Pioggia pioggia via di qui Torna pure un altro dì La piccola Carla vuol giocar.
Stamani c'era il sole. Nubi lontane minacciavano il nostro domani odierno (semicit.) ma il parco Dora era illuminato dai raggi del sole.
Al lavoro ero a maniche corte.
Non l'ho scritto, ma mi hanno rinnovata fino a ottobre del 2019, sarei scaduta e stata gettata nell'umido a fine dicembre 2018 in caso contrario.
La precarietà è il mio forte, mi piacerebbe dire.
In verità ho avuto contratti lunghi.
Quando lavoravo come grafica avevo un contratto di apprendistato, idem quando lavoravo a Firenze, di ben 4 anni.
Ho avuto un indeterminato qui a Torino, prima di andare a vivere a Firenze.
E ho avuto l'indeterminato in Schfizzera, dove però rischiavo di entrare ed essere nuovamente accompagnata alla porta pochi minuti dopo.
La verità infima e tosta è che non riesco a vedermi fare lo stesso lavoro per tutta la vita, come è successo al mio babbo, per dirne una eh?
Così guardo con ammirazione i miei colleghi che lavorano lì da 10 o 15 anni, e li studio come potrei fare con le mie piccole bestiole a 6 zampe.
Annoto nel mio taccuino immaginario le strategie di sopravvivenza adottate sperando che possano essermi utili in caso decidessi di impegnarmi a fare una cosa che mi costerebbe molto, per esempio chiedere nuovamente l'invalidità.
Dopo che a Firenze mi era stata tolta, sono rimasta così delusa e sfiduciata che non ho più voluto tentare. O meglio, avevo fatto un mezzo tentativo ma ero rimasta a terra, perché rifiutato in malo modo (ne parlo qui, ma anche qui e in altri svariati post).
Questo potrebbe legarmi in maniera quasi indissolubile a Torino ma mi darebbe l'opportunità di trovare lavoro più facilmente, magari anche un lavoro più vicino a ciò che vorrei, e perché no arricchire il mio curriculum vitae di cose utili, che ora sembra un pout pourrì di robe messe a caso.
Tra il dire e il fare c'è di mezzo e il, e io, che so benissimo quanto sia falso l'assunto per cui valga sempre la pena provarci e che non si abbia nulla da perdere (male, male, falso, si ha sempre molto da perdere: tempo, speranze, energie), sto mettendo sui piatti della bilancia i pro e i contro.
E anche se ci sono svariati pro, non so quanto io possa essere pronta a un altro rifiuto.
"Questo è il mio anno dei rifiuti. Ormai sono bravissima" "Dai, ormai puoi lavorare all'AMIAT"
Ho cominciato a studiare per prendere la certificazione Google. Non mi servirà, o sì? Nel dubbio la prendo. Dovrò impostare il mio sito, anche se praticamente non scatto più foto.
Ora capisco il mio amicollega quando dice che ha la nausea di fare foto. Anche quando mi porto dietro la Fuji resta così, come l'ho messa. Non mi sento ispirata, non mi sento fotografa, non mi sento. Punto.
Ogni tanto ho qualche idea, che per lo più è su me stessa non volendo/potendo permettermi modelle ma l'idea lì rimane, esattamente come la mia Fuji nello zaino.
Entità che non può prendere forma, schiacciata da altri pensieri che in questo momento non riesco a mettere via.
Oggi ho pranzato con Leonard, l'entomologo.
Mi fa piacere averlo conosciuto, è una delle persone più calme che io conosca. Ma quella calma che ti fa intuire che se mai dovesse arrabbiarsi farebbe a pezzi tavoli, mangerebbe persone, getterebbe bombe a mano e si cucirebbe le ferite da solo (probabilmente appena imparerà a cucire lo farà davvero).
Dicevo, abbiamo mangiato le stesse cose, tantissimo. Eravamo sazi da matti, tanto che se io ero tentata di slacciarmi i pantaloni per cercare di evitare di morire soffocata, lui comunque stava piuttosto bene e dato che di solito mangia il triplo di me ho capito di avere dato il mio meglio in cibo.
Cioè di aver mangiato come una scrofa grassa.
Mi fa tenerezza, lui. Perché come me vive in un mondo tutto suo. Come me e la maggior parte delle persone che conosco. E non è un insulto. Secondo me siamo dei supereroi che vorrebbero salvare il mondo ma non riescono nemmeno a salvare se stessi. Il che fa ancora più tenerezza.
Dicevo dopo aver mangiato come due bufali grassi lui torna al lavoro e io vado a vedere il World Press Photo. Ci ero già stata con un'amica ma era un giorno di festa ed era stracolmo di gente.
Oggi eravamo pochi così ho avuto modo di vedere più e più volte le foto di mio interesse. Capire con che obiettivo erano state scattate. Cercare di leggere le didascalie ma oh, quello non è proprio il mio forte. Lasciarmi andare ai lucciconi e ricominciare da capo.
Non contenta ho deciso di comprare un'altra crema corpo. Quelle che ho stanno finendo e io ho bisogno di qualcosa di un po' più grasso per il corpo, una crema cicciona perché se la pelle del viso è cicciona di suo, quella del corpo ha bisogno di più idratazione.
Così vado da naturasì e subito vengo braccata da una commessa.
"Posso aiutarla?"
"Ehm no, guardi, sto solo dando un'occhiata" (e dentro di me "Ma dove cazzo le avete messe le creme corpo?").
Così cedo, è un male cedere alle commesse, ve lo dico con esperienza. Io le ammiro, loro. Hanno un sacco di pazienza, darei fuoco alla gente per molto meno.
"No scusa, senti, dove sono le creme corpo? Avrei bisogno di un barattolone di crema un po' grassa per il corpo"
Mi segue, mi scruta, mi guarda la pelle delle mani, mi tira su le maniche del giacchino, mi tocca la pelle delle braccia. "Eh ma guardi che non è così secca".
"Bhe sì un po' sì, dopo la doccia ho bisogno di qualcosa di corposo"
"Eh ma rischia di otturare i pori, di impedire alla pelle di creare il film fosfolipidico, insomma poi la fa seccare ancora di più"
La guardo.
Mi guarda.
Mi torna in mente che ho sempre da discutere per avere quello che voglio, pur pagando.
Come quando vado dalla parrucchiera.
"Vorrei solo tinta e piega, grazie, non li voglio tagliare" - anticipando quello che poi, puntualmente, avverrà.
