella si concludesse con una bella persona.

18 aprile 2018

Giovedì

Sono convinta che oggi sia giovedì, il mio cervello ha saltato un giorno. Così convinta che ho preso anche il dosaggio di eutirox del giovedì.
Stamani, rinviando la sveglia, cercavo di indovinare il meteo odierno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Potrebbe esserci pioggia.
Sogno.
Suona la sveglia.
Spengo.
Ma magari è solo nuvoloso.
Sogno.

E fu così amica pulcetta mia che ti ho sognato. Passeggiavamo di sera a Bologna e stava diluviando. Parlavi a bassa voce in tono serio, con il cappuccio della giacca che ti copriva mezzo volto. Pioggia così forte che anche il mio giacchino da montagna era zuppo. Non sentivo l'armonia e la musicalità della tua voce e le tue belle risate.
E nella folla per un attimo ci siamo perse, ma solo perché eri andata a prendere, per me, un biglietto del bus, per non so dove volessimo andare.
Io ero con delle persone. C'era un ragazzo che mi piaceva quando facevo le scuole medie, Alberto O.
Quando ero piccola sapevo che lui ascoltava una determinata radio e io la ascoltavo a casa. Un giorno ho sentito una sua richiesta radiofonica e l'ho registrata su cassetta. Era un bravo ragazzo Alberto O, doveva subire anche le angherie degli altri ragazzi perché lo "scarrafone" lo tampinava.

E pioveva, ed era buio.
Oggi devo assolutamente comprare la rafia e la nipagina per allevare le drosophile.
Che è già giovedì.

17 aprile 2018

La motivazione

Non mi bastava essere incasinata con la salute: ho dovuto cercarmi ben due lavori.
Sono tornata in un'azienda presso cui lavoravo (pensavo erroneamente nel 2006 e invece) nel 2007-2008. Mi trovavo bene ma la mole di lavoro era tanta e appena ho trovato altro mi ci sono fiondata.
Ma a volte ritornano.

Per questo lavoro ho fatto un corso di formazione full-time di 5 giorni, quindi per una settimana ho abbandonato l'altro lavoro.

Da ieri al mattino faccio il lavoro nuovo nella vecchia azienda, e al pomeriggio il lavoro che non ho ancora capito quanto mi pagheranno.

Nelle mie allegre scorribande in ospedale ho parlato con M l'infermiere con cui ci siamo scambiati i numeri e che mi ha invitata a uscire, senza impegno (e gli credevo, stranamente, fino a quando non mi ha detto che se avessimo fatto troppo tardi e abitando io dall'altra parte della città potevo restare a dormire da lui e lui avrebbe dormito sul tappeto, o sarebbe rimasto a dormire lui sul mio tappeto e quindi mi sono chiusa a riccio) al quale ho chiesto "Ma che fine ha fatto il mio istologico?".
Alla fine mi sono operata il 26 febbraio. Lunedì era il 9 aprile, mi sembrava che fosse passato abbondantemente il tempo massimo per saperne qualcosa. Così mi dà un altro numero da chiamare. Era lunedì mattina prestissimo. Per non perdere nemmeno un minuto di corso, due volte alla settimana sono andata in ospedale alle 8 del mattino. Quindi uscita da casa alle 6.30 del mattino.

Una volta al corso ho chiamato il numero e mi hanno comunicato che non c'era ancora nulla ma che avrebbero cercato e mi avrebbero chiamata. E il giorno dopo eccoli (che, si stavano perdendo il mio referto?).

Mi hanno chiesto di passare da loro giovedì per il ritiro dell'istologico e la visita ma non potevo perdere nemmeno un'ora al corso e così ho chiesto se avevano spazio in un altro momento. E domani è il giorno X. Pare che mi veda uno dei capocci del reparto.

Non saprei dire se sono spaventata. In ogni caso sarò arrabbiata. Se non è niente dovrò accettare il fatto di aver subito un intervento al seno (con una ferita ancora aperta e tutte le conseguenze del caso) per nulla. Se è qualcosa dovrò accettare di avere (ancora qualcosa). In ogni caso al momento io la vedo come una sconfitta. Minore nel primo caso, certo. Ma.

Ho tante piccole novità belle o brutte che siano. Le mie piccole ferite al cuore non si stanno riemarginando.
Una persona ieri mi ha ridato motivazione a scrivere, ma sarò sincera. In verità sono un paio.
Ed è strano che siano capitate la stessa sera: evidentemente avevo bisogno di più motivazione possibile, anche se il solo commento al mio precedente post è stato sufficiente a farmi capire che ci sono cose che non ha senso mollare.

