26 gennaio 2018

Lettera alla me stessa di 20 anni fa

Se un giorno inventassero la macchina del tempo, se avessi modo di dire qualcosa alla Carla sedicenne, cosa mai vorrei dirle?
Di sicuro le scriverei una lettera, non mi presenterei di persona. Userei una delle mie penne stilografiche su carta bianca, senza righe, forse strappata da una delle mie innumerevoli agende. Infilerei la lettera in una busta e scriverei fuori "Alla Carla sedicenne" e la lascerei in un posto dove possa trovarla.
Nella vecchia casa, sullo specchio all'ingresso, lo stesso specchio su cui, prima di partire ogni estate per andare in Molise, mio padre lasciava 50mila lire e una richiesta per i ladri: "Questo è tutto quello che c'è in casa".

Cara Carla sedicenne,
so che ora il mondo ti fa immensamente schifo, hai avuto modo di appurarlo almeno due volte e purtroppo ce ne saranno altre: ma non preoccuparti. Il motto "tutto si risolve" non è così scontato ma vedrai che anche per te sarà vero.
Ti scrive la Carla che sarai tra vent'anni. Hanno inventato la macchina del tempo e sì, sembra il racconto di un film di fantascienza piuttosto trash che non ami, ma questo è.
La vita a 36 anni non è male: certo, alla tua età hai l'impressione che si tratti quasi di un'eta avanzata, non riesci a immaginarti nemmeno a 18 anni, figurarsi a 36. Non sarai molto diversa da ora, e non solo esteticamente. Ti piacerà sempre guardare la luna, e le stelle, ma non le guarderai più così spesso. Il mondo degli adulti ti insegna a pensare alle cose pratiche: trovare un lavoro, mettere su una famiglia e cose simili.
Ma per fortuna sarai leggermente diversa da questi stereotipi. E ogni tanto alzerai ancora gli occhi al cielo e non solo per trattenere le bestemmie che vuoi riversare sul mondo esterno; ti basta trovare la cintura di Orione per calmarti.
Tra qualche anno ti sembrerà di non imboccare una direzione, di non farne una giusta. Ma continua per quella strada. Tutti ti diranno che non sai cosa fare e che procedi a zig zag, ma chi ha mai scritto che la vita debba per forza essere lineare e semplice?
Ti etichetteranno come una persona piuttosto forte e proprio per quello non vorrai mai apparire fragile, ma sempre per quel motivo a volte ti sentirai molto fragile. Se riesci, piangi qualche volta.
Tutto sommato tutto quello che farai andrà bene e sai perché? Perché se ora dovessi fare un resoconto della mia vita e se sapessi di dovermene andare domani a me andrebbe bene lo stesso. Perché il mio unico obiettivo è stato quello di non avere rimpianti e non ne ho avuti. Forse uno, ma è una cosa che ora non ti posso dire.
Impara a perdonare, soprattutto ora. Tra qualche anno potresti pentirti di non avere perdonato e sicuramente imparerai a farlo ma se riesci a farlo, oggi, ti assicuro che domani avrai un peso in meno sulla coscienza.
Ah, e impara a essere un po' più egoista. Se anche tu fossi un po' più egoista di come sei adesso, saresti comunque più altruista della media delle persone. Non mettere gli altri a proprio agio, metti te stessa a proprio agio, sempre. Ma se non ci riesci va bene lo stesso. La qui presente dice che hai fatto comunque un ottimo lavoro. Non farai carriera, non è nelle tue corde, anche perché la carriera (nella società) è misurata su una serie di parametri che non prendi in considerazione.
Ma se parliamo di altri parametri farai tanta carriera: sarai sempre circondata da persone che, in maniera del tutto inaspettata, ti ameranno. Ti chiedo solo di fare in modo che ti amino per quella che realmente sei, e non preoccuparti, provaci almeno, di chi non potrà farlo. Ti sentirai spesso sola, di una solitudine interiore che a volte cercherai tu stessa. Ma va bene, la solitudine ti insegnerà ad affidarti di più a te stessa.
Ah una cosa importante, sii sincera con te stessa. Per quanto sia possibile. La vita è una e (no, non sto morendo) qualcuno ti insegnerà che abbiamo una data di scadenza impressa che non possiamo vedere. Non possiamo sapere quando sarà, ma sappiamo che c'è.
Quando penso a questa frase mi verrebbe da dirti di divorare la vita ma non è davvero così. Se non hai voglia di fare niente, non fare niente. Se hai voglia di sprecare il tempo, sprecalo: basta che tu lo faccia con consapevolezza.
Non posso, per ora, dirti altro: rischierei di rivelarti cose che non posso. Ma sappi che comunque vada, la qui presente Carla 36enne è molto contenta di come sono andate le cose.
E ti rivelerò un altro segreto: in realtà in questa lunga lettera ci sono solo due importanti consigli, le altre cose le sai già e le hai applicate magnificamente in qmeuesti 20 anni.
Sii Carla, e tutto andrà bene.
Con affetto (e stima)
Carla.

