24 agosto 2020

La ricerca del brambonodonte

Fin da piccini ci dicono tutti chi siamo e a cosa dobbiamo aspirare: cosa studiare ma anche se studiare, come organizzarci la vita, come reagire alle difficoltà, che partner scegliere ma soprattutto ci ricordano tutti - dalla famiglia alla società - che dobbiamo essere felici.

Non ce ne rendiamo conto ma ogni giorno, da quando nasciamo a quando moriamo, riceviamo una serie di consigli inutili. Le nostre famiglie sono un esempio concreto, magari la cosa non viene verbalizzata ma resta comunque un sottinteso continuo. Devi diplomarti, fare figli, sposarti, realizzarti, trovare un lavoro che ti piace.

Riceviamo spesso messaggi contrastanti, come ad esempio: sposarti va bene ma il più tardi possibile, figli sì ma prima goditi la vita. 

Uno dei messaggi che mi ha sempre lasciato perplessa è Porta a termine le cose. Non penso che la Terra smetterà di girare sulla propria asse se comincio mille cose e ne porto a termine mezza, e ci ho messo quasi 40 anni a capirlo. Fino a poco tempo fa cominciare qualcosa era fonte di continuo stress nel drammatico pensiero che avrei deluso qualcuno (ma chi?) per una mia imperdonabile mancanza.

Così con grande fatica ho conquistato qualche attestato che alla fine non mi è servito a nulla in quanto, sia chiaro, la maggior parte dei corsi fatti erano lì per fare qualcosa, più per me che per un possibile spettatore o un eventuale lavoro da prospettarsi in un futuro non troppo remoto.

Ma gli spettatori ci sono sempre, pronti a giudicarti, così mi sono sentita in dovere di finire il mio corso Java (eh dai ormai sei arrivata fin lì), di portare a termine la scuola di fotografia (eh dai ci hai speso tanti soldi).

E la cosa che più di tutte mi ha lasciata un tantino perplessa è la ricerca della felicità. 

La felicità riempie più bocche di quante ne faccia il coronavirus in tempo di pandemia, ed è tutto un dire.

Trova un lavoro che ti renda felice, un partner con cui sei felice, aspira alla felicità.

Il problema è che nessuno ti spiega mai cosa sia la felicità.

Per quanto mi riguarda la vita è un susseguirsi di scazzi (della giornata o del periodo: io vivo ogni giorno circa 5-6 scazzi e ho almeno un paio di scazzi fissi a periodo) intervallati da piccoli momenti di gioia che non hanno però l'estasi sublime di quella che dovrebbe essere meno effimera, proprio lei, la felicità. Ma il cercare qualcosa che non si sa come è fatta porta a enormi frustrazioni. Provate a sostituire il termine felicità con una parola che non ha senso, ad esempio brambonodonte. 

Immaginate che ogni volta che qualcuno vi ricordi di essere felici vi stia in realtà dicendo di essere brambonodonti.

Trova un lavoro che ti renda brambonodonte, un partner con cui sei brambonodonte, aspira al brambonodonte.

Ma come cazzo sarà fatto mai un brambonodonte? Posso immaginarlo, ma nessuno può dirmelo, o disegnarmelo. Se posso immaginarmelo ma non ho idea di come sia, come faccio a sapere quando lo incontro?

Quindi da oggi faccio lo sciopero della felicità, non me ne frega più una sega, lascio che la vita mi scorra addosso senza particolari aspettative.

Mi gestisco gli scazzi, le mie preoccupazioni, le mie visite (che tanto se dici alle persone che non hanno mai avuto un cazzo nella vita che ti tocca la seconda colposcopia in due anni, visti i pregressi personali e familiari, loro matematicamente ti diranno di non preoccuparti che non è un cazzo, certo, come non era un cazzo la prima, la seconda e la terza volta), il lavoro, la vita sentimentale, i fallimenti.

Da bravo lepidottero regredito a bruco mi concedo un ulteriore passo, quello di mutarmi in crisalide. In perenne attesa di una cosa che non può essere soddisfatta, nel fermarsi del tempo che nulla concede e nulla toglie. Attraverso la sottile parete che mi separa dal mondo posso sentire ogni cosa ma nulla mi tange, nulla mi turba.

In questo stato e senza alcuna emozione, voglio astenermi dal tempo, dallo spazio, restare immobile. E nulla potrà più scalfirmi.