"Ma sarebbero da tagliare un pochino, solo spuntare, un centimetro. Sono rovinate le punte"
Le parrucchiere donne sono andate a lezione da parrucchieri uomini, per i quali si sa, le dimensioni contano e vengono sempre amplificate. Un centimetro di una parrucchiera corrisponde a quasi cinque centimetri reali.
"No, non li voglio tagliare"
"Eh ma poi la tinta non prende sulle punte"
"Me ne assumo la responsabilità, faccia pure" (poi mi chiedono perché me li tingo a casa)
"Eh ma poi non ottiene il risultato sperato"
E così via ad libitum.
"Guardi c'è questa crema che è un po' corposa ma si assorbe subito"
Osservo la scatola verde scuro che sa di prodotto creato negli anni '80. 70 ml, 19 euro. Scritta a lato "Usare solo su parti secche e molto screpolate del corpo ". Sottinteso, se la usi tutti i giorni dopo la doccia su tutto il corpo potrebbe cascarti l'epidermide in toto.
"Ehm no, mi sembra un po' eccessiva"
"Allora, ecco c'è questa Weleda, alla Rosa Mosqueta"
Guardo la scatola, rosa, per pelli da normali a secche, 200 ml 17 euro.
"Sì, meglio"
Mi guarda.
La guardo.
Sono affezionata alla Rosa Mosqueta perché l'olio mi ha aiutata nei periodi post cicatrice dopo il mio primo intervento al seno.
Pago, esco dal negozio, ha ricominciato a piovere. Prendo il bus di corsa, passo vicino a casa sul ponte che da' sul fiume Stura. Il fiume è agitato, fangoso.
È sempre più gonfio.
Un po' come i miei coglioni, se solo li avessi.
A casa, Madre al telefono con qualcuno, esclama "Eh, hanno spento anche i termosifoni, ci hanno lasciati al freddo"
Guardo il termostato: 24,5 gradi in casa. Sono a maniche corte e ho caldo.
Fuori piove più forte.
E piove forte anche dentro.
Quando faccio il part time - che sarebbe il mio orario normale - come oggi, alle 13.17 prendo quello che io chiamo il bus proletario perché passa per l'Iveco e ci porta tutti gli operai. Io scendo lì davanti e poi ho quella decina, quindicina di minuti (al mio passo) per arrivare a casa.
Dico al mio passo perché probabilmente voi ci mettereste una ventina di minuti almeno, ma io ho il passo di un carabiniere che sta facendo una marcia di corsa e che intanto pensa a quanti ce ne vogliono per avvitare una lampadina.
Sono passata sul ponte sopra il fiume Stura. Il fiume è quasi in piena.
Ricordo che quando ero piccina questa cosa avveniva ogni anno circa a settembre, mese in cui la pioggia a Torino era incontenibile e c'era sempre qualche rischio piena fiumi.
È un qualche giorno di settembre (o novembre) del 1994.
Madre ogni tanto andava a trovare la sorella e la loro mamma che stava da lei, mia nonna.
In genere ci andava il mercoledì. Ricordo che era mercoledì perché saltavo scuola, e perché era il giorno in cui in edicola usciva Topolino. Da piccola lo leggevo sempre, ma sempre sempre.
A tavola mentre mangiavo, la sera prima di andare a letto, lo portavo in giro e se ci si fermava in qualche dove, in un bar, in una panchina, lo leggevo.
È stato il precursore delle mie attuali barriere sociali (ovvero lettore mp3, cuffie e libro).
E comunque il personaggio di Topolino (amicodelleguardie) l'ho sempre odiato. Preferivo Paperino, era più sfigato, più umano, più iracondo, più simpatico.
Ma è il 1994 e probabilmente ho abbandonato Topolino per dedicarmi ad altre riviste e/o testi.
Focus, sicuramente, a cui sono stata abbonata fino a che non è mancato mio padre. Leggo Edgar Allan Poe, qualcosa di Lovecraft, sicuramente Freud.
C'è la collana 100 pagine 1000 lire e li ho tutti, di Poe. Mi permetto anche di rileggerli e il mio racconto preferito è La mascherata della morte rossa.
Per andare a Milano, come sempre, si parte da Porta Susa. Penso di non avere mai visto Porta Nuova fino a quando non ho fatto un viaggio per conto mio. E la vecchia Porta Susa era più una stazione da paesino che l'attuale e inutile e bellissima stazione che è.
Il regionale ci mette un'ora e quaranta minuti circa. Più avanti per farsi fighi lo chiameranno Regionale Veloce. Ma è lo stesso che ora si chiama Interregionale.
Madre, donna ansia, appena arrivati a Rho esclama "Alla prossima dobbiamo scendere" e ci fa piazzare già accanto all'uscita, così ci tocca farci tutto il tragitto Rho-Milano Centrale in piedi.
Questo vizio non lo perderà col passare degli anni. Anche dopo 20 anni, sui vari bus, pur sapendo che conosco la città molto meglio di lei, non mancherà di dire "Alla prossima dobbiamo scendere" tanto che per il nervoso spesso la anticiperò "Tra due fermate dobbiamo scendere".
Ma alla fermata dopo esclamerà sempre "Alla prossima dobbiamo scendere".
Così arriviamo a Milano Centrale, prendiamo la metro fino al capolinea Cologno Monzese e facciamo il breve tragitto a piedi per arrivare dai miei zii, passiamo la giornata e torniamo in stazione.
Però i treni non partono. Causa alluvione siamo bloccati a Milano.
Io penso che è ok restare a Milano, chissene, ci facciamo ospitare e partiamo il giorno dopo.
No, Madre ha deciso che dobbiamo tornare a tutti i costi a Torino.
Le parte proprio l'embolo.
Così troviamo per caso una coppia di anziani signori che deve tornare a Torino e decidiamo di prendere un taxi.
Sì, avete letto bene, un taxi da Milano a Torino.
Anche il tassista fa difficoltà, piove molto e tante strade sono chiuse, ma alla fine riusciamo a tornare. Per la bellezza di duecentomila lire da dividere in due, metà noi e metà la coppia di anziani signori.
Non so dirvi se Madre ha mai raccontato a Padre dello sproposito di soldi che le sono partiti perché lei si era impuntata di tornare. Non so dirvelo perché Madre nascondeva un sacco di cose a Padre. Penso che Padre sia stato a conoscenza della metà della metà della metà delle cose che avvenivano in quella casa. Mia sorella fumava ma lui non lo sapeva, lei gli apriva le stecche di sigarette, rubava un pacchetto e poi gliele richiudeva.