Mi sono un po' commossa perché pensavo non passasse più nessuno da queste parti. Una volta pullulava di persone che presto o tardi sono spariti. L'avvento dei social, la mia non continuità, gli argomenti sempre più cupi, o magari nulla di tutto questo.

Ho dei nuovi esserini a tenermi compagnia. Due ragnetti salterini (Phidippus regius) e una lumaca gigante africana che però è di mia mamma (l'ha chiamata Debra). Ah e una quantità di Drosophila da dare da mangiare a tutti i ragnetti salterini del pianeta. Tutti presi a EntoModena questo weekend.

Non contenta e dato che ho due lavori (oggi ho controllato il conto in banca, è stato un Ohhhh che bello è arrivata parte dello stipendio di un lavoro. Ohhh ma è arrivata anche la carta di credito e sono sotto di 33 euro) mi sono presa un obiettivo macro vintage (in realtà l'obiettivo macro: un kiron 105 mm 2.8) al comodo prezzo di 239 euro etipassalapaura ma ne avevo bisogno. Voglio fare delle foto ai miei ragnetti ed è ripartita la frustrazione del "ora che lavoro e non ho più tempo almeno spendo i soldi".

Ah e visto che oltre ai soldi mi avanzava del tempo (sono ironica ovviamente) mi sono iscritta a un corso online sul Web Design. Non si sa mai nella vita, tanto ho capito che con la fotografia ci posso fare poco, ho un carattere di merda. Intanto cerco di rientrare nella grafica dalla porta di servizio.

In più, l'azienda vecchia che mi ha dato il nuovo lavoro chiude ben tre settimane ad agosto. È ripartito il trip del viaggio in solitaria ed ero partita con l'idea del Laos, ma è un viaggio che non sento mio. Non so spiegare, ma è una cosa molto chiara in me. Il Madagascar l'ho cercato, l'ho voluto, l'ho atteso per 10 anni. L'ho studiato piano. Era partito con l'idea dei camaleonti che volevo vedere in natura. Poi è diventata curiosità verso il luogo, le persone. Verso la natura, verso i problemi.
Non so niente del Laos, se non qualche spezzone del libro di Terzani Un indovino mi disse. Bello tralaltro, eh?

Quindi ci penso ancora un attimo anche se agosto è dopodomani, praticamente. Vorrei tornare in Madagascar anche se so che ci sono tanti altri posti da vedere. Però il Madagascar è stato l'unico posto da cui non volevo ripartire per tornare a casa. È l'unico posto che mi fa venire i lucciconi se ci penso, più dell'Australia, con i suoi canguri e i wallaby e gli aborigeni che fanno la spesa scalzi al supermercato e l'odore di eucalipto ovunque.
Madagascar non è Africa ma è Africa. È una costola piena di tribù diverse, animali diversi, piante diverse. Madagascar è camaleonti e insetti stecco, Baobab e lemuri.

Io non sono certa di voler andare in altro posto se non quello, e girare nuove zone, magari cercando l'Aye-aye nell'unica zona dove può ancora essere avvistato. E sentirmi un po' esploratrice come nei miei sogni di bambina, quando guardavo i documentari quelli di una volta fatti bene e sognavo di fare quello: viaggiare e stare con i miei animali. Che i miei amici immaginari sono sempre stati animali, mai umani. E spiegare alle persone come è fatto quel fantastico mondo così lontano e così vicino. E l'africa dalla vegetazione gialla e secca, e il deserto di sabbia, e i serpenti squamati, e i koala dolci.


Canzone dei giorni: Amen Dunes Satudarah

   

Questa canzone (e tutto l'album) mi accompagna nelle mie copiose letture di questo periodo. Leggo sul bus, leggo mentre corro da una parte all'altra della città, leggo a casa a letto, a volte leggo camminando per la strada, rischiando la vita. Leggo in pausa, fosse anche per 10 minuti. Non ho più tempo per la vita sociale, che già stava diventando (per mia scelta, eh?) pressoché inesistente, e nemmeno per film e serie. Come farò quando riprenderò a suonare? Mi porterò l'ukulele per strada? Magari sì, e ci guadagno anche qualche soldo.

09 aprile 2018

Sono in stazione e aspetto un treno. Se sia in ritardo o se sia stato cancellato non mi è dato saperlo. Incontro lì una ragazza: è alta, magra, ha i capelli corti castani e gli occhi grandi, una pelle molto chiara. È carina, e non mi soffermo a parlare con lei. Devo andare via.