Questo le scriverei, ma sapete una cosa? Lo scriverei, sì, poi lo straccerei, e lo getterei. Perché tutto sommato va bene così. E Carla ha fatto un buon lavoro, e continuerà a farlo.

19 gennaio 2018

Quando ero piccola

Quando ero piccola il mio libro preferito era "il grande atlante del mondo" del Reader's Digest. Un paio di anni fa ho comprato un atlante nuovo di zecca ma non era la stessa cosa. Quelle belle pagine lucide con le immagini dai contrasti forti non mi trasmettevano la stessa emozione di quel volume che sfogliavo per ore e ore. Il mio pianeta preferito? Giove. Lo chiamavano "Il gigante buono" e scrivevano che la sua enorme massa deviava gli asteroidi che passavano per quella traiettoria. Che bello, Giove. Che inconsapevolmente buono, Giove. Che meraviglia quel ciclone, quella macchia rossa. E poi un pianeta gassoso. Riuscite a immaginare un luogo in cui non si possono poggiare i piedi?

Quando ero piccola cercavo di capire se la vita che stavo vivendo fosse un sogno e se i miei sogni fossero la mia vera vita. Ho finito col diventare insonne. Dormivo molto poco e spesso mi svegliavo e giocavo col mio criceto.

Volevo bene a quel topo senza coda, mi avrà morso non so quante volte ma gli volevo bene.

Quando ero piccola non è vero che fosse tutto più semplice. Ero solo piccola di statura, ma comprendevo tante cose.

Magari avrei preferito non capirle.

Ora che sto diventando grande, perché proprio grande grande non sarò mai, mi piacerebbe essere piccola e occuparmi solo delle cose importanti. Di Giove, del mio criceto, e dei miei sogni che potrebbero essere veri.

Canzone del giorno: Wicked Game Chris Isaak


10 gennaio 2018

Focolai di proliferazione intraduttale con atipie di aspetto micropapillare

Ho dormito male ieri notte, ho fatto degli incubi in cui il mio endocrinologo mi anticipava il referto dell'agobiopsia e non solo era un (altro) cancro, ma aveva trovato anche una rara sindrome genetica che poteva essere la causa primaria di tutti i miei mali.

Bhe, non a caso ieri, nel primo pomeriggio, avevo la visita annuale dal mio endocrinologo.
La struttura in cui faccio le visite, il COES (Centro Onco Ematologico Subalpino) è stato, per una vita, sito all'ingresso di via Cherasco 15. Comodissimo.
Entri in via Cherasco e vai sempre dritto. Ma da qualche anno a questa parte lo hanno spostato, costringendomi ad ardue traiettorie. L'ospedale Molinette è un labirinto con indicazioni di difficile interpretazione!
Non mi do' per vinta. Passo dall'ingresso in via Genova, cerco il COES nelle indicazioni del tabellone all'ingresso principale di corso Bramante, seguo la traiettoria colorata di marrone, e TA-DAN.
Dopo solo 15 minuti eccomi!