Padre fumava tre pacchetti di sigarette al giorno, non poteva tenerne il conto.
Tutti nascondevamo un sacco di cose a Padre per evitare lunghissime e inutili discussioni che tanto sarebbero partite comunque. Dal tavolo della cucina in cui sbatteva i piatti arrabbiato, alle urla che continuavano nel corridoio e poi in camera da letto.
E quando invece ci sarebbe stato da discutere non accadeva. Avevo difficoltà a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
In ogni caso ci sarebbe stata una sfuriata scaturita da un nonnulla.
Ricordo bene quel 1994 anche per altre ragioni.
È il 2000, vivo con un ragazzotto che mi tratta da schifo ma sono convinta che di meglio non posso trovare.
Viviamo in un palazzo sopra un cinema porno, non troppo lontano dal centro "Dai veniteci a trovare, siamo in via Don Bosco"
"Bha ma dove, non conosco"
"Dai sopra il cinema porno!"
"Ahhh ho capito!"
Poco più in là c'è la Dora Riparia e sono giorni che piove. E io sono sempre più asociale.
Un pomeriggio, sono da sola in casa perché il ragazzotto lavora e io vado ancora a scuola, sento un megafono strillare. STIAMO EVACUANDO TUTTI I PRIMI PIANI E TUTTI I SECONDI PIANI.
Faccio finta di niente. Sono al terzo piano.
C'è un palazzo diroccato e temono che se dovesse crollare nel fiume faccia casini.
Squilla il telefonino, sono gli zii del mio ragazzotto che abitano poco distante, in verità la nonna, che sta da loro.
"Abbiamo sentito che stanno isolando la zona, perché non vieni da noi?"
Asocialità mode: on "Ma no, sono solo i primi e i secondi piani, sto al terzo, tranquilli"
"Eh ma metti che si inonda tutto, poi dove vai? Se hai bisogno di acqua o qualcosa..."
"Naaah, non preoccupatevi. Sto a casa."
Mi affaccio sul balcone, le strade vuote, omini in arancione che sgomberano, il palazzo semideserto.
Il mondo è quasi mio.
Quell'anno l'acqua invase la zona del Balôn: tanti esercizi rovinati. La scuola, la mia che è proprio lì accanto al Balôn, chiusa a causa fango.
Quell'anno tante cose.
L'anno in cui il mondo fu quasi mio.
Una giovanissima undicenne simpsoniana si presta a un servizio fotografico fatto da Padre
Serracapriola (FG)
A testimonianza di quanto scritto sopra, io e il mio inseparabile numero di Topolino (amicodelleguardie)
Alluvione del 2000 (al minuto 0:26 c'è la mia scuola)
Canzone del giorno: Daniele SilvestriMa che discorsi
Oggi è stata la giornata del larvismo. Dopo essermi accuratamente preparata per un appuntamento mancato, mi sono avvolta nelle coperte a guardare un po' quello che passava il convento. Anche se, come dice Zerocalcare, non è che solo perché abbiamo Netflix dobbiamo farci andare bene tutto quello che passa il convento (a me Dark era piaciuto, ma forse perché pensavo che i personaggi fossero due, dato che sono tutti uguali).
Così, nell'ordine, ho finito di vedere Castle Rock, daje che ci sono un botto di citazioni di Stephen King nella sigla (chiedo scusa agli appassionati ma io non lo ritengo nemmeno uno scrittore e sopporto a malapena il modo in cui mette insieme i caratteri alfanumerici - dato che quello per me non è scrivere - però i suoi racconti brevi mi garbano e in genere anche le serie tratte dai suoi caratteri alfanumerici, ecco) e non solo. Così riconosci la prigione, la cittadina, persino una minuscola citazione di Shining.
Va bhe mi è piaciuta però [ALLERTA SPOILER selezionare il testo per leggere] 'sta cosa che quando non sai come terminare una storia inconcludente ci devi per forza mettere un universo parallelo ha un po' sfrangiato i maroni. Come dire "ora metto insieme cose che non hanno senso ma invece di fare come Lynch che ti lascia così di merda da chiederti 'oh mio Dio che cazzo ho appena visto?' razionalizzi con una cosa che tanto va sempre bene, come il cacio sui maccheroni, l'universo parallelo, il portale ecc.
Finito quello e per dare un senso alla mia miserabile vita ho visto una delle cose più tristi che Netflix potesse trasmettere, ovvero Haunted. Praticamente c'è un sacco di gente che piange perché tormentata dai fantasmi. Ma ne intervistano una alla volta. Così c'è uno che è tormentato da una donna che vede impiccata nel suo armadio, ma poraccio, nessuno gli crede. Così lui non dorme più, probabilmente impazzisce e allora sì che la vede davvero la donna impiccata. E poi piangono tutti, perché accanto allo/a sciagurato/a ci sono parenti e amici che esclamano "Oh mio Dio, ma io non sapevo di tutto questo". E giù a lacrimare come dei mentecatti. Così via per 6 puntate da ben 24 minuti l'una. Tutto tempo che ho dovuto recuperare, perché è stato decisamente buttato nel cesso. Anche se la puntata del rapimento alieno mi ha fatto sganasciare così tanto che è valsa l'attesa delle 4 precedenti puntate in cui gente vedeva spiriti di ogni tipo, anche della senzatetto dell'angolo che ogni notte chiede le monetine "Ma io ho finito i soldi" e giù mazzate.
Mi verrebbe voglia di tirar loro in testa alcuni libri a caso, come il DSM-5 dato che vengono tutti da famiglie iper religiose e/o violente e probabilmente le visioni sono dovute a un distacco dalla realtà necessario per identificare il male in qualcosa di esterno.
O vista la stazza sono in iperglicemia (non ce n'era uno magro a pagarlo oro) e vedono marshmallow colorati ovunque, altro che fantasmi.
