14 luglio 2019

Le mie misure sbagliate

Non ho sonno.


Ho un corpo strano, io.
Se da sempre indosso il 37 di piede può capitare che da un giorno all'altro diverse scarpe con quel numero mi vadano strette. Ma che provandole in negozio la cosa non si palesi.
È dopo aver camminato tanto, su questi piedacci larghi, che il problema si manifesta. Che sia il tallone sfregato e rosso, o il mignolino accartocciato, o la pianta del piede devastata perché troppo incurvata (post del 21 settembre 2015 su Facebook La podologa ha sentenziato: addio converse, addio scarpe con il collo del piede basso (in effetti mi fanno malissimo, Virginia vuoi un po' di scarpe numero 37?), solo scarpe running (queste di decathlon che ho addosso vanno benissimo - mi dicono: "Ma sono orribili!"). Inoltre ho il piede cavo, molto cavo, TROPPO cavo e quindi, vista questa mia deformità, in futuro forse potrei soffrire di alluce valgo, dito a martello, morte improvvisa per piede orrendo. Una di queste o tutte e tre, non ricordo. E io che credevo di avere avuto problemi di salute più gravi! Scherzi a parte, bravissima la podologa ad aver sopportato i miei assurdi discorsi da stress da timidezza acuta. Ora almeno saprà come coltivare piante carnivore!).
E il reggiseno? Uguale.
Una prima non è sempre una prima, sapevatelo.
Cambia, e la mia è una prima molto piccola, diciamo una mezza. Passo dall'averle schiacciate a navigarci dentro.

Le misure sono un problema anche nei prodotti tecnologici, smartwatch che non vanno bene (grandi da uomo - che però a me piacciono) o non fanno cosa dico.
Telefoni da usare con due mani e poi, tornando al vestiario, il vestitino nuovo taglia 38 o 40? Nella 38 respiro a malapena, nella 40 mi sembra di navigarci.

E così vale anche per il resto. Nelle relazioni, dove non posso usare la matematica, ne esco sconfitta e perdente. Laddove non esiste una procedura standard non riesco a capire come comportarmi. Mai.
Nelle misure delle emozioni, della tristezza, del languore ma anche dell'eccitazione, della gioia, mi sembra sempre di non essere opportuna, all'altezza.
Riscopro che non c'è da piangere se voglio piangere e che non c'è da ridere nei momenti in cui voglio farlo. Che invitata a parlare non dovrei farlo, che invitata al silenzio dovrei esprimermi.

In questa confusione di scarpe strette, vestiti larghi, smartwatch che smettono di funzionare (e ti costringono a cercare riparo alla svelta, sbagliando), lacrime facili, c'è un disegno che mi sfugge.
Anche se tento velocemente di afferrarlo, svanisce come un brutto sogno al risveglio.

Intanto nel depilarmi le ascelle venerdì mi è parso di sentire un linfonodo. Ogni tanto lo controllavo, ci sei? Non ci sei? In questo weekend sembrava palesarsi e svanire e così ho fatto finta di non averlo sentito.
Tanto se ho ben capito, domani è già ieri e l'avvicinarsi a un buco nero determina un rallentamento del tempo che lo porta quasi a fermarsi.
E per uscire dal buco nero dovremmo viaggiare nel presente.
È in questa frase del cazzo che il mio tatuaggio Qui e Ora assume un senso.
Non è possibile viaggiare nel presente perché il tempo va in una unica direzione.
Ma se il tempo si ferma non restiamo sospesi in una sorta di infinito presente?

Il mio linfonodo non esiste, i pianti sono inutili, i reggiseni saranno sempre diversi e non avrò mai una taglia che si conformi al mio corpo bizzarro, magro sopra e normale sotto.

Le scarpe non saranno 37 quando dovranno esserlo, e quando cercherò un 38 saranno larghe e lunghe tipo scarpe da clown.

Il tempo non si ferma. Ogni evento ha un suo passato e un probabile futuro e niente sarà scordato.

Il mio cono di luce è questo. Io mi sento un punto (un evento) che sa bene il passato e può a malapena vedere la probabilità degli eventi futuri che gli si manifesta davanti.

08 luglio 2019

Il prezzo della felicità

Sai cosa mi impensierisce, cosa mi fa pensare?
Che non lo nomini mai.
E' come se temessi.
Di rompere qualcosa.
Questo mi impensierisce.