19 giugno 2020

Il dolce Stilnox

(tempo di lettura: 4 minuti)

Ricevo una email da un medico.
In allegato, la ricetta per un farmaco.
C'è il nome nell'intestazione, ma non sono io. L'anno di nascita è diverso, la residenza, insomma una mia povera omonima sta aspettando la ricetta di questo farmaco ma non l'avrà mai.
In calce un avviso scritto in maiuscolo: QUESTO MESSAGGIO E' INTESO PER I SOLI INTERESSATI E CONTIENE INFORMAZIONI CONFIDENZIALI E SENSIBILI; SE RICEVUTO PER ERRORE, SI PREGA DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE IL MITTENTE E CANCELLARE IL MESSAGGIO SENZA TRATTENERNE COPIA. GRAZIE.

Rispondo: Buongiorno, si tratta di un errore di omonimia. Il mio codice fiscale è diverso e non uso il farmaco della ricetta

Buona giornata


Qualche ora dopo mi viene inoltrata nuovamente la stessa ricetta.
Rispondo: Buonasera. Sono sempre la Colombo Carla sbagliata. Si faccia dare l'indirizzo email corretto, probabilmente nome e cognome sono invertiti o c'è qualche numero in fondo alla user

Buona giornata 


Passano due settimane tranquille, ricevuto due email dallo stesso medico con ricette per due farmaci diversi.
Lo chiamo. Non risponde.
Lo chiamo il giorno dopo. Risponde la segreteria telefonica in cui mi comunicano che sono chiusi e di chiamare negli orari indicati.
Chiamo negli orari indicati. Non risponde.

Mentre decido il da farsi per la mia omonima che sta aspettando questi farmaci importanti devo affrontare un nuovo piccolo trauma: il mio medico è cambiato.

Lo aggiungo ai piccoli microtraumi già affrontati e mal superati in passato, e racconto un breve sunto di questa piccola avventura.

Ho 16 anni e il mio tumore è tornato, che sfiga. Ma ho la fortuna di essere ancora seguita dall'ospedale pediatrico. Le pareti azzurre, il personale gentile, nessun vecchio che scatarra in giro. Nella sfiga sono relativamente fortunata.
Quando ho qualsiasi problema di qualsiasi tipo chiedo ai miei medici, mi trovano sempre uno specialista pronto a torturarmi per capire cosa c'è che non va.

Pochi mesi prima della mia ricaduta un mio caro amico si ammala di una roba simile alla mia, un po' più merdosa però. Lui finisce dritto all'ospedale dei vecchi.
Lo vado a trovare, pieno di vecchi, per l'appunto, pareti gialle (non si capisce se ingiallite o dipinte in quel modo), medici e infermieri che se hai culo becchi quello gentile.

A seguito del mio rientro in ospedale ce la meniamo.
"Nel mio ci sono le pareti azzurre e ci vengono i clown (bhe io i clown li odio, proprio per questa ragione ma se ne parlerà in un altro momento)"
"Nel mio ci sono specialisti affermati"
"Bhe io ho una stanza tutta mia e tv con videoregistratore"
"Dai, solo perché stanno ristrutturando oncologia e dato che sei una delle pazienti più grandi ti hanno spedito al reparto isolamento"
E via così.

Accadono cose che mi fanno vincere a tavolino.
Prima dell'intervento per errore, al mattino, gli danno la colazione. Non potendo fargli l'anestesia totale, decidono di procedere per la locale, anestetizzando strato dopo strato mentre procedono. Una brutta cicatrice, a quanto pare.
Vero, anche io sono stata aperta dove non dovevo, ma avevo già una cicatrice sotto, fatta 3 anni prima, per cui non lo considero un grave danno.

In più mentre gli mettono una flebo, il tubicino cade, e senza disinfettare il gommino dentro cui avrebbero inserito il farmaco con la siringa, procedono lo stesso.

Lo sfanculizzo "Vedi in che ospedale di merda sei finito?".
Ride.

Arrivano i 18 anni, cominciano a vedere che la mia tiroide da' di matto, mi programmano altre analisi, comincia la mia neverending story con l'Eutirox, mi stringono la mano e annunciano "È ora di passarti al nomeospedalepervecchi". È così ingiusto crescere.
Primo trauma.