Dico, quindi, per recuperare quel tempo ho deciso di vedere un film, Mine (quando me l'hanno proposto ho letto main, all'inglese. NO, sono proprio le mine, ecco). [SPOILER qua e là] Se vi può consolare non ci sono universi paralleli, ma per due ore c'è uno inginocchiato nel deserto. No, non sta chiedendo in moglie nessuna però sta così. E ha deciso di farlo dove? Sopra una mina. E così sta immobile per due ore e all'inizio ho pensato che dai, qualcosa sarebbe successo, e invece niente. Poi però diventa introspettivo e ovviamente c'è l'happy handing (non quello del centro massaggi cinese) con bacio e amore e cuore e occhiali da sole. Diciamo che la prima metà del film potete gustarvela arrotolandovi una canna e sperando che la vita vada un po' meglio di come è andata finora, poi quando diventa figo (e sale anche l'effetto della droga) potete stare attenti cercando di non sbriciolare (e salivare) sulla tastiera i biscotti che state mangiando per via della fame chimica. Anche perché parte con le allucinazioni e cominci a chiederti cosa sia vero o finto. Poi l'animo da cervello portasapone che è insito in me comincia a chiedersi "Madonna che labbra screpolate, chissà quanto tempo gli ci andrà dopo per reidratarle" e poi ti dici che anche se il film è italiano i personaggi sono sicuramente statunitensi, perché solo una donna made in U.S.A. può pensare a una proposta di matrimonio se vede il suo uomo inginocchiarsi a terra. Capitasse a me lo aiuterei a rialzarsi pensando a una caduta "Te l'avevo detto di stare attento che ho appena lavato a terra, ti sei fatto male?".
Dovendo recuperare altre due ore preziose di tempo ho deciso di andare sul sicuro, e mi sono messa a canticchiare una canzoncina che mi piace, e mi piace perché è la sigla di una serie figa che ho visto tempo addietro: The Bridge.
La serie è danese/svedese, infatti ha doppio titolo originale Bron/Broen ed è un poliziesco. Quando me la consigliarono ero perplessa, i polizieschi non mi piacciono. Però, saranno le ambientazioni delle città nordiche, sarà che la protagonista è uno Sheldon al femminile, mi ci sono affezionata. E poi è vero che una volta visto un poliziesco non ha molto senso rivederlo perché sai già chi è l'assassino, ma qui gioca in mio favore la mia memoria corta e quindi al grido di Chi cazzo sarà mai stato? me lo sto riguardando. Praticamente trovano una donna morta sul ponte Øresund che collega la Danimarca alla Svezia. Peccato che sta proprio a metà, cioè le gambe si trovano su territorio danese e il busto su territorio svedese. Così due poliziotti delle rispettive località (Copenaghen e Malmö) devono collaborare per scoprire chi è stato. Chi sarà mai? Non so, non me lo ricordo, quindi niente spoiler. Pensate che la serie è talmente figa che gli statunitensi l'hanno voluta rifare (su territorio U.S.A - Mexico) e anche gli inglesi (questa versione però non l'ho vista quindi boh?).
In tutto questo mi sono ricordata che non ho paura dei fantasmi perché quando ero piccola mia mamma ci raccontava che la notte di ognissanti i morti si univano al mondo dei vivi e ci faceva lasciare dei biscotti e qualcosa da bere sul tavolo per il loro viaggio. Non ho in effetti mai avuto paura dei morti, dei fantasmi, ovviamente ho un sacco paura dei vivi che quelli sì che ti fanno male abbestia. Che una bastonata sui denti a volte è meglio, eh.
In più ho assistito da remoto a una scaramuccia di due fidanzati, uno dei quali mi ha scritto per chiedermi cortesemente di dire all'altro di sbloccarlo perché "non abbiamo più 5 anni" (e sì proprio per quello vedetevela tra voi e mi sono sentita come l'imperatore Commodo nel film Il Gladiatore che col pollice in giù diceva Scannatevi pure che io mo' mi siedo e guardo) e ho risposto dopo ennemila ore, più o meno tra la fine di Mine e l'inizio di The Bridge per dire che sì, era una giornata di merda anche per me e che non mi pareva il caso di mettermi in mezzo. Pollice verso.
Ora scusate ma torno alla mia maratona di The Bridge che le serie non si finiscono da sole e poi chissà chi cazzo era l'assassino, non me lo ricordo proprio.
Domani mi piacerebbe vedere Labadanzky che, stranamente, non è una serie. Non ci sono assassini dimenticati, né dimensioni parallele che spiegano ogni cosa. Solo robottoni giganti che sono installazioni artistiche.
Mentre il mio pebble mi ricorda che ho fatto 1258 passi (di solito supero i 10mila) plausibilmente tra il letto e il bagno, io torno al mio stadio larvale, mi impupo e attendo di spiegazzare le mie ali in volo.
Se scopro in fretta chi è l'assassino ve lo scrivo eh?
Canzone del giorno: Choir of Young BelieversHollow Talk
E comunque ogni tanto ci perdiamo un po', ma tu non devi mai mai dimenticare: - che ti voglio bene - che mi devi ancora presentare il tuo amico entomologo!
Leggo questo messaggio col sorriso sulle labbra. Me l'ha scritto l'amico libraio, complice di una chemio condivisa, segno di un'amicizia profonda che nulla può scalfire. La condivisione di un trauma così grande porta a un legame indescrivibile. Come le ife fungine che collegano gli alberi di una foresta, possiamo restare distanti e comunque sempre uniti.
La battuta dell'amico entomologo è presto spiegata. In realtà loro si sono conosciuti, un sabato, al Balôn. Ma chissà come mai, quell'oretta in cui siamo stati insieme io l'ho eliminata. Ricordo che Leonard, l'entomologo, ha conosciuto la mia collega, ricordo che l'amico libraio ha conosciuto la mia collega e un mio collega (che è andato via prima dell'arrivo di Leonard), ma la stretta di mano tra i due è stata dimenticata. Persa nei meandri della mia memoria, in uno dei buchi che è la groviera della mia mente.
Così un sabato ho detto a Leonard "Ti devo presentare il mio amico libraio"
"Ma guarda che l'ho conosciuto"
"E quando?"
Fosse stato solo questo.
Sempre sabato:
"Ti devo presentare il mio amico entomologo"
"Ah, ma conosci solo entomologi tu?"
"No, perché?"
"Dai quello che mi hai presentato al Balôn"
"Ah ma è lui, quindi l'hai conosciuto!"
E nonostante tutto, sempre quel sabato, con Leonard
"No, ti devo presentare il mio amico libraio, è una persona in gambissima"
Mi guarda come se stessi scherzando. "Ma sei seria?"
E via così.
Leonard è paziente con me, ma anche l'amico libraio. Anzi devo dire che tutti i miei amici sono molto pazienti con me, con i miei sbalzi di umore e di memoria. Non sono obbligati, semplicemente lo fanno perché mi vogliono bene e sanno che non sono emotivamente stabile, ma questa instabilità mi porta anche picchi in cui amo il mondo, amo loro, e glielo dimostro come meglio posso. Dopo quegli up possono sopportare i miei down che, devo dire, ormai non esterno nemmeno più troppo.