Non ricordo mai cosa devo fare. Venendo qui una volta l'anno il dubbio amletico è: prendere o no il numero? Sedersi e aspettare? Annunciarsi in qualche dove?
Mi siedo e aspetto.

L'anno scorso il mio medico storico era affiancato da un dottorino giovane e un po' troppo volenteroso e presente. C'è un termine ma non mi viene, e quindi accattatevill'.
Appena mi vedono esordiscono "Colombo, venga pure".

Entro in saletta, mi siedo e il mio medico storico comincia: "Abbiamo il suo citologico, glielo avevamo detto?"
"No"
Il sogno voleva dirmi qualcosa.

"Allora l'esito glielo anticipo, in sigla si dice B3, vuol dire che purtroppo dal citologico non sono riusciti a stabilire cosa sia. Diciamo è un risultato dubbio, quindi bisogna indagare un po' meglio: glielo anticipo subito, quasi sicuramente le faranno una biopsia chirurgica come l'altra volta"
"Una biopsia escissionale?"
"Sì, più che altro per capire cosa sia"
Lucciconi. Ok, Carla, riprenditi.

La mia mente prosegue, faccio domande. Nel caso dovesse essere qualcosa di negativo? Asporteranno il seno? Che terapia faranno?
Si mantiene sul vago, dovrà decidere la senologa. Intanto io sarò ricontattata per programmare la biopsia.
"Vorrei essere operata dallo stesso chirurgo dell'altra volta, mi aveva fatto un bel taglio"
"Ah il dott. Coluccia, eh mi sa che in questi giorni (proprio in questi giorni) sta andando in pensione"
Che fortuna, penso.

Proprio non ci voleva un'altra biopsia, sullo stesso, già martoriatino, seno. Già piccolo, già sfortunato.
Già tagliato.

Sono a terra.

Procedono con la visita solita.
"Quanto pesa?"
Stavolta lo so, e rispondo come alla domanda di un esame che viene fatta da anni e alla quale hai sempre risposto - non lo so -. "45 circa"
"Ah" dice il dottorino "è un po' sottopeso, pesa molto meno rispetto all'altra visita"
"Va bene così"
"Mi faccia controllare i linfonodi, si tolga il vestito e si metta sul lettino"
E qui il dottorino ha rischiato male la vita. Mentre mi spoglio, per riempire l'imbarazzante silenzio, dico "Ci metterò un po', mi vesto a strati, sa, il freddo..."
"Ah ecco, infatti a prima vista NON MI SEMBRAVA COSÌ MAGRA"
Quei momenti in cui vorresti un lanciafiamme.

I linfonodi vanno bene, dice. Ma lo so. Gli esami del sangue sono perfetti e il mio medico storico dice che il fatto che gli antigeni del cancro siano nella norma è un'ottima cosa. Mia domanda: "Ma non sono gli antigeni del cancro all'utero?"
"... [silenzio imbarazzato] sì, anche" 
Non ce provà a fregarmi che m'informo, cristosanto. Col seno han poco a che fare mi sa quei due antigeni.

"Fuma?"
"No"
Mi sono stancata di dire che fumo la pipa in media una volta al mese e che non si aspira. Così, no, non fumo.

"Va bene, il quadro generale è molto buono. Solo il TSH è un po' ai limiti ma non voglio aumentarle la dose di Eutirox a 75 microgrammi tutti i giorni. Poi è così magra. Facciamo allora 75 microgrammi 5 giorni a settimana e 2 giorni a settimana 50 microgrammi."
Se ora era facile ricordarlo, perché i giorni pari sono 50 microgrammi e i giorni dispari 75, l'idea di prendere 50 microgrammi lunedì e giovedì e 75 i restanti giorni sarà parecchio dura. Vediamo.

Mi fanno attendere per l'ecografia alla tiroide. Il dottorino ecografista bello che qualche anno fa era ancora più bello controlla le mie precedenti ecografie al computer, accanto a lui il mio endocrinologo che lo avverte "Ora siamo un po' più incentrati sulla mammella, purtroppo ai tempi le terapie erano quelle che erano, abbiamo un B3 in Q2 sul seno destro. Ha fatto 36 Gy a mantellina a 13 anni, gli anni dello sviluppo"

"La solita fortunella, eh?" Dico sorridendo.