"Documenti prego"
Si guardarono come se fosse stato nell'aria. Lo percepisci quando c'è qualcosa che non va.
Lei sospirò piano, come a farsi coraggio. Durerà poco vedrai, non perderai il treno, siamo partiti con tanto anticipo.
La poliziotta che lo accompagnava aveva gli occhi chiari e un trucco semplice.
"Anche il libretto della macchina"
Glieli sporse.
"Arrivo subito"
La poliziotta invece restò lì.
"Può abbassare i finestrini dietro?"
Lei percepì il nervosismo di Lui, gli tremava la mano più del solito.
"Meno male siamo partiti prima"
"Già" disse Lui.

Il poliziotto tornò con i documenti in mano. "Seguitemi"
Lei lo guardò.
Sono controlli di routine, fatti randomicamente. Eppure ci si sente sempre come se si fosse in difetto.
"Portate cellulari e zaini".
Lei ridacchiò pensando a un'avventura peggiore in Australia, quando le lessero i diritti e temette di non tornare più a casa. Ma quella è un'altra storia.
"Poggiate gli zaini sul tavolo, sedetevi laggiù" indicando una panca bianca. Bianca come le pareti, bianca come il tavolo di quel minuscolo stanzino.
La poliziotta si infilò i guanti monouso blu.
"Facciamo un piccolo test stupefacenti" il poliziotto ruppe il silenzio.
"Fate uso di stupefacenti?"
"No" esclamò sicuro Lui. "Ma ha visto dove lavoro?"
"Sì"
Quando a Lei toccava scegliere cosa mangiare, o che meta scegliere in un viaggio, poteva metterci diversi minuti prima di intraprendere una strada. Ma quando si trattava di scegliere in fretta, sapeva benissimo cosa dire. Era come se i pensieri prendessero un circuito cerebrale più breve.
"No" disse lei dubbiosa.
In un nanosecondo si chiese se fosse stato meglio dire la verità o mentire e con quale grado di sicurezza affermarlo. Aveva già una scusa in caso di test positivo, probabilmente poco plausibile, ma forse loro non se ne sarebbero accorti.
"Mi dia le mani"
Lui porse le mani, lei fece altrettanto. Ma con quell'anticipo a dichiarar quasi la sua colpevolezza.
"Signora, lei dopo".
Aprì una confezione monouso con un tampone e lo passò sulle mani di Lui.
Lei cominciò a sudare.
Quando toccò a Lei pensò, ecco, ci siamo. Ci fermeranno per altri test, perderò il treno, mi dirà qualcosa che non voglio sentire, lo incasinerò col lavoro, non vorrà più parlarmi.
Mentre la poliziotta frugava tra la sua roba, Lei cominciò a sudare.
Il poliziotto uscì, come a controllare un test dubbio.
Lei sudava.
"Sono negativi".
La poliziotta cercò di sistemarle lo zaino "No faccio io, le cose sono in un ordine, io, bhe. Non ci entrano dopo".
Ultimo controllo alla macchina.
Non erano in molti a passare il varco spaziotempo che divideva questa dimensione con quell'altra, di cui non era dato sapere nulla.
Il treno interdimensionale sarebbe stata l'unica occasione di fuggire da quel mondo malato, in cui il parassitismo dell'uomo lo aveva reso quasi del tutto arido e sterile.

La poliziotta schiacciò un pulsante e aprì un cancello in cui un vortice nero li chiamava nell'oscurità totale.
Lui la baciò "Non posso venire con te ora, ti raggiungerò quanto prima. Devo ancora concludere qualcosa al lavoro, qualcosa di molto importante".
Se quel test si fosse rivelato positivo, se qualcosa fosse andato storto, sarebbero stati condannati entrambi a restare lì. Ripeto, non erano in molti a passare.

Lo guardò a lungo prima di essere risucchiata via dal vortice nero. E poi, com'era venuto, scomparve.

Lui lanciò uno sguardo di disapprovazione ai poliziotti, lo mascherò un po'. Non voleva avere grane. Mancava poco anche per lui e presto si sarebbero riuniti.

Scomparve nella notte, in quella strada che chissà dove lo avrebbe portato.