Perché non voglio pesare su nessuno.
Se c'è una cosa che ho imparato a fare, quando conosco qualcuno, è mettere le cose in chiaro: "Io sono impegnativa, ma do' anche molto". Fatta questa premessa le persone sono libere di scegliere se continuare a seguirmi su quell'ottovolante che è la mia vita emotiva oppure fermare la giostra e scendere.
***
I mesi passano, so che dovrei sentire l'ospedale per la mia visita annuale, ma non ho cuore. Sono stanca. E se solo per quest'anno saltassi? Solo un anno: un anno di pausa dalla mia malattia, poi l'anno prossimo ricomincio. Prelievi, mammografia, ecografia tiroide, ecocardiogramma, visita dei nei.
L'anno prossimo, giuro, mi faccio ribaltare come un calzino, faccio anche la visita proctologica nonostante non serva, giusto per aumentare il disagio. Ma quest'anno, vi prego, almeno quest'anno, facciamo finta che io non abbia mai avuto niente.
Ho già le mie cicatrici a ricordarmelo quotidianamente.
Qualcuno ti ha convinto, o ti sei convinta, che tu devi accontentarti di quel poco che arriva perché sei una stracciacazzi. E invece sei avorio. Un avorio che si crede legno.
Sono spaventata da una ricaduta da tumore, lo ammetto. E ne ho di ben donde.
Ma ciò che mi spaventa ancora di più è il male interiore: la depressione.
Non penso di averla mai inquadrata bene: ho sempre pensato che fosse un'immensa tristezza, un'angoscia che provi dentro e che piano piano permea tutta la tua realtà. In verità è più subdola.
La depressione, a parer mio, viene raccontata bene in un libro illustrato dalla famosa ideatrice di un meme, che si intitola "Un'iperbole e mezza". Tendenzialmente metterei il link al sito Amazon o meglio ibs, ma penso siate abbastanza scafati da trovarvelo da soli e se siete di Torino fate uno squillo alla libreria "I sette pazzi" che ve lo procura in breve tempo. Sono ragazzi simpatici, fighissimi e insomma Amazon per i libri ha anche un po' rotto la minchia.
Comunque il libro è da ridere, tantissimo, stile Leo Ortolani. Ma a tratti diventa riflessivo, e anche un po' angosciante. In maniera molto autoironica l'autrice racconta del suo periodo di depressione, di come senza preavviso è arrivata, e di come nello stesso modo se ne è andata.
È cominciata con una tristezza infinita per poi concludersi con un'assoluta mancanza di emozioni, come il nulla.
Un vuoto cosmico.
Io oggi.
Arrivo al lavoro e non ricordo come ci sono arrivata. Dovessi fare mente locale, posso solo ricordarmi di avere mandato una foto via Whatsapp in cui mostro che piove, e che sono dentro uno dei due mezzi che prendo per andare al lavoro. Non ho ricordi di come ho preso il primo bus, né del cambio. So che sono arrivata al lavoro a un certo punto, ed ero un po' fradicia per la pioggia, dato che non uso ombrelli. E ricordo di aver mandato un'altra foto a testimonianza.
Ho cominciato a lavorare e so che sono stata sballottata tra due attività. Poi ho smesso di sentire emozioni. Ma non sono andata in apatia. Sapevo di essere triste ma non provavo tristezza. Non provavo le sensazioni fisiche associate alla tristezza, non so spiegarlo.
E anche se ridevo e scherzavo con i miei colleghi, non sentivo allegria, era come se stessi indossando un guscio che agiva per me.
Ho aspettato poi mezz'ora il bus per andare via, ma è stato un tempo indefinito, che ho saputo quantificare solo guardando, a un certo punto, l'orologio.
"Ah ma è mezz'ora che aspetto, e piove, piove forte con vento".
E così senza sapore ho mangiato, mi sono struccata con i gesti automatici che ormai ho acquisito, mi sono lavata senza sentire l'acqua calda addosso.
Poi, volevo dirti che il racconto della drosophila è strepitoso. Tu hai una capacità di raccontare fantastica, unica
Sono in stazione, probabilmente in Polonia. Ho una divisa scolastica blu e non sono sola. C'è un'altra ragazza con me, una mia compagna di classe. Stessa divisa con gonnella blu a pieghe.
Dobbiamo andare in qualche posto ma sulle banchine c'è scritta solo la destinazione finale e non c'è la nostra meta, che deve essere una fermata intermedia. Abbiamo smarrito la nostra classe che probabilmente è già sul treno.
Ok, mi dico, cerco su internet. Ci metterò poco a capire di quale treno si tratta. Peccato che quando capisco su che treno dobbiamo salire, quello parte. Era al binario 5.
L'ho perso.
Ieri pensavo in maniera un po' malinconica a questo blog.
12 anni.
Un terzo della mia vita è qui dentro.
Tra amori, cazzate, lavori (tantissimi), città, viaggi, interventi, sogni, incubi, speranze.
Siamo rimasti in pochissimi a leggere. Un solo fedelissimo, da sempre, Dado. Che mi ha seguita in silenzio quando tutti sono scappati. Pochissimi lettori attuali.
Ricordo che mi avevano convinta ad aprire un blog "per scrivere cagate" e poi è diventato una sorta di diario, intimo ma pubblico, in cui ho sempre scritto censurandomi per evitare di essere troppo esplicita.
E questo accade anche nei miei diari cartacei da quando un mio ex mi aveva fatto una lavata di capo perché in una delle mie pagine scrivevo che mi ero rivista con un fidanzatino di un paio di estati prima e avevamo parlato di noi.
Ma avevo 16 anni e non esisteva malizia alcuna. Così non sono mai riuscita a scrivere davvero ciò che pensavo, ho sempre usato codici indecifrabili anche per me: "Chissà che cazzo volevo dire qui, boh. Mha"
In effetti lui fu estremamente castrante per me, che ero solare, affettiva, fisica. Ho impiegato tanti anni per tornare a essere quella che ero, a dimenticare ciò che mi diceva ("Hai un carattere di merda", per dirne una). Ero cambiata per lui, e sono tornata a essere quella che ero per me stessa.
Scrisse anche un commento qui, non ricordo dove, dicendo che mi aveva trovata cercando informazioni su una "sua" vecchia passione, le piante carnivore. E così voleva rubarmi anche le mie passioni, e però non aveva scordato i miei occhi. E le cose che si dicono sempre.
