29 novembre 2016

Il tempo che serve

Tutte le mie storie cominciano (o finiscono) su un treno o in una stazione. Sono legata ai viaggi come all'aria che respiro.
Danza del ventre è nata su un treno tanti anni fa, potrebbero essere passati 10 anni circa.

Quando facevo la spola tra Torino e Firenze alla fine avevo fatto conoscenza (nonostante si fosse nei nuovi treni veloci che ancora non si chiamavano Frecciaminchia ma qualcosa come Eurostar e la socializzazione era impossibile) con un gruppo di persone che facevano spola anch'esse. Se non tutti i weekend, almeno uno ogni due ci si incontrava.
Sapete quelle conoscenze senza nome? Non ci eravamo presentati, però ci vedevamo sempre: era quasi rassicurante. E se non stavamo nello stesso vagone spesso capitava che si incrociava ai bagni. "Ciao, come va?". "Oh bene grazie, sempre su e giù, eh?".

C'era una ragazza di Torino con il fidanzato a Napoli, quindi faceva la mia stessa tratta. Un giorno spiegava agli altri ragazzi della compagnia di viaggio di come danza del ventre le avesse fatto scoprire dei muscoli che non pensava esistessero.

Allungai il collo e tesi l'orecchio per sentire meglio.

Mi intromisi: "Sono curiosa! Dimmi di più"

Ma se per tante cose reagisco nell'immediato, quelle che coinvolgono la mia timidezza hanno bisogno di tempo, tanto tempo.
Questa è la risposta a chi mi dice che sono impulsiva: non per tutto. Ci sono voluti anni, è dovuta riaffiorare a galla questa idea. Era rimasta sepolta lì, in un angolino del mio cervello.

Ci sono anche decisioni non prive di responsabilità che impiegano tempo a maturare. Ho impiegato 1 anno prima di prendere un camaleonte (che poi sono diventati due), non ero sicura di potermene prendere cura.

Scoprire la pancia (che delirio, non immaginate, mettermi in costume - preferirei stare in una spiaggia naturista), provare a muovermi davanti ad altre persone, inizialmente perfetti sconosciuti è stato uno scoglio enorme che sono stata ben contenta di superare.

Come quando feci quel corso scolastico di improvvisazione teatrale. Fu a tratti doloroso ma mi aiutò da matti.

C'è una cosa che non ho mai fatto ma che mi piacerebbe fare. Un viaggio all'estero. Da sola.
Perché penso vada fatto, perché voglio farlo, perché potrebbe anche essere una bella esperienza fotografica.
Altro post dall'archivio, mai pubblicato.

Dico ieri a mia mamma che venerdì scendo a Firenze. Suo commento: "Ah, ma scendi ancora a Firenze?".
Che abbia qualche strano sospetto? Forse di una delle persone che sono venute su per il concerto dei Placebo, due delle quali erano impegnate l'una con l'altra e la restante apparentemente libera era lui? Sì lui.
Bizzarra cosa ma mia mamma non ha l'intuito mammifero che hanno solitamente le altre femmine della sua specie.
Un giorno porto a casa Pinguino, lo presento come mio collega essendo io abbastanza riservata in famiglia e anche terrorizzata dall'incontro con qualsiasi cosa che si avvicini all'essere un ragazzo/fidanzato/uomo con un membro qualsiasi della mia famiglia. Che poi effettivamente era quasi collega, o no?
Qualche giorno dopo ho l'accortezza di chiedere a mia mamma come lo trova. E lei esce con una frase del genere: "Ahh, ma allora aveva ragione tua sorella a dire che non era solo un collega".
Mia sorella ha più intuito di mia mamma, è abbastanza preoccupante la cosa.
Del resto non c'è da stupirsi se io ho tanto terrore dall'incontrare la famiglia di, o di far incontrare la mia famiglia con.
Le mie esperienze sono terrificanti: Stephen King ha scritto Shining ispirandosi alle mie vicende.
Il mio storico ex prometteva bene: coincidenze bizzarre hanno voluto che suo padre e mio padre fossero migliori amici, un tempo. Suonavano insieme nel gruppo di paese, il mio babbo aveva insegnato al suo babbo a suonare la chitarra. E mia mamma era amica con sua mamma per evidenti motivi di adozione di amicizia. Translitterazione fidanzesca: la ragazza del migliore amico del tuo uomo è una tua amica.
A me pareva tutto facile, ma quella volta sono stata io a essere presentata come amica. Persino quando io e lui oramai convivevamo (abbiamo convissuto 4 anni circa). Un giorno sua mamma vede un anellino al mio dito ed esclama "Ma come luccica questo anello, ma allora fate sul serio". Io purtroppo non so dire bugie. Sono allergica. Balbetto, divento rossa. Invece di dire una bugia posso mimare conati di vomito e scappare in bagno, quello sì. Ma quando mi fanno una domanda non so non rispondere, e nel 99% dei casi dico la verità. Così quando mi ha chiesto "Ma vivete insieme?" io ho temporeggiato due secondi e poi ho detto "Bhe, ogni tanto sto da lui". "Ogni tanto quanto?". Io: "Tutti i giorni".
Un'idiota.
Questa cosa di non essere in grado di non rispondere e di rispondere col vero mi ha messo in difficoltà parecchie volte, ricordandomi spesso che una bugia a volte aiuta. A volte.
Ad esempio se vai a ballare e qualche maniaco ti strattona verso di sè prendendoti per un braccio, non è obbligatorio rispondere alla sua domanda "Come ti chiami?". Idem se un tossico sul pullman, mentre torni a casa dalle superiori, ti chiede che facoltà fai e tu cerchi di spiegargli che fai ancora le superiori e lui insiste "Sì, ma che facoltà?". Fiato sprecato.
Riesco a raccontare balle solo a mia mamma, ma è questione di sopravvivenza. Altrimenti non si vive, sul serio. Lei è molto ansiogena ed eccessivamente preoccupata per qualsiasi cosa. Se mi chiama e il mio telefono non prende, quasi sicuramente prova a richiamarmi almeno 100 volte nei secondi successivi. Se poi, appena il mio telefono riprende la linea, provo a richiamarla, sono quasi certa che risponde mezzo microsecondo dopo lo squillo quasi piangendo e dicendo "Dov'eri? E' mezz'ora che provo a chiamarti".
La mia fortuna è appunto quella che lei almeno ha visto Roccio. E quindi questo le basta per essere più o meno tranquilla.


Scordando ogni cosa appena scritta e facendo pazzie, come al solito.
Perché ormai lo sanno tutti che sono matta, e appena avrò abbastanza soldi per andare da una psicoterapeuta ve lo dimostrerò.
Ricetta in mano e prozac in gola.