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"Ehi, questo è il test...?"
"Sì". La guardò.
"Ma è positivo"
"Lo so ma mi sembrava abbastanza disperata. Abbiamo tutti una ragione per avere paura, per essere disperati. Non me la sono sentita di procedere. Non ricapiterà, dall'altra parte"
Lo squadrò con i suoi giovani occhi azzurri. Dietro quella divisa informe si sentiva affascinante e piena di potere, ma così piccola di fronte a quella scelta. Lei avrebbe eseguito gli ordini.
"Dai, bruciamo i test. Tra 15 minuti ci sarà una nuova partenza, dobbiamo essere pronti".


In un luogo lontano, in una galassia lontanissima, pare ci sia una fanciulla dall'aspetto mansueto e lo sguardo languido che attende una nuova vita.
La scelta apparentemente insignificante di un omino in divisa azzurra ha permesso un nuovo scenario, un nuovo futuro.
Un nuovo tutto.

In un luogo molto vicino, qualcuno sta lavorando per rendere possibile tutto questo.
Non dimentichiamolo.


Canzone del giorno: Addicted To Chaos Megadeth

03 luglio 2019

Bella dentro

SEI VOLGARE.

Ci sono giorni in cui c'è poco lavoro e per chi ha maturato tanti permessi, come la sottoscritta, c'è la possibilità di uscire prima.
Da circa 8 giorni avevo male al mignolo, probabilmente avevo preso una botta, ma va a capire. Erano successe tante cose quella notte che non riesco a ricordarle bene tutte.
Inizialmente si era un po' gonfiato. Poi era venuto su il livido e in ogni caso ancora oggi se stringo la mano a pugno, la base del mignolo mi fa male.
Così decido di impiegare le mie ore libere avventurandomi al pronto soccorso.
Andare dal medico non aveva senso, mi avrebbe al massimo fatto un'impegnativa per una visita ortopedica per la quale avrei avuto appuntamento tra 5 mesi.
Mi avevano avvertita che per un codice bianco del genere avrei atteso ore.

Poi al Centro Traumatologico Ortopedico non ero mai stata e ho girato un bel po' di ospedali non solo in questa città. Perché non andare anche lì?

Mi dirigo all'accettazione.
Un signore dall'aria severa mi guarda da sopra i suoi occhiali da presbite.
Che cosa ha fatto?
Penso di aver preso una botta, ho male al mignolo (su, digli che sei una famosa bassista e quel mignolo ti serve per suonare così ti sentirai meno in colpa)
E come è successo?
Non ricordo, boh, avrò battuto.
E ai capelli cosa ha fatto?
(fingo di apprezzare la battuta)
Ho preso una botta anche lì.
Sì ma di vernice! (ride)
Eheh in effetti (desideri omicidi).

Lo so, ma bisogna farci l'abitudine. Tra i capelli e i tatuaggi ognuno si sente in diritto (forse anche in dovere) di dire la propria. Io ci ho fatto il callo.
A Cömo le più carine erano le vecchiette, a volte mi prendevano il viso tra le mani e mi dicevano "Come sei bella, sembri una fatina".
E poi ci sono le secchiate di vernice, ecco.

Tenga il numero, la chiameranno al Triage.

Do per scontato che mi avrebbero chiamata col numero.

Ma in 5 minuti sento gracchiare dal microfono il mio cognome.

Zoppicando cammino verso il Triage. Ci manca pure che mi chieda quando mi sono fatta male alla caviglia. In verità zoppico perché cerco di allargare delle scarpe che ho comprato nel 2015.
Nel 2015.
Faccio un salto indietro di qualche anno. Non ho mai avuto delle Converse. Mai.
Me le regalarono e mi chiesero il numero. Online dicevano che le Converse calzavano grandi e tutti avevano comprato un numero più piccolo rispetto al proprio numero di scarpa.
Mi dico di non esagerare, indosso il 37 e prendo quindi il 36 e mezzo.

Quella scarpa mi fece sanguinare i piedi, solo dopo tanto riuscii a indossarle comodamente.
Forse qualche mese dopo comprai un altro modello (è proprio vero che il dolore fisico si scorda, o forse le donne sono progettate per farlo. Un po' per dimenticare il dolore del parto, un po' per dimenticare il dolore delle scarpe nuove indossate). Non volevo cascare nello stesso errore. Come minimo il 37.
Erano così strette e dolorose che non riuscivo a indossarle nemmeno a casa.

La settimana scorsa decido di cercare un allargascarpe. Dato che sto cercando di non comprare più su Amazon mi affido a Google per capire, a Torino, dove posso trovarlo.
Dmail.
Cazzo, Dmail esiste ancora.
Purtroppo anche se ho tenuto l'allargascarpe più di 24 ore nelle scarpe vi assicuro che avrei voluto strapparmi la pelle dai piedi e una volta a casa ho dovuto fare un pediluvio freddo.