L'endocrinologo da cui vengo spedita è guardato con sospetto per i primi 3 anni. In verità fa un lavoro figo, segue le persone che hanno avuto un tumore in età pediatrica per tutta la vita. Mi sento quasi importante, i miei dati potranno servire per risistemare terapie e tossicità ai piccoli pazienti del futuro, dimenticandomi che già in quegli anni le terapie sono migliorate, la famigerata radioterapia a mantellina è un brutto ricordo dell'era di Chernobyl e molti protocolli sono già cambiati.

Facendo un rapido calcolo ad oggi sono 21 anni che mi segue. Ci vediamo una volta l'anno e ormai mi sono abituata al suo modo di reagire agli eventi "Non vorrei esagerare e farla preoccupare, ma nemmeno che prendesse questa cosa sottogamba".

E penso che lui si sia abituato alle mie dimenticanze di visite, esami vari ("ma la visita dalla senologa non l'ha fatta? E la visita dermatologica? Gli esami del sangue me li invia la settimana prossima?"), ai miei ritardi, ai miei cambiamenti di città ("Dove vive ora?").

Da circa 3 anni mi visita costantemente insieme a un dottorino più giovane (di cui ho forse già parlato). Quando gli mando le email lo inserisce sempre in copia conoscenza e ben presto ha cominciato a rispondere direttamente il dottorino ai miei quesiti.

Ricevo una email qualche giorno fa dal dottorino. Il mio endocrinologo non è in copia. Cattivo segnale.

Sarà andato in pensione senza salutare i suoi pazienti?

È come una separazione non consensuale, dove uno prende armi e bagagli e se ne va e l'altro rimane pensando che 21 anni non sono pochi. Che ora dovrà affrontare questo viaggio merdoso con uno sconosciuto, chi lo dirà ai bambini?
Nessuno pensa mai ai bambini.

Canzone del giorno: Janis Joplin Piece Of My Heart


12 giugno 2020

Il mio sogno lucido

Tempo di lettura: 4 minuti.


Avrei tanto da scrivere sul capitolo sogni, ma rischierei di ripetermi, è un tema che spesso ho affrontato su questo blog.
Ho sempre amato sognare, anche se spesso i miei sogni non sono comuni e, anzi, potrebbero essere tranquillamente delle trame per un film horror. Teste senza faccia, sangue, morti. Più il mondo esterno mi risulta fragile ed effimero, più i sogni mi rivelano difficoltà e sensazione di pericolo. Ma non mi preoccupo, queste cose non mi spaventano affatto. I miei veri incubi riguardano gli abbandoni reali, quando in sogno una persona reale, concreta, che amo, mi ferisce.

Nulla mi fa più male di una situazione in sogno che potrebbe davvero verificarsi nella realtà.

Sono sempre stata abituata a incoraggiare il mio mondo onirico: la mia famiglia (e lo considero un pregio) è ricca di antiche superstizioni a cui non credo ma che adoro, penso che siano il nostro vero legame con qualcosa di molto antico. Così quando da piccola ho visto mia madre incantare il malocchio per la prima volta ho voluto imparare quella formula, in dialetto molisano, difficile per me che non lo parlo.
Quando ho sentito dei simbolismi ricorrenti nei sogni (carne e serpenti: accadrà qualcosa di brutto, il blu è sofferenza) ho cercato sin da subito di cercare ogni simbolo possibile. E ci raccontavamo i sogni, come parte di una vita comune condivisa da cui non volevamo ritrarci.

Naturale era per me anche capire quando mi trovavo in un sogno. Non capitava sempre, ma molto spesso. Fino all'adolescenza riuscivo a dirmi "questo è un sogno" anche se non ero in grado di controllarlo e per disinnescarlo mi bastava chiedermi che ore fossero. Così aprivo gli occhi e mi svegliavo per controllare l'ora.

È per questo che la mia naturale curiosità mi ha portata a cercare di riprendere la lucidità nei sogni.
Non starò a descrivere le miriadi di tecniche che si possono utilizzare, mi basti dire che per capire di sognare è necessario portare nella routine quotidiana, e anche in quella notturna quindi, il dubbio su ciò che ci circonda e i test di realtà.

Secondo quello che potete trovare su internet, ogni ora o simili, è necessario guardarsi intorno e chiedersi se si sta sognando. A questo abbinare quello che viene chiamato un test di realtà.
Il test di realtà può essere cercare di saltare, guardarsi allo specchio, leggere qualcosa, cercare di attraversare una mano con l'altra. Quindi ogni ora circa, mi guardo intorno, mi chiedo se quello è un sogno e mi guardo le mani.