06 novembre 2016

Quando cominciai a essere una ragazza dai capelli strani

Ci sono un paio di foto che hanno ricordi immensi. Un po' come quando guardi le foto dei tuoi genitori e ti sembrano così innamorati e felici, e poi li guardi dal vivo e hanno perso più colore delle foto, anche se sono in bianco e nero e ti chiedi come possa essere possibile. Ci sono dei momenti in cui ripensi a cose accadute e vorresti segnartele come meglio puoi, anche se tante cose sono passate, anche se i ricordi sfumano nel buio, filmati con transizioni in nero assoluto, dove la luce non arriva.
Filmati che ti ricordano un po'.
Quando hai 13 anni hai pochissime preoccupazioni nella vita, eppure ti senti addosso i problemi del mondo. Quando cresci ed effettivamente riguardi al passato pensi di aver gettato via momenti bellissimi, momenti in cui forse potevi anche godere soltanto delle piccole fortune che ogni giorno ti riservava.
Io ero un brutto anatroccolo. Lo sono ancora, ma ho imparato a valorizzare due o tre cose, quelle giuste, quelle che spiccano. E in un certo senso così brutto anatroccolo non sono più. Magari non sono il cigno nero della favola, magari un'elegante gazza, ecco.
A 13 anni il mio unico problema era di non farmi prendere in giro dai ragazzi. Mi riusciva poco, a dirla tutta, con quei capelli lunghi fino al sedere ma scompigliati e spettinati. Gli occhiali tondi che mi rendevano più simile a una tartaruga di terra e gli anfibi ai piedi. A 13 anni sono queste le cose che contano, vorresti solo spiccare e non essere come tutti gli altri.
A me, a 13 anni, è stato diagnosticato un linfoma.
Ai tempi io e la mia amica Elisa dormivamo spesso una a casa dell'altra. Quel sabato dormii io da lei. Non riuscivo per nulla a prendere sonno e mentre mi giravo e rigiravo sperando di abbandonarmi ai miei sogni lo scoprii. Un ringonfiamento sul collo. Capirai, ho pensato, sarà che mi viene sempre mal di gola, non sarà nulla. Ma come la lingua batte dove il dente duole, la mia mano finiva sempre sopra la clavicola. Sembrava un rigonfiamento bello grosso, mannaggia. Il giorno dopo mi guardai allo specchio, era anche piuttosto visibile. Sì, bisognava farci caso, bisognava sapere che era lì, immobile e tondo, ma c'era. Il mio pediatra mi disse che sarei dovuta andare a fare delle analisi del sangue.
Per chi non ha paura non è un dramma, ma chi la paura ce l'ha mi capisce al volo. Aghi. Prelievi.
Non avevo ancora mai fatto un prelievo, ed ero più che paralizzata all'idea.
All'ospedale infantile mi fecero fare, oltre al prelievo che praticamente non sentii, delle lastre al torace e una visita generica. Riflettemmo sul fatto che effettivamente poco prima di notare il rigonfiamento mi venne la febbre. Una febbre che nemmeno la tachipirina riusciva a mandare via.
Ma mi rimandarono comunque a casa con pasticche grosse e rosse che mi avrebbero fatto passare ogni cosa.
Il pomeriggio stesso invece chiamarono. Mi dissero che dalle lastre risultava qualcosa ed era meglio ricoverarmi. Io stavo piombando in una realtà che non conoscevo assolutamente, e che non volevo conoscere. Non riuscivo a prendere la cosa con spirito, anzi, la presi piuttosto maluccio, convinta che un grosso male stava aspettandomi da qualche parte. Carla, piccola e catastrofica.
Durante il ricovero mi fecero la biopsia a quello che si rivelò essere un linfonodo e un prelievo del midollo. Mia sorella una sera chiamò quasi piangendo. Mi chiese se quello che avevo era un linfonodo o un linfoma. Chiesi al dottore, ma lui rispose con un "Perché me lo chiedi?". A mie successive insistenze disse che si trattava di linfonodi.
A casa controllai la differenza. Cercai sull'enciclopedia medica. Il linfoma è un tumore maligno del sistema linfatico.

Qualche giorno dopo mi chiamarono dall'ospedale. Dovevo concordare con loro la terapia e parlare di ciò che avevo. Il dottore mi parlò come si parla ai bimbi, forse perché lo ero. Forse ero solo una bambina. Ma mi sentivo male perché capivo. Capivo ogni parola. O meglio, desideravo più chiarezza.
Fu così che "il grosso sasso davanti ai polmoni" che rischiava di "pesarmi sul cuore e sui polmoni se non curato" divenne, dopo altre mie insistenze, un linfoma. Il maledetto si era insidiato davanti ai polmoni, nel mediastino. Era entrato in circolo attraverso il sistema linfatico e aveva deciso di costruirsi un'altra stazione spaziale sul mio collo. In sede sovraclaveare destra.
Ora, entri all'ospedale convinto di dover prendere qualche antibiotico e ti viene detto che invece dovrai iniziare una chemioterapia. Fa molta differenza.
Nessuno mi disse esattamente cosa fosse. Ma mi documentai fino alla nausea. Non c'era internet e passavo molto tempo in biblioteca. Volevo capire che tipo di veleni avessero intenzione di iniettarmi, volevo capire cosa mi avrebbero provocato. Volevo sapere la percentuale di risoluzione totale della malattia. Volevo capire perché io.
Non ci sono risposte a queste cose. I veleni cambiano a seconda del tuo stadio, le reazioni cambiano da persona a persona, non esiste una risoluzione totale, non esiste guarigione ma solo sopravvivenza. Non si può guarire da una malattia di cui non si conoscono le cause.
Non potevo sapere perché io.
Mi trovavo d'un tratto ad affrontare un mostro più grande di me. Quando sei appena una ragazzina ma puoi capire tutto, capisci cosa significa che forse ti cadranno i capelli, capisci che cosa significa che forse dovrai passare periodi di isolamento, perché i tuoi globuli bianchi verranno avvelenati dalle stesse sostanze che ti salveranno, capisci un sacco di cose ma non le puoi accettare.
Così ti tagli un po' i capelli, quei capelli lunghi fino al sedere li tagli alle spalle, cominci ad assentarti da scuola. Le terapie sono in day hospital, entri al mattino alle 8 ed esci alle 12, ma sei distrutta. Vomiti fino allo spasimo i succhi gastrici e ti ci vogliono circa 3 giorni per rimetterti. Poi dopo due settimane sei ancora lì, e riprendi da capo. 9 mesi di vomito, e prelievi, e flebo, e trasfusioni, e aferesi. E tu sei lì, con tua mamma che ti guarda e che si chiede anche lei perché è capitata proprio a te questa cosa. Ma a guardarsi attorno sembra di stare in un campo di guerra. Tutti bambini. Tutti malati. Allora cominci a chiederti davvero: perché noi? Perché si deve stare male?
Attacchi e cominci, smetti e riparti. Cadi e ti rialzi. Ogni giorno. E ti rendi conto di stare male ma non vuoi ammetterlo. A volte cadi nel vittimismo, a volte nell'eroismo. A volte ti senti solo male perché sei ben consapevole che le persone che ti amano soffrono molto di più a vederti stare male di quanto possa soffrire tu.
Ma io, io sono un'eroina. E trovai abilmente il modo di farmi coccolare dai miei amici. Loro che pazientemente mi stavano dietro, che asciugavano le mie lacrime, che non mi facevano mai sentire diversa. Mai.
Se è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno, io sono stata molto fortunata. E quando i veri amici ci sono, si festeggia la vittoria. Il 4 gennaio 1995 io festeggiai la mia vittoria. L'ultima chemio. Avevo anche fatto la radioterapia, che come regalo mi ha lasciato l'ipotiroidismo e spero null'altro. Chemioterapia. MOPP/ABVD. Le sigle dei veleni.

E gli anni passano, sei il ritratto della gioia. Fai fatica a staccarti dall'ospedale, hai passato il primo quadrimestre del liceo scientifico all'ospedale, fai fatica a stare dietro ai tuoi compagni più svegli. Non riesci a studiare ma sai di aver lottato per qualcosa di più importante e sorridi a dispetto di tutto. E sei felice. E non ti interessa null'altro.

Passa ancora un anno e ogni tanto ti capita, ogni tanto, di passare la mano sul collo. Cercare, avere paura. Può capitare di sentire una pallina. Allora chiami l'ospedale e loro ti rassicurano sempre. Hai avuto mal di gola Carla. E' normale ti si gonfino i linfonodi, è la loro funzione.
E torni a casa tranquilla. Un altro giorno di sole.

E poi ancora, altro tocco, altro gonfiore.
Ma questa volta nessun rimando a casa, questa volta un'equipe di medici ti sta intorno e, a turno, palpano quella pallina. E via, tac, radiografia, scintigrafia, analisi, biopsia, prelievo midollo. Questa volta la tua biopsia viene spedita a Bologna e tu hai ancora paura.
E ti rendi conto che questa volta non è come le precedenti. Questa potrebbe essere una cosa seria. Allora decidi di tingerti i capelli strani, tanto forse cadranno. Decidi di andare in vacanza e non pensarci, perché i dottori ti hanno annunciato che al tuo ritorno ci sarà la chemioterapia ad aspettarti.
Ancora. Linfoma di Hodgkin.