Torniamo insieme al CTO.
Al triage mi chiedono che è successo.
Ho male al mignolo. Devo aver preso una botta. Se chiudo la mano ho male qui.
Va bene, la chiameranno con questo numero.

Vi dirò, non ho aspettato tanto, non c'era molta gente e quei pochi erano quasi tutti in codice bianco.
Chiamano il mio numero e il numero dopo il mio ma per ovvie ragioni lui è più svelto di me, così mi tocca aspettare la visita dell'ortopedico.
Che biascica e pare ubriaco.
Ah sapevo che era lei C******, allora cosa è successo?
(la so a memoria ormai)
Devo aver preso una botta, mi fa male il mignolo se chiudo la mano. Il mignolo mi serve per suonare il basso (aggiungo una battuta all'ormai noiosa tiritera).
Chiuda a pugno la mano, muova il mignolo, pieghi il polso. Lei non ha niente, ha una mobilità eccezionale.
E allora perché mi fa ancora male dopo 8 giorni?
Facciamo una radiografia, non sono un veggente, magari c'è qualcosa che non vedo. Così ci DISPREOCCUPIAMO
Rifletto sull'ultimo termine pronunciato. Rifletto. Rifletto.
Voce del verbo dispreoccupare.
Suona male anche all'infinito.
Comincia a battere una serie di caratteri sulla tastiera e lo fa usando solo l'indice della mano destra. Ora mi spiego le lentezze nei vari ospedali.
Ma no lasci stare, se dice che non è niente non è niente.
No, no, DISPREOCCUPIAMOCI. Ma il mignolo non si usa nel basso.
Come no? Se salto dal primo al quarto tasto lo devo usare.
Ma sì ma nemmeno tanto.
Come no?
Allora sei proprio una musicista brava, eh!
Mentre mi dice queste parole non posso non immaginarlo con una benda sull'occhio, ebbro di Grog e magari una gamba di legno.
Senta visto che siamo qui, ho male al pollice destro da un po'.
Chiuda il pugno, muova il pollice, pieghi il polso. Sono un chirurgo della mano, non c'è niente. Magari un giorno le verrà un po' di rizoartrosi, ma metterà un tutore e andrà bene.
Segua la linea blu, faccia la radiografia e torni da me.

Seguo zoppicando la linea blu, al lavoro sono stata senza scarpe perché non riuscivo a tenerle addosso nemmeno da ferma, da seduta. Aggiungendo ovviamente una stramberia a tutto il mio corredo. Capelli blu, tatuaggi, al lavoro scalza...
Appena arrivo nel corridoio di attesa per le radiografie mi siedo come se avessi corso una maratona stringendo in mano il mio foglio scritto con cura dall'indice destro del Pirata ChirurgoDellaMano.

Nell'arco di una quindicina di minuti arriva un infermiere che mi chiede il foglio.
Lo guardo dubbiosa.
Non sono certa di volerglielo dare.
Ah se non me lo dà può aspettare qui tutto il giorno.
Sorride.
Con aria dubbiosa e scherzosa gli consegno il foglio e davvero in 10 minuti mi chiamano.

È incinta?
No.
Di solito a questo punto insistono. Chiedono più volte. Ma no, si limitano a darmi il camicione di piombo da mettere in grembo. Mi fanno sedere accanto all'apparecchio per le radiografie.
Poggi la mano.
zzzzzzz
Ora metta la mano di lato chiudendo tutte le dita e lasciando solo il mignolo
zzzzzzz
Ora faccia l'ok con le dita
zzzzzzz
Ora giri il palmo verso l'alto
zzzzzzz
Attenda fuori.

Il mio referto dice che non ho nulla. Insieme al referto un cd con le mie foto interne della mano. Da dentro ho una bellissima mano, da fuori un po' meno.
Torno dal Pirata che spero mi offra un goccio di Grog.
Ha visto? Non ha niente!
Io ho male
Ma sarà la botta, passerà. Sa che ho conosciuto il bassista Nome e Cognome? Sa chi è?
Sì, ne ho sentito parlare (mento spudoratamente, ora il dolore ai piedi ha la priorità mentre compare una grande Ara sulla spalla del Pirata).
Suona in NomeGruppo, lo conosce?
Qualcosa mi dice. (fammi andare a casa che devo tagliarmi via i piedi)
Stia bene eh! L'ho scritto anche nel referto che sta benissimo.