Prima che pensiate stiano giocando a battaglia navale, traduco: B3 è la sigla di cui sopra, il referto dubbio del citologico. Q2 la posizione del nodulino nel seno. I Gy sono i Gray, se posso usare termini non tecnici, l'unità di misura delle radiazioni usate sul mio corpo ogni giorno per più di un mese, per la prima radioterapia. 36 Gy equivalgono a 30 radiografie fatte tutte insieme ogni fottutissimo giorno. Mantellina è un termine così docile ma indica la zona irradiata, ovvero TUTTO il torace.

Mi fa di nuovo svestire e rimango in canotta, mi sdraio sul lettino per fare l'ecografia.
Si posiziona alla mia sinistra "Quel teschio, devo dire, un po' mi inquieta" parlando del mio tatuaggio
"Sì, l'ho fatto apposta per gli ecografisti".
Ride.

La situazione della tiroide è invariata. È sempre minuscola e i nodulini? Sono tutti lì, stanno bene e sono invariati. Meno male, mi sarebbero mancati.

Mi danno il referto dell'ecografia e il solerte dottorino (ecco "solerte", prima non mi veniva il termine) mi ricorda di passare venerdì mattina a ritirare il referto dell'agobiopsia al reparto di senologia radiologica e chiedere della dottoressa Mariscotti.
E che sarò contattata per la biopsia.
E io invece, in un altro mondo, assolutamente fuori da ogni controllo, vorrei solo riuscire a piangere a dirotto.

Canzone del giorno: Mama, I'm coming home Ozzy Osbourne

05 gennaio 2018

Capodanno in Family e di altre cose

Non avete idea che gioia essere stata invitata dalla Family di Cömo per festeggiare capodanno tutti insieme. Mi mancano, mi mancano tanto. È vero, qui a Torino ho tante persone e amici che frequento, mi sto costruendo piano piano una mia realtà. È più difficile vivere una quotidianità con un gruppo di amici perché sono piccoli gruppi scollegati tra loro che però avrei piacere di unire.
Ecco perché l'altroieri sono uscita insieme a persone in apparenza scollegate tra loro ma con molto in comune (e mi pare ci siamo trovati tutti bene, confido in altre divertenti uscite).

Ma torniamo a capodanno.
L'idea era quella di una serata tranquilla da Flavio e Tahio, dove Alvaro e AlessanFro (detto kebab per i motivi che spiegherò) ci avrebbero raggiunto.
Fare un falò tranquilli e una bella grigliata. Il freddo non ci ha fermati, la pioggia non ci ha fermati, anche se AlessanFro si girava in continuazione per scaldarsi il davanti e il retro (ecco perché "kebab") e si lamentava in continuazione del freddo. Sì, faceva freddo, sì pioveva. Tutti lo sentivamo, ma in quel fuoco in cui io vedevo un anno passato da abbandonare, scaldava più di quanto potessi immaginare.
La serata è stata tranquilla ed è proseguita in casa giocando a Cards Against Humanity (Cards Against Humanity is a party game for horrible people), un gioco di cattiveria e perfidia in cui io perdo sempre, non perché io non sia perfida e cattiva, ma l'inglese mi frega. Maledetta linguaccia.

Tutti abbiamo espresso desideri che non abbiamo rivelato, ho ricevuto tanti auguri copiaincolla da Whatsapp e ho risposto con altrettanti auguri stizziti in cui rivelavo in modo ironico che questo tipo di augurio non era gradito.
Se mi stai pensando, pensi a me, e scrivi a me. Se sei troppo pigro per farlo, non farlo.

Eravamo già un po' distruttini dopo mezzanotte e così verso le 2 siamo andati a nanna e io il giorno seguente sono ripartita. Un po' il raffreddore, un po' anche il desiderio di rientrare, un po' il fatto che viaggiando con i treni lenti ci metto minimo 3 ore.
Ma sono tornata in quella che ora identifico come casa, seppur condivisa, seppur vivendo in un minuscolo stanzino.