Colpa del tassista

[post ripescato dalle bozze del 2008 credo]

Sabato sera siamo andati in un pub triste triste. Ma era sabato o venerdì? Non ricordo. Il pub a dirla tutta è molto bello, è grande, tutto di legno. Il classico pub dove si va tra amici a chiacchierare. E’ totalmente vuoto, quindi c’è vasta scelta di tavoli. E’ una cosa non da poco.
Peccato che il gestore ci mette un bel po’ a fare i cocktail che lasciano un po’ a desiderare: ma se si ha lo stomaco forte va bene. E poi è un po’ buio, la luce è data da piccole abatjour con ragnatele annesse, inserite tra un tavolo e l’altro. E poi è freddo, c’erano le finestre socchiuse.
Ma per fare 4 chiacchiere non c’è niente di meglio.
Ieri e l’altroieri sono stata a Torino per delle visite. Tutti mi dicono “Ma perché ti sbatti fino a lì per farti visitare che qui c’è Careggi blablabla?”. Risposta: “Quando trovi un medico di cui ti fidi non lo lasci così facilmente”.
Parto l’altroieri da Firenze Rifredi, nemmeno a dirlo, il treno ritarda di mezz’ora. Certe cose non cambiano proprio mai. Arrivo insomma già abbastanza tardino, visto e considerato che un folle seduto accanto a me aveva sul tavolino la foto (ritagliata da un giornale, in bianco e nero) di Sarah Miller e ogni tanto chiacchierava con la foto. Proprio così. Appena c’era un po’ di baccano lui guardava la foto, rideva, e borbottava qualcosa. Io non so, cercavo solo di dormire, ero un po’ cotta perché mi ero svegliata abbastanza presto (povero Roccio che doveva anche andare al lavoro). Ogni tanto mi voltavo verso il signore e lui smetteva: assomigliava a Robert De Niro, la versione italiana con i capelli bianchi e tanta pancetta.
Arrivata a casa di mia mamma mangio velocemente qualcosa e porto a spasso Poldino, intanto un forte mal di testa dovuto al troppo sonno sul treno mi devasta. Mi doccio veloce, mi sistemo alla meno peggio e vado in centro. Magari due passi mi fanno passare il male.
Scopro che in piazza Castello hanno aperto una nuova libreria, molto bella. Qualcosa come “libreria.coop” o “coop.libreria”. Ci faccio un giro e trovo un sacco di libri che vorrei comprare. Ho la mania compulsiva dei libri. Poi non riesco a stare dietro agli acquisti e si accumulano nella libreria. Quanti libri belli. Quanta carta stampata, quanti bei colori di copertine, quante cose su cui vorrei documentarmi.
Meglio uscire. Esco e mi avvio verso la fnac, ma anche lì c’è la libreria. Mi riperdo tra i libri, cerco testi sul Madagascar (all’altra libreria ne avevano di più). Mi chiedo cosa sarebbe meglio se Madagascar o Australia, sono due mete ambitissime, tutta natura, tante bestie, tanta avventura. Rimando la decisione e corro in farmacia a prendere qualcosa per il mal di testa che intanto è aumentato.
Torno a casa di mia mamma mangio qualcosa (si era ormai fatta ora di cena) e prendo la pastiglia. Il giorno dopo ho la visita, anzi le analisi, mi toccherà passare tutta la mattinata in ospedale. E poi devo fare il prelievo, e come al solito ho paura del prelievo.
Per andare all’ospedale ci sono due opzioni: prendere il bus e svegliarmi parecchio prima o prendere il taxi e svegliarmi a un orario decente. Opto per la pigrizia e la spesa allucinante. Il taxista infatti fa strade inesplorate e mi fa spendere circa 21 euro, e mi saluta con “Auguri”. Tutti sanno che non si fanno gli auguri in questi casi ma bisogna dire “In bocca al lupo” mannaggia a te taxista.
Mi tocco le palle che non ho, ma dato che sto decidendo di diventare superstiziosa quasi quasi le espianto a Roccio e le impianto a me: dato che in salute non vado fortissima almeno ogni volta che vado in ospedale e qualcuno prova a farmi gli auguri mi tocco le pallediRoccio e magari la scampo.
Vado al bancone di legno del C.O.E.S. detto altrimenti Centro Onco Ematologico Subalpino, però lì mi mandano a fare la coda: che strano, per gli ex pazienti del Regina Margherita di solito consegnano direttamente loro le impegnative fatte dall’ospedale. Però non dico nulla, in un anno cambiano tante cose,anche le procedure.
Quindi mi accodo e vado a fare il prelievo. Entro come sempre terrorizzata. L’infermiera è un donnino che parla come la Littizzetto (uh come lo sento l’accento piemontese adesso. Mi sembra così alienante) e urla come una foca in calore. Mi vede, penso, tremolante, mi rassicura dicendo che ha lavorato tot anni in Ematologia al Regina Margherita, l’ospedale infantile, e difatti dopo tanti anni mi becca al primo colpo la vena e non mi fa nemmeno male, visto e considerato che mi ha bucato sul dorso della mano, zona abbastanza sensibile. Non deve nemmeno farmi due buchi perché ha azzeccato tutto, io penso checulocheho e vado a mettermi in coda per l’ecografia alla tiroide.
Il dottore che mi fa l’ecografia era una volta un assistente. Mi aveva visitata assieme al mio endocrinologo circa 3 anni fa. Lo avevo notato perché era un bel ragazzotto alla Tom Cruise, lampadato ed aitante. Il mio antitipo ma medico, quindi comunque da notare.
Lo rivedo però più stanco, non più lampadato e con le occhiaie. Era tornato dalla notte e l’ultima visita del suo turno ero io. Era davvero a pezzi.
Mi dice di nuovo che la tiroide probabilmente è da togliere. Mi tocco le pallediRoccio e spero che si possa rimandare all’infinito.
Intanto arriva il mio endocrinologo, gli chiedo come mai al bancone di legno non mi hanno consegnato l’impegnativa. Parte arrabbiato a fare il cazziatone alla signora che avrebbe dovuto farlo e torna con la mia impegnativa.
Mi rimane solo quella che credevo essere una mammografia ma si rivela (come appunta l’endocrinologo) per ora “solo” un’ecografia al seno.
Vado a fare colazione che ho una fame boia e spero mi facciano passare prima dato che sono le 10 e ho l’appuntamento alle 12.40. Ma arrivata in reparto radiologia capisco che non c’è speranza. C’è gente che aspetta da ore ed era prenotata ore prima. Il mio problema è il treno. Devo prendere il treno ma prima devo tornare a casa di mia mamma a recuperare lo zaino. Questo vuol dire che per prendere in tempo il treno delle 17 devo uscire dall’ospedale alle 14. Mi ci vuole un’ora e mezza per andare a casa di mia mamma dall’ospedale e un’altra ora per tornare in stazione. 15 minuti per mangiucchiare qualcosa ce le vogliamo mettere?
Insomma si fanno le 13 e sono ancora lì. Meno male ho il libro sulla PNL che tralaltro ha proprietà soporifere su di me, mi basta leggerne una pagina e svengo collassata, come in catalessi, oberata da tanti termini e diciture. Per dirla breve la gente comincia a sfavarsi e partono le polemiche.
Così ci spostano in un altro reparto che fa la stessa cosa. Chiedo a una signora per quando era prenotata. Mi dice che era prenotata per le 10 (sono le 13.20), perdo speranze di passare perché le dico che sono prenotata per le12.40 ma, miracolo, mi chiamano. Quindi la signora si sfava perché ora sa che la sua prenotazione veniva prima, però la dottoressa dice che mi sono registrata prima di lei e quindi non ci sono cazzi. La ringrazio e le spiego che ho anche un treno da prendere, quindi attacca a ecografare. Mi spoglio, mi sdraio, guarda bene, riguarda bene e parla con un collega. Parla di nodulini. Mi fanno rivestire e mi spostano al reparto dov’ero prima per farmi fare una mammografia. Ma come mammografia, non dovevo fare solo un’ecografia? Comprendo bene che c’è qualcosa che non va.
La mammografia, per chi ha poche tette come me, è una tortura. Devono schiacciarti il seno tra due ripiani e il medico ce la mette tutta, me le tira, me le palpa, me le strizza. Un male cane insomma. Poi le rifà più volte perché non gli riesce: col senone (come direbbe mia mamma) sarebbe tutto più semplice ma un senino non ha mammografia che tenga. Mi chiedono di rivestirmi e mi fanno rifare un’altra ecografia con una dottoressa con più esperienza.
Parla di linfonodi e di gruppi calcificati, io non ci capisco molto, ma continuo a capire solo una cosa: che qualcosa non va.
Mi chiedono di rivestirmi dopo aver fatto un segno sul seno destro con un pennarello indelebile nero. Mi piazzano un cerotto con una sferetta incollata all’altezza del puntino disegnato. Mi fanno fare un’altra mammografia ma i segni non coincidono. Mi chiedono ancora di vestirmi e il dottore mi spiega che ci sono un gruppo di formazioni calcificate e un nodulino ma non sanno altro. Fare un’agoaspirato non si può, troppo piccino. Vogliono farmi una biopsia chirurgica.
L’11 saremo di nuovo a Torino per una visita dall’endocrinologo ci dirà lui poi, guardando gli esami, cosa fare. Certo, ho paura.
Però c’è Roccio con me (che dolce, mi ha regalato un fiore di girasole), e anche se un piantino me lo sono fatta ieri, non posso davvero lamentarmi di niente.
E poi, lo so bene, la colpa è tutta del taxista.
[bozza del 30/08/2007 ripescata oggi]

Ieri mentre ero in chiamata mi si avvicina una donnina mai vista: era l'ora della pausa quindi fremevo per alzarmi un po', quand'ecco che l'anonima veneziana mi chiama per nome e si presenta. Mi dice che è dell'ufficio del personale e voleva parlare con me delle mie dimissioni, quindi oggi mi tocca andare mezz'ora prima per fare un colloquio su questo.
Sapevo che per entrare bisognava fare il colloquio, non per uscire da un'azienda.