Prima di andare a dormire mi ripeto che nella notte mi accorgerò di essere in un sogno.

I primi giorni non solo non avevo fatto nessun sogno lucido, ma non riuscivo a ricordare nemmeno i sogni "normali", io, che ricordo almeno un sogno a notte.

Ho continuato comunque l'allenamento. Ho pensato: "Se sono riuscita a salire su un cazzo di palo a pole dance, posso fare anche questo".

E in effetti pole dance mi ha insegnato tanto, ma di questo parleremo in un altro momento.

L'altroieri notte mi sveglio durante la notte, mi capita spesso e non ci bado. Chiudo gli occhi e mi sento incredibilmente serena, totalmente lucida. Come se ogni cosa al mondo mi fosse chiara, come se potessi vedere e comprendere ogni cosa sul pianeta. Come se avessi trovato l'Aleph.

Mi trovo nella stessa stanza in cui dormo, ma non c'è il letto a soppalco, sembrano non esserci mobili (armadio o cassettiera). Una figura molto molto alta, che arriva al soffitto, e sproporzionata, con braccia e gambe lunghissime, testa piccola per la statura, caschetto nero, e con il volto non identificabile, è accanto al muro.

Capisco di essere in un sogno. Nel momento in cui lo comprendo comincia a svanire tutto. Ricordo di dover stabilizzare il sogno per evitare che svanisca, quindi giro su me stessa e dico "STABILIZZA". A quanto pare la teoria funziona.
Lei è sempre lì.

Mi avvicino, non ho paura, mi infonde una certa calma. Indossa un vestitino verde, come il mio con i bombi ma senza la stampa dei bombi.

So che devo chiederle chi è, cosa vuole e avrei tante domande. Ma riesco solo a chiederle chi è. Si porta l'indice sulla bocca (o dove avrebbe per lo meno dovuto esserci la bocca) come a dirmi di fare silenzio e mi porge la mano. Gliela prendo e mentre si avvia per portarmi non so dove, mi sveglio.

Ma mi sveglio con serenità, sono contenta, è come se mi fosse stato rivelato un mezzo segreto, come se avessi incontrato una sorta di divinità. Non riesco bene a prendere sonno, quella notte ho fatto altri sogni ma nessuno lucido. Evidentemente sono stata fortunata e mi sono svegliata durante una fase REM, rientrandoci poco dopo.

Continuo l'allenamento e non demordo, il mondo dei miei sogni è intricato e dark, ci sono personaggi inusuali da "Ai confini della realtà", e voglio interagire con loro, osservare meglio le ambientazioni che la mia testa mi propone.

sogno lucido
La figura nel sogno

10 giugno 2020

Minuti scritti - esercizio 4: e se io non fossi io?

Descrivere cosa c'è attorno a me prima come se fossi un bambino di 5 anni, poi come se fossi un monaco medievale catapultato qui dal 13esimo secolo. Dare un titolo a entrambi i racconti (tempo, 15 minuti).
(tempo di lettura: 2 min)

La stanza dei giochi fragili.
Vedo un divano enorme e morbidissimo, ci hanno sicuramente saltato sopra, si vede dalla forma, lo riconosco. Ci sono sedie bianche altissime, vorrei arrampicarmici anche per il tubo arancione di patatine che c'è sul tavolo alto alto. Lì vicino e davanti al divano per saltare c'è un tavolo basso basso, sembra il figlio del tavolo alto alto. La cosa più bella però è la volpe bianca gigante spigolosa, è certamente il guardiano della stanza. Non ha gli occhi ma sembra buona. Se l'accarezzo, morde? E poi attaccate al muro ci sono due chitarre, una grossa grossa più grande di me, l'altra piccola piccola che sembra proprio fatta per me. Davanti alle chitarre e appoggiato a una grossa scatola di legno c'è un dinosauro fatto con i Lego, bellissimo, di quelli che quando vado al negozio di giocattoli mamma e papà non vogliono comprarmi perché dicono che è troppo difficile per me. Davanti al divano e vicino alle chitarre c'è una TV gigante! La stanza è bella, colorata, piena di giocattoli che però ho paura di rompere.