C'è gente un po' strana in giro, ricordo di aver pensato che dovevano essere usciti da un manicomio, ben conscia che i manicomi non esistono più; uno aveva anche un camice bianco. Prendo delle scale che mi permettono di vedere la stazione un po' dall'alto. E noto che questi personaggi strani camminano "sopra" i treni fermi e temo che si vogliano buttare di sotto. Ma sono forse lontana per richiamare la loro attenzione e noto che questa ragazza è anche lei, ora, in una posizione in cui può osservarli. Le faccio dei gesti per indicarle i due personaggi in questione che sono sempre girati di spalle e lei mi fa cenno di stare tranquilla. Usciamo insieme dalla stazione e incontriamo due mie amiche. Non ricordo chi siano perché ora sono concentrata e presa dalla mia nuova amica. Tant'è che camminiamo seguendo quest'ordine: io davanti con lei e le mie due amiche dietro.

Mentre camminiamo mi mostra un sacchetto che aveva con sé. Ci sono dentro un paio di autoreggenti, dice di volermele regalare. Forse mi sarebbero state grandi ma dico che non importa. Sono particolari, una è di colore grigio e l'altra è (guardacaso) rossa. La ringrazio e non vedo l'ora di tornare a casa a provarle.

Arriviamo in piazza Campanella, è nella mia vecchia zona: mi piaceva abitare lì. Ci sediamo su un gradino fuori da un negozio e cominciamo a parlare. Io però sono in ansia. Guardo l'orologio e sono le 19.13. Alle 20.30 devo fare qualcosa, ma ora non ricordo cosa: forse arrivi tu, non ricordo. E in tutto questo devo comunque prima tornare a casa, provare le calze, vedere come stanno sotto il mio vestito nuovo, mangiare.

Le guardo ancora, hanno qualcosa che non va nel bordino, ma poi lei mi spiega. Il bordo va ripiegato verso l'esterno. Così si possono vedere i fiocchetti.

Saluto tutti con una scusa e vado via, però mi spiace e sono un po' gelosa di lasciare la mia nuova scoperta con i miei vecchi amici, così torno, ed esclamo "Va bhe, dai resto!".

RagnoB, ora entri in gioco tu, amica mia.

Vengo a casa tua, dopo questa scoperta e questo regalo. A casa tua c'è la ragazza di tuo fratello che lo aspetta, sconsolata, dal giorno prima. A quanto pare si comporta con lei da maschio alpha. La lascia a casa con tua mamma mentre lui va via per giorni. Mi ricorda qualcuno.

Ci presentiamo e ti mostro le mie belle calzette e ti dico che devo assolutamente provarle. Tu parli a bassa voce e mi dici che in quella casa il silenzio è da rispettare, perché siete un po' particolari. Accendo la tv e anche se il volume è basso, non posso abbassarlo ulteriormente con il telecomando. Abbandono la missione e spengo.

Mi provo queste benedette calze e sono carinissime MA una è più "alta" dell'altra. Per inciso la calza rossa arriva poco sopra il ginocchio e sembra più una parigina mentre la calza grigia arriva a metà coscia. Ragno B, mi guardi e decreti che "è così che deve essere". Nel frattempo arrivano due donne, una delle due è sicuramente la mamma della ragazza di tuo fratello ma non riesco a capire chi sia, e in questa confusione di volti non riconosco nemmeno tua mamma. Poi, una donna si avvicina per presentarsi e mi fa un saluto da ragazzina, alla "bella lì, come butta?". Mentre loro vanno nell'altra stanza, noto che sulla forma del piede della calza (e in quel momento le ho indosso) c'è scritto qualcosa come "donne calze, collezione costosa". E penso che sia strano che una perfetta estranea me le abbia regalate.

E poi le donne in casa mi rivelano che quel tipo di calze in quella casa non sono ben accette.

Ma non sapremo mai come è andata a finire la diatriba perché la sveglia ha suonato e l'unica cosa che mi è rimasta in testa è la questione delle calze: riuscirò a trovarne un paio simile nella realtà?

24 marzo 2018

Dissociazione cognitiva

La mia ferita non poteva aspettare e sabato 17 era nuovamente piena di siero. Ma sabato il reparto è chiuso.
Avevo già chiamato il giorno prima per qualche gocciolina sospetta ma mi avevano detto di non preoccuparmi, qualche gocciolina è normale.