Medito se camminare sull'asfalto senza scarpe.

Zoppicando e accaldata arrivo alla fermata del bus. Zoppicando e accaldata mi siedo. Zoppicando e accaldata cammino fino alla fermata del secondo bus. Zoppicando e accaldata salgo sul bus, scendo, cammino verso casa, tolgo le scarpe prima di salire le scale bestemmiando a ogni passo. Zoppicando mi faccio il famoso pediluvio freddo. Avrò perso l'uso del mellino?
È acciaccato e rosso, eppure esiste.





02 luglio 2019

La svolta a sinistra

Sottotitolo:
Come perdere la pazienza cercando di non far perdere una signora.

Ho le cuffie, sto bene. Sono appena stata dal parrucchiere. I miei capelli erano un disastro, dovevo decolorare solo la radice ma la decolorazione ha fatto un po' quel cazzo che gli pareva, decidendo di colare anche sulle punte e lasciandomi un paglierino che non ha più nulla a che vedere con l'allegro crine.
I Rammstein mi tengono compagnia.

Arriva il 49.
Du hast.

Trovo finalmente posto.
Sonne.

Una signora chiede a un vecchietto dove si trova corso Novara. La signora sembra totalmente sperduta, siamo quasi in Barriera di Milano e quando lei afferma di non essere mai stata da queste parti, il vecchietto con fare da cowboy sentenzia Qui è il Bronx.
Chi ci abita afferma la comodità di non dover cercare spacciatori per nessun tipo di sostanze, a volte basta fermarsi sul portone di casa o se sei più fortunato, scendere un piano.

Mi tolgo le cuffie.
Ci troviamo di fronte a un impasse. La signora vuole andare in corso Novara, e vuole scendere alla prima fermata di corso Novara ma ciò che non sa, e che il cowboy non riesce a spiegarle, è che il 49 percorre Corso Novara - quindi scendere in corso Novara diventa un po' vago.
Signora dove deve andare?
In corso Novara.
Sì ho capito, ma il 49 è già su corso Novara.
Devo andare in via Candelo, mi hanno detto di scendere alla fermata Corso Novara.
Sì, signora ma corso Novara è lunga. Mi faccia controllare. 
(estraggo lo smartphone, imposto Google maps, mi oriento col cielo, sgozzo un gallo nero e faccio un cerchio di sale).
Allora signora, il bus va sempre dritto. Quando girerà a sinistra deve scendere. È la prima fermata dopo aver svoltato a sinistra.
Oh grazie grazie.

Il bus procede dritto.
Devo scendere?
No signora. Quando gira.
Le strade a Torino sono parallele e perpendicolari. Puoi raggiungere quasi ogni punto andando sempre dritto e girando a sinistra o a destra. Impossibile perdersi.
Devo scendere?
No signora, quando gira.

Il bus continua le sue fermate.
Devo scendere?
Signora glielo dico io quando scendere (già trema la palpebra). A un certo punto il bus si immetterà sul controviale a destra e poi girerà in via Bologna, e lì deve scendere.

Altre due fermate.

Scendo?
Mi sento un po' austroungarica e mi guardo attorno per capire se sbaglio qualcosa nel mio modello comunicativo. Dovrei sembrare una cazzo di punkabbestia ma evidentemente ho un aspetto rassicurante. Forse dovrei scollegare le mie eleganti cuffie bluetooth Marshall, scostare i capelli colorati freschi di taglio e piega dal parrucchiere [con trattamento idratante, please] e guardarla dall'alto dei miei costosissimi tatuaggi per farla a sentire a disagio.
No.
Sospiro.
No signora, guardi, ecco è la prossima.
Sorrido felice.
E quindi scendo?
Sì.
Sorrido.
Grazie eh? Grazie tante.

Mi rimetto le cuffie, posso tornare a isolarmi dal mondo.

Diamant.
Poesie.

01 luglio 2019

Si scopre poco a poco

E tu? Tu cosa fai?
Io uccido i miei sogni.

Non guardarmi, gli dico.
La stanza è buia, ma la poca luce dei lampioni in strada che penetra dalle tapparelle abbassate può fargli intuire le mie forme, i miei movimenti.
Ho gli occhi chiusi.