In ogni caso accetto tutto, anche se ammetto che andare in una nuova azienda un po' mi spaventa. Penso sia normale.

Persino entrata qui ero paralizzata: eppure l'esperienza del call center è abbastanza comune e non servono competenze specifiche. Ma ricordo la prima chiamata che abbiamo fatto al corso con la nostra tutor accanto che ci indicava col dito cosa fare.

Ieri poche chiamate ma sono stata richiamata all'ordine perché, nei momenti liberi da chiamata, leggevo (le ultime pagine de La compagnia dei celestini di Benni).

Posso capire che una persona al lavoro non possa farsi i cazzucci suoi però questo è un lavoro dove la produttività non cala se leggo quando non ho nulla da fare (perché non posso fare null'altro). In un lavoro qualsiasi ti viene chiesta qualsiasi cosa se è un momento in cui non stai davvero lavorando.
Sorvoliamo il fatto che sono un mago a trovare i numeri di telefono.
Ieri mi ha chiamato un tizio che cercava un negozio di usato o a Cinisello Balsamo o a Sesto San Giovanni, non ricordava bene. Ma non solo non ricordava bene la località, non sapeva nemmeno il nome, e nemmeno la via. Si ricordava solo che era all'uscita (o ingresso) della tangenziale e si trovava su una grossa strada. Ovviamente in categoria Usato - compravendita non esisteva nessun negozio in nessuna delle due località. Allora ho chiamato un negozio a caso a Sesto San Giovanni chiedendo se conoscevano un grosso negozio di usato che stava su una grossa strada. Mi hanno detto l'indirizzo ma non il nome e anche loro non erano sicuri sulla località (si vede che era un negozio di confine).
Trovo la via e chiamo un altro negozio a caso su quella via, a Sesto San Giovanni, e finalmente mi dicono il nome del negozio che in realtà si trova a Cinisello Balsamo. Insomma, so' maca.
Incantesimi telefonici a parte penso proprio che il tabù non sia leggere, ma non fare un cazzo.

In ogni posto di lavoro non fare un cazzo è (per il capo) eticamente sbagliato.
Al primo call center dove ho lavorato non stare al telefono era cazzeggiare.
Al canile cazzeggiare voleva dire stare seduti.
Alla casa editrice cazzeggiare voleva dire stare in piedi oppure al telefono.
All'azienda informatica cazzeggiare era non stare al computer.
E qui, di nuovo, è non stare al telefono.

Per adattarsi a un nuovo lavoro l'importante è capire cosa si intende per cazzeggio. Il resto è una strada in discesa.

Di brevi ma fantastici incontri

[Post trovato tra le bozze di almeno 3-4 anni fa e pubblicato ora]

Sabato ho lavorato 10 ore. Sono uscita distrutta, con una stanchezza addosso che non si spiega. Mi sono detta che lo scotto da pagare per lavorare 6 ore al giorno (poco meno di 8) è davvero troppo e la cosa non mi piace affatto.
Tantopiù che sabato c'era a Bologna Chiarina, mia amica ed ex collega di Firenze, per un corso che segue un weekend al mese direttamente a Bologna. Per carità anche lei era impegnata fino a sera, ma mi dava noia l'idea di non essere per niente in forma. Così alle 20 Fry passa a prendermi e andiamo di volata verso la stazione dove la mia amica aveva la stanza d'albergo (nel quale teneva il corso). Chiarina è stanca, si vede, siamo in due. In tre contando Fry che, seppur riposato dal sabato, aveva addosso una settimana non proprio leggera.
Ma è stato davvero bello, non ci vedevamo da tantissimo tempo e abbiamo avuto modo di chiacchierare, fare quattro passi, vedere un po' di Bologna. Anche per noi che ultimamente non uscivamo mai.
Sotto la luce della serata bolognese ridiamo quando Chiarina mi chiede in silenzio "Ma si sente che sono di Firenze?" togliendo le ti e le ci e unendo di e firenze in un toscanissimo "diffirenze".

Ma a mezzanotte eravamo distrutti tutti quanti. A me il sabato così mi ha devastata. E ci abbracciamo e ci salutiamo "alla prossima" ma il 9/3 sarò a Torino e così dovremo saltare ancora, ma il bello delle vere amicizie è che non conta quanto ci si sente o quanto ci si vede. Si è, per l'altro, quando ha bisogno. E quando non ha bisogno ha la certezza che se avesse bisogno ci sarebbe.

Ho cominciato questo post proprio due sabati fa, quando tutto è accaduto. Ora non ricordo cosa è successo in queste settimane di buio. So che lunedì ho ricominciato a lavorare ma è come se non avessi mai staccato. Ho passato una settimana lunghissima.
La seconda settimana, ovvero questa, è quella della pausa lunga. Ho ripreso pian pianino a studiare tedesco dopo quasi due settimane di stacco. Una mia (carinissima e dolcissima) collega si è ricordata di portarmi i suoi libri di tedesco delle superiori che sono ancora imbustati e non so quando avrò tempo di aprirli. C'è stata una grossa nevicata in questi giorni ma non ricordo quando. Abbiamo prenotato un viaggio per Berlino dal 7 al 13 Maggio e progettiamo un secondo viaggio on the road (stile quello che abbiamo fatto in Corsica) per Luglio. Stiamo stringendo le chiappe ma siamo riusciti a mettere da parte due soldini che ci permetteranno di fare questi viaggetti senza troppi pensieri.

Oggi ho avuto un colloquio, ma non voglio dirvi nulla. Solo che è andato bene e che non è stato un vero e proprio colloquio.

Da domani cambierò postazione e sarò vicino alla responsabile. Sono sicura che lei sarà tranquillissima, ma lo stress psicologico di avere il capo quasi in braccio sarà palpabile. Quindi passeranno almeno 2 mesi (che è il tempo medio che ha di cambiare le postazioni) in cui sarò lagnosa e intrattabile. Per la gioia di Fry.

Ho rinnovato il viola ai capelli perché alcune ciocche davano sul bianco.
Prima

Dopo

Confesso: questi capelli mi piacciono da matti. Spero di non trovarmi costretta a tingerli di un cosiddetto colore normale perché sono anche questo. E mi piace essere così.

Seguirà un post molto più serio. Ma solo quando avrò voglia di scriverlo.

30 ottobre 2016

La mia memoria (corta), la mia nuova Mantova

Chissà quanti post doppi ci sono su questo blog: ho una memoria tremenda. Ho però una memoria abbastanza visiva: mi ricordo i volti, le situazioni, ma non riesco a collegare le situazioni con le date o i volti con i nomi. A volte cancello delle cose e il mio cervellino le sostituisce con altre.
Sarei un pessimo testimone durante un processo.
Al lavoro mi ha sempre dato problemi questa cosa:
"Te l'ho spiegato un mese fa!"
"Ma sei sicura?"

E qui arriviamo al nocciolo della situazione. I supporti di memoria. Non potendo usufruire di un HD esterno dove poter andare a salvare i dati in eccesso, lascio che lo facciano per me altre cose.
Il supporto principale è per me la scrittura. Anche questo blog. Quando non ricordo quando è successa una cosa la cerco qui. Fino a poco tempo fa al mio (ex) lavoro ci era vietato prendere appunti per una questione di paura (terrore) di furto di dati. Era la mia fine.