In tutto questo sono rientrata su Facebook, che avevo cancellato il mio account. Chiedo poche amicizie ma me ne arrivano tante e Med non mi conferma l'amicizia. Sarà che il nome non è il mio?

Forse Med è una delle poche ragioni per cui sono tornata, dato che non ho altri mezzi per rintracciarlo.

Comunque.

Torno e ci mettiamo d'accordo per andare al MEF: io, Vale, Lys e il sardosabaudo. Vale però non può, così siamo in tre e andiamo a vedere la mostra sui Tarocchi: molto bella.

Proseguiamo poi andando al bar sardo, dove beviamo un paio di bicchieri e mezzo di Nepente (un cannonau) e infine al Pastis dove non posso non prendere il pastis. La compagnia che si è creata è davvero mitica e mi piacerebbe poter passare altro tempo insieme. Così progettiamo di andare a una serata frocia al bar dei froci (mi permetto di dirlo ma non posso spiegarlo), e di andare a una serata kinky. Perché no, magari anche al centro sociale. Questa unione di menti così diverse mi stimola.

Il giorno dopo mal di testa e nausea. Ma cavoletti, possibile che io non regga così tanto da stare male dopo aver bevuto così poco?
Un goccio di caffè che pare faccia passare il mal di testa e niente, vomito.

Peccato che alla sera il water sia diventato mio amico, così penso di aver preso quella terribile forma influenzale che sta girando ma nonostante tutto, i rumori della mia pancia (che continua a mormorare GluGlu), la sensazione di pienezza di stomaco e via dicendo, FINORA non è successo nulla.

Mi drogo di fermenti lattici e vediamo, magari scopro di avere il fisico (se se come no) più resistente di quanto possa credere.

Nel frattempo manca una settimana per ritirare il referto, incrociamo le dita e speriamo che non sia niente.
Ora, perdonatemi, ma corro alla toilette.

31 dicembre 2017

Dolce adrenalina

Giovedì 28 ricevo una chiamata dall'ospedale "La chiamo per l'agobiopsia, pensiamo sia meglio farla perché abbiamo valutato le sue precedenti analisi e vogliamo controllare meglio".
Tachicardia.
"Sì, mi dica"
"Le abbiamo prenotato l'agobiopsia per il 4 gennaio, deve portare l'impegnativa del medico"
"No, per fare l'impegnativa per la risonanza magnetica ho dovuto tribolare: il medico non mi fa l'impegnativa se non c'è la richiesta del medico specialista all'interno della quale è presente codice fiscale e numero di iscrizione all'albo del medico che la richiede"
"Mhm, aspetti un attimo, vedo se riesco a fargliela internamente"
Silenzio, cuore che batte.
"Riesce a venire domattina alle 8.30, così le prepariamo noi l'impegnativa? Perché altrimenti la dottoressa non riesce"
"Ah quindi domattina passo a ritirare l'impegnativa?"
"No domattina viene direttamente per l'agobiopsia"
Tachicardia. Controllati Carla, non è niente. Tanto lo sai che avresti dovuto farla. Controlla la voce, non deve tremare, controlla il battito.
"Ok, posso fare colazione? Ci sono raccomandazioni?"
"Ha preso antinfiammatori o antidolorifici negli ultimi 2-3 giorni?"
"No, nulla"
"Perfetto, se ha qualche problema prenda solo la tachipirina 1000. Può fare una colazione leggera. A domani."