Riflettevo su quanto io sia cambiata. Dal primo timidissimo post, alle difficoltà nel diventare una donna. Alle sofferenze continue dell'essere Carla. Perché essere me è faticoso, tanto. È faticoso mantenermi integra quando le persone intorno ti vorrebbero diversa, ci si sente davvero tanto soli.
Perché sì, all'inizio è tutto molto bello. Poi è sempre un "non finisci mai un cazzo", come se fosse una colpa voler imparare cose nuove, non volersi posare su nessuna strada per poter cercare di esplorarne il maggior numero possibile. Se potessi definirmi io mi vorrei chiamare "esploratrice", suona bene Carla l'esploratrice.
Vi invidio, miei cari e pochi lettori, che da anni fate lo stesso lavoro, che vi siete sposati e avete figli. Vi invidio perché mi sembra di fare il triplo della fatica per ottenere un minimo di stabilità, e anche quando la desidero con tutta me stessa, mi viene negata.
Dev'essere che poi alla fine il pregiudizio la vince. Il mio aspetto non è quello di una donna, ma di una ragazzina che non sa cosa vuole nella vita.
Ma sono come voi, voglio solo essere serena. Nemmeno felice, non aspiro nemmeno a quello.
Alla fine la resa è grandiosa se ci pensate. Costo poco, solo non datemi per scontata, un abbraccio ogni tanto e una presenza costante.
Forse è ora di chiuderlo, questo spazio. Questo pensavo ieri sotto la pioggia che mi piace tanto ma mi fa sentire parecchio triste.
Sarà perché adoro la pioggia sotto le coperte, abbracciando qualcuno che amo. Soprattutto se ci sono tuoni forti che fanno vibrare i vetri.
Ma sarà, romanticismi a parte, che scrivo senza alcun obiettivo. E 12 anni sono tanti. Un terzo della mia vita, torno a ripetere. Oh, ma quando mi sono fissata di fare la sistemista? Che poi alla fine un paio di colloqui li avevo ottenuti e mi avevano pure assunta. E quella volta che ho fatto l'incidente? Che brutta giornata. E al corso di programmazione Java che i miei compagni mi prendevano simpaticamente in giro perché li abbracciavo sempre? E gli svariati traslochi? E gli interventi?
Sono tutti chiusi qui dentro.
Mentre rifletto su cosa fare vi lascio qualche link ad alcuni miei post che ho trovato carini, mentre li rileggevo. Alcuni leggeri, altri un po' meno. Che alla fine anche quella Carla sono io.
Cioè i post sono talmente tanti che... Mi rileggo e persino a me, che sono tanto cagacazzo con me stessa, piace il modo in cui scrivo. Alcune cose sono divertenti, altre commoventi, altre riflessive. E sono felice di sapere che in tutto questo ci sono io, assolutamente imperfetta, ma uguale ai miei post. Divertente a tratti, cacapalle come pochi, lunatica nemmeno a dirlo, casinara.
Mancherà più a me che ai miei sparuti lettori, temo. A parte Dado che sta già meditando vendetta.
Ciao, neh. Magari a presto. Magari no.
Non puoi andare lontano dalla tua psiche. Hai bisogno di disintossicarti e vuotare il cranio Tu scrivi. Lo sai fare, lo fai bene, ti fa bene. Farà male scrivere quelle cose, ne sono certo, ma devi farlo, come spurgare un veleno.
Oggi è stato l'ultimo giorno di lavoro di una mia collega: 18 anni di lavoro lì dentro. È entrata che aveva 16 anni, ancora col vecchio libretto di lavoro, e alla fine anche lei ha ceduto. Anni tra vertenze e demansionamenti, e solo negli ultimi giorni seduta dietro di me, al folletto aziendale (e non nel senso di aspirapolvere). Perché oltre a chiamarmi CarlaOhCarla con le c aspirate come se fossi toscana (ma nessuno aveva detto loro che ho vissuto a Firenze e del mio accento gianduiotto ne vogliamo parlare?) a volte mi dicono che sono un folletto.
Io e lei non ci siamo mai parlate moltissimo, di lei avevo scritto, tra le righe, un'altra volta in cui notandomi con un vestitino mi aveva detto, senza guardarmi, Che bella che sei. A volte le capitava di ridirmelo, quando ero vestita in modo particolare, con fare indifferente, come se la cosa fosse naturale e di nessuna importanza.
Lei però è bella davvero, ha un bel sorriso, dei begli occhi, un bello sguardo.
Oggi glieli guardavo, avevano qualcosa di familiare.
Sono solita fare complimenti alle donne, a volte mettendole in imbarazzo, ma non a tutte. Ma credo che un complimento di una donna etero valga più di quello di qualsiasi maschietto. Come quando a S dissi Te lo devo dire, qui dentro (e siamo 250) sei la ragazza più bella. E più dolce.
Scoprii poi che a S piacciono gli insetti e aveva anche allevato un bruco di Papilio macaon.
Mentre lei, Occhibelli, ha un ragno casalingo che ha chiamato Bartolomeo.
È il mio superpotere e ne vado fiera, fare in modo che le persone provino a guardare il micromondo con occhi più curiosi e meno disgustati.
Ma ho anche la facoltà di mettermi nei panni degli altri, nonostante l'egoismo cui mi sto obbligando per cercare di vivere meglio.
Sai che hai degli occhi stupendi? Te lo volevo dire da sempre, mi spiace che non abbiamo avuto modo di conoscerci meglio. Ha parlato!, mi ha detto. Aspetta, le dico, ma abbiamo gli stessi occhi.
In effetti sembrano un po' diversi solo perché io ho la pelle molto chiara e lei invece è molto abbronzata, ma è lo stesso verde con aura giallina vicino alla pupilla e cerchio esterno più scuro.
Pensa te.
In questi pochi giorni di vicinanza abbiamo parlato poco, ma ho sentito molto mio il suo cinismo.
Di come sentisse ormai tossico quell'ambiente a cui io invece mi sono affezionata, perché da novellina non conosco le dinamiche aziendali, non so cosa c'è stato e posso solo essere solidale ma in maniera parziale sperando, intimamente, di non essere rispedita a casa con un calcio nel sedere a fine dicembre.