Ricordate Twin Peaks? Quando lo davano ero piccola: capivo la metà delle cose e me ne sono accorta riguardandolo poco tempo fa.
Amo Lynch perché nei suoi film non si capisce un cazzo. Quindi ognuno ha titolo per dire quello che gli pare tipo "Secondo me in Mulholland Drive la seconda parte è l'incubo della prima e la scatolina è una metafora della scatola di fagioli che aveva mangiato il giorno prima e che le era risultata un po' indigesta".
Nein, amo Lynch perché amo i sogni e il suo mondo onirico mi affascina da morire.
Comunque in Twin Peaks il protagonista aveva un registratore. Ohibò, non appena l'ho visto ho capito che dovevo possederlo. Fu così che i miei cedettero al mio capriccio e mi presero un piccolo registratore a microcassette. Lo portavo ovunque. Nelle gite parrocchiali, nelle gite di classe, all'oratorio, forse anche a scuola (non ricordo) e lo usavo per studiare.
Non avendo una cameretta mi chiudevo nel cesso, leggevo le pagine del sussidiario e riascoltavo la mia voce tante volte da farmi venire la nausea, finché non riuscivo a far entrare le nozioni nella mia testolina da criceto. Il mio primo supporto alla memoria. Erano le elementari.

Ovviamente non è durata molto, anche se nelle vecchie cassettine si possono ascoltare ancora canzoni cantate in gruppo, barzellette sconce raccontate dagli amichetti, stralci di noiosissime nozioni.
Il supporto che più ho amato e che ancora adesso è con me è la macchina forografica.
Un giorno mi regalarono una Ricoh automatica. Una di quelle macchinette che scatti e non devi fare altro, con flash incorporato. Una scatola (nera) magica.
Ben presto molti istanti furono immortalati. Capodanni, natali, compleanni, grigliate, follie tra amici (chissà dove ha messo il mio caro amico - ora fotografo - una foto di me quindicenne in cui indosso i suoi boxer, ho le pinne ai piedi e il collare con le borchie al collo, seduta sul water chiuso mentre faccio finta di bere da una bottiglia qualcosa di imprecisato e coi capelli acconciati con una cresta imperfetta). Il mio nuovo supporto: immagini che potevo codificare. Non importava quando erano accadute quelle cose, c'erano state e non erano una fantasia della mia mente.
Ho cantato in un gruppo metal, ho le foto a dimostrarlo. Stavo insieme al bassista.
Giravo con dei ragazzotti punk, sìsì check.
Una volta avevo i capelli lunghi fino al sedere.
La mia migliore amica aveva una bellissima casa in campagna.

Con il digitale è stato diverso. La compatta era sempre con me. Processionarie in fila: click. Cartello strano: click. Sbronza allucinante: click (un po' mossa, eh?)

Sono sul treno per Firenze e sto procedendo a zig zag senza una direzione, vediamo dove arriviamo.
Oddio IO procedo a zig zag, non il treno. Ci tengo a specificare.

Comunque ho abbandonato la compatta per la mia fedelissima Canon 7d.

Mantova: centro storico patrimonio Unesco.
Concorso.
Andiamo a Mantova.

Ho un vago ricordo di Mantova. Palazzo Te e i suoi disegni, la camera degli sposi del Mantegna. Le vie acciottolate (che fanno urlare porca***onna a ogni passo) piccole.
Un mondo sospeso tra passato remoto e presente.

Con me la fedelissima T, testimone anche al Monte Sacro di Varese. Decidiamo di vederci al mattino per fare colazione in via borgovico e poi andare alla stazione con calma.
Mentre usciamo dal bar capiamo che la situazione di quella giornata non sarebbe stata normale. Un vecchino, con i tubicini dell'ossigeno al naso, stava cascando in terra appena ci ha viste. Ripresosi all'ultimo ha esclamato: "Non mi spaventate eh?".
Io e T ci guardiamo, il vecchino semimorente riprende la strada come se nulla fosse accaduto e rimaniamo in quell'attimo in cui ci chiediamo se effettivamente abbiamo sentito bene o se è stato tutto frutto della nostra immaginazione. Facciamo spallucce e andiamo in stazione.
Cömo - Milano Centrale
Milano Centrale - Mantova.
Lungo il tragitto salgono sul treno due poliziotti. Il secondo non riesco a inquadrarlo, non riuscivo a staccare gli occhi di dosso a quello che parlava con noi. GENTILISSIMO.
"Ragazze, cortesemente, posso chiedervi i documenti?"
Eh, certo, una mezza tossica e un'extracomunitaria, avrà pensato, ho fatto bingo.
Consegno i miei documenti, T il suo visto. Scaduto.
"Questo è scaduto"
"Eh sì sto aspettando che mi arrivino i documenti"
"Ma ha già avviato le pratiche?"
Quando T è nervosa ride. Comincia a ridere.
"No non ancora"
Il poliziotto fa una smorfia tra il compiaciuto e l'indeciso.
T continua "Sono sposata, sto aspettando i documenti"
"Ahhh va bene"
Altra veloce occhiata e se ne vanno.
Poco prima T mi aveva confessato di sentirsi a disagio quando c'erano poliziotti in giro perché sa che stanno cercando qualcuno e lei non ha ancora i documenti che però dovrebbero essere già suoi da tempo. Lentezze sudamericane.
Arriviamo a Mantova e, tempo due minuti, ci perdiamo. Dopo ovviamente aver incrociato un intero scuolabus con bambini appiccicati ai vetri che ci salutano e dei ragazzini che esclamano "Che cazzo hai fatto ai capelli?".
Google maps non ha nessun potere sul nostro istinto malevolo di orientamento. Gira a destra, gira a sinistra, e nulla. Il coso per mangiare tramezzini non c'è. T chiede informazioni ma una signora le risponde male.
Meno male da qui in avanti i Mantovani si dimostreranno persino eccessivamente gentili. Troviamo appunto di che mangiare e proprio i ragazzotti che ci servono ci danno qualche indicazione spontanea su Mantova. Dove prendere le mappe, cosa vedere, ecc.

Io uso il mio nuovo (vecchio) obiettivo Helios e mettere a fuoco è un'impresa.

Ma non siamo qui per parlar di foto. Trottiamo come delle pazze per cercare di imprimere qualcosa di interessante ma  riesco a ricavarne poco. Bici. Foglie autunnali. Le solite cazzo di cose.

Con un po' di stanchezza, e dopo aver comprato della sbrisolona farcita da portare agli amici, arriviamo a Palazzo Te. Stormi di volatili in cielo.
Sembra di essere dentro una sceneggiatura del film di Hitchcock.

Presto o tardi sarebbe capitato.
Splat.
Sulla mia testa e sul cappotto e lo zaino di T.

Pulendoci alla meglio andiamo in stazione dove compriamo i biglietti per Cömo in biglietteria. Non quella automatica, c'era proprio l'omino. Ho vaghi ricordi di questa cosa, forse l'ultima volta che è successo è stato nel 2008. Ricordo sì, parlai con uno di questi omini mitologici, metà uomo e metà sedia, per un biglietto per Firenze.

Comunque T mi guarda e mi chiede: "Dobbiamo timbrarlo?"
"Ma va, ora anche i regionali hanno degli orari, figurati tranquilla.

Saliamo sul treno, controllore: "Questo doveva essere obliterato lo sapete?"
"Colpa mia, ero convinta che non si dovesse"
"Quindi la paghi tu la contravvenzione?"
Ride, gli chiedo di chiudere un occhio. "Ma per voi chiudo tutti e due gli occhi, si vede che avete fatto il biglietto oggi, tranquille"
Fiù

Salgono 3 capotreni/controllori Trenord. Uno con un accento del sud molto forte.
Attaccano bottone.
Stavo quasi per dire "Almeno voi no, ve prego" quando mi sono trattenuta. Alla fine siamo state al gioco, non hanno chiesto il numero o simili, cercavano solo di chiacchierare.
È una cosa che alla fine capisci al volo, dove vogliono andare a parare le persone che hai di fronte. Soprattutto dopo centinaia di approcci (anche senza alcun doppio fine, ovvio). All'inizio sei sperduto, specialmente quando ti insegnano che le persone cercano sempre di avere un ritorno e ci metti anni per fidarti nuovamente delle persone.

La nostra giornata è stata questa, la mia vita è quasi sempre questa. Una giornata lunghissima piena di avventure che continuerà nel prossimo post di Firenze.
Stay Tuned.