Mi trovo nell'ultimo presidio medico della zona, probabilmente dell'intera città.
I miei occhi si abituano alla poca luce e l'infermiere del triage ha davvero le palpebre chiuse.
Che cosa ha che non va?
Il tono è grave, non siamo rimasti più in molti.
Che domande, penso. Niente va.

Nel giro di una settimana l'inferno ci ha investiti prima del tempo. Prima quella luce, accecante, e quel boato.
Mi ha fatto fischiare le orecchie per diverse ore.

La sala d'attesa è vuota.
Questo posto sembra disabitato da secoli.

L'infermiere apre gli occhi.
Mi guarda.
Lo noto, si trattiene, ma un lieve sussulto è visibile.
Ok, capisco.
Non ha la mano destra. D'improvviso penso a quante cose dovrei imparare a fare con la mano per me sfigata, la sinistra, nel caso perdessi la mano destra. Forse mi sarebbe più facile usare i piedi.
Uh ricordo quel film, Il mio piede sinistro. Lo avrò visto tante volte da piccola, credo di aver letto anche il libro. Sì, certo, ho letto anche il libro.

Mi segua.

Che poi pure sinistro il piede. Cioè doppia difficoltà per me. Piede e sinistro.
Che poi sinistro vuol dire anche sinistro, pauroso.

Sinistro vuol dire sinistro.

Comincio davvero a delirare.

La luce manca da quel giorno, e così quando apre la porta che dà sul corridoio è costretto ad accendere una torcia, una di quelle scarsissime a led e a manovella ma... meglio di niente. Da qui in poi non ci sono più finestre.
Lo immagino mentre col moncherino tiene ferma la torcia sulla scrivania e con la mano sinistra gira la manovella.
Chissà se fosse stato il piede.
I corridoi sono vuoti. Forse non ci sarà nemmeno un medico a visitarmi.

Nel passato i chirurghi erano barbieri. O meglio, i barbieri facevano i chirurghi. La differenza tra il radere un po' di barba e amputare un arto o togliere un dente? Nessuna. Solo pratica.
Barba, capelli e amputazioni a prezzi modici.
Ridacchio tra me e me.
Il chirurgo mi guarda malissimo ma il sopracciglio si inclina lievissimamente a mostrare un po' di pena.
Da quel fatidico giorno siamo rimasti pochi. Io non so nemmeno bene cosa sia successo, nessuno lo sa.

Io men che meno.
Il bagliore.
Il calore.
Il boato.

E quel silenzio.
Molti sono morti, sciolti come ghiaccioli lasciati al sole. Era raccapricciante. L'odore, che odore.
Il sangue, i liquidi corporei.
Essere e non essere, immediatamente dopo.
Stavo parlando con la vicina. Si è liquefatta sotto i miei occhi, io no.
Io non so come mai, io sono rimasta.
A metà.

La pelle ogni tanto si stacca ma finora ero riuscita a sopportare.
Nemmeno tanto il dolore, è strano, non fa male. È immensamente fastidioso.
Innanzitutto non posso indossare nessun tipo di abito, rischio di scollare anche quel poco di pelle rimasta.

Non si spaventi quando entra, resti qui in attesa, la chiameranno.

Lui ha perso solo la mano, destra poi. Chissà come ha fatto a restare così integro.

Oltre a non poter indossare nessun tipo di vestiario, i pochi uomini rimasti mi guardano con estremo ribrezzo. Ci si sente soli, senza pelle. Che poi fossero messi meglio, loro.
Ho resistito al fastidio di andare in giro nuda, tanto siamo pochi. Ma nuda nuda, doppiamente nuda perché di pelle ne è rimasta poca.
Poi però mi ha intaccato il viso e bhe, non sono mai stata una modella. Ho il nasone, i denti storti, il mento praticamente assente e le orecchie a punta.
Sono simpatica, direbbe un papabile uomo rimasto in vita, forse l'infermiere che ha ancora tutta la faccia e può indossare i vestiti.
Ma almeno la pelle. Avevo una bella pelle, che non dimostrava i suoi quasi 40 anni.

Lì al buio, però, sento enormemente la solitudine. Quando è così buio come fai a sapere se hai gli occhi aperti o chiusi?
Necessito di un briciolo di luce.

Canticchio.
Come faceva quella canzone?
When the night has come
And the land is dark
And the moon is the only light we'll see
No I won't be afraid, no I won't be afraid
Just as long as you stand, stand by me

And darlin', darlin', stand by me, oh now now stand by me
Stand by me, stand by me

Buio.