I luoghi tossici, le persone tossiche, sono così. Entri in maniera euforica in quella vita, convinto di non cadere in nessuna trappola e piano piano invece le trappole diventano la tua casa e ci fai talmente l'abitudine che quasi non te ne rendi conto. Finché un giorno smetti di dormire, hai mal di stomaco, non riesci a mangiare. All'inizio non comprendi cosa stia succedendo, ma se sei fortunato hai la possibilità di vedere com'è vivere senza la sostanza. Stare un po' meglio, respirare, disintossicarti.
Se ci ricaschi è finita.
Anni fa un mio amico era stato insieme a una eroinomane e mi aveva passato un faldone che trattava di dipendenza. La predisposizione alla dipendenza dipende da vari fattori, e io ne avevo molti. Compresi, ma lo sapevo già a 12 anni, che dovevo tenermi bene a distanza dalle sostanze che possono dare dipendenza perché avrei fatto difficoltà a smettere.
Droghe, alcol, fumo (per quello fumo la pipa circa una volta al mese, forse meno).
Faccio fatica a smettere di fare ciò che mi piace fare anche se è dannoso per la salute, anche se ne sono consapevole.
Poi, bhe, sono fogli stampati, è tutta teoria. La pratica è un'altra cosa e dato che non sono mai stata dipendente di nulla (a parte l'acquisto compulsivo di libri), posso ritenermi soddisfatta e missione compiuta.
Oggi Leonard mi ha detto di scrivere, scrivere come atto di sfogo, scrivere per decidere, scrivere in maniera razionale. Ho avuto un Deja-Vu. Anche Elisa me lo disse mesi fa, ma non l'ho mai fatto.
Si può quindi ridurre tutto a una tabella? Forse no. Ma è necessario provare.
Fisso le pagine vuote su cui non posso riportare nulla.
I pro di cosa? I contro di cosa?
Non c'è effettivamente nulla da valutare.
Non dormo bene da qualche giorno, mi sembra di non essere più capace, razionalmente, di valutare le persone. Ho il radar sfasato.
Una parte di me vuole cedere all'impulso di riprovare determinate sensazioni.
L'altra parte, quella che sto allenando, la mia cieca visione a lungo termine, mi dice che starò male e gli effetti sono già qui. Che questa è la tipica situazione in cui ripetere, come un mantra, Rasoio di Occam. "A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire".
Per quanto faccia male e sembri impossibile. Chi mai farebbe male a una persona a cui dichiara tutto quel bene?
Accendo la pipa, guardo il cursore lampeggiare.
Non puoi andare lontano dalla tua psiche.
Dice il saggio Leonard, colui che studia il microcosmo ed è così sensibile al macrocosmo.
Nel frattempo un'ape entra in stanza, la sento ronzare, la vedo svolacchiare. Non si ferma o posa da nessuna parte, è in ricognizione, sicuramente un'esploratrice. Tornerà all'alveare dopo aver trovato fiori e polline e lo dirà alle sue compagne. Dirà loro la distanza e la direzione e poi partiranno insieme e troveranno, senza esitazione, il luogo indicato.
Non c'è nulla di complicato in niente, se lo si riduce ai minimi fattori. Alla fine è tutto o bianco o nero, e queste varie sfumature di grigio che tanto declamavo si spostano nello spettro visivo fino a raggiungere uno dei due limiti.
Bianco o nero.
Non ci sono grigi al 18%. Non più.
Avrei voluto scrivere un sacco di cose sulla foresta ma nel video direi che parlo abbastanza ripetendo gli stessi concetti più e più volte.
Ohi ma che cazzo di occhi strani ho?
Detto questo, la foresta ha un non so che di magico. Nulla sarà mai come la giungla vista in Madagascar, dove gli Indri Indri urlavano come fantasmi, piccoli spiriti protettori dei boschi. Dove i termitai erano alti quasi quanto me e i gechi avevano l'aspetto di piccoli draghi. E i camaleonti guardavano sospetti dagli alberi con gli occhi indipendenti, muovendosi lentamente tra le fronde, sperando di non essere mai visti. Ma questa è una bella foresta. Gli alberi sono altissimi, la luce arriva poco, ti senti quasi inghiottito da questo mondo silenzioso ma non troppo, dove i piccoli rumori indicano diverse presenze nell'alto degli alberi, in basso nel terreno.
Non ho parlato nel video dei Mixomiceti, gli esseri più meravigliosi che potete incontrare. Una volta inquadrati come funghi, ora hanno scoperto avere un doppio aspetto: nella prima parte della loro vita si comportano come animali, nella seconda parte si comportano come funghi. Il che li rende molto molto molto più affascinanti di quanto pensiate e al confronto un banale bisonte deve togliersi il cappello di pelo e le corna.
Cose che sapevo già ma molti non sanno. Foreste e boschi possono essere classificati come un unico organismo. Infatti le ife fungine sotterranee collegano praticamente tutti gli alberi creando un unico organismo connesso. Non è commovente?
Entrerete in un bosco con lo stesso spirito di sempre sapendo di accedere a un segreto del genere?
Vi lascio al video (potete cominciarlo dal minuto 5:40 se non vi va di vedere la colazione e le varie passeggiate fatte prima della visita alla foresta, vi perderete una cosa interessante però che si vede al minuto 3:34. Trattasi di un parassita delle lumache, si chiama Leucochloridium paradoxum, molti mi hanno detto che sono stata molto fortunata a vederlo, e vi perdereste anche il micetto che mi ha tenuto compagnia al mattino, ma ovviamente, a voi la scelta).
Buona foresta.
Ed ecco le foto, un po' da cellulare, un po' da Fuji.