24 ottobre 2016

Il vaso di Pandora

Quando ero piccola lessi un racconto illustrato sul vaso di Pandora. Mi rimase impresso.
Siamo tutti dei vasi di Pandora che, una volta scoperchiati, non possono più essere richiusi.

Oggi andrò a ritirare il mio obiettivo ordinato su ebay. È, vintage, è russo, sì, è un Helios.

Dopo aver visto gli scatti del mio compagno di classe russo - di solito chiamato semplicemente "compagno russo" e le immagini nel mio cervello si sprecano - mi sono decisa. Un amico fotografo mi ha detto la marca dell'obiettivo che ha "quello sfuocato molto particolare" e il compagno russo l'ha confermato così, dopo qualche consiglio su quale modello prendere mi sono decisa.

Per ben 30 euro mi sono aggiudicata un obiettivo che potrebbe regalarmi delle gioie.

Posso anche dire che le foto fatte dal mio compagno russo alla sottoscritta hanno qualcosa di decente, alcune sono molto belle; l'abilità del fotografo si vede. Anche perché mi ritengo un soggetto infotografabile: in genere non mi riconosco nelle foto. Quella che vedo è una persona più vecchia, rugosa e brutta di quella che ho davanti allo specchio.

Eppure lui trova il momento giusto per non farmi apparire come nelle tradizionali foto ma riesce a riportarmi a un livello simile alla immagine che sento di avere di me.

E così mi chiedo: chi sono io? Il soggetto infotografabile, l'immagine riflessa allo specchio o una proiezione che ogni tanto, mentalmente, faccio di me?

Ho ricominciato a sognare. I sogni di questo periodo prevedono corridoi abbastanza scuri illuminati con faretti e porte che non si aprono, strade sbagliate e posti remoti in cui rimango sola.

Tutto sommato una manna dal cielo rispetto ai morti, al sangue, ai mostri che di solito popolano il mio mondo notturno.

A Cömo è ricominciata la stagione dei monsoni. Pioggia interminabile, tempaccio, freddo.
Più che freddo lo chiamerei fresco.

Poi se ci pensi bene è quasi una sensazione interiore, questa pioggia. Non so se io sono influenzata dal tempo o se la mia interpretazione del meteo viene influenzata da come mi sento.

Sono un grigio al 18%, piovosa e vulnerabile.
Come Cömo.

Aggiungo questa poesia che di tanto in tanto mi torna in mente:

Calmati!
Shhht, no, non guardare fuori dalla finestra. Il rumore è dentro


23 ottobre 2016

I miei siti Unesco

Ho deciso di partecipare a un concorso fotografico; devo fotografare alcuni siti patrimonio Unesco in Lombardia e mettere gli scatti (massimo 10) sui social.
Mi sembra una bella iniziativa, anche per conoscere qualche altro posto che non sia il centro di Cömo, il Birrivico, il Pura Vida d'estate, ecc.
Gambe in spalla e si va.
Il primo sito che scelgo di fotografare è il Sacro Monte di Varese. Trattasi di una montagnolina su cui sono piazzate 15 cappelle (sì, ho cercato un sinonimo ma niente) in salita. Una sorta di percorso spirituale insomma, fino ad arrivare al paesino in cima che è davvero una favola.

Per arrivare lassù io e la mia amica T dobbiamo prendere il bus da Cömo a Varese e poi un altro bus che ci lascia alla prima cappella da cui, proseguendo e salendo a piedi, vedremo tutte le altre. In prima battuta pensiamo di prendere la comoda funivia che ci avrebbe lasciato in cima per poi scendere con calma e fare foto in santa pace. Ma l'autista ci comunica che la funivia non va. Apprendiamo solo in seguito che viene attivata solo nei weekend.
Con (mio) grande disappunto cominciamo a salire. Vorrei descrivervi le chiesette ma sono davvero quasi tutte uguali e anche fotografarle non rende. Patrimonio Unesco sì, ma mi viene l'incazzo se penso al castello di Sammezzano che invece sta lì così in attesa: di cosa, poi, non so.

Il paesello in cima invece è molto carino (ma sarà patrimonio Unesco? Mha) solo che dopo un breve giro ci tocca scendere. La fame chiama e vogliamo qualcosa di veloce da mangiare a Varese.

Non ho mai amato Varese: probabilmente l'ho già scritto ma quando io e Fry eravamo in procinto di trasferirci nel profondo nord stavamo cercando casa a Varese. Poi Zion mi disse "Perché non cercate a Como? È più carina e ci sono anche meno leghisti".
Nonostante Il luogo di lavoro di Fry sia più vicino a Varese ci siamo lasciati convincere soprattutto dalla seconda affermazione. Come poi abbiamo scoperto, a Varese celebrano anche il compleanno di Hitler.
Devastante.
Tornando ai miei siti Unesco la seconda avventura che vi propongo è stata al villaggio operaio di Crespi d'Adda. Convinta di dover fare meno chilometri me la sono presa con calma. La mattina in cui ho deciso di andare ho preso il treno alle 11.16. Fu così che ci misi 3 ore.
3 fottutissime ore.

Como Nord Lago - Milano Nord Cadorna
Metro verde fino a Gessate (lontanissima)
Autobus fino a Trezzo sull'Adda
E, dulcis in fundo, buona mezzoretta a piedi.
In tutto questo ho incontrato persone con istinti omicidi (oltre me) che sembravano ostacolare la mia già difficile propensione all'ottimismo, in una giornata in cui scattare foto (con quel cazzo di cielo bianchissimo) sembrava impossibile.
Il controllore di Trenord sembrava essere strafatto di caffeina. Io uso solo biglietti digitali comprati online che mostro poi a chi di dovere dall'app.
L'app di trenitalia è lentissima, per cui ci mette quei suoi buoni 30 secondi per aprirsi.
In tutto questo io portavo le mie dolcissime cuffione da isolamento sociale, insomma, la mia fabbrica di ottimismo (anche se non tutti comprendono che tenere sulle orecchie delle cuffione con musica metal a tutto volume significa "Non rompermi le palle, sono un'antisociale di merda e odio tutti" e cercano di calpestarmi i piedi ogni due secondi chiedendomi se il bus/il treno/la madonna sono passati).
Errore mio: non le ho tolte, ma in genere non serve.
Passa quindi il controllore e io cerco di aprire l'app.
Cerco.
Attendo.
A un certo punto vedo che muove la bocca: mi levo le cuffie e attacca così: "Certo, se io le parlo e lei ha le cuffie è ovvio che non mi sente. Ce l'ha o no questo biglietto?"
Quasi partito l'embolo.
"Certo, le indicavo lo schermo del cellulare per dirle di attendere un attimo che l'app si stava avviando"
"Eh certo ma se uno le parla e lei ha le cuffie!"

Bene, così mi sento anche in torto.

Procedo nel mio viaggio, arrivo a Milano Nord Cadorna e vado per prendere la metro. Peccato che sulla app non si possano prendere i biglietti per Gessate che è già fuori Milano. Così vado in tabaccheria e chiedo se è possibile fare da lì già i biglietti per Trezzo sull'Adda.
Controlla.
Non sa.
Mi dice che forse è meglio fare prima il biglietto per Gessate e poi lì fare quello per Trezzo sull'Adda.

Conto: 1, 2, 3
"Sa magari le do il biglietto sbagliato"
20, 21, 22..

Scendo in metro e la metro per Gessate passa dopo circa 10 minuti. Non so quantificare il tempo impiegato per il tragitto, invece.

Mi tocca quindi fare il biglietto per Trezzo sull'Adda e andare alla fermata. Il mio amato cellulare intanto è già al 60% di batteria.

Ovviamente so il nome della fermata a cui scendere ma non so dov'è, così dopo un tempo ragionevole chiedo all'autista dove posso scendere per la fermata Biffi.
"È la prossima!" risponde lui secco.
Dato che dopo 5 minuti o forse meno si ferma, chiedo conferma della cosa. "È questa?"
E lui "Ma se le ho detto che è la prossima! Non questa, la prossima!"