Ma poi che faranno mai in un centro medico senza elettricità? A dir la verità credevo di trovarlo disabitato e vuoto. Morto come la maggior parte degli esseri viventi. Deturpato di sicuro come tutti i viventi.
Tranne l'infermiere.
A lui manca la mano. Destra.
Per il resto sembra integro.

Sento un cigolio inconfondibile. La porta si apre.
Ecco, penso, ci siamo. Il mio barbiere. 
Del resto anche una spuntatina ai capelli ci sta, dopo l'ultima decolorazione ho praticamente ucciso le punte.
Se bella vuoi apparire, un po' devi soffrire. Diceva mia cugina quando ero piccola e lei, dalla maestosità dei suoi 5 anni in più, spazzolava i miei lunghissimi capelli. Doloroso, molto doloroso.

Non sento passi però. Cerco di muovermi verso il rumore.
Ho sempre detestato il buio totale. Ho costretto le persone con cui ho vissuto a dormire sempre con la tapparella un po' sollevata, a far entrare un briciolo di luce. 
Sì ho detto briciolo perché la luce è sia onda che particella.
E penso alle particelle come briciole.
Sono una cazzo di falena che vuole la luce.
Trovo la porta e mi ci infilo.
È qui il mio barbiere?
Silenzio.

La porta dietro di me si chiude. Ok, ha fatto bene l'infermiere ad avvertirmi, ora ho paura. 
Una luce a led si accende. Potrebbe essere debole ma dopo l'oscurità sono costretta a chiudere gli occhi.
Ehi, sembra una cabina elettorale. Solo che invece della scheda elettorale c'è un biglietto.

Un piccolo compenso per un grande dono.

Bello scherzo barbiere, senti ma se ti chiedo di spuntarmi i capelli che sia un centimetro e basta, non come fate di solito che poi mi trovo ad aspettare sei mesi per averli di una lunghezza decente!

Ridacchio ma sono nervosa.
Gas.
Tosse.
Buio.
Il nulla.

Balbettio confuso, luci a led in faccia, vedo tutto sfuocato, un'ombra enorme su di me. Enorme.
Antenne?
Cazzo sembra la mia lumaca gigante africana. Debra, il suo nome, come la sorella di Dexter.
Che è scappata, come cazzo abbia fatto.
Ridacchio.
Devono essere potenti questi gas, le allucinazioni.

Buio.
Il nulla.

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Bhe dai poteva andarmi peggio.
Lo specchio riflette la mia immagine che ha una pelle molto più bella rispetto a prima di quel giorno. Il mio corpo senza più una cicatrice. Nemmeno una.
I barbieri di oggi fan miracoli con questi unguenti.
Barba, capelli, amputazioni e unguenti a prezzi modici.
Ridacchio.
Non una ruga.
Ma come cazzo avranno fatto? La gente si è liquefatta sotto i miei occhi e io sono perfetta.
Bhe il nasone sta dove sta.
Il polpaccione non si muove.
Il makeup sarebbe da perfezionare. Ma tanto poche persone potranno criticarlo.
Siamo davvero pochissimi.

Ci sono cose che ancora faccio fatica a fare, per esempio tagliare la frutta e la verdura. Lavarmi i denti.
Schiacciarmi i punti neri.
Ridacchio.

È che la mano sinistra faccio davvero fatica a usarla.
Dovrei forse provare con i piedi.

03 giugno 2019

Storia di un tatuaggio

La formica di fuoco.


Ho un periodo pieno di novità. Dopo un 2018 tremendo sto cercando di godermi quello che sembra un anno tranquillo, tra un amore vecchio risbocciato (con strascichi ancora pieni di paure) e un lavoro nella stessa azienda con una piccola promozione in atto.