Non so come mai non ci penso ma non controllo su internet cosa sia. Forse sono troppo agitata a valutare le mie reazioni presenti che sono sempre troppo esagerate.
O forse no?
Provate a mettervi nei miei panni, queste chiamate e questi esami nel corso della mia vita non sono state mai foriere di belle notizie. Alla fine di questi esami nessuno mi ha chiamata mai per dirmi: "Carla, la chiamo per comunicarle che tutti gli esami sono negativi, lei sta benissimo!"
In genere è sempre stato "DObbiamo fare altri accertamenti"
"Deve venire in tale data per fare questo accertamento"
Concluso con "Purtroppo abbiamo trovato delle celluline maligne e dobbiamo asportare la parte" oppure "Deve venire per un consulto terapeutico".
L'unico nodulo che non mi ha mai tradito, ma è lì da 18 anni quindi non mi spaventa, è quello sulla tiroide. Sarà cresciuto di un massimo di 2 mm in questi anni, è quasi una presenza rassicurante: qualcosa che quando faccio l'ecografia alla tiroide: "Dottore, c'è ancora il nodulino?"
"Sì, certo, eccolo lì"
"Ah meno male."

Quindi ecco il perché della mia reazione. Non potete capirlo, se non avete avuto per tanti anni questo tipo di chiamate. Sapevo sì di dover fare l'agobiopsia, ma il mio cervello ha cercato nell'amigdala i ricordi delle precedenti chiamate, di come sono finite. E il cuore accelera, i pensieri vanno. È così che funziona, ed è assolutamente normale.

Ho avvisato chi potevo e volevo avvisare e le reazioni sono state più o meno le stesse "Bhe meglio, così te la levi".
Capisco anche la risposta, ma vorrei stilare un manualetto di vicinanza per gli amici. Quando accadono queste cose non si vuole essere consolati, si cerca solo vicinanza emotiva. La risposta esatta e corretta è sempre la stessa : "Ti sono vicino".
Lo so, è banale, sembrano le classiche condoglianze che tanto odio. Ma è inutile razionalizzare, queste emozioni non sono razionali. Non si ha bisogno di qualcuno che ti dica "Cerca di stare calma".
Se riuscissi a stare calma, non pensate forse che lo farei?
Seguono anche risposte ironiche, che apprezzo sempre tanto, come il mio amico M, ex compagno del corso java, che mi dice "Son degli stronzi ad anticipare così. Uno ha anche programmi".
Sì ok, mi ha fatto ridere.
C, che sta imparando a conoscermi, mi ha detto semplicemente che era con me.
Gigi vorrebbe essere con me. Lys chiede di accompagnarmi.
Il sardosabaudo mi ha fatto sorridere "Quindi? Vieni lo stesso a cena?".
Una cena è un ottimo modo per pensare ad altro (culurgiones, mammamia che buoni!).

Comunque la notte non è stata tranquilla, non ho dormito bene. E mi sono svegliata presto. Arrivata al reparto di senologia radiologica delle Molinette l'unica cosa a cui penso è di volermi sdraiare nel lettino, ma il pensiero mi agita.
L'attesa è snervante e la sala d'attesa è piena di donne tutte molto più grandi di me. Una donna piange. La privacy non è assicurata in nessun modo. Le dottoresse non hanno uno spazio dove poter parlare con le pazienti e spesso questo viene fatto in corridoio, qualunque referto si abbia in mano. E tutti sentono. Non è per niente bello.

Mi ricordo di internet, cerco la parola "agobiopsia". Consigliano di venire accompagnati. Sono da sola.
Non importa, penso, al massimo chiamo un taxi.

Mi chiamano per firmare il consenso informato. Mi fanno le solite domande di routine, se sono allergica a qualche farmaco, all'anestesia locale, se ho preso antinfiammatori nei 3 giorni precedenti l'esame. La dottoressa mi spiega che faranno una puntura di lidocaina per anestetizzare la parte, allargheranno il buco con il bisturi e faranno entrare quest'ago per, come spiega una mia recente conoscenza, compiere la biopsia tru cut (sic). L'ago ha un'anima in metallo e farà un rumore, uno scatto forte e sarà finito. Faranno 3 prelievi nell'area, metteranno alla fine del ghiaccio perché l'unica controindicazione è la formazione di ematomi.

Firmo, torno in sala d'attesa.

Più o meno mi richiamano alle 9.30. La sala è quella ecografica già vista. La dottorina giovane della scorsa volta (che è anche quella che mi ha chiamato, riconosco la voce insicura e dolce di chi ha ancora non ha il cinismo medico) mi ripete l'ecografia e mi chiede di attendere. Tremo, un po' perché sono agitata, ma ho anche freddo. Mi da' una traversina per coprirmi e mi chiede di attendere. Sparisce.