Sabato non sapevo cosa fare, ma non volevo andare al pronto soccorso, temevo facessero peggio. Così sono andata in farmacia a comprare dei cerottoni per rimedicarmi, ovvero togliere il cerottone garza sopra, lasciando gli sterilstrip sotto, e rimettere un altro cerottone.
Lunedì sono tornata, stessa scena della volta scorsa, l'infermiera chiama una dottoressa perché una volta spacchettata, nella zona in cui prima c'era una crosta abbastanza spessa c'è una sorta di liquido giallo verdastro che a una prima occhiata sembra pus.
La dottoressa dice di non preoccuparmi, a volte succede, è fibrina e viene prodotta per riparare i tessuti ma impedisce la cicatrizzazione, bisogna toglierla.
Prende un bisturi, una pinza e armeggia. Sento tirare e non troppo dolore ma quando la leva rimane un buco. Profondo.

Da sdraiata non riesco a vederne la profondità ma i margini non sono belli. Sarà un ovale lungo due cm e largo un cm. Mi richiude con gli sterilstrip e mi impacchetta esattamente come il dopo intervento.
Chiedo della cicatrice, se rimarrà brutta "Ma no, usiamo apposta gli sterilstrip che chiudono bene i margini della ferita, purtroppo a volte accade. Ha mai avuto problemi con i punti?"
No mai avuti, e sono stata tagliata tante volte.

Dovrò tornare giovedì 22 come stabilito.

Torno giovedì che il pacchettone fatto dalla dottoressa era quasi tutto scollato, ma l'ho riparato alla meno peggio con un rotolo di cerotto trovato in casa e col seno compresso da un reggiseno sportivo. Così mi hanno consigliato.

Le solite domande: chi l'ha operata, quando, ecc ecc

Faccio notare che è rimasto un punto ed è strano, sono punti riassorbibili, così decide di toglierlo, però nel momento in cui lo tira via, parte del filo che riconduce a quel punto è interno e tirando viene in su un pezzo di carne del "dentro" la tetta. Meno male solo sdraiata. "Non guardi!".

Chiama un medico esclamando "so già cosa fare!".

Il buco è sempre lì. Se la ferita fosse a sinistra potrei dire che è il mio cuore che sta sanguinando e potrebbe non essere sbagliata come affermazione, ma è a destra. Mai una gioia.

Arriva il medico, lei dice "Con un'altra signora che aveva la stessa cosa ho usato le fitostimoline, ci vuole un mesetto ma si sistema"

"Non mi mettete gli sterilstrip?"

"No signora" dice il medico "la ferita deve guarire in profondità. Se lo chiudiamo ora, si riparano i margini ma sotto resta aperta. Deve venire in su".

Che cosa intenda con quel Deve venire in su è tutto un programma. Ma ho già le lacrime agli occhi. Senza che possa dire niente incalza "Purtroppo rimarrà una brutta cicatrice".

"Che fortuna eh?"

"Io preferisco essere chiaro con le pazienti, purtroppo sarà evidente"

Ormai ho gli occhi pieni di lacrime ma cerco di trattenermi come meglio posso. L'infermiera mi dice che molto dipende dal trattamento che farò dopo.

Mi dice che per questo tipo di medicazione dovrò essere in ospedale due mattine a settimana quindi mi ridà appuntamento per lunedì e giovedì.
Esco e resto seduta ancora un po' in sala d'attesa, che poi non è una sala d'attesa, è solo il corridoio davanti alla porta, a testa bassa.

Esco dal reparto a testa bassa, prendo il bus e ho gli occhi ancora gonfi di lacrime che però tengo, come un segreto che però faccio fatica a non rivelare.

Arrivo a casa di G e piango, piango di un pianto che non mi capitava da quando ero piccola. Piango e non riesco a smettere. Mi prepara un the e due muffins e guardiamo "Hot shots 2".
È una riparazione momentanea ma funziona, riesco ad andare al lavoro nel pomeriggio.

E lo so cosa pensate, è solo estetica. Ma non è una questione di estetica, è una questione di integrità fisica. Non riesco a fare in tempo ad accettare un piccolo problema che se ne presenta un altro. Avete presente quando in un film un uomo è a terra perché gli hanno appena sparato? Ecco, a fatica cerca di rialzarsi ma il cattivone gli spara di nuovo. Cade nuovamente ma non si perde d'animo, a fatica cerca di sollevarsi sulle braccia per strisciare, ma un altro colpo lo stende di nuovo.
Mi sento come sotto una raffica di piccoli proiettili (e deve ancora arrivare l'istologico).