Vorrei sembrare più entusiasta, ma mi sento un po' come quando torni dalle vacanze (ah eh ecco, devo anche scrivere del recentissimo viaggio a San Francisco e dintorni) e tutti ti chiedono "ALLORA, com'è andata? Voglio sapere TUTTO!" e sono più entusiasti loro che tu, non perché non lo sia, semplicemente hai tenuto un diario dettagliato di viaggio perché non ricordi mai un cazzo, così sbofonchi qualcosa come "Uh sì bella, divertiti, visto un sacco di cose, che ora, bhe sì, cià, ti racconto in pausa", mentre cerchi un racconto che possa soddisfare la loro curiosità. Che tu sei stata bene, che è stato tutto bellissimo, ma sono cose così banali da dire.
Così mi sento per questo nuovo lavoro. "Ma quindi sei stata promossa?"
"Bhe sì, no, boh, faccio un'altra cosa, però dovrei lavorare full time quindi in teoria prenderò di più. Quindi sì, sono logicamente contenta".
E nella mia vita da entusiasta è riduttivo il commento qui sopra: non so cosa sia cambiato in me ma qualcosa è cambiato. È come se molte delle mie emozioni si fossero ridotte a calma piatta apparente, nascoste sotto uno strato di cemento ormai già indurito. Ma che escano fuori prepotentemente e in modo incontrollato in alcuni momenti in cui le emozioni non devono entrare.
Ambiti in cui non mi si scalfisce.
Ambiti in cui mi scalfisco da sola.
Cerco di suonare, cerco di leggere, cerco di scrivere e non riesco a fare nessuna di queste cose.
Non riesco a fotografare, non come prima.

Eppure quando ho scelto questo tatuaggio ho pensato alla ragazzina che ero e che ha affrontato tante cose brutte da sola, almeno a livello emotivo. Che non ha quasi mai pianto. Che se ne batteva la ciolla di stare a casa in isolamento con i globuli bianchi bassi e andava ai concerti. Che pattinava. Che nonostante fosse senza capelli non usciva mai di casa senza trucco, le sopracciglia disegnate con la matita nera, non una parrucca, non un berretto se faceva caldo.

Quella è Carla invicta, e io cosa sono diventata?

A volte i disegni che ti lasci imprimere sulla pelle da un abile tatuatore non sono altro che promemoria. Come in Memento cerchi dei segni grafici che possano rappresentarti per poter ridare il giusto peso alle cose. Per determinare delle priorità e lasciare che le emozioni possano incanalarsi nel verso giusto.

Così ho piagnucolato quando ho spanato una filettatura di una ottica aggiuntiva per la X100F e per una miriade di altre cose.
Ripenso a un'immagine che mi aveva mandato Dado e che avevo pubblicato.
Non devo dimenticarmi chi sono.



Io sono Carla invicta.

Canzone del giorno: Leatherface Can't Help Falling in Love

16 aprile 2019

A volte

A volte ci si sente immensamente soli.
La solitudine in verità è una buona compagna: riesce a fare luce su tantissimi puntini neri fino a mostrarne la trama. Come quando nell'oscurità d'improvviso gli occhi si abituano e improvvisamente si fa tutto più chiaro.
Non luminoso, solo più chiaro.
L'ultimo baluardo di speranza si è spento: il faro, mio unico faro che ancora aveva speranza non c'è più.
Ed è così che ci si sente soli.
Quando alla fine si è davvero costretti a fare i conti con se stessi e con gli altri, senza alcun appoggio esterno.

E poi parte l'ansia, tradotta con una morsa al cuore.
"Mi scusi, vorrei un cuore nuovo, il mio non so cosa sia successo, ma è rotto. E non penso sia più in garanzia. No che non l'ho fatto cadere, ci sto attenta, sa".
Ai polmoni manca il respiro.
"Ah ecco, quasi scordavo. Vorrei riparare i polmoni. Non respiro più bene. Sì, sembrano funzionanti ma le assicuro che... Non mi interessa cosa dicono i suoi strumenti io faccio fatica a... Senta, vada al diavolo, le dico che non funzionano bene!"
Il sonno è perduto.
"Gli oggetti smarriti? Ho perso il sonno. Non ricordo se l'ho lasciato sul bus, sul treno, o è a casa ma ho rovistato dappertutto e nulla. Dovrebbe essere morbido e azzurro. Sì, ha delle figure stampate sopra. Ah, ed è caldo, molto caldo. Senza quello, tempo qualche giorno e divento matta. Ci sono molto affezionata".
L'appetito non è più così importante.
"Sono sempre io, sì mi faccia sapere se ritrova il mio sonno, ma l'appetito lo ha trovato? Forse li ho persi insieme. Non saprei, è più probabile che l'appetito sia qui da qualche parte ma che io lo ignori."

Li chiamano "periodi".
Io, in questi giorni, vorrei una navicella spaziale supersonica che mi porti a 55 milioni di anni luce da qui, verso l'orizzonte degli eventi, in un luogo in cui nemmeno la luce può sfuggire, figurarsi un essere umano di 45 chili cagati.