Tornano in 3. C'è la direttrice del reparto della scorsa volta, la dottorina di prima e un'altra dottoressa giovane. La direttrice ripete l'ecografia e mi dice che quest'area scura non era stata evidenziata nelle scorse ecografie/mammografie/risonanze, quindi è meglio controllare. Arriva l'altra direttrice del reparto, ora sono in 4. Mentre la direttrice numero 1 esegue l'ecografia, l'altra osserva. La tirocinante accende e spegne la luce. La dottorina giovane a un certo punto si dilegua "Siamo troppe, non servo qui".
Io tremo.
"Vedi? È quest'area"
L'altra direttrice annuisce.
"Sono un po' agitata"
"Eh, come facciamo? Vuole andare a prendere qualcosa?
Mentre io immagino una dose potente di tranquillanti, lei mi consiglia una camomilla. Probabilmente dovrei prenderne una vagonata. Dico che no, va bene così.
"Ora sentirà una punturina".

La lidocaina brucia. L'ago nel seno fa male. Stringo i denti. La direttrice però è molto brava, infila pianissimo l'ago, lo osservo mentre entra, sento solo il pizzicore iniziale e da lì mi rilasso. Anche quando inietta la lidocaina lo fa lentamente. Credo che anche la paura abbia fatto.
La paura in queste situazioni è utilissima, l'adrenalina mandata in circolo, ne sono convinta, ha fatto sì che io non sentissi male, che io non sentissi troppo male.
Sfila l'ago.
"Tutto bene?"
"Sìsì, benissimo, dottoressa è stata bravissima, non ho sentito quasi niente!"

Prende il bisturi monouso: vedo tutto, tranne il taglietto che fa. Non sento. Non sento nulla.
Mentre la direttrice numero uno continua a tenere l'apparecchio ecografico sul mio seno, la direttrice numero due infila l'ago per la biopsia tru cut nel seno.
D2: "Qui?"
D1: "No, un po' più su, perfetto così"
La dottorina giovane è pronta a schiacciare il pulsante sul corpo verde e parallelepipoidale della siringa, ma prima mi intima "Sentirà un rumore forte, non si spaventi e non si muova."
"Ok"
TAK
Lo scatto della biro ma un bel po' più forte.
Mettono una strisciolina di circa 5 mm su un vetrino. Sembra carne di pollo, è molto chiara.
"Tutto bene?"
"Sìsì non sento niente"
Ormai mi sono rilassata.

Procedono col secondo prelievo.
TAK.

Si consultano
D1: "Non so se fare un altro prelievo ma lì c'è il muscolo pettorale. Però vedi qui?"
D2: "Sì in effetti non saprei"
"Ma no, io direi che va bene così"
Ridono.

"Sì, va bene così" dice la direttrice numero 1.
"Ora le farà la medicazione, tra due settimane può venire a ritirare il referto"

La dottorina mi mette gli steristrip e una medicazione col cerottone.
"Ora le metto anche il ghiaccio, le verrano delle supertette!"
"Ah non vedo l'ora, guardi!"

"Domani può togliere il cerotto. Non bagni la ferita, gli steristrip si staccheranno da soli in circa 3 giorni. Se ha male usi solo tachipirina 1000, se le viene un ematoma è normale"

Avviso tutti, per me e per il momento, il peggio è passato. Faccio colazione alternativa al bar dell'ospedale Molinette con Lys che mi corre incontro in lacrime.
Nota per il futuro: non sono l'unica vittima delle mie paranoie emotive.
Mi ha portato un melograno, porta bene, "mangiatelo a capodanno".

Sento un po' di male ma per me che soffro di emicranie pazzesche è quasi più un pruritino.
Torno a casa, dovrei fare mille cose ma il calo di tensione mi impedisce di muovermi, sono immensamente stanca.