Direi che questa foto (di quelle cazzatine) presa da facebook rende bene
mhm è ora di alzarsi
sono da sola a fare colazione
come tutti i gatti sta semplicemente progettando di uccidermi
gli orari dei bus
la strada per il secondo albergo
bisonte e gnocchi di patate e un po' di verdura per sentirsi meno in colpa
vodka a Gogò
il sottosopra
quando il detto "Ogni scarrafone è bello a mamma soja" si riferisce alla soia generica e non a tua madre che invece ha deciso che devi sistemare quei cazzo di capelli
io lo so che già mi odia
Credo che sia una gallina dei boschi
L'ingresso alla parte protetta della foresta
Tracce di lupo o di cane procione (importato per le pellicce e poi bhe, la storia è sempre quella)
Funghi everywhere
Phallus impudicus e le mosche carnarie che lo divorano
-Mamma, ma i gatti dove vanno quando muoiono? -I gatti quando muoiono vanno nel paradiso delle crocchette che è un posto scoppiettante. Hai presente quelle macchine che al cinema fanno i pop corn? -Si, quelli che si mangiano e sembrano nuvole? -Esatto, proprio quelli. I gatti vanno in un posto in cima alle nuvole dove scoppiettano crocchette puzzolenti che però a loro sembrano profumatissime e gli fanno venire l’acquolina in bocca. Dalle nuvole escono le loro crocchette preferite e loro saltellano tutti insieme. E poi questo paradiso è pieno di gomitoli di lana che ai gatti piacciono molto, così ci giocano un sacco e fanno le fusa. Il paradiso delle crocchette è un posto pieno di fusa. Loro pensano ai loro amici umani e fanno tante, tante fusa d’amore. Si, e poi un giorno prendono una nuvola con le zampette e la aprono come fosse una valigia. Le nuvole sono le valigie, nel paradiso dei gatti. Ci mettono dentro dei pezzettini di cielo che hanno ritagliato con le forbici dei piccoli per fare i collage e di notte partono. -E dove vanno la notte? -Di notte loro vanno a trovare i loro amici umani. Scendono le nuvole scala e si infilano dalla finestra, mentre i bambini e gli altri umani che li hanno amati dormono. Prima, se hanno degli amici animali, come per esempio le tartarughe che a me stanno molto simpatiche, vanno a salutare gli amici animali perché parlano la stessa lingua e poi si infilano in casa. Vanno a dormire in mezzo ai loro amici umani, oppure fanno delle piccole birichinate così quando loro si svegliano, si accorgono che è passato il gatto che adesso vive nel paradiso delle crocchette. -Si, e secondo me dormono a siluro tra le gambe dei loro amici umani. -Si, passano lì con la loro valigia e lasciano sparsi per casa dei pezzettini di cielo. In cambio sai cosa prendono? -No, non lo so. Cosa prendono? -Prendono l’amore e i bei ricordi insieme ai loro amici umani, li mettono nella valigia nuvola e se li portano nel paradiso delle crocchette. -E perché? -Perché così quando vanno nella “fuseria” che è il posto delle nuvole dove fanno le fusa, tirano fuori i ricordi di amore dei loro umani e possono fare le fusa pensando a loro. E noi possiamo pensare ai nostri amici animali che hanno lasciato pezzettini di cielo nelle nostre vite umane.
Ti volevo mandare questo messaggio vocale per dirti che sei uno spettacolo di donna, sono contento che la nostra amicizia sia in qualche modo viva perché comunque sia sei una bellissima persona. [...] Noi maschietti siamo sostanzialmente brutali [...] quindi quando si incontrano i tuoi dolci occhi, belli e buoni, queste tue gote così belle, affusolate, il tuo sorriso, [...] questo tuo modo di fare così delicato e dolce non ci si può altro che innamorare di te. Quindi non è solo l'aspetto fisico la cosa importante anzi, è ben altro quella cosa che ti fa ricordare, che ti fa stimolare tutto ciò che la bellezza da sola non può fare.
Il mio secondo giorno è un intero viaggio, di corsa. Dovevo partire con calma per Bialystok e poi prendere la coincidenza per Białowieza ma data la sveglia al mattino prestissimo perché alle 5.30 c'è la stessa luce che alle 12 e non c'è modo di oscurare i vetri, mi chiedo se forse non sarebbe meglio controllare il check-in dell'albergo a Białowieza, e così scopro che coi treni e bus che avevo previsto di prendere sarei arrivata al pelo, e un cazzo qualunque ciao banane, come direbbe la mia amica V. Così mi sono alzata di corsa perché il treno prima sarebbe partito a breve, fatto lo zaino di corsa, cambiato il biglietto del treno di corsa, lavata di corsa, e via.
Ovviamente questo ha portato a non avere più il posto prenotato e a fare due ore di viaggio seduta nel corridoio di un Intercity che nulla ha da invidiare ai nostri vecchi treni. Soprattutto l'odore (e tornano alla mente mille ricordi in cui io dormivo sulle valigie nei corridoi dell'intercity che ci portava giù in Molise, ero così magra e piccola che le persone riuscivano comunque a passarmi accanto senza dirturbarmi. E i lunghi sonni fatti dentro gli scompartimenti quando riuscivamo a prenderne uno, tirando giù i sedili e formando un letto unico. Ah, meridionali - segnominoretre - ).
Il viaggio per Bialystok dura 2 ore, con una emicrania pazzesca e successiva aura. RagnoB mi aveva suggerito di portarmi un paio di barrette proteiche che non si sa mai, ed è stata previdente. Mangiandone una sono riuscita a prendere la pastiglia per il mal di testa e a proseguire semiserenamente il viaggio. Tutto il resto lo dico perfettamente nel video, l'ho montato malamente perché altrimenti ci avrei messo più tempo che a scrivere e allora non avrebbe avuto senso: saltate i pezzi che vi annoiano, guardate ciò che vi va di guardare. Il viaggio in totale, da Varsavia a Białowieza sarà durato qualcosa di infinito come 5 ore, inclusa l'attesa a Bialystok per prendere il bus per Białowieza. Nei video, mi sono resa conto, parlo spesso di cibo. Ma levatemi cibo e sonno e mi incattivisco da matti. Qui alcune foto della giornata, dal viaggio al cibo, ovviamente. E poi il video, buona visione!
sì è proprio quell'odore che vi immaginate
lo sgangherato bus
panorami
no ma non sono stanca
bruchetto salvato
saprò di miele per tutto il viaggio
l'ingresso al parco
tramonto
no ma non sono stanca #2
i miei capelli al naturale. Robert Plant da giovane me fa una pippa
sorta di rösti con semi di girasole e funghi in salsa con burro (o burro con salsa di funghi).
Giochino alcolico per accompagnare il video. Per ogni "Eh niente" si beve uno shottino, vince chi non finisce in coma etilico o, nel peggiore dei casi, chi sopravvive. Nel primo minuto siamo quasi arrivati a destinazione, si vede la foresta ai lati. Alcuni video erano stati fatti apposta per amici e amiche, quindi mi rivolgo a qualcuno specifico "ragazze", oppure dico "ora ti saluto" e via. Gnente, ho messo tutto.
Canzone del giorno: MeravigliaSamuele Bersani
"Hai resistito ai devastanti effetti del mio passaggio e, per la cronaca ricordo l'ora e i minuti esatti: lo dico senza retorica. Purtroppo non era solo un gioco per provocare un comportamento: ogni reazione serviva a poco, nemmeno dirsi addio "