Il piccolo maniero.
Mi portano quindi in questo loco, piccolo e caldo, così caldo che le mie vesti sembrano prendere foco.

Qui presente noto immediatamente una piastra nera di metallo lucido attaccata al muro, fosse stato uno specchio sarebbe stato ben più riflettente quindi non so cosa sia. E una sorta di lunga sedia imbottita come un lungo trono del colore di un cielo piovoso di maggio.
Seduta a terra un animale finto bianco, un cane il quale compito mi è ignoto.

Bottiglie vuote riempite con fili d'argento decorano delle piccole casse di legno che paiono bare.
Che maledizione è questa? Dove sono capitato?
Un macabro teschio d'uccello a ornamento di una delle due bare, pitture strane attaccate alle pareti ma nessun crocifisso a indicare la via. Questo luogo è maledetto, come maledette le finte bestie che mi osservano da ogni angolo. E' questo, dunque, l'inferno?


05 giugno 2020

Sogni

Sogno il mio Poldo, che non sta bene e dobbiamo portarlo continuamente in clinica, sogno il Balôn e sogno che si trova in mezzo a un bosco di città (come potrebbe essere il Treptower Park di Berlino), sogno di andarci con una persona anziana (mio nonno?), sogno di perdermi tra alberi e cianfrusaglie e di essere felice di perdermi, da sola, in quel bosco.
Sogno poi di vivere in una casa diversa da questa, con Cristiano. La coppia di vicini un po' invadenti, lui si chiama Pedro. C'è qualche dettaglio che mi suggerisce che io non viva esattamente lì, proprio come sta capitando adesso. È come se fossi di passaggio perché il nome di lei non lo conosco e mi dico "Se vivessi qui dovrei saperlo". La casa è tutta bianca e sembra non intonacata in quel misto di rustico e moderno. Su un tavolo (oltre ad alcuni libri) è poggiata una Polaroid compatta dentro una custodia pantone color bianco e carta da zucchero. La Polaroid, nella mia memoria da sogno è un parallelepipedo quadrato fatto esattamente come il logo di instagram, penso in quel frangente che ogni tanto ci potrei scattare. Scatto meno con la Polaroid perché la pellicola costa molto, ma se non scatto mai a che mi serve?

polaroid instagram
Polaroid e custodia


28 maggio 2020

C'era una volta, 17 anni fa...

Nel tacito patto che i bipedi sottoscrivono con i loro nuovi amici a più di due zampe vi è una implicita promessa di infinita amicizia. Quello che nessuno sa, però, è che esiste una clausola scritta in piccolo, in piccolissimo: nella maggior parte dei casi purtroppo non può essere così. Loro dovranno andarsene prima lasciandovi soli con un grande vuoto.
Sapevo che sarebbe capitato, 17 anni non sono per tutti e nell'ultima settimana era entrato e uscito dalla clinica diverse volte.
Sono rientrata nell'ex capitale in quei giorni non solo per non mancare a una visita aziendale, organizzata nel bel mezzo di una pandemia, ma anche per poterlo salutare.
Nonostante le visite fossero proibite in clinica causa Covid, per me, arriavata da terre in cui gli spostamenti erano stati vietati in anticipo rispetto alle altre, hanno fatto un'eccezione.
Arrivare in clinica e vederlo magrissimo, immobile e tremante, mi hanno spezzata. Così tanto da farci decidere per un viaggio leggero, per lasciarlo andare.

Ma non bisogna mai sottovalutare la forza di un quadrupede che vuole passare ancora qualche giorno con i suoi amici umani. È per quello che due giorni dopo era non in piedi ma vivace, sveglio, pronto a salutarci e leccarci il naso, le mani, la faccia.

Non c'era bisogno di dirsi nulla. Non avremmo potuto farlo.

La mia partenza era riprogrammata per il giorno successivo e anche il suo rientro a casa. Non ho aspettato, ma ero contenta di averlo salutato, che mi avesse riconosciuto.

Aveva ripreso a mangiare, a camminare e a bere autonomamente.
Prima del crollo.

Speravo mi attendesse ma non è riuscito, aveva già fatto abbastanza in clinica e così, di notte, nel sonno, tra le braccia di una mamma amorevole, è corso via per l'ultima volta. A salutare i suoi simili che hanno affollato casa nostra.