La cosa buffa è che il giorno prima scrivo al mio medico, il dott. Brignardello per aggiornarlo. Non c'era alcun tono polemico né preoccupato nella mia email, eppure lui mi risponde con un "Capisco il suo disappunto".
In effetti sì, c'era del disappunto, ma non nella mia email. Effettivamente dopo 18 anni deve avere imparato a conoscermi, o forse sa che non è mai bello fare certi esami.

Ora si aspetta, e ancora una volta una piccola cosa mi ricorda quanto è fragile la nostra esistenza su questo pianeta e quanto poco io stia facendo per vivere appieno la mia vita. Questo ultimo anno poi è stato vissuto un po' in ibernazione, in letargo. Letargo delle mie capacità, soprattutto, oltre che lavorativo e tutto il resto. Questa sera festeggerò con alcuni tra i miei più cari amici; auguro per me stessa, per questo 2018, un anno di movimento, un anno di potenziale espresso. Disfare le scatole, trovare un lavoro che sia mio, fare un viaggio (ma meglio più di uno), sentirmi a mio agio e a posto nel mondo.

Poca roba, eh?

Canzone del giorno: Welcome Home (Sanitarium) Metallica

27 dicembre 2017

La mia mini-me

Io e il sardosabaudo siamo tornati a essere amici.
Lo eravamo già nel lontano 1995, quando lui andava in skate e io in pattini e ci incontravamo al Ruffini. Ho ricordi belli di quel periodo e ogni volta che rivedo il sardosabaudo mi tornano in mente quelle giornate spensierate: il viaggio in pattini con amici da casa al parco Ruffini, le chiacchierate con i ragazzi della rampa, i primi timidi tentativi di flirt (andati sempre male, da sempre sono un'imbranata cronica).
A me il sardosabaudo piaceva. Mi chiamava Clara, mi diceva sempre ti porta via il vento, lo chiamavo in mille modi: nei miei diari compare come Giova, Gianni il pecoraro, ma in rampa lo chiamavo anche spazzolino, perché aveva la cresta ricciolina coi capelli rasati ai lati.
E così ieri sera ho cercato testimonianza nei miei diari passati: non c'è scritto molto, un massimo di 4 date dedicate a lui, nell'estate del 1995. Sono passata dal "Forse Giova mi piace", al "Gianni (pecoraro) mi manca" (forse era andato in vacanza? Mha), al "Togliendo il forse, Giova mi piace".

Non mi ero mai fatta avanti, un po' perché quei 5 anni di differenza pesavano come un macigno, un po' perché non sono mai stata brava nell'approccio con le altre persone. Ma è divertente rileggermi: i miei voli pindarici, le mie insicurezze, le confessioni agli amici.
E poi, dopo qualche pagina, ritorno sul mio migliore amico: il mio unico amore per anni.
Ad oggi si potrebbe dire che sì, lo stalkerizzavo. Lo chiamavo tutti i giorni, se non lo chiamavo passavo sotto casa sua a citofonargli, quando uscivamo insieme facevo sempre in modo che restassimo da soli per poterlo accompagnare a casa. Quando andavo in vacanza gli scrivevo lunghe lettere e lui mi rispondeva. Mi ero fatta avanti ma lui, anche se non interessato, non era sparito.
È venuto in ospedale con me per la mia ultima chemio, ed era il suo compleanno.

Rileggo della me di qualche anno fa, e quella piccola persona mi fa tanta tenerezza.

23 dicembre 2017

Le vite dei miei contatti sono intrecciate in modi che non si possono immaginare. Anche se ora vivo in una città che considero abbastanza grande, molte delle mie amicizie e conoscenze si conoscono e sono in relazioni più o meno strette tra loro. Tanto che spesso mi sembra di vivere in una sorta di Twin Peaks ma meno movimentata.
Per fortuna, certo.
Sto ancora aspettando notizie dall'ospedale. Ma non sono agitata, le cose evolvono in modi del tutto inaspettati a volte.

Così vanno le cose, così devono andare.

E se il mio amico sardosabaudo riuscisse a svegliarsi a un orario decente magari si va al Balôn.