1, 2, 3...
Da che mondo e mondo per me "la prossima fermata" è quella che sta arrivando (e per capire se sono io che sto impazzendo ho chiesto conferma a tutti di questa cosa e sì, sono ancora quasi sana di mente).
"Dove sta andando?"
Gli spiego.
"Ah che bello, ma di dov'è lei?"
"Di Como"
"Ah bhe carina Como, però sono molto chiusi perché blabla io ogni tanto vado a Milano che blabla sono più aperti, blabla invece in queste cittadine, blabla per esempio lei coi capelli così blabla la guardano male invece a Milano nessuno ci bada blablabla"
"Mi scusi devo scendere"
"Sìsì, conti che c'è ancora un quarto d'ora buono di cammino da qui"

Detto che mi stava dando le indicazioni sbagliate ci ho comunque messo mezz'ora passando in strade non asfaltate, su ponticini di legno sopra fiumi, in mezzo a sentierini quasi di bosco alberati. L'umidità era talmente alta che presto i miei capelli sono diventati un nido arruffato per moscerini morti e le zanzare mi hanno sbranata.

Finalmente arrivo ed è un po' una delusione. A parte che i villaggi operai mi mettono tristezza (evviva! Il "padrone" di lavoro ti costruisce una casa accanto alla fabbrica così sarai schiavo per sempre, e felice di esserlo!) questo non è particolarmente bello. La fabbrica centrale è chiusa, alcuni edifici abbandonati. Le case non hanno un'architettura particolare e ci sono anche scolaresche in gita che mi impediscono alcune inquadrature.
Vado in quello che, sul loro sito, è indicato come il punto da cui iniziare la visita. Una sorta di centro turistico di accoglienza.

Appena arrivata trovo delle mappe della zone sparpagliati sul bancone e chiedo "Posso prenderne una?"
"Sì certo, sono 50 centesimi"
Mappe a pagamento? Alla fine me la regala.

Scopro che c'è un cimitero e il mio cervello comincia a calcolare quanto tempo mi ci vorrà a tornare a casa e in che ora devo fuggire da quel luogo per essere a casa a un orario decente.
Insomma giornata pessima, foto orribili, tempo indecente. Se non altro sono andata in giro che, sapete, per me chi si ferma è perduto.
Torno a casa alle 19.30 pensando che se voglio fare delle foto che spieghino la bellezza del patrimonio Unesco in Lombardia è bene che mi faccia venire in mente qualcosa perché finora il risultato è pessimo.
Così pessimo che nemmeno io ci vorrei andare!

18 ottobre 2016

La mia (nuova) cena al buio

Sabato 15 ottobre era in programma una cena al buio organizzata dai non vedenti. Ci sono stata anche diversi anni fa, ho cercato sul mio blog se ne avevo già parlato ma a quanto pare no, quindi vi beccate un resoconto dettagliato dell'evento in questione.

Innanzitutto era a Vaiano, vicino Prato. Qualche anno fa probabilmente sempre nei dintorni ma dentro il teatro di una chiesa, in periodo di quaresima e avevamo mangiato solo riso e patate. L'atmosfera ora era completamente diversa.

Ne ho approfittato essendo giù per la scuola di Fotografia, coinvolgendo i ragazzotti toscani due dei quali alla fine non sono riusciti a venire, indiposcia eravamo io, il buon Gianni, la sua ragazzotta, Marco e Giadina.

Come previsto ci avrebbero purtroppo diviso in due tavoli, questo perché i tavoli sono da 6 e dovevano fare in modo da riempirli senza lasciare nessuno isolato.

Appena arrivati al posto ci hanno consegnato dei meravigliosi bavaglini, l'elemento più utile della serata perché il tovagliolo spesso svaniva nel nulla (nulla=pavimento) e cercare robe nel buio sul tavolo vi assicuro era così frustrante che spesso tenevo il bicchiere con una mano e mangiavo con la forchetta (più facile con le mani) con l'altra!

Ma torniamo al principio, ecco una nostra bellissima foto prima che cominciasse tutto:

Ancora sereni (abbastanza)...
Arriva l'organizzatrice che urla "Carla la vegana?" "sarei vegetariana ma eccomi!"
"Bene tu devi stare al tavolo 5 insieme da altre due persone, non mi interessa come vi dividete basta che tu sia al tavolo 5". Presto fatto. Marco e Giada vengono portati via prima di noi, l'ingresso è lento perché, come scopriremo più avanti (ed era stato così anche la scorsa volta) si entra in sala che è già totalmente buio.

Finalmente tocca a noi e io, Gianni e Laura ci mettiamo in coda a tre ragazzotti sconosciuti per fare il nostro ingresso. Fila indiana, mano sulla spalla di chi ci precede e chi guida il trenino è un non vedente. Inutile anche marcare il fatto che camminassimo con passettini minuscoli. Io in particolare non amo molto il buio, dormo sempre con uno spiraglio di luce che entra dalle tapparelle e quando ero piccina esigevo una lucina accesa.
Dopo un tempo che sarà stato breve ma a me è sembrato eterno, sento quello davanti a me che si siede, quindi perdo totalmente la mia guida. Sono a bordo tavolo, tocchiccio un po' e trovo una sedia. Il mio cervello urla "MEINE" e successivamente "non mi sposterò mai un millimetro da qui".

Si comincia con le presentazioni, davanti a me ho Jonathantuttoasinistra (alla sua sinistra ovviamente) che pensavo si chiamasse inizialmente Gianni, poi ho capito Gionata, e che ho chiamato tutta la sera Giona per evitare di sbagliare. Alla mia sinistra c'è il buon Gianni e davanti a lui c'è Andreaalcentro e davanti alla Laura c'è Francescotuttoadestra.

Si comincia già a capire che non sarebbe stata una serata normale, i ragazzotti sconosciuti fanno casino e sono molto divertenti. In un certo senso è stato meglio, qualche anno prima era tutto più silenzioso, più riflessivo. Nelle tenebre il lato più oscuro di noi viene a galla e ci sono stati momenti in cui speravo la serata terminasse presto.

Questa volta le voci erano un po' più alte, probabilmente non percependo la distanza tendevamo a urlacchiare e a riempire tutti gli spazi vuoti della conversazione. Ad esempio, quando qualcuno vi parla ma voi state mangiando, tendete a fare sì col capo per fare comprendere all'interlocutore che lo state ascoltando. Ma il silenzio al buio è imbarazzante così mentre mi ingolfavo coi tortelli e Jonathantuttoasinistra era intento a rubarmi il piatto, o il bicchiere o a rovesciare qualcosa e magari mi stava raccontando del suo lavoro da idraulico o del fatto che (sul serio) fossero giocatori professionisti di freccette, non potendo lui vedermi fare cenno di sì col capo, a volte si creavano dei silenzi imbarazzanti che mi sentivo in dovere di riempire con "AHMADAICHEBELLO". Che con la bocca piena suonava come un "BLAGJDKHJLLO".

Io avevo intravisto i tre ragazzotti prima di entrare ma non sapevo "chi" avevo davanti e per me la percezione visiva è tutto. Se posso scordarmi dei nomi (ma guarda un po' però, al buio mi sono ricordata ben tre nomi senza problemi) i visi non li dimentico (quasi) mai e l'idea di non sapere chi avevo di fronte era per me una roba tremenda.

Il pasto era sostanzioso, il menù fisso comprendeva antipasto nel mio caso (quasi) vegetariano. A un certro punto addento una cosa che sa di tonno e pensate un po', è tonno. Non ho polemizzato e ho mangiato. Pazienza, il concetto di vegetariano che non mangia il pesce (essendo il pesce un animale) non è ancora entrato nella testa di molti.
Poi tortelli con patate (nel mio caso burro e salvia) e infine patate arrosto, formaggi e spinaci che ho mangiato con le mani perché ho trovato difficile usare la forchetta. Anche i tortelli, ne infilavo in bocca due o tre per volta perché rimanevano appiccicati e non riuscivo a separarli. Così a fine serata avevo le mani che odoravano di formaggio, burro e salvia e spinaci. E, non contenta, le facevo annusare! "SENTICOMEPUZZANOLEMIEMANI!"

Ogni tanto qualcuno tirava fuori il cellulare emettendo un fascio di luce che veniva subito nascosto, seguito dagli insulti degli altri.

Decisamente la presenza dei tre ragazzotti è stata fortuita, assolutamente casinisti e decisamente simpatici, mi hanno anche chiesto se vado a fare alla squadra di freccette delle foto per il giornale. Probabilmente sarò pagata in lezione di freccette o birre ma per ora sarò ben felice di allenarmi.