Oggi vado a Genova, è una piccola gita di un giorno ma ho bisogno di staccare dalla mia stanza. Ho degli amici dolcissimi che vorrebbero starmi molto vicino ma per il carattere di merda che ho, questa vicinanza ha il risultato opposto di farmi sentire soffocata.

Così mi isolo ma consapevolmente, sapendo che ben presto anche loro si stancheranno di questo mio atteggiamento. La verità è che di solito sono più brava con queste cose, ma sono anche un po' stanca.
E in tutto questo mi sono innamorata proprio di una persona di cui non avrei dovuto.

15 marzo 2018

Il mio siero (della rottura di cazzo)

Qualche giorno fa al mattino, al centro dello sterno, ho visto delle goccioline di non so cosa.
Su internet pare che a volte si formi del siero sotto la ferita ed è assolutamente normale: quello che non mi è parso normale è stato svegliarsi ieri mattina con la garza completamente impregnata di questo siero.
Così ho chiamato l'ospedale e mi hanno detto di andare.

La ferita tralaltro mi pareva ancora aperta, un po' di crosta stava andando via ma sotto sembrava slabbrato, non so come spiegarvi. In ospedale hanno massaggiato fino a fare uscire tutto il siero e in effetti alcune aree che mi parevano più gonfie si sono sgonfiate. I margini della ferita non erano bene adesi, negli strati sottostanti e questo ha creato una sacca di siero. L'apertura poi della ferita creerà una cicatrice più visibile, ha detto l'infermiera.

Dopo avere spurgato tutto ha messo i cerottini sterilstrip per fare aderire meglio i bordi del taglio "Salviamola un po' almeno" e ha messo un cerottone "Non toccare niente e torna giovedì 22 a farti medicare". Mi ha anche consigliato di andare dal medico a farmi prescrivere un antibiotico ad ampio spettro per evitare infezioni.

9 anni fa nulla di tutto questo. In più ieri è morto Stephen Hawking.
In più mi sto reinfilando nel giro dei lavori di merda.

Ne avete altre di cose in serbo per me, per questo 2018? No perché eh? Mi sono già rotta le balle e siamo solo a marzo.


La decimatrice

Non so come abbiamo fatto a scappare, tutti i miei compagni erano stati uccisi. Ma noi, piccolo e sparuto gruppetto, no; ci siamo rifugiati in un altro universo convinti che nessuno potesse più rintracciarci. Eppure in uno dei nostri anonimi spostamenti tramite bus eccola, lei, vestita in rosso.

Colei che ci aveva decimati.

Ci fu subito ovvio che lì per lì non poteva muoversi, ma non potevamo andare da nessuna parte.

Aspettò che il bus si fermasse, scese con noi e ci portò sul tetto di una scuola. Il sacrificio stava per essere completato, ma io mi ricordai che nello zaino avevo qualcosa e dovevo solo trovare il pretesto per prenderlo.

Finsi un malore e chiesi di poter prendere le pastiglie per poterlo attenuare e lei, stranamente, acconsentì.

Aveva uno chignon biondo portato alto sulla testa, la radice scura dei capelli, il rossetto rosso abbinato al cappotto. Decisamente bella e crudele.

Presi la pistola, era minuscola e non era mia, non ricordo di chi fosse. I miei compagni di viaggio capirono e si rilassarono, forse troppo, rischiando di farci scoprire.

Nascosi la mano con la pistola alla sua vista e chiusi lo zaino. Dovevo essere rapida.

Si voltò un attimo e gliela puntai dietro alla nuca, premetti il grilletto ma "click click" niente, non sparò. Ero disperata e continuai ma lei si mosse e in quel momento partì il colpo.

Un minuscolo forellino apparve ma stranamente la traiettoria non era quella corretta e il risultato fu solo quello di farla agitare.

Secondo colpo, e cadde a terra.
Terzo colpo, per sicurezza.

Guardai lei, guardai la pistola e guardai i miei compagni. Il nemico era stato sconfitto, eravamo ancora vivi. Ma il viaggio non era terminato.

Avremmo trovato tante altre difficoltà ma ci sentivamo più preparati, più invincibili, meno umani.

Il sole stava tramontando riempiendo quell'atmosfera già carica di drammaticità di una luce splendida, surreale.

Ci mettemmo in cammino, la strada era ancora lunga.