Penso che non avrebbe potuto avere vita e fine migliore. Una vita lunga e felice, passata ad abbaiare, a mangiare buone pappe, amato, andato via tra le braccia di chi lo ha amato in modo viscerale.
E penso che non avremmo potuto avere cane migliore, nel mio caso amico migliore. In tutte le mie vite passate in altri luoghi non mi ha mai rinfacciato nulla, non mi ha mai fatta sentire giudicata, era sempre felice di vedermi.

L'ho vista nascere, quella palla di pelo rugosa con le zampine bianche, e me ne sono subito innamorata.
Nel suo paradiso immagino arrosto come se piovesse, lo adorava, gatti da rincorrere e lucertole da mangiare. E il nostro calore che lo accompagna.

Riesco ancora a sentirlo abbaiare verso di me, con la sua lieve cataratta che gli impedisce di riconoscermi, e passare allo scodinzolamento immediato quando sono a portata di naso. Quando riconosce finalmente il mio odore e mi lecca la mano, e poi il naso. E poi abbaia ancora quando esco dal suo radar olfattivo.

Quel patto è una grande fregatura a pensarci, il vuoto che ti lascia è immensamente grande.
Ma quando penso a quanto ho avuto in cambio non c'è nessun dolore che possa sotterrare la gioia passata insieme.

Chiusa nel mio guscio, perché la sofferenza è un'onda che va cavalcata in solitudine, penso a quante volte nei miei spostamenti mi sia mancato. E quanto la certezza di ritrovarlo abbia influito su tante cose.
Ora che non ho più quella certezza ho il cuore in frantumi.
Addio Poldo, spero che  tu possa essere con Birba a correre incontro a Maya e ad abbaiare a Fiocco e a Briciola.


Disegno di Zion

27 maggio 2020

Minuti scritti - esercizio 3. Che cos'altro può succedere?

Tempo di lettura: 1.33 minuti

Che cosa succederebbe se i denti degli esseri umani cadessero ogni autunno e ricrescessero ogni primavera? Elencate tutte le conseguenze che vi vengono in mente.
  • I dentisti non esisterebbero, basterebbe un medico che curi i sintomi in attesa della primavera successiva.
  • Poche persone userebbero gli spazzolini, forse solo per l'alito ma non per l'igiene dentale.
  • La caduta dei denti dei bambini non sarebbe più festeggiata. Niente più soldi sotto al cuscino.
  • Non potendo contenere la caduta, che avverrebbe in ogni luogo, le strade sarebbero piene di dentini scricchiolanti e invece di organizzare passeggiate nei viali pieni di foglie secche autunnali, ci sarebbero passeggiate dentali, con i denti che scriocchiolano sotto i piedi.
  • Il cibo sarebbe stagionale, solido d'estate e liquido d'inverno.
  • I complottisti, ritenendo questo un complotto dei potenti dei denti, protesterebbero vivamente cercando di incollarsi i denti che cadono.
  • I paradenti non esisterebbero. Molti combattimenti sarebbero programmati solo in inverno.
  • Esisterebbero diversi modelli di dentiere in vendita, dalle extralusso a quelle usa e getta o stagionali per i meno abbienti.
  • Chi non può permetterselo non indosserebbe dentiere, ma potrebbero esistere ospedali o strutture apposite che ne confezionerebbero e "installerebbero".
  • Esisterebbe un esercizio di scrittura intitolato "Che cosa succerebbe se i denti degli esseri umani non cadessero ogni autunno?".
  • Le diete sarebbero obbligatoriamente invernali in quanto difficile ingrassare col cibo liquido. Anzi, l'obesità sarebbe un metro di ricchezza in quanto solo i più abbienti potrebbero permettersi dentiere buone per mangiare cibi solidi.
  • Esisterebbe un mercato di denti caduti "ancora buoni" e la mafia ci sguazzerebbe dentro.
  • Niente più torroni a Natale.
  • Non esisterebbe l'espressione "battere i denti dal freddo" che sarebbe sostituita da "battere le gengive dal freddo" o "tremolìo di dentiere dal freddo".


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Le prime categorie identificate per distinguere tra le diverse attitudini creative sono quattro:
  1. fluidità: quanto si è scritto
  2. flessibilità: la quantità di campi diversi coinvolti nelle risposte
  3. originalità: quante risposte poco ricorrenti sono state date?
  4. elaborazione: quanto dettagliate sono le risposte?