Alla fine della serata un organizzatore ci porta a fare un giro della sala al buio e fu così che Jonathantuttoasinistra mi afferra per un braccio e mi ritrovo in mezzo a lui e Francescotuttoadestra a fare micropassettini per la stanza che, indovinate un po', sembrava immensa e invece una volta portate le candele (per abituare gli occhi) e accese le luci era un semplice rettangolo coi tavoli ai lati.

Finalmente vedo i miei avventori ed è strano perché c'è un po' di imbarazzo "ah quindi tu sei tu!" anche se avevamo parlato tranquillamente tutta la sera.

Mi sono quasi scordata di parlarvi del settimo avventore della serata, il famigerato TORTELLO trovato sotto al mio piatto. Quando sono venuti a tirare via i piatti vuoti dei tortelli, tocchicciando il tavolo (già bagnato tra acqua, vino e non voglio sapere che altro) sento questa cosa viscidina che scopriamo essere un tortello. È ovviamente finito lì quando il mio dirimpettaio mi ha rubato il piatto e lo abbiamo messo a capotavola, come settimo ospite.


Ha fatto una tragica fine, accoltellato da Andreaalcentro, a fine serata, forse per un moto di gelosia nei confronti dell'amico. Usciti ci ritroviamo con Marco e Giada che abbiamo provato a chiamare durante la serata per capire in che tavolo fossero ma, col casino che c'era, non ci hanno sentiti.

C'è stato anche un momento di riflessione seguito da questo pezzo:

La libertà Giorgio Gaber


10 ottobre 2016

La mia nuova vita, il mio ultimo giorno di lavoro, il mio futuro

Ho aspettato di terminare il mio diario sul Madagascar (che ha impiegato un lunghissimo anno) per raccontare davvero quello mi preme di più scrivere.
Ho cominciato l'accademia internazionale di Fotografia a Firenze. Un weekend sì e uno no, la bella città rinascimentale mi accoglie per insegnarmi a disegnare con la luce stupendi scatti.
Perché Firenze? Perché quella scuola?

Torniamo indietro. Qualche anno fa, penso 4, un'amica di Fry ci raccontò di aver frequentato quella scuola. Ora lavora come fotografa. Non sempre c'è una correlazione causa effetto, la scuola non fa miracoli. Il mestiere del fotografo è duro, c'è tanta concorrenza, è che lei è molto brava.
Avrei tanto voluto iscrivermi anche io a quella scuola ma non avevo i soldi e così chiusi quel sogno in un cassetto senza pensarci più. La scuola mi avrebbe permesso di frequentare un weekend ogni due, non dovendo quindi lasciare il lavoro, ed era possibile fare uno stage tramite loro.
Per me sarebbe stato il massimo.

Lavorare in un call center è un po' l'inferno. Avete letto "Dannazione" Di Chuck Palanhiuk? Male, dovreste leggerlo.
Se però non vi andasse di trascorrere l’eternità facendovi endoscopie approfondite su un qualche squallido sito Internet, davanti agli sguardi libidinosi di milioni di uomini con gravi problemi di intimità, l’altro tipo di lavoro che quasi tutti scelgono di fare, qui all’inferno, è… il telemarketing. Ovvero sì, starsene seduti a una scrivania, gomito a gomito con schiere di altri colleghi condannati agli inferi lunghe fin oltre l’orizzonte in entrambe le direzioni, parlando a macchinetta in un auricolare con microfono.
Ecco in cosa consiste il mio lavoro: le forze oscure calcolano senza sosta il momento in cui nelle varie zone della Terra arriva l’ora di cena, e un computer chiama in automatico i numeri di telefono delle zone in questione, in modo da interrompere i pasti di chiunque. Il mio obiettivo non è vendervi chissà che: vi chiedo soltanto se avete un minuto per partecipare a un sondaggio per rilevare i trend di consumo dei chewing gum. 

In effetti il call center, che tu debba vendere, intervistare o solo ("solo") dare assistenza è questo. Un rumore di fondo continuo che a lungo andare annebbia il cervello. Se già la mia memoria non ha mai funzionato in maniera continuativa, notavo che stava perdendo sempre più colpi.
"C********i buongiorno sono C*l*m*o, come posso esserle utile?"
Giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. I clienti non sono tutti dei geni e la mia famosa pazienza cominciava a vacillare. Qualche volta sono andata in bagno a piangere, poche sappiatelo, qualche volta ho attaccato tirando giù bestemmie, qualche volta ho tolto le cuffie e ho lasciato che dall'altra parte continuassero a urlare, qualche volta io ho ricevuto bestemmie, e avanti così.

Il lavoro rende liberi, nessuno ci ha mai creduto. Se sono rimasta è solo perché amo la mia indipendenza, amo poter fare qualche viaggio oltreoceano (e questo lavoro ha permesso il Madagascar, dopo 10 anni!), amo potermi dedicare ad altro. Ma gli oggetti si sa, vengono spesso acquistati perché c'è un grande vuoto dentro, una frustrazione che non riusciamo a comprendere appieno né a superare. Vai di obiettivi, vai di libri, corso di danza, corso di basso eppure quella frustrazione di base rimane sempre. E d'improvviso, anche se potresti lasciare il lavoro, ti ci trovi invischiato. Ormai sei schiavo dei tuoi oggetti, della tua vita, dei tuoi acquisti e niente. Devi continuare.

Ci sono state diverse svolte tra le mie conoscenze che mi hanno portata a pensare di dover cambiare vita. È questa l'ora, non avrò mai più un'altra occasione.

Delle tante esperienze di vita altrui di cui faccio tesoro, la più importante è stata quella di PulcettaBallerina, una delle mie amiche più care. Dopo più di 10 anni in un call center (lo stesso in cui ho lavorato anch'io a Bologna per quasi 2 anni - i più lunghi della mia vita - tentando disperatamente di cambiarlo, tralaltro) ha deciso di voltare pagina. Ha richiesto la mobilità e si è iscritta all'università. È stata una scelta importante perché ci ha messo tanto e ha investito tutto quello che aveva. La sua scelta è stata per me un'epifania. Mi sono detta:



Ora restava il più grande interrogativo: quale sarebbe stata la mia strada? Cosa avrei potuto fare nella vita?

La mia scelta è sempre stata dettata da un'intuizione del momento, non ho mai imparato a essere lungimirante. Quel piccolo sogno nel cassetto che non era nato 4 anni fa, ma molto prima, quando dopo la scuola di Grafica ero intenzionata a proseguire con gli studi di Fotografia per mettere in atto quanto imparato tra bagni di sviluppo, fissaggio e i vari scatti in sala pose, era ormai dimenticato. Come un libro che acquisti e che volevi leggere ma che non sai più di avere.

Feci questo sogno e mi fu presto chiaro che ci doveva essere un modo. Per temporeggiare ma intanto fare qualcosa.
E mi tornò alla mente la scuola.
Di fotografia.
A Firenze.

Non era necessario per me lasciare il lavoro, dato che si sarebbe trattato di un weekend ogni due, e poi quando si sarebbe reso necessario fare lo stage, bhe ovviamente mi sarei dedicata solo a quello. Prima o poi una strada avrei dovuto prenderla, non potevo fare tutte e due le cose per sempre.

Così a scuola, un giorno, parlando con il signore che si occupa di seguire la pratica per lo stage di ognuno di noi, mi chiese quanto tempo avevo da dedicare allo stage. Risposi che stavo per lasciare il lavoro. "Da quando sei libera?".
Dissi "settembre, massimo ottobre". Era chiaro che di lì a poco avrei dovuto dare le dimissioni dato i due mesi di preavviso. E così è stato. A fine giugno ho presentato le mie dimissioni con un ampio sorriso sul volto e il 31 agosto è stato il mio ultimissimo giorno. Dal primo settembre sono libera. Dopo due anni e passa di cuffie nelle orecchie, lavoro di 8 ore al giorno su turni, isolamento totale dal mondo.
Libera.
Di scattare, di elaborare e anche di non fare un cazzo.

Vorrei scrivere molte, moltissime altre cose, ma lascio che il blog rifiorisca raccontandovi giorno per giorno le mie piccole avventure.

La scuola è cominciata ad Aprile e mi ha dato davvero tanto. Ogni giorno miglioro e sento di aver fatto la scelta giusta. Qualche scatto potete già guardarlo qui.